domenica 23 novembre 2014

KERUB - 2


Un inizio.

La scena è un locale notturno fumoso, un po’ sordido, come ormai – purtroppo o per fortuna, dipende dai punti di vista, piccoli cari – ve ne sono molti altri.

L’ora è un’ora tardissima e non più piccola della notte, oppure molto precoce del mattino: anche qui i punti di vista sono utilissimi per descriverne l’osservatore, più che la scena osservata. Il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto appartiene all’ottimista quanto al pessimista, pur essendo l’oggetto sempre lo stesso: è la descrizione che se ne fa, che definisce il descrittore… Un ingegnere vedrebbe solo un recipiente in buona parte sprecato per la funzione attualmente richiesta. Uno psicologo ne trarrebbe un ottimo strumento di studio delle attitudini. Un fisico direbbe che il nostro bicchiere ‘mezzo pieno’ è invece pienissimo: per metà di un liquido e per metà d’aria…
È il segreto della Vita: essa possiede molte sfaccettature, proprio come una pietra preziosa. Guardandola, si possono apprezzare insieme molte prospettive delle cose. Appaiono chiare o deformate, riflesse o deflesse, vere o ingannevoli, più o meno luminose, non tutte esattamente buone. Quale sarà, in fondo, la realtà, porcellini? E una pietra preziosa si può meritare in molti modi; si può acquistare, o desiderare soltanto, o persino rubare… Si può regalare, spinti da amore sincero, o per infame calcolo subdolo e corruttore. Ci si può lasciar corrompere, o si può scegliere di resistere. Se insisti e resisti, consegui e conquisti! Non è sempre vero, porcellini: e voi lo sapete bene…
In tutta la nostra Vita, conoscenza e punto di vista sono fondamentali, per giudicare le azioni delle altre persone. E per giustificare le nostre.

Detto questo, che costituisce un po’ la chiave di lettura di questo scritto, entriamo pure nell’acqua gelida e corrosiva della storia bruta, piccoli amici miei frementi ed ansiosi

Tre colombe bianchissime si posarono d’improvviso come fossero una sul davanzale, con grazia e precisione.  Una visione paradisiaca di candore e purezza. Contemporaneamente ci fu un “Fsssss-t!”, quasi come una perdita da una gomma d’automobile, oppure come quando si stappa una bibita gassata… Un penetrante profumo di gelsomino e d’incenso sembrò subito aleggiare nell’aria, in una strana mescolanza del tutto inusitata, intensa, persuasiva.  
Ed eccolo lì.  
Il volume della musica si era ridotto ad un livello di piacevole discrezione e le melodie si erano fatte più dolci… Stava in piedi, fermo, tutto vestito di un tenue azzurro chiaro – camicia bianca, con qualche voile, senza cravatta, un colletto ampio nei limiti del discreto – l’aria un po’ confusa e gli occhi indecifrabili e persi, sotto una frangia di lucidi riccioli biondi. Si guardava intorno, come per decidere che fare, volgendo il capo con un movimento lento, quasi regale, armonico. Non era indecisione, la sua, bensì prudente determinazione: sprizzava salute ed energia positiva da tutti i pori, si sarebbe detto…In sottofondo, “l’aria sulla quarta corda” iniziava a salire come d’incanto con le sue note lente, disposte come gradini verso il cielo azzurro, alto e terso.

Una delle entreineuses troppo truccate e troppo succinte lo guardò fisso, sinceramente stupita, riaggiustandosi un poco il corpetto nel quale un ostinato capezzolo si rifiutava di rientrare: “Edda 'ndove sbuca ‘sto qua? Me sembri 'n cherubbino!”.
Il tono era disincantato e cinico, la voce screpolata dalle troppe sigarette, ma l’ammirazione era sincera.
Lui non si scompose, le sorrise il più bel sorriso che lei avesse mai visto in vita e le rivelò gentilmente: “Questo è perché io sono, per l’appunto, un cherubino, gentile signora. Ma è una notizia riservata, per cui la prego di tenerla per sé. Il mio nome è Zophiel. E questo è noto a quasi nessuno, sulla Terra del Pianto Quotidiano”.
La donna lo avrebbe volentieri mandato subito a quel paese, come faceva d’abitudine con chi s’azzardava a prenderla in giro, ma la gentilezza ed il garbo di quello strano giovine l’avevano confusa ed ammaliata, senza  aggiungere che l’aveva persino chiamata signora, ma per davvero, con quella voce, quella voce che aveva in sé un che di indefinibile…
Le tre colombe volarono insieme docili sul palmo della mano del nuovo venuto, che sorrise il suo timido splendido sorriso e fece loro un garbato cenno di ringraziamento, sussurrando loro, con benevola complicità:  “Andate, adesso, sù! Sempre con gioia”. Le tre colombe si allontanarono insieme leggere, frullando ubbidienti, non senza essersi prima scambiate un’occhiata che – a ripensarci – sembrava proprio essere d’intesa, come quello che fanno i ginnasti prima di cominciare un esercizio insieme.
Ma non ci fu tempo per altre considerazioni al riguardo…

Ci fu subito un altro “Fssss—spat”, quasi il verso di un gatto orecchie abbassate che soffia la propria minaccia cattiva. E subito si sparse una spiacevole puzza sulfurea, nauseabonda, d’uova andate a male già da tempo… Entrò in scena – chissà da dove, anche lui – un tipo alto, allampanato, dinoccolato, molto stempiato, tutto vestito di nero, con scarpe di vernice nera fuori moda ed una camicia rosso Borgogna. Pallido come la morte, passò quasi per caso a fianco del giovane in bianco e gli sussurrò all’orecchio, con una voce roca intrisa d’astio: “Mi fai sempre andare in bestia quando appari così! E comunque, ricordati, questo è mio territorio: papponi, prostitute, bari, ladri e i loro clienti, o le loro vittime. Tutta roba mia: quindi lasciami lavorare, ragazzino…”. Gli porse di malagrazia un libro consunto, di Maksim Gor’kij, aperto alla pagina in cui il vecchio Stefan Ili´c dichiara: “Il Diavolo non esiste. È un’invenzione della nostra ragione maligna. Lo hanno inventato gli uomini per giustificare la loro turpitudine [...]. Credetemi, poiché siamo degli imbroglioni, avevamo bisogno di inventarci qualcosa di peggiore di noi, il Diavolo appunto”. Gli indicò il brano, sottolineato in rosso, con l’indice nodoso di una sgradevole mano ossuta, guardandolo torvo con occhi iniettati, di sbieco, con un sorriso malevolo e laido insieme.
Tutto come da copione, bambini cicciottelli

Sette mosconi grossi e di colore verde nerastro presero a svolazzare ronzando con insistenza per la stanza, infastidendo ben bene quasi tutti i disgraziati avventori. Alla fine si posarono in un angolo, sulle briciole di un biscotto stantio, sopravvissuto a chissà quante pulizie sommarie e svogliate del locale. Cominciarono a sgranocchiarne rumorosamente e di gusto i resti ammuffiti…

L’entraineuse valutò con interesse professionale i glutei del nuovo arrivato, ben modellati dai suoi pantaloni stretti, scuri e lucidi. Un sorriso laido si disegnò lentamente sulle sue labbra, mentre gli occhi torbidi si facevano due fessure sottili, nell’apprezzamento sommario, nella formulazione immorale delle ipotesi, nell’intensità più lurida delle fantasie…
Gli lanciò alle spalle la domanda: “Come te chiami?” – sperando che lo sconosciuto s’interessasse a lei, prima e di più che alle altre galline del pollaio, le quali si sarebbero sicuramente fatte avanti molto presto. 
Ebbe fortuna, o almeno così le sembrò: è sempre questione di punti di vista, porcellini
Egli si voltò felino, con un gran sorriso cannibale, fatto di denti bellissimi: “Iblis Shaytan Bellar Mitricoleon, per servirti, bellezza! Sono Principe di questo Mondo, Colui che porta la luce ed il Signore delle mosche, padrone del potere dell’aria: riesco a farmi piccolo fino ad essere invisibile ai padri più protettivi e così grande da incutere QuantoBasta di preventivo terrore alle vergini di buona famiglia…”.
E così dicendo – con gli occhi ipnotici, brillanti e neri fissi su lei, che si credeva predatrice  – estrasse dal taschino più piccolo dell'attillato panciotto una lunga bacchetta magica, che si aprì in un multicolore mazzo di fiori di carta fosforescente, da cui volarono via mille piccoli moscerini colorati e ronzanti, mentre un fischio assordante riempiva la sala ed il puzzo di zolfo, se possibile, diventava ancora più intenso ed intrusivo, ferendo la mente e le narici insieme con il suo fetore…




[Perché i mosconi, mi chiedete, pecorelle?  
C’è una vecchia storia, al riguardo: “Ahaziah d’Israele cadde attraverso una grata nel palazzo di Samaria e temette che il trauma potesse essere mortale (2 I Re, 1). Piuttosto che interrogare Yahweh (pertanto accettando la vittoria di Yahweh a Carmel come dimostrazione della sua supremazia, 1 Re 18:20-40),  egli spedì messaggeri alla divinità Filistea Baal-Zebub (cf. 1 Re 14:1-20)”.  Il nome “Baal-Zebub” sarebbe indubbiamente uno strano nome per una divinità, in quanto significa “Signore delle mosche”.  
Invece “Baal-Zebul” (Significa Baal il Principe, cioè il Signore dei Signori) sarebbe un nome accettabile per una divinità Levantina antica (ed è effettivamente attestato ad Ugarit).  In aggiunta,  il Nuovo Testamento conserva questo termine, di solito sotto la forma “Beelzebul” (Matt 10:25; 12:24; Marco 3:22; Luca 11:15).  
È anche sicuro che a volte, i nomi di personaggi considerati malvagi  erano rivisti e corretti, in modo da crearne un nome peggiorativo. Forse ciò fu fatto dal copista della Bibbia, o dal redattore, o forse fu voluto da altri, chissà.  Ma il Signore Oscuro e Malvagio è diventato da allora il Signore delle mosche, invece che il Principe dei Principi, a dimostrazione dell’infimo livello al quale opera. 
E così si rappresenta egli stesso, ormai, al fine di compiacere i propri adepti.
Un poco di Cultura,  culetti, vi sarà grandemente gradita, prima dell'Incontro grandinante con Me...].