lunedì 22 aprile 2013

ITE CHERET NARRERE 'ZONA FRANCA' ?


Da un articolo del Manifesto Sardo, 16 Aprile 2013 

testo di Natalino Piras  (miei il grassetto ed il corsivo ed alcune spaziature)
A tratti, la questione “Sardegna Zona Franca” riproposta in italiano e in sardo da Ugo Cappellacci, sembra una nuova legge delle Chiudende. Una anomalia di non poco, come altri rileva, che il Presidente della Regione violi il protocollo andando a chiedere l’ottenimento della franchigia doganale alla Comunità europea. Quando invece, per norma, è al governo di Roma che bisogna chiedere. Che però, con questa mossa elettoralistica, solo elettoralistica, viene scavalcato. Il risultato è il rinvio al mittente con un evidente “no” delle richieste di “Ugo il pasticcione” come viene definito. Solo pasticcione? La contraddizione in termini è che viene avanzata la questione “Sardegna Zona Franca” in termini deleteriamente indipendentistici, indicata come panacea per uscire dalla “crisi spaventosa”. Nel mentre che l’era Cappellacci ha fatto riprendere il saccheggio della costa e dell’interno della Sardegna: mica da parte dei presunti e possibili beneficiari della franchigia doganale, sos poveros, duecentomila posti di lavoro. Sta in questo la ripetizione delle Chiudende, il fatto che possibili beneficiari della “Zona Franca” potrebbero essere solo una ristretta minoranza a maggioranza meno di sardi, che dispone di capitale e mezzi, quelli che il poeta-profeta Francesco Masala definiva terramannesos. E noi asciuttos. Poveros imus e poveros restamus. Non ci può essere spendita di ricchezza se non si costruisce ricchezza, se non ci sono né risorse né mezzi. Sempre che la Zona Franca, considerati gli ingarbugli di Cappellacci, possa avere attuazione. Ite cheret narrere Zona Franca? Così attacca un volantino distribuito da cappellacciani  e indipendentisti in uno dei tour per città e paesi della Sardegna a promuovere l’idea. Altra metafora: sembra una resa parodica della marcia dell’Alternos Giovanni Maria Angioy da Cagliari a Sassari. Due secoli e più trascorsi senza capire che quella che non fu Rivoluzione non può essere usata a paradigma di Rivoluzione. Ite cheret narrerre? 

«La Zona Franca è uno “status giuridico” riconosciuto ai territori ultraperiferici, disagiati e a rischio spopolamento, con una situazione di sottosviluppo. Consiste nel diritto ad avere un regime fiscale di favore che con strumenti e forme di compensazione consente al territorio di mettersi alla pari con il resto della nazione. Il primo beneficio, stante art. 166 del Regolamento CEE, prevede la circolazione e la lavorazione delle merci, in regime di “sospensione” dai diritti doganali, di IVA, di ACCISE e “BUROCRAZIA ZERO”». 

Tutto sta a vedere chi attua e cosa e come. Per tornare alla contraddizione in termini: come si può parlare di “mettersi alla pari con la nazione” se certo indipendentismo non riconosce la nazione? Oltre le sottigliezze da dizionario politico-giuridico, stando così le cose, in questo frangente storico, potrebbe la Sardegna fare a meno della nazione Italia? Per troppo tempo si sono inseguiti modelli catalani o simili senza considerare due cose fondamentali: 

1) La Catalunya, ben prima ancora del Piemonte e persino delle multinazionali ha operato dominio in Sardegna

2) la lingua usata dai sardi, il lessico intendo, di tutto è impregnato tranne che di Catalunya. 

È questo stesso modello di pensiero, più che di azione, che influenza adesso la “Zona Franca”? Po esempiu: «I prodotti interessati, previsti dalla legge 623 del 1949,  sono: CARBURANTI, GAS, ENERGIA ELETTRICA, TABACCHI, MATERIALE ELETTRONICO ED INFORMATICO, ALCOLICI, o ZUCCHERO, CAFFÈ ETC…”  Come se noi fossimo in abbondanza di tutto questo. Avverte una bandella che “i benefici sono valutati dagli esperti nell’ordine del 35%”. A parte il cripticismo da percentuale, chi sono gli esperti? Quelli del modello Catalunya? Dae cando: «Dal 1948 col Trattato di Parigi, alla fine della “II guerra mondiale”. Nel 1957 col Trattato di Roma  nasceva la CEE che si impegnava a rispettare  quanto già stabilito a Parigi. Vogliamo la Zona Franca che ci spetta da 65 lunghissimi anni». Ma volere è potere? Altra domanda: Perdimus carchi cosa? «Tutte le agevolazioni operative previste ed eventuali interventi permangono anche in regime di zona franca perché la legislazione ha uniformato il diritto nel territorio. Lo Status di Zona Franca dà diritto all’accesso di aiuti nazionali e ed internazionali. Questo riconoscimento obbliga il governo centrale nazionale a rafforzare gli interventi con risorse proprie per la continuità territoriale, lo sviluppo economico e i servizi ai cittadini. La “ZONA FRANCA INTEGRALE EXTRA-DOGANALE” dà benefici per sempre a tutta l’Isola, al contrario delle “zone franche urbane” che scadono nel 2017 e sono limitate a singole zone escludendo le zone interne». Non si capisce se noi siamo area urbana o area periferica. Chie la sizidi? «La gestione è affidata ad organismi locali su indicazione della Regione Sarda e l’iniziativa privata risulta essere fondamentale”. Il richiamo alle Chiudende non è poi così fuori luogo. Non fosse che, a segnarne  il grottesco storico, dovrebbe essere la Regione Sarda a indicare. Dal 1948 a oggi abbiamo chiaro qual è stato il percorso Autonomistico della Regione Sarda. E Cappellacci non è un rivoluzionario.  I referenti di Zona Franca non sono “Serbia, Colombia, Cina, Turchia, Marocco, Irlanda, Cile, Brasile”. Ma, dovrebbe essere,  vedere in che maniera Cargeghe e Muros, Sassari e Casteddu, Nugoro e Aristanis possano essere insieme proprietà privata e cosa pubblica con elementi che tra di loro si battono per il bene pubblico. Zona Franca? Ma se il “Cagliari” calcio, simbolo unificante da un punto di vista sentimentale eppure proprietà privata che più non si può, non ha uno stadio regolamentare qui in Sardegna. La Storia, che lo si voglia o no, è sempre magistra, nelle sue ripetizioni, Quando è la Destra a comandare, a organizzare, non proviene ai governati mai niente di buono. La cosa è tanto più ovvia nella nostra secolare depressione, chiamatelo sottosviluppo, se volete.

Insomma, FRANCA non è ancora neppure nata ed è già abortita 

nelle intenzioni, nelle premesse, nei metodi e nelle previsioni.

Alla prossima puntata...