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domenica 3 agosto 2014

PER UN' INFORMAZIONE CORRETTA


Sono stanco dei giornalisti.

Disgustato del loro modo di strombazzare per mesi e mesi presunte novità.

Razzolano troppo spesso in casi melmosi che dovrebbero restare fatti privati: omicidi, ferimenti, tradimenti, furti, danneggiamenti e così via…

Promettono ‘straordinarietà’, offrono ‘ovvietà’.
Annunciano ‘neutralità’ e professano ‘parzialità’.
Ricorrono – quando non hanno di meglio – a ‘sondaggi’ tra la popolazione: ma che ne sa il mio giornalaio, il conduttore d’autobus, il fruttivendolo egiziano, il primo passante che incontro, sulle cellule staminali o sul DNA o su che cosa siano mai i bequerel?
In seguito all’ennesima – ma del tutto imprevista – ‘bomba d’acqua’, chiosano sempre: “Nessun avvertimento dalla Protezione Civile”, implicandone costantemente la responsabilità.
Brutta razza, un certo giornalismo.
D’estate, quando le notizie languono, ecco la comparsa quasi sistematica dei ‘mostri’: serpenti lunghissimi, pantere nella campagna romana, e così via.
Oppure, le notizie utili per difendersi da vespe, meduse, zanzare ed altri problemi delle vacanze: naturalmente tutte sbagliate, approssimate, ma sempre scritte con quel piglio sensazionalistico atto a creare allarme.
Persone semplici – punte 5 giorni fa da una vespa – corrono al pronto soccorso perché leggono che “la puntura di una vespa può creare danni gravi anche a distanza di tempo”. Non è questo il procurato allarme di un irresponsabile?

Dovrebbero fare un passo indietro: ricordarsi che il loro lavoro è l’informazione.  E solo quella.

Già il commento del fatto accaduto si presta a mille trabocchetti, diverse interpretazioni politiche, deviazioni dal vero e così via… Il commento deve essere fatto in un momento successivo: deve essere prima ponderato, pensato. Il commento ‘a caldo’ è infatti sempre emotivo e troppo spesso non equo. Il commento deve essere inoltre affidato solamente da gente esperta della materia.

Che sia giusto essere informati prontamente di un accadimento – ordinario o straordinario – è verissimo, si tratta di pubblica utilità:  un ingorgo, un’alluvione, la chiusura di una strada, la visita di una commissione straniera, un attentato...

Ma ci sono notizie che non è bene dare (o che è bene dare appena, senza scendere in dettagli). Invece, ce le spiattellano continuamente davanti: tutti i dettagli su come Tizio ha ucciso Caio, ne ha trasportato il corpo, quindi ne ha sciolti i resti nell’acido, infine ha brindato alla sua memoria in una macabra cena con amici suoi pari.

Sono cose che non voglio sapere, per buoni motivi: non è affatto censura. Si tratta, anzi, di un argomento che dovrebbe essere studiato e regolato da un’apposita Commissione Etica.
Intanto, preferisco argomenti più sereni, che mi permettano di riposare tranquillo la notte.
Inoltre, so fin troppo bene che esistono particolari psicologie che si lasciano molto influenzare dalla minuziosa descrizione di certi fatti e poi tendono immancabilmente a ripeterli (ne abbiamo avuto così tanti numerosi esempi, inutile citarli qui).
Infine, credo sinceramente che i tribunali esistano proprio per decidere se certe persone siano colpevoli oppure no. Quindi non credo affatto sia giusto che i giornalisti possano influenzare intere giurie popolari di lettori su detta colpevolezza, martellandoli quotidianamente con i loro teoremi, prima della conclusione dei processi.  Compete loro solo informare: tizio è stato/non è stato arrestato; tizio è/non è sotto processo; tizio è stato/non è stato condannato. Basta così.
Il resto è tutto un cumulo d’ invadente presunzione e di morbosità malevola, ed è tutto volto al fine di vendere una testata piuttosto che un’altra.

Un articolo che informi in modo completo ed equidistante, che non modifichi l’accaduto e soprattutto non lo interpreti, inducendo il lettore a conclusioni può anche essere una molto utile impresa.
Più tardi, un fondato articolo d’opinione può anche essere un’opera d’arte, e magari servire persino a svegliare e a smuovere alcune coscienze sopite, che non sanno sondare le sostanze dell’accaduto.

Ma in genere, purtroppo, i giornali riportano solamente scarabocchi di soggetti che non sanno scrivere e che sono diretti proprio ad altri soggetti, che non sanno leggere.

CAMPAGNA 2014 PER UNA CORRETTA GESTIONE DELL’INFORMAZIONE PUBBLICA.

giovedì 21 novembre 2013

INFORMAZIONE E DISINFORMAZIONE


Riporto - dal Blog del Gruppo d'Intervento giuridico Onlus - questo intervento.


Ma ritengo (con tutto il doveroso rispetto per le vite perdute e per i familiari delle vittime) necessario anche corredarlo con mie preventive considerazioni al riguardo. Si fanno, da parte dei mezzi di comunicazioni, molte e confusissime considerazioni collaterali ed inutili (E' stata data in tempo "l'allerta meteo"? Era di proporzioni adeguate? Sta funzionando la Protezione Civile? etc). Sembra quasi che i giornalisti abbiano ricevuto precisi 'ordini di scuderia' per confonderci le idee... (Pensar male è peccato - certo - ma spesso ci s'indovina: e se per caso esistessero interessi economici dietro a tale confusione?)

Il problema.

E' vero che il tempo meteorologico sta cambiando. E' vero che lo Stato Italiano è talvolta poco presente  in questa come in altre situazioni che andrebbero invece preventivamente controllate e regolamentate più rigorosamente... Ma non si facciano troppe chiacchiere.
Perché il problema causale, il vero problema iniziale è un altro.
Ed è un solo problema, non tanti, diversi e complessi. 
Si chiama: dissesto idrogeologico. 
Non è una cosa naturale, che si trova già insita nell'ambiente: è qualche cosa che l'azione dissennata dell'uomo porta nell'ambiente.

La condizione naturale.

La Sardegna era un'isola coperta di un'unica grande foresta. Il suo profilo era dolce e curvilineo, tra le valli e le montagne, fino alle coste. Nel neolitico iniziò l'azione di disboscamento dell'uomo, che proseguì in misura crescente nei secoli, fino ai legnaiuoli piemontesi ed i carbonai toscani con la loro Maremma maiala...
Il taglio indiscriminato e prolungato della foresta primitiva determinò, nel corso dei millenni, un imponente dilavamento di terra, che andò a finire prevalentemente in mare e che ha inoltre determinato la formazione presso le coste di numerose 'zone umide', stagni e paludi, facilitando l'attecchimento della Malaria.
L'impatto sulla popolazione, quindi, sarebbe già imponente così, a ben vedere...

Ma in seguito e fino ad oggi si costruirono strade che tagliavano valli ed impluvi, si permise l'edificazione di costruzioni pubbliche e private che non rispondevano alle regole dettate dalla natura, si eseguirono opere di sbancamento e di cava talvolta molto discutibili, si programmarono dighe poco convincenti, alcune delle quali sono ancora in corso di 'costruzione', dopo ritardi burocratici, ostacoli, interruzioni e riprese dei lavori, in un sistema burocratico che certamente non funziona.

Ma questo, amico mio che mi leggi, non è un problema sardo: è un problema nazionale italiano! E ne abbiamo esempi ovunque, in alcuni casi ripetuti (*): Vajont, Firenze, Sarno, Genova*, Sardegna*, etc etc.

L'informazione, poi, è sempre incompleta e fuorviante: la maggior parte delle persone crede che la diga del Vajont sia crollata: non è vero. La diga del Vajont è ancora lì, il suo progetto era ed è perfetto. Ma non andava costruita lì: perché uno dei monti a cui si appoggia è il monte 'Toc', cioé il 'monte che frana'. Infatti fu una frana che scucchiaiò le migliaia di tonnellate d'acqua fuori dal bacino, uccidendo migliaia di persone.

In tutti questi posti le responsabilità sono locali e sono state individuate con precisione: i canali di deflusso trascurati per decenni, intasati, pieni di alberi e di arbusti, di rifiuti d'ogni tipo di Sarno, avrebbero diminuito certamente le dimensioni di quella terribile onda di fango ed acqua.

Informazione e disinformazione.

Qualcuno, oggi, parla di scarsità di soldi per realizzare la prevenzione: bugia!

Non sono soldi che servono: sono cervelli capaci di programmare correttamente tutto lo sviluppo delle opere edilizie, rispettando l'ambiente per evitare il dissesto ambientale idrogeologico.

I Sardi. Il futuro.

I Sardi sono forti e nella necessità sanno fare coorte: lo faranno anche questa volta, ne usciranno, malgrado i lutti e le sofferenze grandissime. Ma non facciamone una inutile questione identitaria, perché la morte consiste invece proprio nella perdita di ogni identità...

Traiamone invece la forte motivazione a programmare meglio e davvero il futuro di tutte le nostre comunità.

L'azione del GRIG è stata spesso salvifica, al riguardo, in Sardegna: bloccando alcuni edifici che già nel 2008 sarebbero stati sulla strada di terribili ondate di acqua, con morti e feriti (che furono così evitati). Ecco perché , ora, dò loro la parola:


Ciclone Cleopatra: acqua, sangue, rischi idrogeologici in Sardegna.i



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E’ un momento di grande dolore.
Non si sa ancora quanti morti – ormai almeno 18 – e quanti danni materiali abbia provocato il Ciclone Cleopatra in Sardegna.
Di sicuro troppi.
E’ vero, fra raffiche di vento a 100 km. orari è venuta giù tanta pioggia concentrata quanta ne cade in un semestre (4-500 mm. in Gallura e nel centro dell’Isola), ma è vero anche chevittime e danni vi sono stati soprattutto inquartieri edificati (magari abusivamente e poi condonati) in zone a rischio idrogeologico(come nella piana olbiese, a Putzolu, a Santa Mariedda, a Baratta, sulla costa di Pittulongu).
Com’era già accaduto, fra le tante volte, nella tragica alluvione di Capoterra (autunno 2008), dove le previsioni urbanistiche rimangono ovviamente inalterate.
L’aumento delle volumetrie in base al c.d. piano per l’edilizia (legge regionale n. 4/2009 e s.m.i.) e lo stravolgimento del piano paesaggistico regionale non fanno che aumentare ilrischio idrogeologico e, in definitiva, i pericoli per le persone.
Il Presidente della Regione Ugo Cappellacci ha poco d’abbandonarsi al fatalismo di stampo biblico (“La Sardegna è stata vittima di una piena millenaria“), quando dalla sua amministrazione vengono revocati fondi per ben 1,5 milioni di euro destinati proprio agli interventi per la difesa del suolo e contro il dissesto idrogeologico.
La linea politico-amministrativa semplicemente sensata dovrebbe essere proprio opposta: un vero e proprio new deal, un grande piano di risanamento idrogeologico e della rete idrica, sostenuto con quei fondi comunitari che non si sanno spendere o troppo spesso si spendono male.     Farebbe bene all’ambiente e darebbe lavoro a imprese, progettisti, maestranze di ogni qualifica.    Darebbe anche maggiore sicurezza alle persone, con meno calamità innaturaliannunciate, se non dispiace.
Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

domenica 10 novembre 2013

INFORMAZIONE? 2


Dopo l'articolo del 7 Novembre della Repubblica, eccone la prima conseguenza: parte la più stupida 'Caccia al tesoro' del Mondo. 

La riporta il quotidiano sardo "Nuova Sardegna".


Evelino Loi è sicuro: «Priebke è sepolto in Sardegna»


Lo scoop di Repubblica: l’ex detenuto di Barisardo dice di riconoscere le foto. «Nel cimitero del carcere di Isili c’è anche mio padre. Questa cosa non la sopporto»


    di Giovanni Bua
    BARISARDO. «Erich Priebke è in Sardegna, nel piccolo cimitero della colonia penale di Isili. Lo so bene, perché è sepolto a qualche metro da mio padre. E questa cosa mi fa veramente impazzire dalla rabbia».
    La pirotecnica rivelazione, la cui attendibilità è ancora tutta da dimostrare, arriva da uno che di fuochi di artificio nella sua vita ne ha fatti brillare parecchi: Evelino Loi, 68enne di Barisardo. Mezza vita in galera, «ne ho fatto 30 anni – racconta –, ma mica ho combinato granché», l’altra metà passata tra manifestazioni studentesche (il primo arresto fu per una protesta in piazza contro il governo Tambroni), rivolte carcerarie, «per quella a Rebibbia mi sono fatto 5 anni in gabbia», spettacolari scalate al Colosseo. La prima appena arrivato a Roma, ancora ragazzo negli anni ’60, quando minacciò di buttarsi nel vuoto se non gli veniva trovato un lavoro. Lo assunsero in Vaticano, come uomo delle pulizie in casa di un Monsignore, si licenziò il giorno dopo. Da allora fece su e giù talmente tante volte (una volta si portò in cima sette amici, tutti sardi, e salirono pure Pasquale Squitieri e Cesare Zavattini per conoscerlo e, racconta lui, invitarlo a cena) da guadagnarsi il soprannome di “stasera mi butto”.
    Un’esistenza al limite insomma, o anche un po’ oltre. Intervallata da tre libri di poesie (l’ultimo “Poesie in Catene” presentato pochi mesi fa a Cagliari), l’associazione Detenuti Non Violenti, da lui fondata nel 1986 a Rebibbia, la sua Barisardo, dove è tornato a vivere dal 1995, per la quale si è beccato altri due anni di galera per i blocchi stradali per protesta contro la crisi idrica. E si è anche preso, nel 2001, dai soliti ignoti una bella razione di sprangate.
    «Ora sono fuori da sette anni – spiega divertito – un vero record. Ma sono pieno di amici carcerati. E anche di guardie. E, da quando è arrivata la notizia (lo scoop di repubblica firmato dal direttore Ezio Mauro) sulla sepoltura di Priebke in un cimitero di un carcere misterioso, hanno iniziato ad arrivarmi voci, tante. Poi ho vito le foto, e allora non ho più avuto dubbi».
    Loi infatti il piccolo cimitero (ancora attivo) della casa penale del Sarcidano lo conosce bene. «Ci ho fatto dentro un anno, nel 1976, ma soprattutto ci è sepolto mio padre, Eugenio. Che è morto mentre era detenuto a Isili nel 1947. Ho anche fatto una foto sulla sua tomba. E l’ho curata praticamente tutti i giorni durante la mia detenzione. Il posto è quello, io non ho dubbi. E ho anche avuto conferme da amici. A Isili sono successe cose strane una notte di questo fine ottobre. E da allora i secondini sono misteriosamente aumentati».
    Il giorno di fine ottobre sarebbe quello nel quale, secondo Repubblica, il corpo dell’ufficiale nazista, responsabile nel 1944 del massacro di 335 civili italiani nelle fosse Ardeatine, venne portato via alle 3.45 dall’hangar della base militare di pratica di Mare, dove era custodito dal 16 ottobre dopo esser stato rifiutato da mezza Italia. Dopo due ore venne trasbordato su un altro mezzo e «arrivò – scrive Mauro – a destinazione in piena domenica». Abbastanza da far pensare a un viaggio lungo, in nave magari. Per la Sardegna, ipotizza (non smentito) Il Fatto. Ed effettivamente Mauro racconta di strade «prima comode (la 131?) poi di mezza montagna» di «alberi che si piegano (per il Maestrale?)», del cimitero di un carcere (una colonia penale come Isili), con nessuno che vede «perché non è un giorno di lavoro». E poi le foto, che Loi è sicuro, immediatamente, di riconoscere.
    Certo, c’è da dire che Mauro ha ribadito più volte l’intenzione di non svelare il luogo della sepoltura. Che, per questioni di ordine pubblico, deve rimanere segreto. E che dunque l’articolo potrebbe essere pieno di falsi indizi, e le foto pubblicate da Repubblica, ammesso che siano effettivamente di Isili (alcune le somiglianze con quelle di Loi, molte le diversità, anche se tra uno scatto e l’altro sono passati 30 anni), esser false. Non però per “stasera mi butto”: «Quel boia ha ucciso tutta quella gente senza mai chieder scusa. Non l’hanno voluto nemmeno i preti, che dovrebbero accogliere tutti. E deve finire in Sardegna, vicino a un pover’uomo come mio padre, morto in galera per aver rubato un pezzo d’asino. Io questa cosa non la sopporto proprio. E, sono sicuro, non sarò il solo».
    ©RIPRODUZIONE RISERVATA

    giovedì 7 novembre 2013

    INFORMAZIONE?



    Il giornalista Ezio Mauro, Direttore del quotidiano “La Repubblica”, c’informa oggi, in un articolo a sua firma, che la salma di Erik Priebke (*) – alla fine – è stata inumata in Italia.
    In un posto segreto.

    Per dare maggiore credibilità alla ‘notizia’, egli ci fornisce una grande quantità di dettagli: la tomba sarebbe segnata solo da una croce di legno, priva di date e di nome, sita all’interno di un carcere, protetta da inferriate, chiavistelli e illuminata da riflettori.
    Pertanto – ci rassicura – si trova al riparo sia da atti vandalici di protesta, sia da cerimonie di rievocazione di nostalgici.

    Per Mauro, si tratterebbe “insieme, di una sepoltura dignitosa quale è quella che un Paese Civile deve garantire anche al proprio peggiore nemico e della dimostrazione dell’esistenza perdurante di un conflitto irriducibile”.
    L'atto della sepoltura sarebbe stato muto, in un cimitero dimenticato da anni, (per l’occasione sarebbe stato risistemato dai detenuti del carcere stesso) tenendo all’oscuro del fatto sia i detenuti, sia i guardiani, sia il sindaco della cittadina, sia gli abitanti, sia il Presidente della Regione.

    Non avevamo bisogno di questa notizia.
    Non è neppure una notizia: è una ‘non-notizia’. Qualcuno dovrebbe segnalare al giornalista la differenza enorme tra informazione di pubblica utilità e fastidiosa vanità giornalistica.

    Se l’Italiano comune (non mi permetto di parlare per parte dei parenti dei perseguitati e degli uccisi, ma non è possibile ignorare che tutta questa maldestra vicenda riapre colpevolmente vecchie orribili ferite) non si sentisse già abbastanza offeso  dall’avere pagato per tanti anni di tasca propria i turni di guardia  h24 per sorvegliare il vecchio nazista mai pentito, ebbene: detto Italiano – credo – non sarà affatto d’accordo con lo spreco di luce inutile dei riflettori sulla tomba.

    A parte il fatto che i detenuti saranno anche criminali e rinchiusi, ma non sono certamente stupidi e sanno fare 2+2 in qualsiasi latitudine: sanno persino leggere i giornali.  Per questo motivo, se ciò che Mauro ha scritto fosse vero (mi auguro di no), egli avrebbe praticamente decretato con il proprio articolo la fuga di notizie circa il punto preciso della sepoltura. Che sarebbe foriero di nuovi guai futuri.

    Un vero giornale dovrebbe – piuttosto – dare notizie utili al lettore, insieme ad informazioni possibilmente quanto più aggiornate e precise, che possano realmente essere d’indicazione e di supporto nella faticosa vita quotidiana e futura.
    Questo dire e non dire,  invece, adducendo i dettagli e ponendo la firma del Direttore (che certamente non si è sottoposto di persona ad un appostamento di giorni e giorni, per potere alla fine seguire il feretro fino alla sua eventuale destinazione ‘segreta’) è oltremodo inutile a tutti, offensivo e potenzialmente dannoso.

    Confesso che io già non partivo con una buona opinione del giornale “La Repubblica”, di cui mi pregio non essere un lettore. Oggi confermo che – dopo questo – se fossi un pesce morto da dieci giorni, disdegnerei di farmi avvolgere in un foglio con quel nome.

    (*) Vice comandante della Gestapo di Roma occupata, fu tra gli organizzatori ed anche esecutore materiale dell’eccidio delle Fosse Ardeatine. È morto ultracentenario a Roma, dove si trovava agli arresti domiciliari in un appartamento di Via di Boccea (messogli a disposizione dal suo avvocato difensore). La cittadina di Albano Laziale era stata messa sottosopra dalle violentissime proteste scatenatesi contro il tentativo di funerale organizzatovi dai Padri Lefebvriani. In seguito a ciò, la salma era stata trasferita all’aeroporto militare di Pratica di Mare ed il suo successivo destino messo sotto segreto.

    martedì 22 ottobre 2013

    UNISS



    - Credo di potere affermare che ci troviamo di fronte ad un caso di cattiva comunicazione di un buon lavoro scientifico, interessante ed in parte ancora in corso, che fornirà pertanto ulteriori risultati degni di nota. 

    In termini medici, "Immune" può essere solamente un soggetto che è già stato esposto all'agente patogeno di una determinata patologia: il suo organismo ha di conseguenza espresso le proprie difese biologiche, sia in senso immunologico, sia con tutti gli altri sistemi biologici ad esso eventualmente possibili (mutazioni di sistemi biochimici, ad esempio: si veda la deficienza di G6PDH, ad esempio).
    Poco male: se nella comunicazione che segue si sostituisce al vocabolo 'immune' (di scelta infelice) il più corretto vocabolo 'esente', tutto l'articolo avrà più senso.
    Per quanto riguarda la Verità delle cose, si dovrà attendere l'annunciato maggiore sviluppo dello studio.

    - Personalmente tendo a credere che, anche in Sardegna, l'anofelismo sia stato facilitato dall'intervento scriteriato dell'uomo sull'ambiente. Il disboscamento sempre più intensivo (che era già iniziato molto prima, e si era accentuato poi nel Neolitico, come dimostra l'Archeologia) ha determinato un sempre più rapido ritmo di erosione del suolo. L'abbondate quantità di terreno portata verso le coste (e in mare) ha favorito il rallentamento del decorso delle acque fluviali, torrentizie e piovane ed il conseguente formarsi di paludi e di stagni in molte zone, interrando anche alcuni dei precedenti approdi.
    Una volta che l'ambiente fosse pronto ad ospitare la riproduzione e tutti gli stadi successivi dello sviluppo dell'Anofele, qualunque marinaio sarebbe potuto diventare il 'fatale untore'.

    - Piuttosto, vedo - in questo articolo - se mai essa fosse necessaria, un'ulteriore prova del fatto che i Neolitici sardi ed i Nuragici non erano affatto adusi al mare.
    Si potrà obiettare che si tratta di una prova indiretta: non ho alcuna difficoltà ad ammetterlo. Faccio solamente rilevare che anche le 'prove' di una eventuale navigazione Nuragica sono anch'esse rare ed indirette.

    uniss - UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI SASSARI


    Ultime notizie

    In età nuragica la Sardegna era immune* dalla malaria

    Sorprendenti risultati di uno studio storico-paleommunologico dell'Università di Sassari

    Pubblicato in data:  18 ottobre 2013

    SASSARI. Sorprendenti risultati di uno studio storico-paleoimmunologico condotto dal Dipartimento di Scienze Biomediche dell'Università di Sassari, dal Dipartimento di Scienze della Salute Pubblica e Pediatriche dell'Università di Torino e della Divisione di Paleopatologia dell'Università di Pisa: in età nuragica la Sardegna era immune dalla malaria. 
    La presenza di quell'antico flagello è invece accertata per l'età cartaginese. Inoltre, è stata verificata la presenza di un'altra malattia: la leishmaniosi umana (un'antropo-zoonosi), nella forma viscerale, da mettere verosimilmente in relazione con il ravvicinato contatto degli allevatori-cacciatori raccoglitori con i cani, reservoirs dell'infezione.

    Lo studio "Approccio paleobiologico alla storia della malaria e della leishmaniosi in Sardegna dall'età Prenuragica al Medioevo" è stato condotto da un gruppo di ricerca su materiali osteoarcheologici forniti dalle Soprintendenze alle antichità di Cagliari e di Sassari, con fondi della Fondazione del Banco di Sardegna. Sulla base di una cartografia della malaria (collegata ai dati paleoclimatici) predisposta dalla professoressa Eugenia Tognotti, storica della Medicina (Università di Sassari), il team scientifico - composto da paleopatologi (Gino Fornaciari e Valentina Giuffra, Università di Pisa), paleoimmunologi (Raffaella Bianucci, Università di Torino), paleoantropologi (Lino Bandiera, Università di Sassari) - ha impostato il lavoro che si è avvalso della possibilità di effettuare screening di ampia portata sulle collezioni osteoarcheologiche, capaci di fornire, in questa prima fase della ricerca, una risposta di tipo qualitativo (ovvero presenza/assenza del patogeno). Nel caso della malaria, l'utilizzo di questi test, la cui sensibilità e specificità su materiale antico è già stata confermata in studi precedenti, permette di identificare le proteine delle diverse specie del genere Plasmodium (falciparum,vivax, ovale, malariae).
    Le indagini paleo immunologiche sono state effettuate su campioni di siti di varie aree geografiche, corrispondenti a diverse epoche storiche e datati con il metodo del radiocarbonio: età nuragica; età fenicia ; età romana; prima età moderna.

    Non sono stati identificati casi di malaria, né di leishmaniosi umana nei reperti osteologici provenienti dai siti di età nuragica. Sono invece risultati positivi alla malaria due campioni esumati da siti come quello di Sa Figu (600 - 560 a.C., periodo Cartaginese). Qui è stato rilevato anche un possibile caso di co-infezione malaria-leishmaniosi. "Anche se occorrerà rafforzare questi risultati preliminari attraverso analisi metagenomica, che abbiamo già impostato - hanno detto gli autori dello studio - quello che è già emerso permetterà di scrivere una pagina nuova non solo nella storia di quell'antico flagello, ma in quella della Sardegna stessa".

    "Quello che è emerso in questo studio - aggiunge Eugenia Tognotti - sembra dare ragione a ciò che hanno sostenuto nel secolo scorso alcuni studiosi sardi: le popolazioni che innalzarono le grandiose costruzioni tronco-coniche, chiamate nuraghi, erano in buona salute, non indebolite dalle febbri. La malaria (gli anofeli erano già presenti, forse trasportati dalle navi fenicie) si diffuse in Sardegna nel V sec. a.C come in altri paesi rivieraschi del Mediterraneo: un effetto della 'globalizzazione' indotta dai fenicio-punici nei paesi che si affacciavano sul Mediterraneo". 

    giovedì 3 ottobre 2013

    Anonimamente, tua WIKI.




    ASINO CHI LEGGE, SI'...

    MA...  CHI SCRIVE? 


    Ad ulteriore riprova (se ce ne fosse ancora bisogno, di un'ulteriore prova!) del fatto che la Rete dell' Internet (ed in special modo questo vale per la versione Italiana della Rete) è un campo incolto (°), incustodito ed infestato d'erbacce, s'è già detto che basta confrontare Wikipedia nelle sue diverse versioni (in differenti lingue). 
    Questo richiede - va da sé - la conoscenza di alcune lingue straniere: ma già si potrà notare come il medesimo tema risulti trattato in modi completamente differenti: lunghezza, iconografia, impostazione e contenuti potranno differire così tanto da dare l'impressione che si sia cambiato del tutto l'argomento...

    Ora, c'è da dire che WIKIPEDIA solitamente non è affatto una fonte affidabile: essa è, anzi, discretamente inaffidabile e spesso molto discutibile. 
    Perché?
    Perché in genere chi ne cura in qualche modo la redazione e l'aggiornamento non può essere - per propria ammissione - un tuttologo esperto in ogni campo dello scibile. Per tale motivo, ci si fida usualmente di coloro che offrono i loro contributi senza compenso. 

    C'è da chiedersi - a questo punto - se davvero valga la pena di raccogliere le disperate richieste per salvarla, Wiki: naturalmente è possibile considerare la cosa solo una questione di opinioni. Io, personalmente, non credo sia opinabile. 
    Mi spiego meglio.
    Se esistono alcuni figuri che non fanno altro da mane a sera che cercare una propria affermazione personale, attraverso lo spamming delle proprie tesi lunatiche ed infondate, perché mai permetterglielo in una sede che ambirebbe essere una fonte di prima e facile consultazione? (in realtà, non lo si dovrebbe permettere in qualsiasi altra sede, ma questo è un altro e più vasto problema)
    Si dirà, beata ingenuità: ma spesso Wiki richiede almeno richiami ad una bibliografia, ad un dato provato. 
    Vero! Ma avete visto e valutato appieno il contenuto di alcuni dei libri che certe case editrici pubblicano? Avete considerato che - dietro a certi nomi - non ci sono affatto case editrici, bensì scrittori autodidatti che pubblicano a proprie spese?

    E infatti - guarda caso - alcuni argomenti servono esclusivamente per pubblicare spam (*) la propria personale bibliografia. Il che, a pensarci bene, fa cadere di schianto quel 'contributo senza compenso' riportato qualche riga sopra. Il losco figuro si è fatta una pubblicità gratuita in Rete e si è quindi assicurato che varie migliaia di persone leggano il suo nome ed il titolo del suo libro.
    Il fatto che molti ancora siano del tutto ignari di questa autoreferenzialità di Wikipedia gli garantisce infine di aumentare le vendite.
    Come rimediare?
    Non conosco tutti i rimedi, né mi interessa farne una disamina completa.

    Uno dei metodi migliori e più diretti, credo, sarebbe quello di eliminare l'uso dell'anonimato in tutta la Rete...

    A parte gli altri vantaggi (non ultimo, per esempio, la drastica riduzione dell'aggressività verbale che l'anonimato invece permette), il volenteroso fornitore, ora anonimo, di un contributo per Wiki sarebbe in quel caso facilmente scoperto nella sua autoreferenzialità. E anche il  più ingenuo dei lettori sarebbe autorizzato ad avere finalmente qualche dubbio.
    In più, avverrebbe che migliaia di persone - ogni giorno - potrebbero confrontare il suo nome vero con le idiozie che egli scrive abitualmente ed imparerebbero, pertanto, ad evitarlo.

    Il che rispetterebbe contemporaneamente il diritto di qualsiasi essere umano (perfino un perfetto imbecille) ad accedere alla Rete e scriverci, ma rispetterebbe anche il diritto di qualsiasi lettore (anche un altro perfetto imbecille) a conoscere l'autore di chi ha scritto quello che sta leggendo.

    Siamo in una democrazia, perbacco. Dobbiamo poterci difendere dagli imbecilli anonimi. Perché abbiamo tutti diritto ad essere imbecilli con il nostro nome vero. Perché gli imbecilli anonimi tendono ad essere invadenti, autoreferenziali, diffondere notizie incontrollate ed infondate e spesso puzzare di indottrinamento strumentale ideologico.
    ringrazio gli amici di G+ che mi hanno fornito questa splendida vignetta e mi hanno dato lo spunto al post.

    Ecco perché sono favorevole all'eliminazione di una Wikipedia anonima. 
    Ecco perché propongo l'eliminazione dei Nicknames e desidero che si usino i nomi veri.

    Di tutti, intendo: imbecilli e no.



    (°) Nel senso figurativo agricolo e nel senso da esso derivato di conoscenza, produzione intellettuale.
    (*) http://pasuco.blogspot.it/2013/10/spam.html
    ecco qui un'altra forma di spamming autoreferenziale!

    mercoledì 24 ottobre 2012

    Il colore rosso

    Caro Pasuco:
    Il tema di oggi riguarda sia la vista che il gusto e penso che in parte ti susciterà forse anche ribrezzo, ma alla fine, credo, sarai contento di sapere quello che ho in serbo per te da riferirti.
    Prima ti faccio una o tre  domande: hai presente quelle caramelline (o chewing gum) che acquisti ogni tanto, magari per l’alito, oppure perché proprio ti piacciono, e che possiedono quel delicato colore rosa o malva, oppure quel deciso colore scarlatto o un aggressivo vermiglione o addirittura carminio?
    Hai presente quell’aperitivo rosso brillante che consumi durante la “happy hour” al bar dell’ufficio, oppure quello sotto casa? Hai mai assaggiato – o fatto tu stesso – quelle deliziose tartine con il succedaneo del caviale rosso (uova di capelin) dalla seducente trasparenza rosso-arancio?
    Hai presente quel fard/rossetto/ombretto che ti è tanto caro per l’effetto veramente fantastico che fa sul tuo viso?
    Benissimo, proprio quello: Si chiama Carminio E 120 (ed E124), ed è un colorante naturale, permesso quindi anche nell’industria dolciaria, per la colorazione delle bibite, oltre che nei cosmetici per contatto cutaneo, in alcuni inchiostri ed in tintoria. Per la completezza, sarebbe obbligatoria una descrizione di alcune particolarità (non tutte, però!) del prodotto, sull’etichetta.
    Una delle cose che si devono dichiarare, ad esempio, è che il prodotto può “influire negativamente sullo stato di attenzione dei bambini” (sindrome del bambino iperattivo). Inoltre, il consumo giornaliero deve essere limitato a 0,7 mg/kg di peso corporeo (precedentemente era permesso un consumo fino a 4 mg/kg). La Food and Drug Administration ha reso pubblici alcuni casi di allergia a questo colorante, per cui esso rappresenta un prodotto non raccomandato nei soggetti affetti da asma allergico o diatesi allergica. Le norme alimentari ebraiche (Kosherut) ne bandiscono drasticamente  il consumo, elencandolo tra gli alimenti proibiti.
    A questo punto, Pasuco, tu mi chiederai: “E a me che me ne importa, visto che non sono un bambino da molti anni e non sono mai stato asmatico, né Ebreo?”.
    Che cosa c’è di male? Proprio nulla, in fondo, salvo forse la tua ignoranza di alcuni piccoli dettagli. Ulteriori, poco importanti dettagli, ma che è bene sapere, per potere esercitare appieno il proprio libero arbitrio.
    Per esempio: che cosa è, esattamente, il colorante Carminio E120/E124? Dove viene prodotto? Da che cosa si ricava?
    Circa la sede di produzione: il colorante viene prodotto in Perù (85% della produzione mondiale) e la restante parte è prodotta nelle Canarie ed in Spagna meridionale, guarda un po’!
    Che cosa è: l’E120 è un estratto purificato della femmina di un insetto, la Cocciniglia (Dactylopius Coccus): la quantità di colorante è massima nelle femmine gravide, poco prima che depongano le uova. Per produrre un kg di colorante occorrono circa 100.000 insetti, uno più, uno meno. Destinate alla raccolta dell’insetto sono in genere le donne, che le staccano con sottili lamine metalliche (le ‘piantagioni’ si trovano in genere su piante di fico d’india). Si fanno seccare gli insetti e si tritura il carapace (il ‘guscio’ esterno), estraendone con acqua calda il colorante. È possibile ridurre la potenziale allergenicità con estrazione enzimatica (idrolisi) delle proteine, am il prodotto - dopo - costa di più...
    D’altro canto la Cocciniglia produce il proprio secreto denso ed appiccicoso, l' acido carminico e se ne ricopre esternamente, proprio come arma di difesa contro i predatori: anche in natura, quindi, esso non è originariamente inteso come una specialità culinaria. Le cocciniglie sono comunemente note come insetti nocivi in relazione alla gravità dei danni, sia diretti che indiretti, che arrecano a numerose essenze vegetali di interesse agrario e forestale in vaste aree del globo. In realtà, alcune delle oltre 6.000 specie già conosciute (Kosztarab, 1987) vengono utilizzate dall'uomo, sin dall'antichità, a proprio beneficio, talora anche a scopo alimentare. Basti ricordare, ad esempio, che la manna, citata nella Bibbia come unica fonte di sostentamento del popolo ebraico durante l'esodo attraverso il deserto, era presumibilmente composta dagli escrementi zuccherini prodotti dagli Pseudococcidi Trabutina mannipara (Ehrenburg) e Naiacoccus serpentinus Green infeudati alle tamerici nel deserto del Sinai (Brown, 1975), o che il Cerococcide Cerococcus querqus Comstock veniva ampiamente utilizzato dagli Indiani d'America come precursore del chewing-gum (Kosztarab, 1987).
    Altre entità sono ancora oggi impiegate in procedimenti industriali per la produzione di lacca [Kerria lacca (Kerr)] (Kosztarab, 1987), cera per candele [Ericeus pela (Chavannes)] (Ben-Dov, 1993) e coloranti; delle numerose specie di cocciniglie da cui questi ultimi prodotti possono essere ricavati, Dactylopius coccus (Costa) è, probabilmente, quella che riveste maggiore interesse economico vista l'importanza del suo estratto, il carminio.
    Tutto qui, Pasuco: ora hai gli elementi per scegliere liberamente.
    In estremo Oriente, in Australia  ed in Sud America mangiano tradizionalmente vari insetti, crudi o cotti e non se ne lamentano: anzi, in alcuni casi ne parlano come di ghiottonerie. Non ci sarebbe alcunché di strano che anche noi occidentali istruiti ed evoluti in fondo ci cibassimo di un estratto di insetto.
    Meglio, però, farlo dopo esserne stati bene informati, credo, piuttosto che farlo senza saperlo. E - comunque - sempre meglio la Cocciniglia, piuttosto che l'ossido di piombo (Minio) estremamente tossico, che si usava in precedenza!