Visualizzazione post con etichetta parole. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta parole. Mostra tutti i post

lunedì 1 ottobre 2012

Is Brebus, "quelle" Parole.

  Peraulas, allegas, fueddus significano tutte “parole”, in Sardo, nel significato che il termine possiede comunemente in Italiano... Dicius traduce l'Italiano "detti", cioé i proverbi che raccolgono la saggezza delle osservazioni popolari tradizionali...

  Brebu, (letteralmente. “verbo”), invece, possiede un significato molto più forte: significa una “parola attiva”, che genera effetti precisi e cercati, producendo conseguenze desiderate da chi pronuncia quelle parole.

      Si tratta di una pratica antica, che si riallaccia allo sciamanesimo diffuso anche in altre regioni del mondo antico.

   Non è esattamente una preghiera, né solamente uno scongiuro. È qualche cosa di oscuro ed indefinibile, che deriva forse dalla notte dei tempi protosardi. 
    Nasce possibilmente nell'animismo naturale primitivo, ha indubbiamente cambiato forme per sincretismo, attraversando varie forme di paganesimo ed infine è stato profondamente modificato ed influenzato dal cristianesimo (alcune formule sono in un 'latinorum' d'origine ecclesiastico, e riproducono suoni uditi dal sacerdote, quando la messa era ancora in Latino). Oggi, è una pratica totalmente scomparsa nei grossi centri, considerata per lo più una forma di vana superstizione popolare, retaggio folcloristico di tempi passati. È però qualcosa in cui alcuni ancora oggi credono nei piccoli centri sperduti, anche se non ne conoscono ormai più le origini, né la sostanza, né – pienamente – la forma.
  La leggenda vuole che della conoscenza di "is brebus" fossero depositarie le donne: anche questo sarebbe un ottimo motivo di ricerca antropologica, cioé che spetti alle donne - oltre che dare la vita alla prole e nutrirla - anche salvare in ogni occasione i propri simili dallle malattie e dalla malasorte.
   A questo proposito è indubbiamente interessante ricordare che la donna interveniva - secondo la tradizione popolare - anche a porre termine alle sofferenze inutili e prolungate dei malati terminali. la cosiddetta "acabadora" (con un termine preso in prestito dallo spagnolo "acabar") era la 'terminatrice' dei casi senza speranza.
   Tutto questo rende ragione senza dubbi dell'enorme importanza che la donna possiede ancora nell'immaginario sardo: forse è tutto ciò che resta di un reale antico matriarcato, come alcuni suggeriscono.

   Alle donne che "conoscevano", le maghiarge, spettava poi - in tarda età , in presenza di malattia, etc - trasmettere la propria preziosa conoscenza ad un'erede appositamente prescelta e degna, affinché non andasse perduta.
   Alcune donne, pare, conoscevano numerosi brebus: si favoleggia persino un numero di 50 o 60.

   Ci troviamo - quindi - di fronte ad una specie di 'magia' che alcuni definirebbero più propriamente 'magia bianca', in quanto essa è volta decisamente al bene ed opera nel rispetto pieno delle leggi della Natura e quindi di Dio. Le sue rappresentanti, in Sardegna, rispondevano al nome di 'maias' o 'maghiargias'.

   In opposizione a questa è la 'magia nera', che si descrive volta a fare del male ad altri, o esclusivamente all'interesse personale del mago, contro le forze naturali e le leggi dell'Universo e di Dio.     Anche di questa esisterebbero rappresentanti nella superstizione sarda: Cogas, Surbiles, Bruxas, sono tutte equiparabili alle streghe delle altre regioni italiane. Le Sùrbiles sarebbero state addirittura una specie di vampiri, capaci di trasformarsi in animali. Le Cogas trarrebbero il loro nome dall'atto di 'cucinare' varie erbe nella preparazione di unguenti e filtri con effetti nefasti.

   Ma le donne depositarie dei Brebus non avevano l'interesse personale come scopo: esse - nell'immaginario sardo - avevano a cuore il benessere del proprio prossimo e non chiedevano alcunché in cambio delle proprie prestazioni professionali. Accettavano di buon grado ciò che era loro offerto, secondo le possibilità del beneficiato.

Tutto questo testimonia di un mondo antico e semplice, ormai sbiadito nella memoria comune degli stessi Sardi, un mondo agropastorale quasi totalmente scomparso, nel quale la consevazione in salute di ogni singolo individuo era importante per la sopravvivenza tutta la Comunità, che gliene rendeva atto in ogni occasione (come  si potrà constatare nei riti dell'Argia, di cui riferirò più in là).
Ora, il processo di amalgama globale sta livellando tutto e cancellando ogni traccia di tradizione, di differnza, di lingua. Molti sardi sono ansiosi di diventare quanto prima possibile più 'moderni'. In certi casi, a mio vedere, non è un bene: specialmente quando i modelli che scelgono sono mediocri o deteriori.

martedì 24 luglio 2012


Caro Pasuco: le parole possono perdere il loro significato, se le usi troppo spesso, oppure se le usi a sproposito, oppure se usi parole che non conosci e non capisci. A quel punto non servono più a niente.

Intanto, ricordati che tu hai una lingua, la tua lingua: perché mai dovresti usare una lingua straniera, che conosci meno, per esprimere un’idea che magari nella tua lingua esisteva già, prima ancora che quella lingua nascesse?

[Esempio: “tzunami”. Significa “onda di porto”, in giapponese. Si riferisce al fatto che l’onda di maremoto fa più danni sulla costa che non in mare aperto. E’ diventato un termine d’uso comune perché in Inglese non c’è un termine per indicare il maremoto: così i giornalisti di lingua inglese hanno utilizzato il termine giapponese. Ma noi abbiamo un termine adattissimo].

Abbiamo molti termini che non usiamo più, a vantaggio di termini stranieri che spesso non sappiamo neppure pronunciare (o scrivere) [Esempio: “privacy”. La lingua Italiana possiede una vasta gamma d’espressioni adatte per tutte le occasioni e per tutte le sfumature di significato che ti occorrono:  riservatezza, segretezza, discrezione, segreto professionale, acqua in bocca]. Perché mai, allora, il termine privacy, inglese, compare persino nel testo di una legge nazionale italiana?

Spesso i termini stranieri sono usati nei comizi, oppure in dialoghi trasmessi per radio o per televisione: è quello, probabilmente, il momento in cui le spoglie di Cicerone si rivoltano nella propria tomba con maggiore vivacità. Perché? Ma è semplice: un termine straniero non risponde certamente alle esigenze di chiarezza d’ogni buon oratore. Tra l’altro, non è detto che tutti, nell’uditorio italiano, conoscano proprio quel vocabolo straniero. E spesso, infine, quel vocabolo straniero è pronunciato in modo “creativo” dall’oratore, il che lo rende del tutto incomprensibile, spesso anche a chi conosca bene quella lingua straniera. Specialmente l’Inglese è vittima di queste deformazioni, con la creazione del cosiddetto “Itanglese”.
[Esempio: molte parole d’uso comune nell’italiano d’oggi sono il risultato di questa modifica della pronuncia. Sono troppe, per elencarle tutte, ma mi limiterò a solamente alcuni. La parola Itanglese “Far West” deriva probabilmente dalla cattiva comprensione di “Wild West”.  “Flipper”, in Inglese significa “pinna dorsale”, non indica quello che credono gli Italiani, che in Inglese si chiama “pin ball”. La “mountain bike” (pron: mauntein baic) dovrebbe essere chiamata “rampichino” o bicicletta da montagna, piuttosto che con l’orrido, ma ormai abituale “montanbaic”].

Gli Italiani in genere non sanno che l’aggettivo – in Inglese – precede il sostantivo e che esiste la forma del “genitivo sassone”: quando parlano di “buoni pasto” evitano accuratamente l’italiano (che tutti comprenderebbero) ed usano spesso il terribile termine “ticket restaurant” (che non significa alcunché: al massimo potrebbe significare “ristorante a biglietti”), invece del corretto – ma ahimé sconosciuto – “restaurant voucher”. E’ proprio il caso di consigliare: “Ma parla come magni, va’!”.

Per non parlare dei modi di dire o delle sigle: quando “cade la linea” in italiano, “we were disconnected” in Inglese e “conosco i miei polli” non può affatto essere tradotto con “I know my chickens”. Tutti gli Italiani, quando mandano un “messaggino” telefonico, lo chiamano “SMS”: la sigla sta per “Short Message Service”. E’ evidente, invece, che ciò che si manda, attraverso il Servizio è solamente lo “Short Message” e non anche il Servizio. Dire “ti mando un SMS” equivale a dire “ti spedisco un Ufficio Postale”, invece che una lettera.

Ma noi siamo fatti così, caro Pasuco: conosciamo sempre di meno l’Italiano e lo usiamo sempre di meno. Lo stiamo trasformando in una lingua più brutta: “velocizzare”, invece di accelerare; “scannerizzare” invece di scansionare; “tempo reale” usato nel senso – molto errato – di “in diretta”, “in contemporanea” e via così, con strafalcioni sempre più insulsi e forme gergali rampanti ma incolte. Presto l’Inglese subirà quel processo che il Latino subì a suo tempo, quando venne accolto come lingua della cultura dominante in regioni lontane da Roma, dove non lo si capiva del tutto e lo si pronunciava in modo diverso. Così nacquero le lingue Neo-Latine. Oggi, stanno nascendo le lingue Neo-Inglesi: lo “Spanglish, il “Singlish” e – appunto – l’Itanglese.