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lunedì 2 marzo 2015

Funny thing happened, on the way to...


È successa una cosa strana, Pasuco, buffa e strana:

Tempo fa, su certi post abbastanza cloacali, comparvero vere e proprie ‘liste di proscrizione’ in chiaro (il termine è mio, lo usai allora proprio io per primo, per sottolineare i metodi miserabili usati dal gruppo vario e deprimente che definisco l’ArmataBrancaleone Shardariana). Le liste di proscrizione servirono, in passato, per indicare ai ‘probi’ più zelanti e fedeli ad ogni regime quali fossero gli improbi dissidenti da censurare, da escludere sistematicamente, da punire ed eventualmente infine eliminare fisicamente… Non esattamente un atteggiamento che onori le libertà individuali…

Queste nuove liste erano state faticosamente compilate con perfidia pedante da componenti zelanti e nullafacenti della Fantarcheologia sarda, con l’intento adorabilmente elevato di additare all’ira di ‘magistrati possibilmente interessati alla vicenda’ i nomi che essi – nella loro miope e stolida visione dei fatti – reputavano essere quelli dei reprobi anonimi e no. La lista insomma, elencava i ‘cattivi’, da punire per doveroso civismo se non addirittura per legge, in quanto non solo essi non concordano con le farneticanti ed interessate teorie dei Fantarcheologi, ma hanno persino l’ardire di dichiararlo  – in pubblico ed in privato –  così ‘limitando la libertà d’espressione e di pensiero’.

Ritenendo di avere diritto ad almeno la medesima quantità di libertà di pensiero dei componenti l’Armata, decisi, dopo qualche tempo e qualche esitazione, di postare una lista dei più noti componenti l’ArmataBrancaleone, ma di anagrammane per decenza i nomi. Ne venne un post criptico, inutile, che fu conseguentemente totalmente trascurato dai lettori.
Meritatamente, Pasuco.

Devi sapere, Pasuco: esiste un programmino disponibile e gratuito nell’Internet, che fa rapidamente (e anche disfa) gli anagrammi di qualsiasi nome, frase, parola etc…
E’ divenuto – l’anagramma –  una moda sciocchina e furbetta, in auge tra i giornalisti nei confronti dei politici, che usano così sottolineare il vecchio adagio latino ‘Nomen Omen’. In tal modo, eventuali errori, omissioni, malefatte vere o presunte delle persone che il giornalista ha preso di mira diventano quasi ‘obbligatorie’ ed è prevedibile che saranno seguite ineluttabilmente da altri episodi analoghi …

Questo giochetto è stato usato per esempio, nella campagna mediatica concertata contro il Sindaco di Roma Ignazio Marino (l’anagramma scelto, tra i molti possibili: ‘In ozio rimanga’).
È stato anche usato, in occasione dell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella. Per sottolineare che Renzi aveva fortemente auspicato e la sua elezione, l’anagramma “Matteo si rallegra” è sembrato perfettamente ad hoc.
Stupidaggini, certamente, ma esistono anch’esse intorno a noi.

Ma torniamo a noi, Pasuco:
Il giorno 21 di Febbraio, qualcuno ha cominciato febbrilmente (febbre di febbraio!) a frequentare il mio Blog: sono stati toccati i 400 contatti in quel giorno.
Devo qui ammettere che il mio blog è un piccolo contenitore artigianale che definire ‘di nicchia’ è già troppa grazia e che tra l’altro è aggiornato solo quando posso e mi ricordo e solo con i miei limitatissimi mezzi in fatto di computer.
Forse anche un abaco già basterebbe ad impegnarmi pienamente... 
Ma 400 contatti in un giorno sono veramente troppi! Che cosa mai stava succedendo?

Ebbene, semplicemente questo: uno degli ardimentosi guerrieri della Luce del Toro dell’ArmataBrancaleoneShardariana (non so chi, perBacco, e non m’interessa!)  aveva finalmente compreso (il mio post 'criptico' era del 15 Gennaio: più di un mese dopo, Pasuco! Ma non hanno proprio nulla daffare?) quale fosse il perfido codice segreto del mio malefico messaggio... La Luce del Toro l’aveva crocifisso alla Verità e gli aveva assegnato il compito patriottico di divulgarlo per mari e per montiprama, per l’incolta e l’inclita, per nello e perNigotti.

E si è arrabattato, arrovellato, immolato tutto intero nella ‘traduzione’ (assolutamente necessaria per la salvezza della patria sarda!) dell’infame testo. Immagino la sua bassa fronte corrugata ed imperlata di sudore da birraio, mentre il mononeurone stitico, impegnato allo spasimo, si produceva in una danza laida, tra i massimi destini del mondo e della Sardità.
Alla fine, esausto ma orgoglione, ha prodotto con fierezza il risultato delle proprie coraggiose fatiche, esponendolo all’esecrazione dei propri compagni combattenti per la santa causa dell’Atlantizzazione della Sardegna e del recupero dell’antico alfabeto scrotocananaico.
Ora qualcuno dice addirittura che io ho compilato le liste di proscrizione! Beh: la migliore adulazione consiste appunto nell'emulazione...

(sì, sì, Pasuco: mi rendo conto che sto copiando i termini preferiti dell’Untore. Ma un giorno, quando tutto questo sarà finito – almeno mi auguro che sarà finito – io questo Untore, uno o più di uno, vorrò incontrarlo e gli offrirò volentieri da bere) …

Peccato che – per l’altissima considerazione di sé e del proprio gruppo di c*gl°*n° – egli (o ella!) non abbia considerato per l’appunto la meritata e non più che scrotale considerazione di cui l’ArmataBrancaleoneShardariana giustamente soffre tra i comuni mortali pensanti. Infatti, avendo essi sempre in mente – è un’idea profondamente infissa anche nel loro secondo organo preferito (il cervello) – l’Untore, il traduttore dell’armata è stato condotto per sentieri erratici e ha prodotto una traduzione tutta sbagliata (della quale è giustamente orgoglione).

Ma pazienza: è un patriota, che si è sacrificato per la patria sarda. Onore gli è dovuto, malgrado l’odore sgradevole che emana…Dimentichiamocene volentieri.

Ti starai però chiedendo il perché di quell’invito a bere ad una persona che non conosco neppure…

Ebbene: perché egli (o essi, non so) ha indicato a tutti noi una questione che non è di dettaglio.
Ci ha spiegato come agire in questo poco chiaro frangente sardo, che può confondere o ingannare. Perché non si tratta affatto di una disputa culturale sull'antica Cultura isolana: si tratta di strumentalizzazione della stessa, a scopo di lucro.

Vedi, Pasuco: ognuno reagisce  secondo il proprio carattere nazionale, di fronte ad intrighi poco chiari ed apparentemente incomprensibili.
I Francesi, più romanticamente disposti, scelgono la linea: “Cerchez la femme!”.
I pragmatici Inglesi adottano il metodo: “Follow the money”.
Gli Italiani, d’abitudine ed in ossequio al gattopardiano: “Bisogna che tutto cambi, perché tutto rimanga come prima”, in genere non fanno nulla. Questo infatti è il comportamento dei giornali sardi, che si limitano a riportare superficialmente le notizie, senza mai approfondire troppo (per carità: potrebbe capitare di scoprire qualche cosa!). Ad esempio: nessun giornalista sardo si è mai chiesto a che cosa e a chi servisse davvero il servizio volontario di guardiania sul sito di Montiprama, dove non esiste proprio più nulla da rubare (ma anche ammesso ci fosse un torso di 'gigante' di qualche tonnellata, chi riuscirebbe a portarselo via?).

Ora, se qualche volta il metodo francese funziona (persino con gli Inglesi, tra l’altro: ricordi il ‘caso Profumo’ con Christine Keeler?) e certamente è sempre infinitamente più divertente di qualsiasi altro sistema, in genere è la prassi inglese quella che funziona davvero ed offre i migliori risultati.
Perché il mondo dei ciarlatani, dei farabutti e dei truffatori è mosso dal denaro.

Ora, Pasuco: io mi auguro davvero che ci sia qualche Magistrato – in Sardegna – che si faccia incuriosire da quanto di apparentemente incomprensibile sta accadendo oggi in Sardegna. E che decida di applicare il metodo inglese, seguendo proprio le tracce del denaro pubblico, che deve essere utilizzato nell'interesse di tutti e non solo di alcuni… 
E mi auguro sinceramente che - almeno per una volta - non si voglia seguire il letterario consiglio di Tomasi di Lampedusa. E che qualche cosa si possa cambiare....

martedì 10 febbraio 2015

Monti Prama


Sardegna: non c’ è 

nessun peccato originale da riscattare

 di Piero Bartoloni*

*Archeologo. Università di Sassari
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Osservando dall’esterno il fenomeno “Monti Prama”, sembra che il sito archeologico e gli stessi “giganti” siano ammantati di un potere messianico, quasi nell’immaginario comune siano destinati a “riscattare” la Sardegna da chissà quale “peccato originale”.

Da ultimo vi è una lunga dichiarazione dell’On. Mauro Pili, riportata dall’ANSA, in data 09.01.15, alle ore 15,28, che merita alcune considerazioni. Infatti, la dichiarazione critica e denuncia quello che, secondo il Deputato, è il lamentevole stato del cantiere archeologico. Lo stesso Pili coglie l’occasione per porre l’accento sul: “ … luogo simbolo che dovrebbe essere la culla della nuova rinascita della Civiltà nuragica e prenuragica …”. Le dichiarazione di Pili sono corredate da una foto che illustra una parte dello scavo ridotta pozzanghera dalle recenti cospicue piogge, per altro in precedenza molto invocate.

Innanzi tutto, urge una precisazione cronologica: la civiltà cosiddetta prenuragica ha poco a che vedere con il santuario/necropoli di Monti Prama e, a rigore, anche quella nuragica, poiché gli specialisti del ramo, correttamente pongono fine al cosiddetto periodo aureo della civiltà nuragica verso l’alba del XII secolo a.C. Dopo di ciò, i puristi dibattono addirittura se sia lecito chiamare nuragiche le popolazioni della Sardegna attive dopo il XII secolo a.C. Detto ciò, occorre ricordare che la Sardegna di età nuragica, cioè dal XV secolo a.C., come ogni regione del mondo antico, non aveva una identità nazionale, ma unicamente tribale, ed era suddivisa in cantoni, cioè porzioni di territorio in qualche modo racchiuse e distinte da “ostacoli” naturali.

Gli specialisti del ramo propendono per identificare questi cantoni con le antiche curatorie medievali, nelle quali era suddivisa la Sardegna nel periodo giudicale. E’ ovvio che, in totale assenza di una coscienza nazionale, ogni cantone nuragico svolgesse una propria politica, che lo distingueva da quelli contigui, con i quali poteva essere in pace o in guerra, a seconda degli eventi e delle necessità. Quindi, il cantone nuragico che corrisponde grossomodo all’attuale penisola del Sinis meridionale, era il solo proprietario del santuario di Monti Prama.

Le attuali ricerche, condotte in modo impeccabile dagli specialisti dell’Università di Sassari, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica di Cagliari, nel corso degli anni hanno posto in luce una serie di sepolture a pozzetto, che probabilmente ospitavano i resti di giovani guerrieri e che probabilmente erano sovrastate da statue più grandi del naturale. Dunque, il santuario era stato eretto forse anche per celebrare un piccolo fatto d’arme, grande per la sua comunità, che aveva coinvolto il suo “esercito” contro un nemico esterno. A quale comunità poteva appartenere questo nemico esterno?

Il santuario viene comunemente datato tra la fine del IX e la fine dell’VIII secolo a.C., dunque tra l’825 e il 725 circa, in un momento in cui l’unica comunità non autoctona che stava giungendo quasi alla spicciolata lungo le coste della Sardegna sud-occidentale ed era in corso di consolidamento era quella dei Fenici di Sulky, attuale Sant’Antioco. Sia detto per inciso che i Fenici di Tharros erano ancora di là da venire. Occorre notare che questa comunità antiochense era composta da una componente autoctona (prevalente) e da una componente orientale (minoritaria), quindi quest’ultima assolutamente non in grado di incidere militarmente nell’ambiente locale.

Resta dunque da individuare tra le comunità locali post-nuragiche il nemico contro cui fu combattuto il fatto d’arme e che fu celebrato con l’impianto della necropoli monumentale. L’unico cantone che confinava con quello del Sinis meridionale, noto con il nome di Campidano maggiore, era il cantone che fa capo a San Vero Milis, denominato Campidano di Milis, e al suo monumentale nuraghe di S’Uraki. Quindi, per concludere, si sarebbe trattato di un fatto analogo a quello che vide la leggendaria sfida tra Orazi e Curiazi, che è uno dei fatti alla base della saga della fondazione di Roma.

Una considerazione finale riguarda il legittimo desiderio di celebrare una tale scoperta archeologica, che pone la Sardegna su un piano storico artistico di assoluto livello. Per fare ciò occorre divulgare il contesto storico in modo piano, ma non criptico. A questo riguardo, lascia perplessi la pur raffinata pubblicità apparsa su un allegato settimanale di un quotidiano nazionale, la cui prima impressione non è quella di promuovere la grande cultura della Sardegna, bensì, forse, di spaventare i bambini.

Litoanastilosi


LITOANASTILOSI
(come i comuni probi difendono i propri nuraghi)

No, non è una malattia calcolotica: è invece quasi il contrario, un procedimento terapeutico, per il quale si rimettono al proprio posto originale alcune pietre di un monumento crollato. 
N.B.: Il restauro conservativo è un intervento controverso e non accettato da tutti, anche perché l'entità dell'intervento può 'prendere la mano' e stravolgere le fattezze del monumento originale. Ecco anche perché esso è effettuato previa autorizzazione e sempre sotto attento controllo.  E' anche molto costoso, in quanto si tratta - a tutti gli effetti - di un cantiere edilizio, che in più è sottoposto a  precisi limiti e vincoli: ecco perché è effettuato di rado. Esiste comunque il consenso sul fatto che esso debba essere riconoscibile e reversibile: ingrandendo le foto si vedrà la numerazione presente dei conci trattati.

In questo caso, le mie (ahimé brutte) foto mostrano il Nuraghe Lugherras ("Lucerne", per via dell'elevato numero di lampade ad olio che furono ritrovate sul sito dal Taramelli, nel 1910). Il Taramelli scavò fuori dal nuraghe il materiale di crollo che lo ingombrava, senza però alcun criterio d'ordine moderno (ovviamente). 

Il moderno, accurato e prudentissimo lavoro di restauro e consolidazione operato negli ultimi anni dall'ingegnere Angelo Saba ha liberato il maestoso Nuraghe Lugherras da tutti gli elementi che lo rendevano pericolante, a rischio e meno agibile. 

Lo scavo è stato portato fino al materiale di crollo precedente all'intervento del Taramelli ed ha richiesto la paziente perizia di riconoscere pietra per pietra gli strati restaurabili con assoluta certezza (per esempio: la capacità di riconoscere l'appartenenza ad un filare di un particolare concio, a seconda delle dimensioni, della forma, e del tipo: basalto colonnare, basalto poroso, basalto cipollino). Saba ne avrebbe dovuto scrivere in esteso in una sua prossima pubblicazione descrittiva dei lavori effettuati in questi ultimi anni (che - per quanto più volte invitato a farlo - ancora non ha dato alle stampe).

L'edicola esplicativa del sito, appena posta dall'autore del restauro, Angelo Saba. Essa mostra che - con ogni probabilità - le torre dell'antemurale non erano solo in numero di 4 (come dicono tuttora le varie fonti nell' Internet)  ma addirittura almeno 6.  Pertanto, oltre alla torre primitiva centrale, più antica e alle 4 del rifascio (probabilmente creato in riparazione di un crollo sul lato del cortile a semiluna), il totale delle torri è  11.
Quando un Nuraghe crolla, perdiamo un irripetibile patrimonio, è evidente. 

I motivi del crollo possono essere molti: nel caso del Lugherras certamente la parte del leone è stata fatta dalla vegetazione. Nel corso dei secoli, prima piante più piccole (erbe ed arbusti), poi alberi (olivastri e bagolari) hanno affondato le proprie radici nella terra fertile addossata dai fattori naturali (vento, acqua, uccelli), fino a determinarvi vistosi crolli. I crolli riguardano un più elevato numero di conci (mattoni) apicali ed un sempre minor numero di conci scendendo verso il basso. Si produce pertanto una lesione detta a 'V', per la sua forma generale, nella quale sembra di potere intravedere (erroneamente: trattasi di 'pareidolia') due rampe di scale che salgono lungo il fianco della torre...

Immagine del vistoso crollo a 'V' della torre D - a destra nella foto -  con vista parziale del crollo a 'V' della torre centrale A del Nuraghe

Immagine analoga alla precedente, ove si vede  in primo piano anche la base della torre L (che più che una torre doveva essere una capanna, dato il ridotto spessore del muro ed il tipico 'sedile' circolare sito nel perimetro interno). 


Un punto preciso, a sinistra dell'ingresso del nuraghe,  presenterebbe (secondo quanto mi ha spiegato l'ingegnere Angelo Saba, curatore del restauro e della messa in sicurezza del Nuraghe)  un'incongruenza voluta nella tecnica edilizia nuragica: questo punto del muro non risponderebbe ai canoni di necessità statica, ma ad altri, ben precisi e intenzionali, che l'ingegnere illustrerà nella sua prossima pubblicazione dei lavori eseguiti.


La doppia parete esterna della torre centrale del Lugherras, vista dal cortile semilunare. Quella che SEMBRA una scala è solamente la parte sinistra della 'V' del crollo del rifascio. E' da notare che la parete più antica ha del tutto perso la sua 'scarpa' (inclinazione verso l'interno) e possiede anzi un profilo arcuato: si sta cioé 'spanciando'. Proprio questo fu il motivo per cui fu eseguito già in antico il rifascio (n) e tutta la struttura che racchiude il cortile (B) e che lega la struttura primaria con la torre C.

Il cortile semilunare visto dalla torre centrale, da cui si intravedono i resti della torre C e di una capanna del primo antemurale.

Vista verso Sud Est dall'alzato della torre centrale A.

La ripida e scomoda scala che porta verso il basso  dall'alzato della torre A.


Cupola della torre A.

Vista dalla camera centrale A del corridoio che porta al cortile semilunare B. Da notare le veramente enormi dimensioni dell'architrave dell'ingresso. Le pietre della torre centrale sono tutte lavorate molto finemente (a martellina fine) a dimostrazione dell'importanza che la costruzione originale rivestiva per i Costruttori stessi.  Le strutture aggiunte in un secondo tempo non possiedono tale precisione. Questo sembrerebbe dimostrare che si erano già perse alcune delle capacità tecniche edilizie. Altri dettagli rivelatori dell'importanza che il nuraghe possedeva sono la presenza di alcune pietre in pietra calcarea chiara (probabilmente a scopo decorativo) e la presenza di enormi mensoloni apicali, ora tutti naturalmente a terra.
Le parti esterne del nuraghe sono, ovviamente, progressivamente successive all'epoca d'edificazione della torre centrale e mostrano una progressiva perdita di competenza costruttiva che si discosta notevolmente da quella raggiunta all'apice della tecnica costruttiva nuragica, dimostrata nel nucleo iniziale. C'erano ancora , insomma, la forza economica, muscolare e meccanica per edificare grossi muri fatti di grossi mattoni, ma si era ormai persa la tecnica edilizia nuragica.

lunedì 9 febbraio 2015

Recentissima: Ola!

Esiste un nuraghe, nell'agro di Oniferi, che da tempo immemore ha un ciuffo sbarazzino di grossi arbusti vari sulla cima, già decapitata. Tutti gli archeologi sanno bene e predicano sempre che le radici delle piante (specialmente bagolari ed ulivi) sono deleterie per TUTTI questi monumenti: si infiltrano profondamente tra le pietre, le spostano, vi raccolgono e fanno infiltrare più acqua e prima o poi, crescendo, ne determinano ineluttabilmente sempre il crollo.

La rimozione degli arbusti non ha un costo elevato: di solito si trova facilmente chi - essendone capacissmo ed avendo bisogno di soldi - è disposto ad un accurato lavoro di pulizia per per 50, magari 100 euro...


Ed ecco i fatti...




1) Il Nuraghe Ola (Oniferi) subisce un crollo parziale, alcuni giorni fa... Perfettamente in linea con l'esiziale domanda espressa in endecasillabi 'danteschi': "Perché quando piove l'Italia frana?"


2) Un Blog scandalistico (l'Untore) accusa il Comune di avere precedentemente fatto una donazione di 500 Euro alla Fondazione Nurnet, per la 'Valorizzazione' di detto nuraghe (acclude gli atti ufficiali, vedi sotto, come prova, che sembrerebbe autentica e non contraffatta)




4) Il blog di Nurnet chiude "per protesta", invocando l'intervento di persone oneste contro accuse infamanti.


4) Il comune di Oniferi - nelle parole del Vice- Sindaco gent. sig.ra Daniela Daga - nega ogni responsabilità, col dire che spetta alla Soprintendenza la salvaguardia del Nuraghe e che già altre volte aveva denunciato il grave stato d'abbandono del nuraghe stesso e chiesto finanziamenti (che non sono arrivati). Pertanto sarebbe infamante dire che "il nuraghe l'ha fatto crollare il Comune di Oniferi" (cosa che - peraltro - mai nessuno ha sostenuto).

Ecco il video di Videolina

in cui il giornalista - Graziano Canu - appare pienamente confortato dalle espressioni "messa in sicurezza" e "attendiamo i finanziamenti" ... e non pone domande sull'apparente apatia immobile, né su possibili sprechi (tanto documentati quanto dannosissimi) da parte dell'Amministrazione. Non si pone il dubbio che l'anonimo Untore possa avere ragione. Non si producono prove contrarie alla sua tesi.

Commento.

Ora: è vero che 500 euro sono una cifra ridicolmente bassa, per 'mettere in sicurezza' un nuraghe pericolante, cosa che richiederebbe parecchie migliaia di euro (che, è vero, non ci sono).
Ma è anche vero - come si è detto all'inizio - che il Comune non ha fatto neppure quel poco che i 500 Euro permettevano, a favore del nuraghe Ola.
Ah, no! Una cosa l'ha fatta: ha atteso il finanziamento.

Ma si domanda:
-  Perché dare 500 Euro a Nurnet, se i soldi scarseggiano tanto? (Sarà vero che li ha dati?)

-  Che cosa ne ha fatto Nurnet? Che cosa ha 'valorizzato'? Che interventi ha messo in atto (a parte chiudere per protesta il proprio blog, invocando l'intervento di 'persone oneste')? 65 persone appartenenti a Nurnet dichiarano di avere prontamente sporto denuncia contro l'Untore, per diffamazione: ma non ci dicono altrettanto prontamente a quale buon fine essi destinano i soldi che ricevono...

- Perché il Comune di Oniferi sente il bisogno di cambiare le carte in tavola e A) riferire di accuse inesistenti e poi B) dare la colpa alla Soprintendenza (la prima salvaguardia delle emergenze archeologiche è responsabilità dei comuni)? Viene il dubbio che le accuse mosse dall'Untore non siano inventate.

- Perché anche i giornalisti di Videolina NON fanno parola dei 500 Euro che sono stati del tutto inutilmente sottratti alla cosa pubblica di un paesino già povero e letteralmente stornati altrove a privati? Perché non fanno parola del basso costo che un minimo di facile manutenzione di base avrebbe comportato? Si sono posti le canoniche domande di rito che ogni buon giornalista deve porsi prima di ogni intervista (chi? come? dove? quando? perché?)?

I risultati:

A Oniferi c'è adesso un nuraghe non più visitabile per un crollo che - con un minimo di attenzione responsabile nel corso del tempo poteva essere evitato.

C'è un contadino (o due) che non ha potuto rendersi utile alla società tagliando alcuni arbusti e nel contempo portando alla famiglia un po' di soldi.

C'è una comunità più povera (e - sembra - non informata) che resta inerte e non reagisce più ai soprusi né alle prese in giro.

C'è un gran daffare per nascondere l'immondizia puzzolente sotto un tappeto di colpevole trascuratezza.

C'è un rigoglioso cespuglio di piante dannose, ma innocenti di per sé, seminato da uccelli irrispettosi e inconsapevoli, sulla cima svettata di un povero resto archeologico di nuraghe in rovina...

giovedì 5 febbraio 2015

RUBENS D'ORIANO


       Solo con fatica (e solo grazie all'aiuto determinante di amici molto più abili di me al computer) riesco finalmente a postare un fondamentale articolo sulla Fantarcheologia in generale e sui Fantarcheosardisti in particolare.  
(Non sono riuscito a prendere le immagini, ma giuro che non sono strettamente necessarie alla comprensione del testo).

       Non si tratta di un articolo polemico: è anzi pacato e chiaro, completo e ben argomentato, come ogni intervento in questo campo dovrebbe essere.  
      Quello che chiedo è che tutti coloro che anche vagamente conoscono (o hanno a cuore) la presente situazione 'culturale' in Sardegna leggano attentamente questo splendido articolo, che aiuta a comprendere molte cose altrimenti confuse e concitate.


LE STATUE DI MONT’E PRAMA
E IL FANTARCHEOSARDISMO

articolo di

Rubens D'Oriano

RIASSUNTO
Da alcuni anni ha largo corso, sui media tradizionali e sul web, il trend della "fantarcheologia", che propone le più assurde interprerazioni di pseudo misteri del passato, basate in genere sull’esistenza  di avanzatissime civiltà perdute (Atlantide e simili).
In Sardegna la fantarcheologia ha trovato terreno fertile nell’ “archeosardismo”, quella visione distorta della storia che tende a individuare, in chiave di malinteso nazionalismo sardo, nella sola Civiltà Nuragica l’unico glorioso e degno passato dell'Isola e dei suoi attuali abitanti.
È così nato il “fantarcheo sadismo”: una assurda, e spesso ridicola , ipervalutazione della Civiltà Nuragica, a volte identificata persino con l’inesistente Atlantide di Platone, fantasiosamente e alrara come madre e dominatrice di rune le altre antiche civiltà euro-mediterranee.
Il conrributo sottolinea le distorsioni dei dati e del metodo, e spesso anche del semplice buonsenso, sulle quali si basano queste tesi, che stanno già coinvolgendo anche il grandioso fenomeno delle statue di Mont ‘e Prama.

ABSTRACT
In thc last few years, a trend we can call "fantastic archaeology" has filled the pagcs of traditional media and the web. This trend proposes the most absurd and incredible inrerpratation of the pseudo mysteries of the past based , by and large, on the existence of extremely advanced lost civilisations (Atlantis. etc.).
ln Sardinia, fantastic archaeology has found fertile ground in "archeosardism", a distorted vision of history which - based on a flawed Sardinian nationalist approach - tends to identify nuragic civilisation as the only glorious and worthy past of the island and its current inhabitants.
This givcs rise to "fantasric archaeosardism": an absurd and often ridiculous overestimation of rhe nuragic civilisation, at times identified even with Plato’s non-existent Atlantis, imaginatively glorificd as rhe mother and female ruler of all ancient Euro-Mediterranean civilisations.
This contribution focuses on rhe distorted method, inexact dates, and even on the absence of common sense behind these hypotheses which are already being applied to the spectacular statues of Mont'e Prama.


Tra tutte le discipline scientifìche, l’archeologia e la storia antica sono fra quelle che più devono far fronte al diffondersi - per colpa soprattutto del cinismo di media interessati più allo spettacolo che all’informazione, perché le favole hanno sempre venduto di più della realtà, dalla Bibbia e Harry Potter - di una miriade di sciocchezze sui più vari aspetti dell'antichità (da questioni minime alla riscrittura della storia tutta del genere umano). Sciocchezze propalate da sedicenti “studiosi”, esponenti di una sotto-cultura ormai dilagante (perché pagante per i media che ad essa fanno eco), la cui scarsità di conoscenza del mondo antico è pari solo all'assenza di metodo con la quale si approcciano al poco che sanno di esso. Non fa eccezione la Sardegna, afflitta ora principalmente dal dilagare di un filone di leggende che, nato dall'innestarsi della fantarcheologia sull’archeosardismo, potremmo definire, con un ulteriore neologismo, fantarcheosardismo . Il complesso scultoreo di Mont’e Prama sta già diventando un nuovo feticcio di questa pseudoscienza. Prima perciò di tentare di mettere le mani avanti per salvarlo da tale tristo destino, è necessario spendere qualche parola sulla pseudo-archeologia in salsa sardista e sul suo percorso di formazione.

ARCHEOSARDISMO

Da lungo tempo uno dei tratti peculiari del dibattito culturale, sociale e politico in Sardegna verte sulla rivendicazione, spinta a volte fino a proposte separatiste, della cosiddetta "identità culturale sarda" che sarebbe minacciata di sparizione dalla "colonizzazione" culturale ed economica proveniente dall'esterno dell'Isola. Non sarebbe, questa, materia da archeologi, se non fosse che ormai da troppo tempo l’archeologia e la storia antica della Sardegna vengono strumentalmente utilizzate nel dibattito (non è un caso che, ogni volta che la storia amica è diventata arma di propaganda politico-culturale, lo è stato a fini di devastanti ideologie: la romanità di cartapesta del Ventennio, la purezza ariana dei Germani di Goebbels, i Celti di plastica del separatismo razzista padano, ecc.). Fondamento di questa strumentalizzazione è un colossale fraintendimento culturale e metodologico sul quale ormai il silenzio è colpevole: presso larghi strati dell’opinione pubblica isolana è stata diffusa la visione della Sardegna nuragica "colonizzata" e sfruttata dai successivi apporti etnico-culturali avvicendatisi nell’Isola, contestualmente individuando nelle popolazioni nuragiche i soli ascendenti dei Sardi odierni e di conseguenza bollando chi in seguito giunse qui da altrove come i "nostri" nemici; insomma un "Noi Sardi di oggi ci riconosciamo nei gloriosi Nuragici e chi è venuto dopo è "nostro" invasore-colonizzatore-sfruttatore". Entrambi gli assunti sono destituiti di fondamento. Il primo errore è connesso al termine "colonizzazione", usato nell'accezione negativa giustamente acquisita nell'ambito del brutale fenomeno colonialista
occidentale dei secoli XVI-XX ai danni delle popolazioni extra europee. Ma nell'antichità mediterranea le dinamiche interculturali dello stanziamento in Occidente di gruppi di Fenici e Greci, o di Romani nella Pianura Padana ecc., videro casistiche molto alterne, sia nette che sfumate, di contrapposizione ma anche di collaborazione, di scontro ma anche di incontro, assolutamente non assimilabili al truce colonialismo moderno. Chiaro esempio tra tanti è l'incontro, appunto per lo più vicendevolmente proficuo, proprio dei Nuragici con i Fenici, come acclarato da numerosi scavi e
studi. Per citare solo pochi casi: i Nuragici che ospitarono nel villaggio di S. lmbenia-Alghero i Fenici per più di un secolo, organizzando insieme una produzione di vino che giunse fino allo stretto di Gibilterra; l'analoga presenza di Fenici nel complesso del nuraghe Sirai­Carbonia; i reperti nuragici delle città fenicie di Sulky, Bithia, Tharros che ci parlano di aristocratici indigeni lì
trasferitisi e persino di matrimoni misti; le ceramiche nuragiche in siti fenici di Spagna che  mostrano una partnership commerciale tra le due etnie fin sulle coste atlantiche. Fenici, e Greci, nel loro movimento coloniale in Occidente necessitavano, nella stragrande maggioranza dei casi, di ottimi rapporti con popolazioni indigene vitali e collaborative, per il prosperare degli scambi e per la crescita demografica degli insediamenti: altro che brutale colonizzazione!
Il secondo errore: identificare i Nuragici come i soli ascendenti dei Sardi odierni, disconoscendo gli apporti genetici e culturali successivi, è illogico prima ancora che antistorico. La critica a questa mitologia è piuttosto ovvia: i Sardi di oggi, come i Siciliani, i Cretesi, i Toscani, i Catalani, ccc. non possono che essere l’esito della stratificazione genetica e culturale di tutti i gruppi umani che si sono avvicendati nel territorio: per la Sardegna, Nuragici certo, e prima ancora Neolitici, Campaniformi, ecc., e poi Fenici, Greci, Cartaginesi, Romani, Bizantini, Arabi, Pisani, Aragonesi, ecc. Per limitarci a due soli esempi : nemmeno i "romani de Roma" chiamano più la casa domo, il giorno die, la porta janna (latino domus, dies, janua), ecc.; l'individuazione nel DNA delle genti di una piccola area dell’Ogliasrra di una percentuale di patrimonio genetico nuragico maggiore che nel resto della Sardegna, ove esso è assolutamente irrisorio e coerente con i parametri attesi in base ai successivi apporti umani, ha appunto dimostrato, da brava eccezione, la veridicità della situazione generale dell'Isola .
Solo per banali esigenze di economia comunicativa siamo soliti definire i popoli con certi nomi: Greci, Romani, ecc., ma questi vocaboli hanno un valore cangiante col contesto geografico e temporale e, in definitiva, spesso convenzionale. Definire un popolo nel focus del suo percorso storico e nel cuore del suo territorio è, forse, possibile, ma ai confini geografici e ai limiti della sua parabola temporale lo è molto meno. È forte l'impressione che il grande pubblico di fronte a espressioni quali, per esempio, "i Romani conquistarono la Sardegna" o "la Sardegna romana" abbia la percezione di un’invasione, di una dislocazione massiva di cittadini dell'Urbe nell'Isola a sostituzione, magari previo sterminio, delle genti locali. È evidente invece che si tratta in realtà della Sardegna, della Spagna, della Grecia ecc. e di tutto il mondo antico durante l'età romana, quando in ogni regione sopravvivevano tutte le componenti antropiche e culturali precedenti, sul cui substrato gli elementi della civiltà romana, anche umani, si innescarono dialetticamente in un graduale, ricco e complesso processo di sostanziale rispetto e integrazione di lunga durata e di esito molto variegato, fatti salvi episodi anche truci ma in genere non rilevanti in un processo diacronico plurisecolare. Anche le più radicate identità (ma esistono realmente o solo nella costruzione ideologica di gruppo, che ne necessita per autodefinirsi rispetto agli "altri"?) non sono eterne, ma fluiscono inevitabilmente e quotidianamente, anche se impercettibilmente, verso sempre nuove configurazioni. Non ci sono più i Micenei, gli Etruschi, ecc. in quanto tali; non estinti, ovviamente, ma diventati "Greci", "Romani " ecc., nell’incessante divenire genetico e culturale della specie. E
quindi in adeguato torno di tempo non ci saranno più i cosiddetti Italiani, Messicani, Tedeschi, ecc. - se pure esistono come tali e qualsiasi cosa indichino questi termini (siamo certi che chiedendo a noi Sardi di elencare le caratteristiche e di "sardità" si otterrebbero risultati condivisi?) - destinati tutti a trasformarsi in altre e per ora impredittibili identità. Che così sia è inevitabile e soprattutto sano per la nostra specie, che prospera solo se rimescola incessantemente le carte della genetica e
della cultura (alla luce del tragico ritorno addirittura di scontri di religione, o della nascita di nuove lingue nei suburbi delle metropoli statunitensi, è tutt’altro che imminente il paventato appiattimento della specie in un unico profilo culturale globale). E del resto, anche la nostra identità personale di singoli forse che non è un ininterrotto fluire, mutare, arricchirsi di esperienze, idee, comportamenti cangianti nel tempo? Il nostro "io" era i 18, 35, 57, 80 anni è sempre lo stesso?
Tornando a noi, l’errata auto-identificazione di un popolo contemporaneo in uno antico sorge dall’abbaglio d’identificare la terra con un popolo: una cosa è òa Sardegna, altra le popolazioni che l’hanno abitata in ricca sovrapposizione culturale. Una cosa è abitare la terra dei nuraghi, altra illogicità di sentirsi discendenti solamente, e quindi diretti, dei loro costruttori. Illogicità in seguito alla quale presso larga parte dell’opinione pubblica sarda la messa in valore di quanto all’isola è pervenuto d’oltremare nel corso della storia è vissuto con malcelata e più o meno cosciente insofferenza, come un vulnus inferto ad una mitizzata autoctonia (tornando sufficientemente indietro nel tempo, nulla è autoctono, forse nemmeno la vita sulla Terra) percepita a priori come preferibile ad ogni allo genia, conseguentemente vissuta come inquinante e quasi offensiva. Questo atteggiamento, diffondendosi anche presso il ceto politico locale, può condurre a scelte errate – viziate da parzialità e squilibrio in favore della sola civiltà nuragica – nel decidere degli investimenti sulla valorizzazione culturale, destinandola così ad uno sterile autoreferenziale provincialismo. Uno dei significati più pregnanti della vicenda della Sardegna antica (neolitica, nuragica, fenicia, punica, ecc.) è invece proprio l’essere una tappa particolarmente ricca e complessa del fluire storico – e perciò palestra ottimale per lo studio dell’incontro interculturale – dei vari popoli dell’Isola, del Mediterraneo, dell’Umanità.

FANTARCHEOLOGIA

In questo sciagurato inizio di terzo millennio new age, in questo nuovo medioevo (i medievisti  mi scusino e capiranno il senso) digitale, di ritorno di teocrazie e irrazionali narcisismi ossequiati dai media, è ben noto dal proliferare dei volumi, riviste e trasmissioni televisive ad essa dedicate, che una delle più perverse derive mediatiche degli ultimi decenni è la diffusione di convinzioni pseudoscientifiche nei dominii dell’archeologia e della storia antica, formulate combinando in modo del tutto fantasioso e privo di metodo dati ed informazioni, quando reali quando inattendibili.
Per limitarci alla situazione italiana e alla sola programmazione televisiva degli ultimissimi anni, è possibile dilettarsi con ben tre trasmissioni di prima serata che spaziano in tutto il bestiario del settore (una delle quali, Voyager, già incredibilmente patrocinata dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali) dalle pietre di Ica del Perù, che retrodaterebbero il genere umano al Giurassico dei dinosauri, allo ‘spazioporto’ di Nazca, alle più disperate ubicazioni dell’isola di Atlantide (che, ahiloro, perfidamente si ostina a non farsi trovare), agli altrettanto inesistenti misteri dei Templari, all’inseminazione della civiltà umana da parte – manco a dirlo – di visitatori extraterresti etc...
Non è questa la sede per un trattato sulla materia, anche se in alcuni casi bastano pochissimi dati per fare crollare interi castelli di sabbia, dati ben noti da tempo ma che, per ignoranza o malafede, non sono posti sotto i riflettori (lo spettacolo, e quindi l’audience e quindi gli affari, prima di tutto). Un paio di esempi. Dalle celebri “pile” di Baghdad, che dimostrerebbero la conoscenza dell’elettricità fin da tempi remoti (retaggio, ovviamente, della suprema scienza di Atlantide o extraterrestre), non viene mai precisato che in realtà non provengono da uno scavo archeologico.  Dell’infinita telenovela dei misteri di Rennes-le-chateau e annessi (il Graal che sarebbe la stirpe di Cristo, perpetuatasi nei re Merovingi e successori sui quali vegliava il Priorato di Sion… ecc) accuratamente si evita di porre nella giusta evidenza che buona parte dei documenti sui quali tutto quel circo si regge, i Dossier Secrets della Biblioteque National de France, sono dei falsi degli anni ’60, come pubblicamente ammesso da uno dei falsari.  Della bufala della profezia Maya sulla fine del Mondo al 21.12.2012 sono testimoni i lettori stessi di queste pagine, sopravvissuti ad essa come il resto del Pianeta; la vera fine del Mondo è il fatto che una cos’ tanto colossale stupidaggine abbia così tanto imperversato  sui media ed abbia trovato così tanti creduloni, e che tutti coloro che l’hanno cavalcata, cinicamente o in sprovveduta buona fede, non abbiano trovato un briciolo di onestà intellettuale per recitare un dignitoso mea culpa.
Et de hoc satis.
Più utile è soffermarci, pur sempre brevemente, sui presunti fondamenti metodologici di questo stucchevole stupidario pseudo-cultural-mediatico.
L’archeolgia e la storia sono discipline rigorose, come la matematica o la biologia, che seguono i criteri della ricerca scientifica comuni a tutte le altre, e perciò si dovrebbe dar credito solamente agli specialisti del settore.
E, senza scomodare le scienze ‘alte’, per un problema d’accensione dell’auto si va dal commercialista? Per una perdita d’acqua in cucina si chiama il dentista? Perché mai allora dare credito, in materia di storia ed archeologia, a chi storico o archeologo non è?
            I dilettanti lamentano che questo è il tipico comportamento dell’Accademia, cioè del circuito degli addetti ai lavori, che rifiutano a priori le idee “geniali”  o “rivoluzionarie” di chi non proviene dal loro mondo per invidia, per presunzione, per resistenza a modificare idee consolidate (i quali dilettanti, c’è da girarci, ben si guardeebbero dal convocare un avvocato per aggiustare una serranda). A conforto si cita, spesso a sproposito, la teoria delle rivoluzioni scientifiche di Kuhn, secondo la quale (volgarizzando) il cammino della scienza è punteggiato dal comparire di idee rivoluzionarie che impongono radicali mutamenti del precedente paradigma, cioè della “visione del mondo” fino allora consolidata, le quali idee tnato più sono rivoluzionarie tanto più sono rigettate, fino ad essere poi accettate e divenire esse stesse i nuovi paradigmi, destinati ad essere a loro volta terremotati da future rivoluzioni.
            Tutto bene, se non fosse che i rivoluzionari ed i geni non sono mai stati dei dilettanti, bensì studiosi dell’Accademia, alcuni magari eretici o borderline ma di formazione tradizionale all’interno di essa, nutriti di solide conoscenze e solido metodo: tali erano Euclide, Pitagora, Archimede, Aristarco, Eratostene, Galileo, Leibnitz, Darwin, Gauss, Newton, Spallanzani, Harvey, Einstein, Tesla, Mendeleev, Bohr, Gödel, Turing, Fermi, Marconi, Crick, Jenner, Heisenberg, Fleming, Schrödinger, Monod, Pasteur ecc.
            In campo archeologico spesso e solamente, perché è l’unico caso, Schliemann, il quale, da autodidatta della Grecia antica, si intestardì a cercare sulla scorta del testo omerico la Troia dell’Iliade, contro il parere dei contemporanei accreditati studiosi dell’antichità classica.
            Ebbene, l’esempio non regge. Anzitutto, i suoi fieri oppositori erano i filologi e non gli archeologi, che guardavano invece alle sue idee con atteggiamento possibilista. Inoltre, all’epoca (metà ‘800) l’archeologia balbettava i suoi primi vagiti priva di metodo scientifico e quindi possiamo considerare Schliemann sullo stesso piano degli archeologi suoi contemporanei.
            Due parole infine sull’etica pubblica della divulgazione scientifica.
            Sia ben chiaro che non si invoca qui alcuna forma di censura: qualsiasi cittadino di un libero Stato può dire e scrivere ciò che vuole, finché non viola le leggi ed è finanziato da privati. Indubbiamente anche qualsiasi editore privato dovrebbe avere il dovere deontologico di verificare la competenza nella materia degli autori che pubblica, ma nel meraviglioso mondo del dio Denaro la serietà professionale è sempre una pia illusione. Inaccettabile è però quando le panzane vengono divulgate grazie al denaro pubblico e/o col patrocinio di Enti Pubblici di qualsiasi genere, dal servizio radiotelevisivo agli Enti Locali ecc… E’ chiaro che non si può pretendere che i politici e pubblici funzionari sappiano valutare l’attendibilità di chi parla di materie specialistiche, ma è sufficiente la semplice domanda: “ Ma lei che mestiere fa? Per fare cosa le danno lo stipendio? Qual’ìè il suo curriculum di studioso? E tutto si chiarirebbe, scoprendone delle belle. In alternativa, ci si potrebbe avvalere del consiglio di specialisti operanti nelle Istituzioni preposte alla ricerca scientifica. Un controllo preventivo sulla competenza di chi propone contributi scientifici in occasioni culturali di tipo pubblico non può essere considerato censorio: che dire se con denaro pubblico o con il patrocinio di Enti Pubblici si parlasse di astronomia da parte di avvocati o di urbanistica da parte di cardiologi, o si promuovessero miracolose pozioni alla Vanna Marchi? Perché allora ciò è accettabile quando accade per l’archeologia e la storia? Essere complici del dilagare di leggende sulla storia umana non è meno grave dell’esserlo della diffusione di terapie mediche inefficaci o dannose: un’opinione pubblica avvezza al leggendario sarà più facile preda di pifferai magici della politica, i quali spesso – non per caso – hanno fatto leva su un passato ad arte scempiato ai loro fini ideologici (fascismo, nazismo, leghismo).

FANTARCHEOSARDISMO

            Come abbiamo visto, l’archeosardismo si “limita” ad un grave fraintendimento interpretativo di dati reali. Da tempi relativamente recenti assistito ora alle glorie del fantarcheosardismo che, innestando il motore turbo delle tecniche a-scientifiche della fantarcheologia sull’archeosardismo, propone una parossistica esaltazione della civiltà nuragica mater et magistra delle altre culture mediterranee, con l’intento di innalzarla nell’Empireo del supremo primato (“Noi” Nuragici über alles!) ma finendo in realtà per scaraventarla nel ridicolo.
            L’assunto ideologico che accomuna, al di là di differenziazioni egraduazioni, quassi tutti gli esponenti del fantarcheolsardismo è tanto semplice quanto risibile: la civiltà nuragica deve assurgere, in una mitizzata autosufficienza e autoreferenzialità da turris eburnea, a tali vette di progresso e potere da essere non solo del tutto indipendente da apporti esterni ma egemone, conquistatrice e faro dell’intera antichità contemporanea in ambito mediterraneo, quando non addirittura europeo. L’impressione è che soggiacciano a questa posizione, più o meno consciamente, emotività ipersardiste e di rivalsa indipendentista, venate ora di accenti leghistoidi. Così emancipati dalle pastoie della storia e archeologia proposta dalle bieche Università e Sopraintendenze per i Beni Archeologici, tacciate di “scienza di regime” i Nuragici possono finalmente assurgere ad essere, grazie ai paladini di questa pseudo-storia, i dominatori del Mediterraneo, i conquistatori della civiltà micenea, i veri Fenici, i colonizzatori d’Europa, i maestri degli Egizi … e più glorificato come “bravo sardo” chi la spara più grossa. Per dimostrare l’assunto vengono proposte le più assurde letture di dati noti, o si vedono dati dove non ce ne sono, e quando neanche questo è sufficiente non resta che scagliarsi contro il “complotto” delle malvagie Università e Sopraintendenze dell’Isola, che occulterebbero immaginari rivoluzionari reperti al fine di tenere i Sardi all’oscuro del, al solito, “loro” glorioso passato (come se in quelle istituzioni non lavorassero nella quasi totalità studiosi sardi) e/o per non ammettere che dilettanti ed autodidatti in pochi anni di “ricerche” hanno visto molto più lontano di quanti all’archeologia e alla storia hanno dedicato un’intera vita. La prova? Semplice: i reperti immaginati non saltano fuori, dimostrazione inconfutabile che vengono occultati  (tipico argomento ben ridicolizzato, nella sua inattaccabilità da illogico circolo vizioso, da Umberto Eco in “Il pendolo di Foucault”, insegnamento paradigmatico per chiunque s’imbatta nella fantarcheologia e nella fantastoria).  Al lettore che potrebbe sorridere di ciò, va segnalato che questo clima ha già dato luogo ad episodi tutt’altro che divertenti, quali interrogazioni parlamentari o la minaccia di lesioni fisiche subita da chi scrive durante un pubblico dibattito tra fantarcheosardisti.
            Due sono le tipologie dei fantarcheosardisti.
            Sul primo gruppo non è il casi di soffermarsi, perché tale è l’enormità di ciò che propongono (e non raramente degli errori di sintassi, grammatica ed ortografia dei loro scritti) che sono sufficienti pochi esempi. Che dire infatti  dello schema planimetrico delle tombe dei giganti che replicherebbero l’apparato riproduttivo femminile interno? (inutile chiedersi come i Nuragici lo conoscessero: saranno le diaboliche Soprintendenze che occultano bisturi e radiografie dell’ Età del Bronzo rinvenuti negli scavi). Che dire degli Shardana (ovviamente identificati senza troppe discussioni e senza dubbio alcuno nei Nuragici, con tanti saluti ad un dibattito quasi bisecolare tutt’altro che concluso) che colonizzarono l’intera Europa? La prova? Semplice: siccome Shar-Dan starebbe per “tribù di Dan” (chissà in quale film), basta cercare in Europa tutti i luoghi nel cui nome c’è la sequenza  ‘dan’ – ma va bene anche din, don, den, con tanti saluti alla glottologia (è roba da mangiare?) e un benvenuto allo scampanìo della vicina chiesa – e facilmente si scopre che furono i uargici a dare il nome a Londonderry, alla Scandinavia, alla Danimarca, al fiume Don, ecc. Che dire della spudoratezza di chi confeziona iscrizioni “etrusche” copiando porzioni di celeberrime epigrafi come quella del fegato di Piacenza di II-I sec. a.C. e di un alfabetario più antico di cinque secoli assemblandole tra loro (e del Sindaco del paese che, pur in buona fede, minaccia querele a chi avanza dubbi di falsità)? Che dire del pensiero che i Fenici non sono mai esistiti, con tanti saluti a fonti letterarie come Erodoto, Tucidide, (chi sono mai costoro?) ecc. a intere città, a centinaia d’iscrizioni, ecc., se interrogarsi, in tali casi, sull’uso del termine pensiero?
            Poiché questo è il livello del primo gruppo dei fantarcheosardisti, meglio seguire il consiglio di Virgilio a Dante: “Non ti curar di lor ma guarda e passa”
            Il secondo gruppo necessita di qualche parola in più, perché i suoi componenti riescono ad ammantare le loro posizioni con argomentazioni che a un non specialista possono apparire fondate. Per motivi di spazio ci possiamo occupare, e brevemente, solo di un paio di esempi, e perciò li selezioniamo tra i più in voga.
            Vanno per la maggiore di recente le presunte “iscrizioni nuragiche”. Origine e cavallo di battaglia è la “tavola” di Tzricotu (altre del tutto simili sono calchi in gesso di ignoti originali, se pure esistenti, e pertanto non considerabili sul piano scientifico). Per appurare che i segni su di essa sono solo  i componenti di banali decorazioni geometriche e/o fototomorfe in schema simmetrico è sufficiente vederne un’immagine. La “tavola” infatti è in realtà un oggetto altomedievale dell’ambito produttivo dei notissimi ornamenti di cintura, come chiunque può appurare  confrontandola con con uno di quelli arcinoti della coeva necropoli longobarda di Castel Trosino, del tutto affine per forma e decorazione (http://gianfrancopintore.blogspot.com/2010_01_01_archive.html). O i  Nuragici furono antenati anche dei Longobardi e dei Bizantini? Altri esempi di “iscrizioni nuragiche” non sono più felici.
            La civiltà nuragica non scriveva; poco contano pochi, isolati, e a volte dubbi, segni derivati dall’alfabeto fenicio, o greco, o alfabeti orientali di vario genere, rilevati su una manciata di manufatti nuragici dell’Età del Ferro, perché in quanto da essi mutuati ci parlerebbero solo di casi di imprestiti allogeni molto episodici e circoscritti. I gruppi umani nuragici non scrivevano perché il declino della loro civiltà iniziò proprio quando erano giunti sulla soglia di quella dimensione territoriale e complessità socio-economica che presiedettero – nelle società letterate – all’invenzione/adozione della scrittura per far fronte a sempre più complesse esigenze amministrative altrimenti ingestibili. Questo in nulla sminuisce la grandezza della civiltà nuragica (quella vera, non quella mitizzata), ma la caparbietà e l’atteggiamento aprioristico con il quale si deve a tutti i costi dimostrare l’alfabetizzazione diffusa pare scaturire da un inconscio senso d’inferiorità rispetto alla culture che scrivevano, basato ancora sull’emotività archeosardista, secondo la quale è inaccettabile che i “nostri” antenati non scrivessero ed altre civiltà sì.
            Il secondo esempio è quello dell’identificazione della Sardegna nuragica con Atlantide, derivante dall’idea secondo la quale per i Greci il confine del mondo conosciuto, quelle “Colonne d’Ercole” oltre le quali il racconto di Platone pone la mitica isola, fosse fino ad una certa epoca tra Sicilia e Tunisia. Ci interessa qui la proposta dell’equazione Atlantide=Sardegna nuragica seppellita in parte dal fango di un enorme tsunami, proposta seppellita, questa sì, dallo sfavore della quasi totalità dei 238 archeologi, storici e geologi che si sono espressi su di essa. (http://www.celticworld.it/phorum/read.php?13,87429,88814). Persino nel sito web allestito dal propugnatore di questa tesi è facile vedere come anche la quasi totalità dei - pochissimi - antichisti che egli inserisce nella “Giuria degli Esperti”, quali suoi blasonati supporters circa la questione Colonne d’Ercole, alla questione Sardegna-Atlantide-tsunami o oppone un assordante silenzio o si limita a riferire le idee dell’Autore senza prendere posizione, che è lo stesso (http://colonne.idra.info/lnx/cde_rubrique.php3?id_ rubrique=14).  Ma poiché nella scienza non è valido il principio di auctoritas, elenchiamo solamente alcune delle critiche possibili, sia di nuova formulazione sia già avanzate da tempo e che ancora attendono risposta nel merito (invece dei soliti insulti funzionali solo a non rispondere; il critico può rivelarsi essere il Mostro di Firenze, ma se avanza un’obiezione nel merito, nel merito la risposta deve essere).
             Abbiamo un idea di quale sconquasso nell’intero Mediterraneo (se non nell’intero emisfero boreale), ove invece non ce n’è traccia, avrebbe dovuto causare un evento capace di ricoprire di ‘fango’ il complesso nuragico di Barumini, posto a 60 km dal mare e a 241 metri di altezza sul suo livello? Dove sono le migliaia di scheletri che dovremmo trovare nei siti seppelliti da fango tsunamico? Questo fango (in realtà terriccio, che ricopre i monumenti nuragici come tutti gli altri del mondo per un fenomeno antropico/ambientale ben noto; è fango solo per un geologo, contro il parere compatto di tutti gli archeologi e geologi che si sono espressi), questo fango com’è che ricopre anche per esempio a Barumini, i livelli di frequentazione romanica e punica dei siti? Parte dell’Hinterland di Cagliari viene identificato con la pianura retrostante alla capitale di Atlantide: come mai allora per circa metà comprende le colline della Marmilla a quote s.l.m. tra i 100 e 200 m, non di fango, ma di solida roccia? La posizione di vera pianura, del Campidano, di quella piana atlantidea pre-tsunami, viene interpretata dallo stesso autore, in altro passo della stessa opera, come il riempimento di una precedente fossa causato dall’apporto del fango tsunamico: la contraddizione è palese. Sulla base di quale metodo scientifico le misure date dal testo di Platone per la città sono accettabili ed invece quelle  della piana vengono divise per 10 (sarà mica perché sennò i conti non tornano con l’hinterland di Cagliari)? E perché per 10 e non per, poniamo, per 5 o per 20 (sarò mica perché sennò i conti non tornano con l’hinterland di Cagliari)? Sulla base di quali evidenze l’indicazione dei 9.000 anni prima, ai quali risalirebbe la vicenda di Atlantide secondo i sacerdoti egizi del racconto, viene convertita in mesi, contro l’universale uso egizio di datare in anni, risalendo così al 1175 a.C. (sarà mica perché sennò i conti non tornano con la civiltà nuragica)? I sacerdoti egizi affermano di riferire fatti già nella notte dei tempi per loro, prima del diluvio, perciò distintissimi dal 1175, epoca della quale conoscevano beissimo le vicende immortalate nei testi e nelle iscrizioni geroglifiche a tutti loro visibili. Come non notare l’improbabilità della circostanza che la cifra di questi mesi sia tonda al momento in cui i sacerdoti parlano (sarebbe bastato un mese prima o dopo per non essere tonda); come non sospettare quindi che si tratta di una cifra basata sul ben noto potere simbolico del numero 3 e del suo cubo? Come mai un’imponente massa di dati mostra la civiltà nuargica nel pieno fulgore ben dopo il 1175 anche nelle regioni che sarebbero state investite dalla catastrofe? Platone scrive che nell’isola scorrazzavano gli elefanti: ci viene suggerito che il testo del passo sia corrotto e il filosofo parlasse in realtà di cervi (i due nomi sono simili in greco antico): peccato che tutti i codici di del testo di Platone a noi giunti riportino elefanti e mai cervi, e non potrebbe essere altrimenti, dal momento che Platone stesso precisa di parlare degli animali più grandi che camminano sulla terra, che fino a prova contraria non sono cervi Siccome elefanti nella Sardegna nuragica non ce n’erano, devono diventare cervi per fare tornare ancora una volta i conti? Come mai Aristotele, che forse del pensiero di Platone qualcosina doveva pur sapere essendone il successore, disse che Atlantide era scomparsa con colui che l’aveva sognata, cioè con il suo maestro? Moltissime altre obiezioni sono possibili, ma sono sufficienti queste per popperianamente falsificare l’assunto.
            Il favore che in sardegna questa bella favola ha riscosso si deve, oltre al fascino invincibile appunto delle favole, al fatto di avere vellicato la vanità di un pubblico già (dis)educato dall’archeosardismo ad immedesimarsi nei Nuragici. Nel fil “L’avvocato del diavolo” la battuta finale è di Satana-Al Pacino: “La vanità, il peccato che preferisco” (perché è la più potente tentazione). Ma anche ragionando in termini di vanità: ben 55 posti nel mondo si contendono il ruolo di pretendenti al trono di Atlantide. Banalizzare la Sardegn al 56° tra essi appaga la vanità degli abitanti dell’unica isola degli unici nuraghi? Tutto ciò è già molto negativo dal punto di vista culturale, ma diventa preoccupante quando si traduce nella proposta legislativa di livello regionale (http://www.manifestosardo.org/wp-content/uploads/2010/09/URN-Sardinnya-Sa-Natzione-NURAT-1.pdf) di costituire addirittura un Istituto di “studio, ricerca e valorizzazione dei rapporti tra Sardgna nuragica e l’Isola di Atlante (art, 4 comma 10)”. Fortunatamente, la proposta è ormai tramontata, ma non saranno inutili alcune considerazioni in vista di futuri casi dell’uso del fantarchosardismo per fini analoghi. Orientare ope legis la ricerca verso una precisa linea preconfezionata, per di più molto contestata, è principio del tutto contrario alle norme del metodo scientifico; è sempre molto pericoloso lo sconfinare della politica e delle leggi nel campo della ricerca scientifica, per definizione libera. Ciò che più preoccupa è che la divulgazione urbi et orbi di tale ipotesi viene ritenuta fondamentale strumento di propaganda e marketing per l’offerta turistica dell’isola, dal paesaggio all’agroalimentare ecc., a prescindere dalla sua fondatezza. Per citare solo pochi passi: “non c’è dubbio che il solo ingresso dellaSardegna tra le ‘pretendenti al trono di Atlantide’ sarebbe probabilmente in grado di attivare un processo mediatico straordinario” (preambolo); “Sfruttando sino in fondo tutte le affabulazioni legate al fascino misterioso e straordinario dei miti e delle leggende della civiltà nuragica” (preambolo); “L’affascinante civiltà nuragica, sopra la quale può essere costruita una narrazione mitologica che – tra lo storico e il fantastico – può arrivare sino all’Isola di Atlante” (preambolo); “attività di promozione, di pubblicizzazione e di marketing, finalizzte alla diffusione delle suggestioni legate alla protostoria sarda e ai suoi legami con l’Isola di Atlante” (art. 4 comma 11). Sacrificare la scienza e la storia sull’altare della suggestione, del fantastico, del leggendario, al moloch del marketing è un buon servizio alla Sardegna?
            Ma anche ponendoci in ottica di marketing, banalizzare l’unica isola degli unici nuraghi nel novero degli altri 55 siti “pretendenti al trono di Atlantide” è un buon servizio alla singolarità incontrastata della Sardegna protostorica?
            L’ammontare previsto per l’operazione è di 10 milioni €, grosso modo il costo dell’indispensabile Museo delle statue nuragiche di Mont’e Prama, ad oggi ancora in mente dei. Cioè del Museo di reperti che, in termini anche di marketing dell’Isola all’esterno, potrebbero svolgere un ruolo altrettanto egregio, data l’enorme rilevanza mediterranea, l’unicità e le conseguenti potenzialità mediatiche – sul piano di una corretta e alta divulgazione culturale – del complesso statuario.
            E già serpeggiano proposte di corsi ed istituti sulle iscrizioni nuragiche…

GIÙ LE MANI DA MONT’E PRAMA!
            Prima ancora della presentazione al pubblico della totalità del complesso scultoreo di Mont’e Prama, quale esplode ai nostri occhi nel mirifico effetto derivante dal superbo lavoro di ricomposizione, per la cui occasione è edito questo volume, si è diffusa la leggenda del solito occultamento di questi reperti da parte delle perfide Soprintendenze. Ampie notizie sono invece state edite, sia in sede scientifica che divulgativa, già poco dopo il rinvenimento negli anni ’70, come mostra la bibliografia citata in questo volume; alcuni dei frammenti più significativi facevano bella mostra di sé nel Museo Archeologico Nazionale di Cagliari da quasi altrettanto tempo e fino all’inizio del lavoro di restauro pochi anni orsono, e da allora sono stati costantemente valorizzati in ogni opera divulgativa sulla civiltà nuragica. Il lavoro di ricomposizione, come questa sua conseguente esposizione al pubblico, è stato promosso dalle perfide Soprintendenze non appena c’è stata l’occasione di disporre di due imprescindibili elementi per realizzarlo: i fondi ed i laboratori adeguati. Perciò, di quale occultamento si parla? Sarebbe più onesto che i dottissimi dilettanti che lanciano questa accusa. E i media che la cavalcano, confessino che mai ne hanno saputo l’esistenza o compreso l’importanza.
            E arriviamo finalmente all’intento primario di questo contributo.
            Sul complesso scultoreo molto gli studiosi, quelli veri, dibattono, perché molto ancora c’è da chiarire, come ben si apprende dai volumi nelle quali queste pagine sono edite e da altre recenti opere sull’argomento.            
            Sappiamo con certezza, in estrema sintesi, che si tratta del prodotto di un’èlite nuragica che si autorappresentava in modo così monumentale  in segno di sfoggio di potere nei confronti della gente sulla quale lo esercitava e su chiunque osservasse le sculture.
            Discutiamo però ancora la cronologia esatta tra Bronzo Finale e Orientalizzante, la presenza o meno di influenze orientali, la realzione con le tombe presenti nel sito o con un eventuale lontano santuario ad oggi ignoto e quindi la funzione funeraria o votiva, la relazione stilistico-iconografica con i bronzetti, la concezione unitaria in funzione della “narrazione” di un messaggio globale o la realizzazione paratattica per singole sculture distribuite nel tempo, e altro ancora. Sappiamo però con certezza che la Sardegna nuragica non ha insegnato la grande statuaria al resto del mondo antico (in Egitto e nel Vicino Oriente essa è ben più antica), che le statue non rappresentano gli inesistenti atlantidei, né gli altrettanto inesistenti giganti di Paùli Arbaréi, né gli extraterrestri del pianeta Nibiru che malignamente si è ostinato a non comparire nei nostri cieli nonostante sia trascorso il paventato 21.12.2012, non hanno magiche virtù terapeutiche né esse né il sito di rinvenimento, non recano occulte iscrizioni, nessuno mai le ha tenute nascoste, non sono state realizzate con ultrasuoni o altri strumenti di chissà quale perduta tecnologia aliena o atlantoidea, non sono vecchie di milioni di anni, non sono opera del conte di Saint Germani l’Immortale, le armi che impugnano non sono spade laser jedi, nessuna maledizione ha colpito chi le ha rinvenute (anzi, una sì: quella di avere a che fare con i fantarcheosardisti) … e via sparandole grosse. Esse si pongono in posizione di primato, sul piano della grande scultura, nel Mediterraneo Occidentale e sono, per questo e anche per altri motivi, un’ulteriore testimonianza della vera grandezza (non di quella ridicolizzata dal fantarcheosardismo) dell’antico popolo (non dei Sardi di ora) che ha fatto della Sardegna l’unica isola degli unici nuraghi (non una qualsiasi delle mille banali fantomatiche Atlantidi).
            Ogni opinione sui ponti ancora discussi va argomentata sui dati reali e metodologicamente fondata, e ciò è “purtroppo” appannaggio dei soli archeologi, quelli veri. Media ed opinione pubblica sono pregati di accertarsi della competenza di chi parla, o straparla, di questi reperti (come di tutti gli altri). Archeosardisti, fantarcheologi e fantarcheosardisti, almeno su queste statue – finché siamo in tempo – siete pregati di non affliggere l’ignaro pubblico con le vostre fanfaluche. Per una volta abbiate pietà della sardegna, dei Nuragici, dei Sardi, della scienza, della decenza, della logica, del banale buon senso e, se non altro, della vostra stessa dignità.
            Per tutto questo, e per favore, giù le mani da Mont’e Prama!


BIBLIOGRAFIA

Sulla fantarcheologia in generale, tra le molte opere disponibili, si possono consultare a titolo di esempio: K.L.FEDER, Frodi, miti e misteri. Scienza e pseudoscienza in Archeologia, Roma, 2004: M. POLIDORO,  Gli enigmi della storia, Milano,2005; M. POLIDORO, Grandi misteri della storia, Milano, 2005; M. POLIDORO, Enigmi e misteri della storia. La verità svelata, Milano, 2013.
Utilissime anche le sezioni “fanta- archeologia” e “storia” dell’Enciclopedia del sito Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale (CICAP): www.cicap.org
            Sull’archeosardismo e sul fantarcheosardismo una summa aggiornata e approfondita è F. FRONGIA, le torri di Atlantide.Identità e suggestioni preistoriche in Sardegna, Nuoro 2012, un volume non ancora edito alla data di stesura di questo contributo (2010) e nelle cui posizioni l’autore di queste pagine si è incondizionatamente riconosciuto.
            Su un’assurdità tra le più in voga del fantarcheosardismo, quella delle “iscrizioni nuragiche”, v. ora anche R. ZUCCA, Storiografia del problema della ‘scrittura nuaragica’, Bollettino di Studi Sardi, anno V,n.5, dic 2012, pp,5-78.
Argomenti vari di fantarcheologia e fantarcheosardismo sono trattati nel sito http://pasuco.blogspot.it
            Sui processi mentali più reconditi e tortuosi delle follie pseudo-logiche che sono alla base delle fantasiose ricostruzioni del passato resta insuperabile la lezione di U. ECO, Il pendolo di Foucault, Milano 1988.
            Sul metodo scientifico, tra le infinite possibilità segnaliamo solo un nome, per la sua ampia ed accessibile produzione divulgativa in piena lingua italiana piana e di agevole approccio: Piergiorgio Odifreddi (http://www.piergiorrioodifreddi.it/).