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giovedì 6 marzo 2014

'Dibattito'?



Archeologia, dibattito sulla scrittura nuragica  Zucca: «Fino ad ora non c’è nessuna prova certa» 


SASSARI. Che fossero guerrieri sembra certo, che praticassero agricoltura e pastorizia pure, forse studiavano perfino i movimenti celesti, ma sulla conoscenza della scrittura, per l’epoca nuragica, non esiste, allo stato attuale delle conoscenze, alcun riscontro oggettivo.
Farà discutere l’intervento dell’archeologo Raimondo Zucca pubblicato nell’ultimo numero del “Bollettino di studi sardi”, presentato nel dipartimento di Lettere dell’Università di Sassari. Nella lunga e dettagliata comunicazione, che apre l’ultima uscita della prestigiosa rivista, diretta da Giovanni Lupinu e Paolo Maninchedda, Momo Zucca, direttore della scuola di specializzazione in beni archeologici “Nesiotikà”, tirando le fila di un lungo e appassionato dibattito e incrociando i dati delle ricerche effettuate negli ultimi decenni, dice di essere convinto che i segni rilevati su alcuni manufatti, databili a cavallo tra il IX e VII secolo avanti Cristo, portati alla luce nell’isola, siano, in realtà, segni scrittori da attribuire a importazioni di origine cipriota.
«Ipotesi supportate da documentazione -spiega Zucca - in base alla quale ritengo più logico propendere per l’inesistenza della scrittura nuragica». Questione che, secondo l’archeologo, deve essere inquadrata nella seconda metà del II millennio avanti Cristo, periodo in cui si sviluppa la cosiddetta Cultura dei sardi. Epoca nella quale, anche in Sardegna, come in Italia, nella penisola iberica e a Cartagine, si rileva una ricca disseminazione di segni scrittori specialmente su vasi e brocchette a scogli. «Ma -tiene a precisare Momo Zucca - un conto è dire che si tratta di scrittura, altro è attribuirla con certezza ai nuragici». Naturalmente l’archeologo non esclude che «utilizzando alfabeti greci e fenici i sardi possano avere tramandato scritti, ma su questo versante non esiste, attualmente, alcuna evidenza, né possiamo escludere che in futuro se ne possano trovare». Posizioni che sembrano concludere una lunga stagione di polemiche fiorite, anche negli ultimi anni, su siti e blog specializzati, soprattutto dopo la pubblicazione della ricerca “Sardoa Grammata” dell’oristanese Gigi Sanna, per anni stimato insegnante di greco e latino al liceo classico. «A Sanna - prosegue Momo Zucca - va il merito di avere portato l’attenzione su alcuni reperti, ma credo di poter affermare che, in base ai riscontri, si tratti di segni di scrittura non sarda su oggetti d’importazione cipriota».
Il caso delle iscrizioni sulla tavoletta di Tzirocottu, manufatto in bronzo rinvenuto nell’Oristanese, di probabile origine bizantina, secondo la valutazione di Zucca, «potrebbe essere opera recente di abili falsari». Che i ciprioti fossero i più stretti partner commerciali dei sardi, nel 1200 avanti Cristo, è attestato anche dalle ricerche condotte dall’archeologa Fulvia Lo Schiavo sul finire degli anni Settanta del secolo scorso.
In quest’ottica emerge, dunque, per dirla con Attilio Mastino, rettore dell’Università Sassari, nonché esperto epigrafista, «il quadro di una Sardegna aperta al Mediterraneo, in particolare all’Iberia e all’Oriente, caratterizzata dalla presenza di reperti di cui, pur senza escludere niente, occorre chiarire contesto e circostanze di ritrovamento per avere ogni informazione utile alla ricostruzione di un’epoca rilevante per la storia dell’isola».

da un articolo su
LA NUOVA SARDEGNA

28 marzo 2013

Esattamente un anno fa, il quotidiano sardo 'La NUOVA SARDEGNA' pubblicava questo articolo sulla versione Internet del giornale (è ancora lì, consultabile).
Immediatamente, alcuni portavoce di un curioso Movimento di Pensiero rispondevano sulla stessa pagina elettronica, infuriati perché il dibattito non c'era stato in realtà: e come si permetteva mai il giornalista di parlarne di dibattito?
Essi approfittavano per reclamare che anzi desideravano questo dibattito, lo esigevano addirittura! Perché hanno delle assolute verità da rivelare al mondo intero e tutto il diritto/dovere di farlo.
Hanno ragione: il dibattito non c'è mai stato.
Hanno anche torto: non hanno alcunché da rivelare al mondo. 
Il motivo del mancato dibattito potrebbe essere stato il semplice fatto che, se ci si mette a discutere con un cretino, chi assiste al litigio potrebbe non capire chi è veramente il cretino.
Ma non si sa con certezza...

Naturalmente, in un anno tutto è cambiato:  c'è, infatti, oggi, chi scrive interi 'saggi' che dimostrerebbero in modo 'inconfutabile' l'esistenza della scrittura Nuragica.

Per la verità, non sono molti 'autori', anzi, sono pochissimi: a dirla tutta si tratta di una sola persona.

Che porta prove fantasiosamente prodotte a partire da 'reperti' spesso fuori contesto, talvolta molto o poco sospetti di falso, che lo hanno visto persino comparire in tribunale... (L'epigrafia, fatta davvero, è anche un lavoro pericoloso, si sa...).

Che è in palese polemica con gli studiosi esponenti ufficiali dell'Archeologia e della Filologia (i quali sono - obiettivamente - dei veri energumeni arroganti, è cosa nota).

Sarà forse per questo motivo che non scrive per riviste scientifiche (quelle definite 'Peer Reviewed', cioé quelle per cui l'articolo è valutato preventivamente da esperti che eventualmente lo scartano): quelle sono - evidentemente - per gente poco seria, priva d'arte e di conoscenza. Altre riviste qualificate, in qualche modo? Neppure: sono peggio delle riviste per parrucchieri. Dove scrive, allora? Ma sull'Internet, perbacco! (Non c'è alcun controllo, lì: lo dimostra il fatto che anche qui si stanno scrivendo queste fesserie!)

Sarà per questo motivo che procede autocitandosi nella monotona bibliografia sempre uguale e sempre  autoreferenziale, polemica e fantasiosa, basata su inconsistenze scientifiche.

Il fenomeno, però, è antropologicamente molto interessante, un vero caso da studiare, da molti punti di vista. 
Invece di consumarsi come una candela, nel breve tempo di autocombustione concessogli dalla Fisica (esiste una fisica, sì!), questo curioso 'Movimento di Pensiero' ha invece raggrumato intorno a sé un coagulo composito, quella che parrebbe essere una multicolore e varia 'Corte dei Miracoli'.  In breve tempo, stimati professionisti, cittadini riservati e schivi, attempati signori prima moderati e pieni di contegno sembrano essersi trasformati completamente, per diventare vendicatori delle ingiustizie perpetrate dalla Scienza ufficiale. Sembrerebbe - a prima vista, ma ci si può sbagliare - un gruppo formato di aspiranti scrittori senza editori, di storici autodidatti illusionisti e disillusi, incantatori di serpenti bevitori di birre di famiglia, saltimbanchi sciancati senza scrittura, delusi arrabbiati visionari, chiassoni incompresi in pensione, indipendentisti in cerca di lavoro, autolesionisti in riserva e scultori fai da te a tempo perso.
cercano visibilità in ogni modo possibile, prediligendo però la polemica ad oltranza con il mondo accademico, eletta a metodo del Movimento. Si danno molto daffare, producendo shakespearianamente molto rumore per nulla: "much ado about nothing".
Il loro motto potrebbe essere 'Facite Ammuino', se si trattasse di un Club Campano, oppure "Ballate 'a Taranta" se originasse dalla Puglia, tanto sembrano punti dalla stessa...
Ma siamo in Sardegna: quindi è sembrato più adatto ispirarsi al "Ballu Tundu".


sabato 1 marzo 2014

Scrittura "Nuragica"

Pubblico sempre con grande piacere tutto il materiale che il Prof. Pittau mi manda: in special modo, pubblico con un sorriso questo articolo, che s'inserisce nella recente diatriba nata intorno alla presunta scrittura nuragica, agitata (è il vocabolo corretto) da strumentali velleità affabuatorie senili di altri.Il non velato e diretto rimprovero al noto archeologo Raimondo Zucca per alcune sue imprecisioni personalmente mi sembra anche - ma certamente posso sbagliarmi - un modo per far capire a questi altri quanto siano in errore.E quanto abbia sbagliato Zucca a sdoganarli in una pubblicazione scientifica, invece d'ignorarli, come meritano.


Il Prof. Massimo Pittau
  

Quandoque bonus dormitat Homerus

L’epigrafista Raimondo Zucca.

articolo di Massimo Pittau


Io ho sempre dimostrato grande stima del collega Raimondo Zucca come studioso e talvolta l’ho fatto anche in forma pubblica. Però un suo recente ampio studio (di 70 pagine) dedicato alla cosiddetta “scrittura nuragica” e pubblicato nel «Bollettino di Studi Sardi» (5 - 2012), mi ha sorpreso abbastanza e non mi trova d’accordo in tutto. Egli infatti ha tracciato – molto bene – la lunga storia della questione sulla esistenza o meno di una scrittura fra gli antichi Nuragici, ma insieme ha allargato enormemente il suo campo di analisi, a tutto il Mediterraneo antico, dalla Sardegna all’Iberia, a Micene, a Cipro, alla Fenicia, all’Egitto, ecc. Io però non mi sento di interloquire col collega Zucca in un campo così vasto e precisamente sulla lingua iberica, su quella micenea, su quella fenicia, ecc., perché non sono stati questi miei campi di studio specifico e pertanto temerei di essere superficiale sull’argomento.

I) Venendo ai rilievi che intendo muovergli, in linea generale io lamento che egli abbia fatto riferimento a mie tesi personali, che avevo prospettato in opere o studi di trent’anni fa, mentre le ho abbandonate e lasciate cadere del tutto in mie opere successive. In tutte le discipline o scienze il progresso del sapere avviene per tentativi, molti dei quali sono fallimentari e perciò vanno abbandonati (però hanno pur sempre un valore ai fini dialettici della discussione). Egli cita una mia opera del 1981, «La lingua dei Sardi Nuragici e degli Etruschi», mentre mostra di non aver letto con sufficiente attenzione la mia recente opera «Storia dei Sardi Nuragici» (Selargius, Domus de Janas, 2007). Una lettura più attenta di questa mia opera probabilmente lo avrebbe indotto a lasciar cadere la tesi secondo cui i Serdaioi della famosa tabella greca di Olimpia erano un del tutto sconosciuto e ipotetico popolo dell’Illiria o del Bruzio (= Calabria) e non i Sardi della Sardegna. In questo mio libro ho scritto testualmente (pg. 94): «Le ipotesi sostenute da alcuni studiosi, secondo cui i Serdaioi sarebbero non i Sardi della Sardegna, bensì un popolo dell'Illiria oppure uno di montanari indigeni che avrebbe controllato le strade del Bruzio che portavano da Sibari a Lao ed a Scidro, sono da respingersi per le seguenti considerazioni: 1ª) È troppo semplicistico e comodo crearsi, con la semplice fantasia e come un deus ex machina, un popolo sconosciuto e misterioso ai fini della soluzione di un problema storiografico; 2ª) La potente e famosa città di Sibari si sarebbe screditata e perfino ridicolizzata di fronte a tutti i Greci, se avesse ufficializzato nel santuario di Zeus Olimpio un suo patto di amicizia perpetua con un oscuro popolo dell'Illiria oppure del Bruzio (cfr. G. Pugliese Carratelli, Studi Etruschi, XXXIII, 1965, pg. 226; Almanacco Calabrese, Roma 1969, pgg. 48-51); 3ª) Non è verosimile che, per stipulare un patto di amicizia con uno dei due supposti popoli, Sibari avesse chiamato in causa anche i suoi alleati. Si deve inoltre respingere anche l'ipotesi che i Serdaioi fossero gli abitanti di una finora sconosciuta città della Magna Grecia per le seguenti considerazioni: 4ª) La storia della Magna Grecia è ormai conosciuta molto bene, tanto che si può escludere con grande sicurezza che sia mai esistita una città il cui nome aveva la radice *serd-; 5ª) Non si vedrebbe alcun motivo per un impegno tanto importante e solenne della grande Sibari in un trattato di pace stipulato con una tale ipotetica città, la quale, non essendo mai stata ricordata dagli storici antichi, di certo sarebbe stata di scarsissima rilevanza politica, economica e militare». A queste mie considerazioni R. Zucca avrebbe dovuto opporre sue considerazioni differenti e non limitarsi a citare semplicemente un autore come Mario Torelli, il quale aveva dimostrato la sua serietà di studioso quando, trent’anni fa, mi aveva in un quotidiano romano attaccato per il mio citato libro, ma senza averlo ancora letto e, più tardi, senza aver alcuna competenza nella lingua etrusca, a proposito della mia interpretazione della famosa Tabula Cortonensis (da me debitamente rimbeccato entrambe le volte; cfr. M. Pittau, «I grandi testi della Lingua Etrusca tradotti e commentati», Sassari 2011, Delfino Editore, pg. 129).

II) Mi ha stupito il fatto che R. Zucca abbia sorvolato e passato sotto silenzio la evidente e stretta corrispondenza esistente tra l’etnico SERDAIOI della tabella di Olimpia e la legenda SERD, SER di monete rinvenute in Sardegna e inoltre abbia trascurato la sua corrispondenza coi toponimi sardi Serdis e Serdiana.
 
III) A me sembra che R. Zucca abbia errato ad attribuire a mercenari sardi che combattevano in Sicilia nell’esercito cartaginese contro i Greci le due monete che riportano la legenda SARDOI. Non è infatti concepibile che quei mercenari si portassero dietro in guerra lo strumentario della zecca. E non avrebbero forse coniato sulle due monete il loro nome in alfabeto fenicio-punico e nient’affatto nell’alfabeto dei Greci, da loro combattuti? E il comandante e gli ufficiali dell’esercito cartaginese avrebbero forse permesso questa emissione di monete da parte dei loro mercenari sardi?

IV) Nel caso che R. Zucca avesse ragione ad affermare che le lettere incise nell’ingresso del nuraghe Rampinu di Orosei-Onifai sono non in alfabeto greco, bensì in alfabeto latino di “avanzata età romana imperiale”, a me questa circostanza andrebbe molto meglio, anzi benissimo, perché avremmo un nuovo esempio del fatto che i Sardi, per scrivere messaggi della loro lingua nuragica, facevano uso dell’alfabeto latino ancora nella “avanzata età romana imperiale”.

V) Ma, a prescindere da tutto ciò, mi sembra che R. Zucca abbia errato anche a prospettare l’ipotesi che quelle lettere potrebbero essere un messaggio cifrato in inglese della II guerra mondiale. Del tutto fuori mano e all’interno del territorio come è quel nuraghe, cosa stavano a farci un messaggio militare cifrato e gli Inglesi? Al tempo di quella guerra io ero militare ed ho lavorato anche in un ufficio di cifratura di messaggi e pertanto posso assicurarlo che i messaggi militari cifrati non si scolpiscono in un monumento archeologico esposto al pubblico, anche se fuori mano. Molto probabilmente R. Zucca non ha mai visto quel nuraghe e constatato la grande durezza dei massi in cui sono incise le lettere. E almeno quelle lettere fossero state tracciate sul nuraghe con la vernice e non incise sulla sua durissima pietra…

VI) A me sembra che il collega Zucca abbia errato anche ad affermare che la sigla BE incisa profondamente in un masso dell’ingresso sopraelevato del Nuraxi di Barumini sia da leggere SE e risalga allo scorso secolo XX. Forse risalirebbe al periodo in cui venivano fatti gli scavi? Ma l’archeologo che presiedeva agli scavi e i suoi assistenti forse che non glielo avrebbero impedito? E poi perché il profanatore del monumento avrebbe inciso tanto profondamente la sua sigla su un masso di roccia durissima? E, bramoso di passare alla storia come dimostrava di essere, non avrebbe scritto il suo cognome intero e non siglato? e avrebbe forse commesso l’errore di scrivere al rovescio la lettera del suo prenome?

VII) La questione della iscrizione in caratteri greci, che compare incisa nell’abside esterna di San Nicola di Trullas di Semestene io l’ho lasciata cadere del tutto; però non mi sentirei di affermare – come ha fatto ma non dimostrato R. Zucca – che essa contiene un messaggio in lingua italiana.
VIII) Il mio egregio collega ha mai visto e studiato con attenzione la scritta che compare nel frontone del nuraghe di Aidu Entos di Mulargia? Come ho fatto io, che in differenti occasioni e differenti ore ho scattato una dozzina di fotografie della scritta e perfino fatto un calco. Io ho concluso che purtroppo l’iscrizione è quasi del tutto scomparsa per la erosione del masso, per cui risultano veramente leggibili soltanto due vocaboli, entrambi nuragici, NURAC e SESSAR, i quali non consentono affatto l’interpretazione che R. Zucca mostra di condividere.

IX) Parlando di toponimi di matrice protosarda, egli cita autori che non hanno scritto quasi nulla sull’argomento, mentre ha mostrato di ignorare la mia recente ed ampia opera (di 1.100 pagine), intitolata «I toponimi della Sardegna – Significato e origine» (Sassari 2011, EDES), nella quale ho analizzato e spiegato più di 20 mila toponimi della Sardegna centrale e, di nuovo, tutti i Macrotoponimi dell’Isola. Se avesse letto le mie conclusioni, probabilmente l’egregio collega avrebbe mutato qualche sua opinione sull’argomento.

Avrei qualche altra osservazione da fare all’egregio collega, ma mi sembra che siano sufficienti quelle fattegli.

Il Prof. Pittau in una foto recente, con la giornalista Rina Brundu

Massimo Pittau

martedì 1 ottobre 2013

LINGUA E CULTURA


Per via della completa identità di vedute con l'autore, ri- posto quest'articolo. Egli è sardo, eppure resiste alle facili strumentalizzazioni emotive di cui molti suoi conterranei sono vittime: e ne spiega i motivi, pacatamente e sottovoce, ma convincentemente.

Lingua e cultura, l’identità tradita dai nuovi falsari


Dalla scrittura nuragica al mito di Atlantide. L’archeologia diventa un campo a rischio





    di Marcello Madau
    Sta riprendendo vigore la moda dei falsi culturali. D'altronde, oggi appartiene a un più vasto fenomeno del mercato. Sembra che tocchi anche a una presunta scrittura nuragica.
    Il corto circuito fra scolarizzazione di massa, crescita della coscienza territoriale e nuovi mercati del “tipico” dà esiti assai contradditori. Aumenta la consapevolezza, il lavoro cognitivo. Ma si moltiplicano le costruzioni emotive basate su dati approssimativi, spesso inventati, non verificabili. Nascono fiori non proprio naturali, pur con esiti d'arte anche apprezzabili. D'altronde, come dimenticare il legame fra un grande fenomeno artistico come la “Sturm und Drang” e i falsi “Canti di Ossian”?
    Agli stati nazionali moderni, e a quelli che vorrebbero diventarlo, sembra servire il collante dell'immaginario emozionale. Una notte delle origini popolata da eroi in armi, divinità misteriose, ritualità emotive e sanguinarie, catastrofismi, tsunami. Oggi la sarabanda, spesso ridicola, di falsi e mezzi falsi offre le sue grazie all'industria culturale del tempo libero e dell'identità, del mercato. Si moltiplicano maschere tradizionali inventate da poesie inventate. Nel campo dell'archeologia persone e piccole comunità si autocertificano come portatrici di verità colpevolmente ignorate dalla ricerca scientifica. Per le figure di archeologo e demoantropologo sembra non contare la definizione professionale. Si può dire ad un ingegnere che il suo ponte fa schifo, ma senza essere ingegneri vi mettereste a costruirne uno?
    E' allora opportuna la lettura del saggio di Raimondo Zucca dal titolo Storiografia del problema della “scrittura nuragica” uscito nel nuovo numero del Bollettino di studi sardi (numero 5_2012), edito da Cuec-Csfs (Centro di studi filologici sardi). L'archeologo oristanese documenta le posizioni storiche sul tema, le varie letture nei secoli, compresi i limiti e le aggiunte moderne di un sistema scrittorio assai discutibile come quello che si raccoglie attorno alle proposte di Gigi Sanna.
    L'assenza di contesti stratigrafici, la sparizione degli originali, l'uso di aspetti parzialmente credibili, le integrazioni moderne formano un groviglio che la competenza (e la pazienza) di Raimondo Zucca ordinano in un'analisi densa e convincente. Iscrizioni reali e segni aggiunti, incisioni “post-patina”, possibili giochi di operai di scavo, interpretazioni fantasiose basate su un corpus inesistente, che cerca disperatamente di formarsi su segni e manufatti spesso di origine precaria senza raggiungere la massa critica necessaria per impostare e proporre analisi e letture.
    I materiali disponibili sono riesaminati, collocati cronologicamente. Ma il lavoro – puntuale nell'attribuire a tempi e contesti post-nuragici alcune iscrizioni, e a valutare come “moderne” altre – affascina per le vastissime letture mediterranee. E per quell'indice verso Cipro, luogo di relazioni incrociate dal quale dovettero dipendere tante vicende sarde. Sino agli ultimi eccezionali ritrovamenti nuragici nell’isola del Rame, all'ipotesi di lettura dell'eccezionale iscrizione sullo spillone nuragico proveniente da Antas.
    Il pregio del saggio non sta solo nella grande dottrina impiegata e mostrata, ma nella civile dialettica verso un mondo che ricorre comunemente ai toni delle crociate (e a volte dell'insulto) contro la “torre d'avorio” dei “poteri accademici” (peraltro anche in una torre piena di difetti la somma degli stessi non dimostra la veridicità di una scrittura inesistente).
    Io sono molto convinto che le forze che con più vigore si richiamano all'identità sarda e ai suoi valori storici saranno disposte (molti lo hanno fatto per Atlantide) ad abbandonare lusinghe emotive. La strumentalizzazione oggettiva del senso di inferiorità che la dipendenza e il colonialismo hanno costruito in molti sardi. La Sardegna, con le sue culture, è magnifica senza alcun bisogno di invenzioni ideologiche. Anzi, la speranza di un nuovo modello sociale basato sulla cultura e sul paesaggio ha più che mai bisogno, per essere davvero solido e civilmente etico – e non infangare l'identità – di inflessibile rigore scientifico.
    © RIPRODUZIONE RISERVATA
    12 Aprile 2013

    giovedì 19 settembre 2013

    SARDI E NO*.



    Il prof Luigi Amedeo Sanna 
    (Abbasanta, OR, 1939), è stato un ottimo insegnante di lettere e per tale motivo è ancora ricordato con stima ed affetto da numerose annate di fedeli e riconoscenti studenti, (1) oltre che professionalmente molto stimato dai colleghi che hanno avuto il piacere di conoscerlo nel corso della sua pluriennale attività. Attualmente, risulta essere valido docente di “Storia della Chiesa Antica” e “Storia della Chiesa in Sardegna”, presso l’Istituto di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Oristano. La sua produzione intellettuale ha spaziato su vari campi della realtà sarda presente e passata.(2)
    Egli ama definirsi epigrafista. Un’ opinione che risulterebbe, a detta di molti, un po’ controcorrente…
    Ora, stupisce non poco che il professore spesso e volentieri si trasformi (quasi seguendo il copione del famoso romanzo: “Lo strano caso del dottor Jekyll e Mr Hyde” - Robert Louis Stevenson,1886, Londra) in una persona affatto diversa. 
    Si giunge obbligatoriamente alla medesima conclusione enunciata con amarezza dal dott. Jekyll: « Sia sul piano scientifico che su quello morale, venni dunque gradualmente avvicinandomi a quella verità, la cui parziale scoperta m'ha poi condotto a un così tremendo naufragio: l'uomo non è veracemente uno, ma veracemente due. »
    Infatti, l’esimio prof. L. A. Sanna lascia spesso il posto al suo doppio, meglio noto come ‘Giggi Sanna’, che ostenta atteggiamenti verbalmente aggressivi, indulge in frequentazioni elettive molto discutibili per il suo curriculum e predilige una produzione ‘pseudoscientifica’ che è recisamente messa al bando dagli intellettuali veri, accademici e no.(3) La lista di coloro che dichiarano la propria bassissima considerazione circa il suo operato si va allungando sempre di più.(4) Alcuni di questi parlano di “persona caduta nei raggiri di qualche falsario”, mentre altri sono molto più espliciti nei loro giudizi. Questa situazione è molto pericolosa, per chi abbia un passato dignitoso da difendere. L’illustre carriera professionale può essere, sì, usata a propria difesa con indignazione per qualche tempo, ma non può essere costantemente portata a giustificazione di una produzione attuale che appare inficiata dalla presenza d’elementi mediocri ed estranei, apparentemente reclutati nelle birrerie, non sardi ed intrusi nell’argomento a loro sconosciuto dell’ipotetica lingua nuragica scritta.
    Il nostro di questo si rende ben conto, infatti è attento a non contraddire in modo troppo diretto quelli che ancora possono dargli qualche lustro istituzionale: ad esempio, le sue ‘ricerche’ sulla lingua nuragica scritta gli hanno permesso fin qui d’identificare con regolarità il tetragramma sacro “Yahweh” in Sardegna, circa 2000 anni prima che questo comparisse in Medio Oriente. Questa saggia linea di condotta è, probabilmente, orientata a mantenere il perfetto accordo con le prevedibili preferenze dell’Istituto Religioso per il quale egli tuttora insegna e lavora. Un buon esempio di diplomazia, più che d’indipendenza intellettuale: ma, si sa, ‘ognuno tenimm' famiglia’.
    Il professore è incorso, probabilmente, in alcuni errori.
    1) Ha considerato come veri alcuni reperti archeologici che tali non sono.
    Tra questi rientrano gli ormai famosi reperti detti ‘Ciottoli di Allai’, per i quali è ancora in corso ed aperta la questione legale: i diretti interessati non sono autorizzati a parlarne. Il professore figura nelle file dei testimoni a favore della difesa.
    In tempi ‘non sospetti’, come si suol dire, il prof Massimo Pittau dichiarò di essere stato avvicinato da qualcuno che cercò di ottenere 20.000 euro per detti cittoli. Oggi quel qualcuno si difende adducendo di non essere stato mai veramente in grado di valutare l’autenticità di quei reperti, che egli casualmente trovò.(5) Ma anche in questo caso, come si dovrebbe  qualificare (o squalificare) il tentativo di venderli alla cifra di 20.000 euro?
    - Oltre ai ciottoli, esistono i precedenti delle fantomatiche ‘Tavolette di Tzricottu’. Le tavole sono comparse solamente in fotografia e mai dal vero. Ne esiste solamente una – anche se non si sa dove si trovi e i sostenitori della veridicità sostengono siano 4 o 5 – consistente in uno stampo medioevale per il cuoio, contente segni piuttosto simmetrici a scopo decorativo. Il prof Sanna, in questo caso caduto in evidente errore interpretativo (che egli non ammette, ndr), ha creduto ravvisarvi una lingua cuneiforme: sarebbe il primo caso al mondo di lingua scritta che curiosamente riesce ad essere simmetrica nel suo risultato finale scritto. Questa tesi risale al 1996 (“Omines” di G. Atzori e G. Sanna), circa 17 anni fa. Potrebbe essere anche considerata un errore di gioventù se gli autori si fossero ravveduti: Atzori purtroppo è deceduto e Sanna appartiene a quella categoria di pensatori che non commette mai errori. Per brevità si tralasciano i casi di altre scritte sarde in cui fatti ed opinioni seguono schemi paralleli...
    2) Si è affiancato alcuni collaboratori che certamente non sono al suo livello, laddove egli era ed è invece un ottimo conoscitore delle lingue classiche greco e latino (oltre che un ottimo insegnante delle stesse: e le due cose non sempre vanno d’accordo, come molti possono bene testimoniare!) ed un buon conoscitore delle lingue antiche, per suo lungo interesse personale approfondito negli anni con le proprie indubbie capacità d’indagine intellettuale. Questi collaboratori, invece, si sono intrufolati nell’intimo di una materia che non è la loro, che non gli appartiene e che – alla fine – non possono conoscere come il professor Sanna. A solo titolo d’esempio: come si configura la signora Aba Losi, (seppure una eccelsa foto-biologa parmense di fama internazionale), nel campo della presunta antica lingua sarda scritta? Come può credere il prof. Sanna, di acquistare maggiori portanza e credibilità scientifica accompagnandosi a siffatta ‘esperta’? In realtà, purtroppo, egli ne esce molto ridimensionato nella considerazione di tutti (che – si ricorda – è già bassa di per sé).
    3) Ha recentemente dato credito ad alcuni reperti incisi - fuori contesto e quindi poco credibili - che una turba di conoscenti, ammiratori e seguaci hanno voluto sollecitamente sottoporgli gratuitamente. Forse, in questa circostanza egli è stato incauto e la cattiva esperienza dei ciottoli di Allai non è stato deterrente sufficiente al suo invincibile entusiasmo per la tesi della 'lingua nuragica scritta', che tanto gli sta a cuore per motivi identitari e culturali. Ha ormai collazionato con cura un gran numero di reperti, convinto che il numero (non la qualità), prima o poi, convincerà i suoi detrattori ottusi e miopi: la loro resa è prossima.
    4) Dopo essere stato estromesso con biasimo da sedi ‘ufficiali’ (come ad esempio gli successe ad Olbia, in cui non potrà ormai altro che comparire in salette private e sottoscala), ha tentato di farsi accogliere in altri ambienti illustri e perciò si è rivolto agli amici. Gli amici, si sa, sono generosi fino all’autolesionismo. E così fu accolto all’Università di Sassari, in un ‘seminario’ che non aveva alcunché di archeologico, ma figurava come sponsorizzato dall’Archeologia Sassarese; non aveva molto di generalmente medico, ma offriva crediti agli studenti in medicina; non aveva granché di scientifico, ma si teneva addirittura in un'Aula della Facoltà di Medicina (non nell’Aula Magna, come alcuni hanno erroneamente riferito) dell’Università di Stato. Molti considerano l’episodio un miserevole sotterfugio mirato all'uso improprio del bene pubblico, per fini auto-promozionali; Sanna lo considera una grande vittoria personale e della Verità della Scienza. Il fatto ha generato polemiche, causato a tutti grande e generalizzato imbarazzo e fastidio, a spese del Rettore, dell’Istituto e di una stimata e valida specialista neurologa che si è, un po' incautamente, prestata all’invito dell’amico fidato. 

    5) Sanna ha radunato intorno a sé un gruppo di 'estimatori' che si potenziano e si incoraggiano reciprocamente nel loro blog, in una specie di esercizio continuo di riaffermazione dell'autostima. Si raccontano l'un l'altro quanto sono bravi, si complimentano per quanto bene essi comprendano ogni argomento rispetto a tutti gli altri, che manco a dirlo, sono tutti in errore (specialmente gli accademici accozzati ed incapaci, ma anche i critici di qualsiasi provenienza)... Nel blog si alternano notizie vere e credibili ad altre molto meno vere e credibili, secondo l'ormai collaudata tecnica per vendere la merce di dubbia provenienza. Già l'uso di questo metodo dovrebbe indurre il lettore a ponderarne i contenuti. Sicuramente, anche questo 'biglietto da visita' non giova affatto alla fama trascorsa del professor Sanna.

    6) Il più grande errore del Sanna è certamente quello di non sottomettere i suoi lavori a quella revisione paritaria che è più nota sotto il termine inglese di 'peer review'. (Viene quasi il sospetto che abbia già tentato questa strada, ma che non esistano riviste scientifiche disposte a dare spazio ai suoi lavori, oppure che non esistano esperti della materia epigrafico/archeologica che vogliano abbassarsi a 'mettersi alla pari con lui': ma certamente questo è solamente un pensiero malevolo). 
    Eppure, sarebbe questa la strada giusta per fare sì che si creda ad una 'lingua Nuragica scritta': altre lingue del passato furono tradotte contemporaneamente e separatamente da diversi studiosi che ebbero a convergere su un'unica traduzione: perché non si fa anche con il 'Nuragico'?
    7) Il carattere del professore, infine, è quello che conosciamo: egli è irruente, generoso e talvolta si lascia trasportare dalla foga e dalla passione per la propria tesi, fino ad aggredire verbalmente con intolleranza i propri critici in modo spazientito, talché non sembra proprio esprimere per intero il garbo discreto del british gentleman. Inoltre, tale foga certamente non giova al suo fisico di settantaquattrenne un po' sovrappeso. Ma in fin dei conti il professor Sanna è interamente e profondamente sardo e tenacemente abbarbicato alle proprie orgogliose radici regionali, come tutta la sua produzione – scientifica e no (6) – dimostra convincentemente fino ad oggi; perché mai, dunque, dovrebbe avere modi da british gentleman? Sarebbe, quello, un atteggiamento non vero, un falso, cosa che – come tutti sappiamo – egli detesta.

    8) Non può infine sfuggire ad una domanda (che gli è stata più volte rivolta, ma alla quale si ostina caparbiamente a non rispondere, in modo poco 'british' e molto sardopastorale): "Lei ha sostenuto la veridicità di reperti archeologici artefatti (ricordiamo che lei è laureato in Lettere ed in Archeologia). Si rende conto, professore, che così facendo, esistono solamente due possibilità? O lei si è sbagliato in modo fragoroso, oppure è colluso con i falsari. Quale delle due sceglie, dato che non ne esiste una terza?". Anche questa volta cadrà nel vuoto e rotolerà tra epiteti coloriti ed urla di lesa maestà.
    A jackass, nothing else but.


    Si giunge fatalmente alla medesima conclusione enunciata con amarezza dal dott. Jekyll: “Sia sul piano scientifico che su quello morale, venni dunque gradualmente avvicinandomi a quella verità, la cui parziale scoperta mi ha poi condotto a un così tremendo naufragio: l'uomo non è veracemente uno, ma veracemente due.”




    * Si fa presente che la forma 'Sardi e NON', che alcuni preferirebbero, è errata, in Italiano. Infatti, si può dire 'Sardi e no', oppure 'Sardi e non sardi'. Tertium non datur, Sanna, anche se fa male.
    (1) Liceo Ginnasio de Castro, Oristano, 1967-1998, circa 31 anni di onorata carriera.
    (2) Storia della Sardegna, Letteratura sarda, Predicazione sarda, presunta lingua nuragica scritta.
    (3) Sanna direbbe: “accademici e non”. Strano che un professore di lettere non conosca la forma italiana corretta…
    (4) Includendo ormai – tra gli altri e sempre più numerosi – il professore di lingue Massimo Pittau, l’archeologo Rubens D’Oriano, l’archeologo Raimondo Zucca e molti, moltissimi altri, tra cui – seppure indegnamente – persino l’autore di questo blog.
    (5) L’accusa  sostiene che egli li abbia piuttosto costruiti con le proprie mani e non trovati: che egli sia quindi un ‘tombarolo’ ed un falsario, ma questo è da provare.
    (6) Sanna direbbe, anche qui: “scientifica e non”. La sua conoscenza del sardo, si assicura, è nettamente superiore a quella dell’Italiano.

    venerdì 22 febbraio 2013

    Pittau vs. Zucca


    Ricevo, e molto volentieri pubblico subito, immutato, questo scritto del professor Massimo Pittau,  che - fino al momento in cui scrivo - è e rimane con assoluta certezza il più autorevole esperto di lingue (NeoSarda, ProtoSarda ed Etrusca, ma non solamente quelle) presente ed attivo in Sardegna. E' insomma colui con il quale si 'devono fare i conti' se si desidera di formulare ipotesi linguistiche riguardanti il Sardo ed i Sardi. 
    Questo è un periodo di grande confusione, in Sardegna: molti sedicenti 'autori' sardi si sono improvvisati storici, epigrafisti, archeologi (e si dichiarano più svegli e più attenti di quelli ufficiali, che sarebbero raccomandati, oscurantisti ed in malafede). E' bene, credo, fare un richiamo a prudenza e buon senso.

    Quandoque bonus dormitat Homerus
    L’epigrafista Raimondo Zucca

    Io ho sempre dimostrato grande stima del collega Raimondo Zucca come studioso e talvolta l’ho fatto anche in forma pubblica. Però un suo recente ampio studio (di 70 pagine) dedicato alla cosiddetta “scrittura nuragica” e pubblicato nel «Bollettino di Studi Sardi» (5 - 2012), mi ha sorpreso abbastanza e non mi trova d’accordo in tutto. Egli infatti ha tracciato – molto bene – la lunga storia della questione sulla esistenza o meno di una scrittura fra gli antichi Nuragici, ma insieme ha allargato enormemente il suo campo di analisi, a tutto il Mediterraneo antico, dalla Sardegna all’Iberia, a Micene, a Cipro, alla Fenicia, all’Egitto, ecc. Io però non mi sento di interloquire col collega Zucca in un campo così vasto e precisamente sulla lingua iberica, su quella micenea, su quella fenicia, ecc., perché non sono stati questi miei campi di studio specifico e pertanto temerei di essere superficiale sull’argomento.
    I) Venendo ai rilievi che intendo muovergli, in linea generale io lamento che egli abbia fatto riferimento a mie tesi personali, che avevo prospettato in opere o studi di trent’anni fa, mentre le ho abbandonate e lasciate cadere del tutto in mie opere successive. In tutte le discipline o scienze il progresso del sapere avviene per tentativi, molti dei quali sono fallimentari e perciò vanno abbandonati (però hanno pur sempre un valore ai fini dialettici della discussione). Egli cita una mia opera del 1981, «La lingua dei Sardi Nuragici e degli Etruschi», mentre mostra di non aver letto con sufficiente attenzione la mia recente opera «Storia dei Sardi Nuragici» (Selargius, Domus de Janas, 2007). Una lettura più attenta di questa mia opera probabilmente lo avrebbe indotto a lasciar cadere la tesi secondo cui i Serdaioi della famosa tabella greca di Olimpia erano un del tutto sconosciuto e ipotetico popolo dell’Illiria o del Bruzio (= Calabria) e non i Sardi della Sardegna. In questo mio libro ho scritto testualmente (pg. 94): «Le ipotesi sostenute da alcuni studiosi, secondo cui i Serdaioi sarebbero non i Sardi della Sardegna, bensì un popolo dell'Illiria oppure uno di montanari indigeni che avrebbe controllato le strade del Bruzio che portavano da Sibari a Lao ed a Scidro, sono da respingersi per le seguenti considerazioni: 1ª) È troppo semplicistico e comodo crearsi, con la semplice fantasia e come un deus ex machina, un popolo sconosciuto e misterioso ai fini della soluzione di un problema storiografico; 2ª) La potente e famosa città di Sibari si sarebbe screditata e perfino ridicolizzata di fronte a tutti i Greci, se avesse ufficializzato nel santuario di Zeus Olimpio un suo patto di amicizia perpetua con un oscuro popolo dell'Illiria oppure del Bruzio (cfr. G. Pugliese Carratelli, Studi Etruschi, XXXIII, 1965, pg. 226; Almanacco Calabrese, Roma 1969, pgg. 48-51); 3ª) Non è verosimile che, per stipulare un patto di amicizia con uno dei due supposti popoli, Sibari avesse chiamato in causa anche i suoi alleati. Si deve inoltre respingere anche l'ipotesi che i Serdaioi fossero gli abitanti di una finora sconosciuta città della Magna Grecia per le seguenti considerazioni: 4ª) La storia della Magna Grecia è ormai conosciuta molto bene, tanto che si può escludere con grande sicurezza che sia mai esistita una città il cui nome aveva la radice *serd-; 5ª) Non si vedrebbe alcun motivo per un impegno tanto importante e solenne della grande Sibari in un trattato di pace stipulato con una tale ipotetica città, la quale, non essendo mai stata ricordata dagli storici antichi, di certo sarebbe stata di scarsissima rilevanza politica, economica e militare». A queste mie considerazioni R. Zucca avrebbe dovuto opporre sue considerazioni differenti e non limitarsi a citare semplicemente un autore come Mario Torelli, il quale aveva dimostrato la sua serietà di studioso quando, trent’anni fa, mi aveva in un quotidiano romano attaccato per il mio citato libro, ma senza averlo ancora letto e, più tardi, senza aver alcuna competenza nella lingua etrusca, a proposito mia interpretazione della famosa Tabula Cortonensis (da me debitamente rimbeccato entrambe le volte; cfr. M. Pittau, «I grandi testi della Lingua Etrusca tradotti e commentati», Sassari 2011, Delfino Editore, pg. 129).
    II) Mi ha stupito il fatto che R. Zucca abbia sorvolato e passato sotto silenzio la evidente e stretta corrispondenza esistente tra l’etnico SERDAIOI della tabella di Olimpia e la legenda SERD, SER di monete rinvenute in Sardegna e inoltre abbia trascurato la sua corrispondenza coi toponimi sardi Serdis e Serdiana. 
    III) A me sembra che R. Zucca abbia errato ad attribuire a mercenari sardi che combattevano in Sicilia nell’esercito cartaginese contro i Greci le due monete che riportano la legenda SARDOI. Non è infatti concepibile che quei mercenari si portassero dietro in guerra lo strumentario della zecca. E non avrebbero forse coniato sulle due monete il loro nome in alfabeto fenicio-punico e nient’affatto nell’alfabeto dei Greci, da loro combattuti? E il comandante e gli ufficiali dell’esercito cartaginese avrebbero forse permesso questa emissione di monete da parte dei loro mercenari sardi?
    IV) Nel caso che R. Zucca avesse ragione ad affermare che le lettere incise nell’ingresso del nuraghe Rampinu di Orosei-Onifai sono non in alfabeto greco, bensì in alfabeto latino di “avanzata età romana imperiale”, a me questa circostanza andrebbe molto meglio, anzi benissimo, perché avremmo un nuovo esempio del fatto che i Sardi, per scrivere messaggi della loro lingua nuragica, facevano uso dell’alfabeto latino ancora nella “avanzata età romana imperiale”.
    V) Ma, a prescindere da tutto ciò, mi sembra che R. Zucca abbia errato anche a prospettare l’ipotesi che quelle lettere potrebbero essere un messaggio cifrato in inglese della II guerra mondiale. Del tutto fuori mano e all’interno del territorio come è quel nuraghe, cosa stavano a farci un messaggio militare cifrato e gli Inglesi? Al tempo di quella guerra io ero militare ed ho lavorato anche in un ufficio di cifratura di messaggi e pertanto posso assicurarlo che i messaggi militari cifrati non si scolpiscono in un monumento archeologico esposto al pubblico, anche se fuori mano. Molto probabilmente R. Zucca non ha mai visto quel nuraghe e constatato la grande durezza dei massi in cui sono incise le lettere. E almeno quelle lettere fossero state tracciate sul nuraghe con la vernice e non incise sulla sua durissima pietra…
    VI) A me sembra che il collega Zucca abbia errato anche ad affermare che la sigla BE incisa profondamente in un masso dell’ingresso sopraelevato del Nuraxi di Barumini sia da leggere SE e risalga allo scorso secolo XX. Forse risalirebbe al periodo in cui venivano fatti gli scavi? Ma l’archeologo che presiedeva agli scavi e i suoi assistenti forse che non glielo avrebbero impedito? E poi perché il profanatore del monumento avrebbe inciso tanto profondamente la sua sigla su un masso di roccia durissima? E, bramoso di passare alla storia come dimostrava di essere, non avrebbe scritto il suo cognome intero e non siglato? e avrebbe forse commesso l’errore di scrivere al rovescio la lettera del suo prenome?
    VII) La questione della iscrizione in caratteri greci, che compare incisa nell’abside esterna di San Nicola di Trullas di Semestene io l’ho lasciata cadere del tutto; però non mi sentirei di affermare – come ha fatto ma non dimostrato R. Zucca – che essa contiene un messaggio in lingua italiana.
    VIII) Il mio egregio collega ha mai visto e studiato con attenzione la scritta che compare nel frontone del nuraghe di Aidu Entos di Mulargia? Come ho fatto io, che in differenti occasioni e differenti ore ho scattato una dozzina di fotografie della scritta e perfino fatto un calco. Io ho concluso che purtroppo l’iscrizione è quasi del tutto scomparsa per la erosione del masso, per cui risultano veramente leggibili soltanto due vocaboli, entrambi nuragici, NURAC e SESSAR, i quali non consentono affatto l’interpretazione che R. Zucca mostra di condividere.
    IX) Parlando di toponimi di matrice protosarda, egli cita autori che non hanno scritto quasi nulla sull’argomento, mentre ha mostrato di ignorare la mia recente ed ampia opera (di 1.100 pagine), intitolata «I toponimi della Sardegna – Significato e origine» (Sassari 2011, EDES), nella quale ho analizzato e spiegato più di 20 mila toponimi della Sardegna centrale e, di nuovo, tutti i Macrotoponimi dell’Isola. Se avesse letto le mie conclusioni, probabilmente l’egregio collega avrebbe mutato qualche sua opinione sull’argomento.
    Avrei qualche altra osservazione da fare all’egregio collega, ma mi sembra che siano sufficienti quelle fattegli.

    Massimo Pittau