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mercoledì 12 marzo 2014

LA SARDEGNA DEI 10.000 NURAGHI










PRIMA CHE FINISCA (durerà fino al 16 di Marzo) - MI SONO DETTO - VOGLIO ANDARE A VEDERE LA MOSTRA SULLA SARDEGNA, A VILLA GIULIA: E' UN MUSEO ETRUSCO D'ECCELLENZA, CREDO CHE ANCHE LA MOSTRA SULLA SARDEGNA SARA' ALMENO BUONA.

La copertina - almeno credo: non ho potuto averlo, perché terminato - del catalogo della Mostra

CURATORI FRANCO CAMPUS E FLAVIA TRUCCO.

LA MOSTRA E' SUDDIVISA IN QUATTRO SEZIONI:


- 1) La prima, Immagini di un popolo, svolge il compito di introdurre il visitatore al mondo nuragico grazie al documentario realizzato da Roberto Cretton (Kaleidos) con testi di Franco Campus e Pina Maria Derudas nel 2009 per il comune di Torralba, che prende spunto dall'illustrazione del nuraghe di Santu Antine per narrare di quel passato. Le architetture, la vita quotidiana e la sfera del sacro vengono proposti con l'ausilio di suggestive scene di fiction e ricostruzioni virtuali, accompagnate da musiche anche originali, attraverso una chiave di lettura che mette l'accento soprattutto sugli aspetti sociali e sul ruolo che occupa l'Isola, protagonista di primo piano sulla scena Mediterranea fra l'età del Bronzo e l'età del Ferro.

- 2) La seconda sezione, I Luoghi e i simboli, offre uno spaccato dei luoghi della poliedrica civiltà nuragica: le immagini ricollocano nel loro originario contesto archeologico e paesaggistico i modelli di nuraghe, tracciando un percorso geografico che dal nord al sud dell'isola interessa le numerose località che hanno restituito il simbolo di questa civiltà.

- 3) La terza sezione, Identità e Orizzonti, sottolinea il ruolo del monumento quale bene riconosciuto sia oggi che nel passato. L'apparato didattico punta l'attenzione sui principali aspetti della civiltà nuragica nel secondo millennio a.C., quali la tipologia del monumento più diffuso e le tecniche costruttive, le caratteristiche dei villaggi, l'architettura sacra e funeraria, i traffici e gli scambi con le altre popolazioni che si affacciano sul Mediterraneo del II millennio a.C.
L'allestimento ricrea, grazie alle riproduzioni artistiche di Carmine Piras, alcuni degli scenari in cui si collocavano i grandi modelli-simulacro in pietra quali l'altare del nuraghe Su Mulinu di Villanovafranca e quello della Capanna delle Riunioni del nuraghe Palmavera-Alghero.
Due figure di guerrieri, un arciere e un "pugilatore", che riproducono le grandi statue in pietra provenienti dallo straordinario complesso cultuale e funerario di Mont'e Prama, introducono alla sala.



- 4) La quarta ed ultima sezione, Simboli e segni della memoria, presenta una selezione delle riproduzioni di nuraghe organizzate in base alla funzione che esse ebbero nel contesto di origine. Ecco dunque i nuraghi rappresentati con forme stilizzate e allusive sui piccoli bottoni, quelli sulle navicelle e sui vasi in ceramica, ed infine quelli in pietra, calcare e basalto, che trovavano posto nei complessi cultuali. Ed infine i piccoli nuraghi in bronzo, doni cerimoniali, che erano funzionali ad instaurare un'alleanza fra uomini e dei e le figure del mito.




- Le opere esposte, 40 oggetti in bronzo o pietra provenienti dai più importanti musei nazionali e civici della Sardegna, sono testimoni di un racconto mitico e della memoria culturale del popolo nuragico.
Ad esse si è scelto di affiancare alcuni tra i più importanti bronzetti sardi rinvenuti in Etruria meridionale: la navicella dal santuario di Hera a Gravisca (Tarquinia), quella rinvenuta nel sequestro Medici e ancora oggetto di indagine, i tre bronzi figurati dalla tomba femminile bisoma della necropoli di Cavalupo, che in letteratura porta il nome di "tomba del bronzetti sardi" e il cui ricchissimo corredo, eccezionale per il periodo (seconda metà del IX secolo a.C.), è esposto nella prima sala del Museo, dedicata a Vulci (in realtà è - al momento - esposta al Museo Archeologico di Cagliari).
La mostra di Villa Giulia è corredata da una guida breve (ARA edizioni), che rispetto alla versione realizzata per il Museo Sanna di Sassari viene completata da alcuni capitoli che presentano brevemente la civiltà nuragica e i bronzetti che dalla Sardegna raggiungono il mondo villanoviano per poi essere deposti in tombe e ripostigli.


Il mio giudizio su questa mia escursione:

- La foto che mostro all'inizio è quella dell'Internet e non corrisponde più alla realtà: il posto è orribilmente ingombro di auto (dei dipendenti) e non è accessibile alle auto del pubblico grazie ad una barra a livello in stile filmico tradizionale nazista. Per trovare un posto auto ho dovuto farne lunga e penosa ricerca (non c'è un posteggio, pur essendocene lo spazio) e farmi una bella e lunga passeggiata lungo il Viale delle Belle Arti (per fortuna la giornata è buona). 
Voto: 4


- Entro e faccio per pagare in un banco d'angolo che mi sembra la biglietteria, ma il gentile signore che vi risiede mi invia invece verso quello che sembra (ed infatti è) il negozio dei 'souvenirs', nella sala a sinistra. Pago due biglietti (8 Euro l'uno) e mi avvio verso la sala del documentario, che le sta proprio di fronte. Il signore gentile al banco che sembra la biglietteria mi ferma, perché deve stracciarmi il biglietto (un bel lavoro, il suo, di grande competenza e responsabilità: comincio a comprendere il motivo del prezzo del biglietto). 
Voto: 5

- Entro in una sala elegantissima, con volta a botte squisitamente istoriata a colori ed arrangiata spartanamente per il documentario. L'acustica è pessima e la visione è una sofferente agonia: prima per lo sforzo di comprendere ciò che gli autori (Franco Campus e Pina Maria Derudas, 2009) hanno inteso dire e poi per i macroscopici errori che il loro testo contiene.
[Qui debbo aprire un parente: gli errori sono tali a mio giudizio, qualcuno potrebbe invece gradire la versione riferita dagli autori; li elencherò alla fine*]. 
Voto: 3

- Estenuato e contrariato, esco dalla sala e mi dirigo verso la mostra: mi imbatto subito, sotto il porticato, in una serie di manifesti (una specie di Tatzebao) che riportano, zona per zona, fotografie di nuraghi, loro nomi e planimetrie, fotografie dei reperti e dei simboli di nuraghi, pozzi sacri etc. Guardo tutto con una crescente ansia (ho anche scattato qualche fotografia di soppiatto, fino a quando una vigilante non mi ha detto che non potevo farlo). Ne approfitto per domandare se la mostra non sia per caso tutta lì e lei mi assicura che 'Certamente, no: al terzo piano c'è la mostra vera e propria'. 
Voto: 6

- Entro nel venerabile Museo Nazionale, trascuro tutto ciò che di sacro e di Etrusco esso contiene (Voto: 10) e chiedo istruzioni per andare al terzo piano, perché non trovo le scale. Due dipendenti interrompono il loro litigio (per vecchie ruggini interpersonali a quanto comprendo) e mi danno parziali indicazioni incomprensibili (chi mi parla ha un handicap di linguaggio: ne deduco che dev'essere stata assunta grazie alla legge per il lavoro agli handicappati, ma concludo che non dovrebbe essere lei a darmi le indicazioni). 
Voto: 2

- Eccomi finalmente su: cartelloni didattici, qualche bronzetto, qualche navicella, qualche riproduzione in pietra di nuraghe, e una stanzetta dove l'acustica è ottima e dove avrei potuto sentire  e vedere il documentario senza distruggermi il sistema nervoso (l'avessi saputo prima!). Una foto di un Nuraghe come è adesso e come doveva essere  appena costruito mostra un castello medioevale, proprio come piace ai 'sardi nazionalisti atlantoidei'.
Scatto altre foto col telefonino: mi sorprende una sorvegliante e mi dice che non posso farlo. Io penso che, col cavolo, con quello che ho pagato è già molto se non le chiedo di ballarmi un ballo sardo. Poi le spiego che quelle ricostruzioni sono sbagliate ed ho voluto documentarlo. Lei mi confessa candidamente che non ha mai visto i 'Nùraghe', rivelandomi così che non ha davvero mai conosciuto la luce... Strano persino che respiri...
Capisco allora che il biglietto costi così caro: con quei sorveglianti attenti, presentabili e specialisticamente preparati non può essere altrimenti... 
Voto: 2

- Alla fine, chiedo presso la biglietteria/negozio di souvenirs se dispongono di un Catalogo della Mostra: la risposta (scontata e già sentita mille volte) è: "L'abbiamo terminato stamattina". Voto: non qualif.

* IL DOCUMENTARIO (a sua solo parziale difesa, la data: l'anno 2009).

A) Il documentario presenta i nuraghi come  coevi dei bronzetti e dei pozzi sacri. Questo - per quanto io so - è errato. 
- Lo strato basale più antico mai datato in un nuraghe è del 1800 a.C.: il che non significa che il nuraghe fosse appena stato costruito, però. Siamo nel Bronzo Medio.
- I pozzi detti 'sacri' sono del 1000 a.C.: cioé sono di molto posteriori ai Nuraghi, siamo già nel Ferro.
- I bronzetti sono ancora più tardi: in genere 900-600 a.C. La popolazione è naturalmente discendente dei Costruttori di Nuraghi, ma certamente è già molto cambiata... I bronzetti non rappresentano più quella popolazione, bensì una popolazione di 40/50 generazioni successive!
B) Nel documentario si mostra una ricostruzione del nuraghe Santu Antine, munito di 'mensoloni' che supportano un 'ballatoio' in pietra lungo tutto il perimetro superiore del nuraghe.  Questo, a mio (e non solo mio) vedere è errato e falso. Come nell'Albucciu di Arzachena, io credo che i 'mensoloni' avessero una funzione decorativa e non strutturale. Ma anche sperando (wishful thinking) in una loro funzione di supporto, non credo potessero reggere altro che strutture molto più leggere, in legno e vimini.
C) Nella conclusione, si mostrano navicelle (bronzetti sardi votivi e rituali) che galleggiano nel mare; prima si era accennato ad una navigazione in tutto il Mediterraneo. Ora, io non sono contrario alla eventualità di una 'Navigazione Sardo-Antica' - ed anzi sarei felice se un giorno ne avessimo prove certe - ma debbo rimarcare che di detta navigazione non esiste alcuna traccia. Mentre esistono invece abbondantissime prove di una navigazione orientale fatta e condotta non da sardi, bensì da tutt'altra gente, con navi costruite in oriente... Ripeto di non essere contrario ad una navigazione sardo antica, ma non credo affatto in una Talassocrazia sarda. Gli studi isotopici sui resti ossei degli isolani antichi (e questo include anche i Siciliani del Eneolitico e del Bronzo, non solo i Sardi) hanno dimostrato che non si cibavano di pesce! E questo sarebbe veramente strano, per una popolazione di marinai...

venerdì 15 febbraio 2013

Mensoloni e Ballatoi: ballaloi?


BALLATOI TERMINALI
E MODELLINI DI NURAGHI
MAI ESISTITI

Nel quadro generale di assurdità e di ridicolaggini relative alla civiltà nuragica tracciato da alcuni archeologi, ad iniziare da Antonio Taramelli fino a qualcuno vivente - quadro che è perfino offensivo per la intelligenza di noi Sardi - entrano anche la storiella del «ballatoio o terrazzino terminale» che avrebbero avuto i nuraghi e la storiella dei «modellini di nuraghi». Purtroppo non c’è opera o studio, sia che aspiri ad essere scientifico sia che abbia un intento di divulgazione, che non presenti i nuraghi col ballatoio terminale, come quello delle torri medioevali e post-medioevali. Ed invece questi “ballatoi” e quei “modellini” non esistono affatto e non sono esistiti mai.


I supposti “ballatoi”

L’archeologo che ha scavato il Nuraxi di Barumini ha ritenuto di poter affermare l’esistenza del ballatoio terminale nel grande nuraghe in base al ritrovamento, non in situ, ma sparsi nel terreno, di lunghi massi che egli ha considerato “mensoloni”, i quali appunto avrebbero sostenuto il “ballatoio” terminale dell’imponente edificio.





Egli ha pure disegnato quella che sarebbe stata la posizione originaria di quei mensoloni, ma purtroppo in una maniera tale che è chiaramente contraria alle leggi della statica. Sul piano funzionale egli ha sostenuto che il ballatoio serviva ai guerrieri assediati nella supposta grande fortezza, a far sì che i massi scaraventati sui nemici cadessero a perpendicolo su di essi (quasi che rimbalzando sulla muraglia inclinata non potessero essere altrettanto dannosi!).
 Senonché nessun nuraghe ha mai avuto un “terrazzino o ballatoio terminale”, per il fatto essenziale che lo impediva la tecnica costruttiva di allora, fondata sull’uso esclusivo della “pietra”, per di più senza l’uso di alcuna malta.
Si deve considerare che la costruzione dei ballatoi terminali degli antichi campanili, torri e castelli è stata possibile solamente dopo l’uso di mattoni cotti, cementati da malte molto resistenti. Però nessuno studioso ha mai affermato e tanto meno dimostrato che i nuraghi avessero sulla cima ballatoi costruiti con mattoni e cementati con una qualsiasi malta.
Questa “favola” dei ballatoi terminali dei nuraghi, messa in bella mostra dai cartelloni esplicativi di nuraghi monumentali e dei nostri musei e dai pieghevoli pubblicitari ad uso dei turisti, è partita – come dicevo poco fa - dal ritrovamento, ai piedi prima del Nuraxi di Barumini e dopo di numerosi altri nuraghi, di “mensoloni” che avrebbero per l’appunto avuto la funzione di sorreggere quei “ballatoi”.
Io però avevo pubblicato, già nel 1970 e poi di recente nel 2006, le fotografie di mensoloni situati ancora in situ, sulla cima dei Tresnuraches di Nùoro e del nuraghe Albucciu di Arzachena, i quali risultano separati l’uno dall’altro e intervallati, in una posizione che non ha alcuna funzionalità pratica, mentre mostra di averne una semplicemente decorativa, esattamente come fanno i mensoloni che si trovano sulla cima delle torri dell’Elefante e di san Pancrazio di Cagliari e del Castello dei Malaspina di Bosa (M. Pittau, La Sardegna Nuragica, Cagliari 2006, Edizioni della Torre, pagg. 64, 65; M. Pittau, Il Sardus Pater e i Guerrieri di Monti Prama, Sassari 2009, II ediz., EDES, pag. 16).

  



A questi esempi sono oggi in grado di aggiungere le fotografie di un nuraghe dei monti di Baunei, che mi sono state fornite da un mio amico del luogo.






Insomma i mensoloni terminali dei nuraghi in effetti determinavano e costituivano una “corona radiata” con funzione decorativa dell’edificio. Ma oltre che funzione decorativa i mensoloni del Nuraxi di Barumini e di altri numerosi nuraghi potevano forse avere una funzione simbolico-religiosa, indicante i raggi del Sole, divinità che indubbiamente anche i Nuragici adoravano. 


I supposti “modellini di nuraghe”

Dei “modellini di nuraghe” per il vero si faceva un gran parlare da molto tempo, ma il loro entrare prepotente nelle discussioni è venuto dopo che – finalmente – sono stati effettuati un po’ di scavi nel sito dove sono stati trovati gli ormai famosi Guerrieri di Monti Prama. Uno degli archeologi che hanno effettuato gli scavi ha ritenuto di aver trovati ben 8 modelli di “nuraghi complessi” e poi altri 13 modellini di “nuraghi singoli”. Per il vero egli ha manifestato una notevole difficoltà quando ha tentato di metter su una spiegazione di questi troppo numerosi “modelli e modellini di nuraghi”, ma soprattutto è caduto nell’errore di interpretare un elemento conico che sta sulla cima di questi “modellini” come «la copertura della scala di accesso al terrazzo superiore».








Ma di che materiale sarebbe stata fatta questa “copertura della scala”? forse di plexi-glas? E quale riscontro archeologico è stato mai trovato per essa? Perché quell’elemento conico o cupoletta risulta al centro della cima del “modellino” e non decentrata, come decentrata risulta essere sempre la scala di tutti i nuraghi?
In realtà i supposti 8 modelli di nuraghi complessi non sono altro – come è stato giustamente detto da un altro archeologo – che “basi di colonne” e “capitelli” del tempio ivi esistente.  










E nemmeno le altre 13 statuette, alte una trentina di centimetri, sono “modellini di nuraghe”, 
I) perché risultano troppo alte e sottili, 
II) perché la loro cima non indica affatto il “ballatoio” dei nuraghi, che non è esistito in nessun nuraghe, 
III) perché non portano alcun segno per indicare un elemento architettonico indispensabile, l’”ingresso”; 
IV) alte come sono avrebbero dovuto avere anche un segno di qualche finestrone, come di fatto si constata in alcuni nuraghi piuttosto alti.

In realtà le 13 statuette di Monti Prama non sono altro che miniature di “lucerne” o di “candelabri”, la cui cupoletta finale indica la fiamma accesa.

Si deve considerare con attenzione che la presenza di lucerne o candelabri in miniatura nel sito di Monti Prama ha una sua esatta motivazione nel fatto che erano in un sito sacrale e precisamente in un tempio dedicato al Sardus Pater. Invece eventuali “modellini di nuraghe” quale mai motivazione potevano avere nel tempio e, più in generale, in qualsiasi altro sito? Che senso aveva e quale spiegazione aveva la fabbricazione di molti “modellini di nuraghe” in generale? Nella sala delle riunioni del nuraghe di Palmavera di Alghero la presenza di un altare a forma di coppa o calice ha un senso in vista delle importanti decisioni politico-religiose che vi si prendevano, mentre la presenza di un “grande modello di nuraghe” – come è stato comicamente detto e scritto – non ha alcun senso né alcuna spiegazione.
  


E pure grandemente errata è la spiegazione che è stata data e corre in giro del cosiddetto “Modellino di Olmedo”. Questo non era affatto il modellino in bronzo di un nuraghe quadrilobato, I) perché i suoi 5 bracci risultano troppo alti e sottili, II) perché la loro cima non indica affatto il “ballatoio” dei nuraghi, che non è esistito in nessun nuraghe, III) perché non portano alcun segno, in quella che dovrebbe essere la lunga cerchia muraria, per indicare un elemento architettonico indispensabile, l’”ingresso”; IV) alti come sono i 5 bracci e soprattutto quello centrale avrebbero dovuto avere anche il segno di qualche finestrone nella loro muraglia e invece non ne hanno alcuno.
E le stesse identiche obiezioni muovo per il bronzetto di Ittireddu, anch’esso erroneamente interpretato come “modellino di nuraghe”.




Invece, a mio giudizio, anche quelli di Olmedo e di Ittireddu non sono altro che il modellino di una lucerna, una “lucerna plurima” a 5 bracci o becchi, analoga ad una plurima di terracotta che è stata trovata a Sant’Antioco. Ed anche a questo proposito vale la importante considerazione or ora fatta: nelle caratteristiche di sacralità che valeva per tutti i bronzetti nuragici – dato che costituivano tutti altrettanti doni fatti alle varie divinità – la riproduzione di una lucerna plurima si spiega perfettamente, la riproduzione di un nuraghe plurimo o polilobato non trova alcuna spiegazione.
È verosimile che queste due lucerne plurime implichino anche una “simbologia cosmica”, come ha scritto il mio amico architetto Franco Laner: i bracci dei quattro spigoli rappresenterebbero i quattro punti cardinali, mentre il braccio centrale rappresenterebbe la dimensione verticale dell’alto e del basso.
In proposito è da ricordare che questa medesima simbologia probabilmente esisteva anche nella cosiddetta “Tomba di Porsenna” di Chiusi, in Etruria.

             

La “favola” del ballatoio terminale dei nuraghi è entrata anche nella fabbricazione del cosiddetto “modellino di nuraghe quadrilobato di San Sperate”, in pietra arenaria giallo-rosa, esposto in bella evidenza nel Museo di Cagliari, che io di recente ho dimostrato essere nient’altro che un grossolano ed anche ridicolo “falso”. Che di falso si tratti, scolpito da qualcuno che quasi certamente si potrebbe riconoscere dalle carte che riguardano l’acquisizione dell’oggetto da parte della Soprintendenza Archeologica di Cagliari, è dimostrato chiaramente da alcuni fatti, ma soprattutto da due particolari: I) Il supposto modello di nuraghe presenta un “porticato” che costituirebbe la base dell’edificio; 2) Il muro dei quattro torrioni presenta nella sua parte finale una “rientranza circolare”. Senonché si tratta di due particolari costruttivi che da un lato non si ritrovano in nessun nuraghe reale, dall’altro avrebbero impedito la prosecuzione della costruzione del nuraghe stesso, il quale sarebbe crollato subito, con la messa in opera dei successivi cerchi di massi.
Infine l’oggetto sembra appena uscito dall’officina di uno scultore (e ben a ragione!), dato che presenta molti spigoli della pietra ancora vivi ed intatti.
Massimo Pittau