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martedì 3 settembre 2013

NURAKE


RI-POSTO QUESTO SCRITTO, PERCHE' - PUR NON CONDIVIDENDONE MOLTE PARTI PERSONALMENTE - TROVO CHE ESSO MERITI QUALCHE ATTENZIONE. SUI NURAGHI NULLA E' CERTO. 

DEDOLA CI INDICA UNA STRADA DA SEGUIRE ED AMMONISCE: SE NON SI PARTIRA' DALLA FUNZIONE (CHE EGLI INTERPRETA COME TEMPLARE RELIGIOSA, CONDANNANDO A RAGIONE QUELLA MILITARE)  NON SI FARANNO PROGRESSI, NELLA LORO INTERPRETAZIONE. 

CITA SARDELLA, SEMERANO E PITTAU E DEVE AVERE STUDIATO IL PROBLEMA IN MODO APPASSIONATO. 

MI VEDE ABBASTANZA D'ACCORDO QUANDO CITA I NUMERI PIU' PROBABILI DEI 'NURAGICI' DELL'EPOCA (300.000: RITENGO, SU BASI BIOLOGICHE COMPARATIVE, CHE I 'COSTRUTTORI' FOSSERO ANCHE MENO, ALL'INIZIO DELL'EPOCA DEI NURAGHI) E RIPORTA COME CREDIBILE LA SCRITTA 'NURAC' RINVENUTA SUL NURAGHE AIDU ENTOS. 

MA SUBITO DOPO PARLA DI 'POPOLO SHARDANA' E LANCIA L'IPOTESI DI 10,000 NURAGHI: TROVO CHE IL POPOLO SHARDANA SIA UN'INVENZIONE ED IL NUMERO DEI NURAGHI NON FONDATO.

MOLTO  BELLA L'IMMAGINE DI CUSTODIA DEL FUOCO ETERNO COME LUCE DELLA DIVINITA'. 

NON MI PERMETTO IN ALCUN MODO DI DISCUTERE LE SUE CAPACITA' LINGUISTICHE, NE' LA SUA CULTURA E LA SUA PASSIONE.  MA MI PERMETTO INVECE DI DISSENTIRE - CON IL MASSIMO DEL RISPETTO INTELLETTUALE - CIRCA ALCUNE SUE AFFERMAZIONI.



lunedì 2 settembre 2013


NURAGHE, NURAKE - linguistica sarda e semitica - monumenti sardi

NURAGHE, NURAKE

di Salvatore Dedòla
da www.linguasarda.com


Su questo antichissimo nome troppi linguisti hanno elucubrato invano. Il lemma, che molti considerano un aggettivale (radice nur + tema ake), in realtà non è scomponibile. Gli viene dato il significato di ‘(torre in) muratura’, termine che avrebbe preso piede nell’alto Medioevo, mentre prima sarebbe stato diverso. Per svelare l'enigma occorre muoversi con cautela, lasciando parlare anzitutto i più quotati analisti. Comincio col Sardella (Il Sistema Linguistico della Civiltà Nuragica 325 sgg.) che demonizza quanti, riportando i significati attuali della radice nur-, collegano nuraghe al sardo nurra e traducono quest’ultimo vocabolo a un tempo come ‘mucchio di pietre’ e (con logica capovolta) come ‘vuoto, cavità, voragine’. Egli sostiene che nuraghe e nurra non sono imparentati, e dà per la torre nuragica il significato di ‘lo splendore del santuario’ (sumero nur-a-a-ak-k-i): composto del quale accetto (con riserva) solo il significato di nur 'splendore'. Il Semerano (Origini della Civiltà Europea 592) parimenti non ammette parentele tra nurra e nuraghe, ma rende il problema più avventuroso. A seguire l’esimio studioso, partiamo dalla seconda porzione del lemma, che per lui non è un tema flessivo ma un vocabolo abbinato al primo per stato costrutto. Esso avrebbe la stessa base di lat. arx < accadico arku ‘(abitazione) alta’, ebraico ārōh ‘alto, lungo’, 'luogo inaccessibile, fortificato’. Per il nome intero l’accadico darebbe, secondo Semerano, na(w)u-arraku ‘arce, castello’. Nāwûm come supposta prima parte del composto nur-ake significa ‘abitazione nomadica, pascolo’; ha la sua espansione semitica nell’ebraico nā’ā ‘abitazione, pastura’, forma allotropa di nāwe ‘abitazione, pastura’: a questa stessa base risale il verbo denominativo greco ναίω ‘abito’. Sostando sul termine intero, Semerano confronta il significato anche col latino castrum, suo sinonimo. Lo sforzo ricostruttivo del Semerano non coglie il segno, e va tentato un terzo approccio. La forma nurake potrebbe essere confrontata, per Massimo Pittau (Lingua Sardiana o dei Protosardi 163), con la forma murake largamente presente nel quadrilatero Macomer-Silanus-Abbasanta-Paulilatino-Bonarcado. Ma già sorge l'obiezione che ciò imporrebbe automaticamente anche l’equazione mur-ake = mur-ge (i noti rilievi pugliesi), che invece non hanno la base in arx (accad. arraku, arku ‘alto, lungo’) ma, soltanto per la prima parte del termine, nel latino mūrus ‘muro, mura, muraglia’. Il Pittau fornisce un apparato esauriente dei lemmi affiliati in qualche modo a nuraghe, definendoli «tutti relitti sardiani imparentati col lat. mūrus ‘muro’, con l’antroponimo etrusco Muru e col toscano mora, morra ‘mucchio di pietre, muriccia’». Egli non ammette la parentela nurra- ‘voragine’ con nurra-‘catasta’, e prosegue: «Rispetto alla base nura/mura o nurra/murra… l’appellativo nuraghe/muraghe risulta essere un aggettivo sostantivato e il suo significato originario sarà stato ‘(edificio) murario’, ‘(torre) in muratura’». Ma anche la seducente discussione del Pittau è sbagliata. Anzitutto perchè non ha fatto i conti col termine Nora, che designa la celebre città fenicia della Sardegna, significante ‘Luce (di Dio)’. E qui torno al Sardella ed alla mezza verità da lui espressa sul significato di nuraghe. Capisco che avvicinare l’etimologia di nuraghe a Nora sia una turbativa agli occhi della maggior parte degli studiosi, ma è uopo farlo: occorre che ognuno abbandoni le posizioni rigide su cui sinora si è arroccato circa la funzione dei nuraghi.Sino a che non si accetterà come ovvio e naturale che i nuraghi non erano fortezze ma altari sulla cui sommità splendeva il fuoco perenne, non si capirà niente nemmeno della loro etimologia. Essi, prima d’essere identificati con un ‘muro costruito’ (accezione operata nel Medioevo dal clero cristiano, interessato a smantellare i cardini della precedente religione), erano semplicemente gli altari della Luce di Dio (del fuoco sacro) ed affiancavano il proprio nome a quello di Nora; beninteso, senza immedesimazione dei due lemmi, che non hanno la stessa etimologia. Infatti per nuraghe dobbiamo mettere in campo il termine babilonese nuḫar ‘tempio elevato, ziggurath’. Sul termine intervenne la metatesi sardiana nuḫar > nuraḫ > nuragh-e. Per la fase metatetica, vedi l’iscrizione latina sopra il nuraghe Aidu Entos, che scrive esplicitamente NURAC. Così interpretando, dobbiamo ammettere che è giusto quanto affermano gli archeologi, circa la maggiore antichità dello ziggurath di Monte d’Accoddi (Sassari). E dobbiamo aggiungere che fu proprio lo ziggurath di Monte d’Accoddi (e quelli babilonesi) il modello religioso (non formale) da cui s’evolvettero i nuraghi quali altari del Fuoco perenne di Dio. Ho scritto in varie parti che l'ipotesi - ancora oggi tenacemente sostenuta da molti - che i nuraghi fossero fortezze, non ha alcuna base logica. I nuraghi in Sardegna sono (furono) almeno diecimila, e come strumenti difensivi sarebbero un numero enorme. Accettarli come fortezze significa che i pochissimi Sardi dell'epoca (gli storici e gli antropologi hanno supposto non più di 300.000 anime) avessero costruito un nuraghe per ogni 30 persone. Il dato è incredibile, perchè dobbiamo accettare l'assurdo che i Sardi - a gruppetti di 30 - si facessero l'un l'altro una guerra permanente. La quale sarebbe illogica, perchè in breve tempo i Sardi sarebbero dovuti sparire, mentre invece non sparirono. A questo assurdo si sommerebbe l'altro, che per erigere un nuraghe non bastano 30 persone (delle quali peraltro metà sono bambini, l'altra metà va spartita tra uomini e donne, e poichè le donne avevano altro da fare, ad erigere il nuraghe avrebbero lavorato non più di sette uomini). Altro assurdo: ogni nuraghe copre mediamente un territorio non più ampio di 3 chilometri quadrati, che sarebbe lo spazio vitale di ogni tribù di 30 persone... pari a sole tre famiglie! Un assurdo affastellamento di torri difensive. Infine va fatto un ragionamento decisivo: per annientare la "tribù" avversaria non c'era bisogno di affrontarla in campo aperto, bastava aspettare il vento, attendere che la "tribù" entrasse a dormire nel proprio castello, accendere dei falò a ridosso del nuraghe, ucciderli tutti per asfissìa. I nuraghi non furono castelli ma altari. Il popolo Shardana non fu mai in guerra intestina d'annientamento, ma fortemente coeso. Riuscire a costruire una pletora incredibile di altari d'una perfezione architettonica assoluta presuppone una fortissima unità di popolo. Gli Shardana erano così religiosi, che s'aiutarono l'un l'altro ad erigere queste prodigiose torri, che da quasi quattromila anni sfidano il vento e l'insipienza degli interpreti. Circa la radice NUR su citata, essa era nota ai Fenici, con la quale appellarono la città di Nora, chiamandola Ngr (il termine è nella Stele di Nora: vedi capitolo a parte). La Fuentes Estanol, autrice del Vocabolario Fenicio, dà a Ngr appunto il significato di Nora. Accetto la sua tesi e affermo che Ngr si adatta indifferentemente a Nora ed a Nùgoro/Nugòro (che è la città di Nùoro). Per dirimere la questione, faccio le osservazioni seguenti. In Logudoro Nùoro (Nùgoro) è chiamata Nùaru. Quest'ultimo toponimo a prima vista sembra ripetere proprio il nome antico del 'nuraghe' (nuḫar, con affievolimento e successiva caduta della fricativa velare -ḫ-). Invece non è così: il log. Nùaru ha la base nell'ant.accad. nawāru(m) 'essere brillante, splendere' > agg. nawru(m), nauru(m) 'brillante, scintillante' (di corpi celesti, come epiteto divino), incrociato con nuwwurum 'intensità (di luce)'. Nùgoro a sua volta ha la base in nuwwurum, con successiva consonantizzazione delle velari -ww- > -g-. Preciso, a scanso d'equivoci, che nuwwurum è un epiteto riferito direttamente al nuraghe quale sede luminosa del Dio del fuoco, e che dunque i toponimi Nùgoro e Nùaru, sorti in virtù di tale epiteto, sono sempre riferiti in prima persona al nuraghe, che era il tempio del Sole. Nella persistenza millenaria delle due pronunce Nùgoro e Nùaru rientra a pieno titolo anche la parentela semantica esistente tra 'intensità di luce' (nuwwurum riferito alla sacralità del nuraghe quale altare del fuoco)' e 'nuraghe' (nuḫar), che portò all'immedesimazione della "torre" col suo epiteto. Nel Nuorese prevalse la lettura toponomastica riferita alla brillantezza del nuraghe quale altare del fuoco, che è nuwwurum; l'antica semiconsonante debole (w) fu assimilata poi alla /g/ che è la velare sonora più vicina alla /w/. Il processo fonetico che portò a pronunciare Nùgoro può essere capito anche partendo dall'agg. nawru(m), nauru(m) 'brillante, scintillante' (di corpi celesti, come epiteto divino). Al riguardo entra in gioco la legge della semplificazione del dittonghi protosemitici (riguardante l'antico accadico), che dalla base naurum produce nū(w)rum; l'antica semiconsonante debole (w) fu assimilata, dagli Shardana abitatori dell'altopiano nuorese, alla /g/. La /w/ è sparita invece nel toponimo Nora [< Nū(w)rum]. Presso i Fenici che frequentarono Nora aveva prevalso, come abbiamo visto, il rafforzamento o consonantizzazione delle -ww- di nuwwurum, e chiamarono la città di Nora Ngr, giusta l'intuizione della Fuentes Estanol; presso gli Shardana abitatori della stessa città di Nora prevalse invece l'affievolimento e la successiva caduta di -ww-, onde nuwwurum >Nu(ww)ra > Nōra.


domenica 9 giugno 2013

ETRUSCO: ipotesi di Semerano


LA LINGUA ORIGINARIA

Giovanni Semerano (1)

Con il recupero delle grandi civiltà del vicino Oriente, di Sumer, di Akkad, di Ebla, si apre un vasto quadro di riferimento storico, un varco agevole che guida alle origini delle nostre civiltà di Occidente.
L'antica lingua accadica, alla quale fanno capo l'assiro e il babilonese, offre oggi, con il suo inesauribile tesoro lessicale, solide basi storiche per testimoniare le fasi di sviluppo delle lingue indoeuropee. La ricostruzione congetturale di una lingua originaria, quale l'indoeuropeo, perseguita nel passato, oggi appare solo un eroico tentativo al quale mancò il supporto della storia. La certezza dei legami che ci stringono ai popoli antichi del vicino Oriente e l'aver ritrovato nelle lingue di ceppo semitico i segreti delle nostre reali origini culturali, offrono a queste ricerche infinite testimonianze di lontana fratellanza, ben più certe della teoria, che stenta a morire, che scindeva genti arie e stirpi semitiche.
Nessuna risposta avrebbe potuto offrire la vecchia teoria indoeuropea a chi nel passato si fosse chiesto: che significato originario hanno nomi di terre, di continenti, di popoli, di fiumi, di monti: Europa, Asia, Italia, Britannia, Alpi, Po? Oggi sappiamo con certezza, grazie alle innumerevoli attestazioni della antichissima lingua, che è nel nostro costante quadro di riferimento, la lingua accadica, che il nome Europa denota l'occidente; Asia, l'oriente; Italia, quello che dice il nome greco Hesperia, la terra, anch'essa, dell'ovest; Britannia, terra circondata dal mare; il nome Alpi rivela la loro arcana essenza in una voce accadica che significa "ghiaccio", montagne nevose; Po, latino Padus, corrisponde alla voce accadica patu, col valore di fiume.
Qualcuno potrebbe chiedere: quali sono i modi e le vie di penetrazione culturale del vicino Oriente in Europa?
Non sono trascorsi molti anni da quando in Sardegna, nelle vicinanze di Sassari, sul monte d'Accoddi, fu scoperta una torre templare, una Ziqqurat, che è tipico segno delle religioni e delle civiltà mesopotamiche.

Qualche archeologo rifiutò di prestare fede a una tale testimonianza. In seguito, vi fu un incontro a livello di seri studiosi di antichità e fra essi il prof. Gulini, benemerito di scavi e di ritrovamenti in Mesopotamia; egli persuase a meditare che, verso la metà del terzo millennio a. C., il grande monarca Sargon, fondatore della dinastia di Akkad, dopo numerose conquiste territoriali, raggiunge il Mediterraneo, dove, egli dice, lava le sue armi. In una stele antica Sargon si presenta ai posteri:
«Sono Sargon ... non conobbi mio padre, mia madre era una sacerdotessa, mi concepì, mi dette alla luce, mi collocò in un cesto che spalmò di pece, mi depose sul fiume che non mi sommerse, che mi sospinse fino all'innaffiatore Aqqi, che mi allevò etc.».

Sembra evocare la storia di un millennio e mezzo dopo, quella di Mosè, ma quel che ci preme, la leggenda di Romolo e Remo.
Quel nome Sargon lo ritroviamo nel nome etrusco Tarcon, Tarconte, col significato di: alta autorità, come ritroviamo il nome di Cesare in Kaiser e in Zar. Nella antica lingua accadica Sargon suona Sharrukìnu, che significa: re legittimo, e quel nome lo ritroviamo nel latino Tarquinius.
Quella lingua, dunque, è preziosa rivelazione delle più grandi civiltà del lontano passato, delle loro scienze, delle loro arti, in particolare la musica, la matematica, l'astronomia, e sentiamo ora quanto, nelle sue origini, la civiltà greca sia debitrice a quegli antichi popoli dei quali nel secolo scorso, ben poco era dato conoscere. La documentazione ampia dei segreti e delle rivelazioni delle nostre origini, a livello linguistico, lessicale, è data nel mio recente volume apparso in Firenze: esso comprende tre dizionari etimologici su basi completamente nuove: un dizionario etimologico della lingua greca, un dizionario etimologico del latino e uno delle voci moderne. Fra molte migliaia di voci è opportuno offrire qualche esempio. Quale è l'origine della parola mano, dal latino manus? I dizionari etimologici tradizionali non danno risposta, ma l'antica lingua mesopotamica ci soccorre con la parola manû, che significa contare, calcolare: e la mano è infatti lo strumento naturale del calcolo per indigitazione: e ad essa risale il computo nel sistema decimale. E non basta: a quell'antichissima parola risale l'origine del nome della luna: nell'antico sassone mano e così nell'antico alto tedesco, nel gotico mena, nell'inglese moon, nel greco mene, sempre la luna che con le sue fasi offrì agli antichi il sistema del computo dei giorni. Si pensi alla grande importanza che gli antichi davano al nostro satellite, auspice dei cicli biologici, i nove mesi dello sviluppo nella gestazione. E come strumento del computo, cioè del calcolo, la voce manû dette origine alla parola mens: la mente e al nome del latino mensis: il mese. E potremmo continuare con una infinità di altri esempi, con la stessa evidenza che manca nei vecchi dizionari etimologici delle lingue cosidette indoeuropee. Con questi strumenti, che si fondano invece per lo più su radici di parole, ci si aggira nel vago delle ipotesi. Se cercate per esempio in quei dizionari l'origine della parola razza, non la troverete. Si scoprì che l'antico francese haraz significa: allevamento di cavalli, ma haraz quale origine ha? La risposta che oggi possiamo dare, con certezza, è in quella antichissima lingua madre, ove ritroviamo Harsha, che denota: allevamento di cavalli ed è originariamente un aggettivo sostantivato, del nome di una città Harshû.
Anche l'etrusco è investito di improvvisa luce da queste ricerche. Ad esempio molti toponimi che risalgono a influenza etrusca hanno una terminazione in -enna. Sono località affacciate a corsi di acqua, nella nostra lingua accadica enu significa sorgente, in semitico 'ain.
Il nome etnico etrusco, Rasenna, che ha il senso di Tirreno, lascia pensare alla terra dei lucumoni, dei capi: alle dodici città confederate etrusche. Rasenna è di tipica origine mediorientale: in accadico rasu significa capo. Lo stesso significato ha il nome Tirreno, in greco Tyrsenos, che nella antichissima lingua mesopotamica torna come turtennu: la s del greco tyrseos corrisponde, per il fenomeno di assibilazione a t originaria. Il nome etrusco clan, che significa figlio, ha la stessa origine del nome latino cliens: il cliente, il piccolo rispetto al patrone. Nessuno avrebbe immaginato che clan: il figlio, l'inferiore, sia corrispondente al latino calo, con gli stessi significati; e nessuno poté accostare queste voci, latina e etrusca, all'accadico qalum, l'inferiore, il piccolo. Al latino calo, calonis risale il napoletano guaglione. Per restare all'etrusco, si sono scritte infinite pagine sul personaggio phersu della tomba degli auguri, in Tarquinia, e si è pensato che dovesse significare: maschera, in una ipotizzata rappresentazione teatrale: come se gli etruschi, nel sesto secolo a. C. potessero vantare un teatro. Non si era capito che il personaggio armato di clava, nello stesso dipinto, era Ercole e che il cane minaccioso accanto era il cane dell'Averno, Cerbero. Il segreto per decriptare il significato della scena è in Omero, dove si accenna alla discesa di Ercole all'Ade, per portar via l'odioso cane, simbolo di morte: e la scena è il trionfo sulla morte, che il semidio Ercole celebra anche nel dramma greco, di Euripide, l'Alcesti.
L'esigenza scientifica di tale nuova linguistica è andata sempre più dilatandosi da quando, in un lungo articolo sul londinese "The Guardian", il 15 dicembre 1979, George Armstrong scrisse (riferendo la testimonianza di un grande studioso di antichità, Aldo Neppi Modona) che la nostra nuova visione storica era destinata a costituire una benefica rivoluzione culturale che, più di cinquant'anni prima, avrebbe potuto evitare il frutto di una fatale ignoranza, le leggi razziali.


(1) Che evidentemente sostiene un'origine asiatica degli Etruschi.