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domenica 19 aprile 2015

HEVA


Lessemi etruschi e rapporti di famiglia e di parentela: 

HEVA


Paris_-_Louvre_-_Sarcophage
In virtù del fatto che l'immensa maggioranza delle iscrizioni etrusche sono 'epitaffi' o 'iscrizioni funerarie' (e questo in generale è per se stesso un fatto molto negativo ai fini dello studio della lingua etrusca), per i linguisti è stato quasi subito abbastanza facile individuare i lessemi che indicavano i rapporti di famiglia e di parentela più stretti: CLAN, CLEN "figlio", SEC, SEX "figlia", PUIA "moglie", APA "padre", ATI "madre", NEFTS "nipote", PRUMAΘNE, PRUMAΘŚ, PRUMS  "pronipote".
Fra questi nomi di famiglia e di parentela già individuati e interpretati molto stranamente mancava quello che signicava «marito». Ebbene, sono del parere di averlo finalmente individuato e questo è avvenuto perché sono riuscito a tradurre, in maniera abbastanza sicura, la lunga iscrizione che si trova nel noto “Piombo di Magliano”, iscrizione nella quale una donna parla di suo marito defunto e recita in suo suffragio delle preghiere.
Questo lessema è HEVA, il quale compare anche in altre iscrizioni nelle forme declinate di HEVL, HEUL in genitivo e di HEVN in accusativo.
Ecco pertanto tutti i testi nei quali compare il nostro lessema:
HEVA «marito»; (AS 1.12 – rec, su ossario) CVELNE / AU AVLNAL HEVA : «Au(lo) Quelio / marito di Aulnia»; (AS 1.99 – 2/1:, su ossario) PUPEINAL / HEVA MARC/NIΘUR «il marito di Pupenia – la famiglia Marcinia (provvide)»; (Co 1.6 – rec, su ossario) CAINAL / HEVA : VIPIΘUR / CUCRINAΘUR : «il marito di Caenia – le famiglie Vipia (e) *Cucrinia (provvidero)» (TLE 635).
HEVL «di/del marito», genitivo lambdatico di HEVA (LEGL 74). (Cs 2.18, 19 – 3:2, su vasi) HEVL ANAIEŚ MI «io (dono) del marito Anaio».
HEUL «di/del marito», genitivo lambdatico di HEVA (LEGL 74). (Cl 1.1145 – rec, su ossario) ΦILUNICE LAUTNI HEUL ALFNIS «Filonice domestica del marito Alfinio» (cioè, probabilmente portata in dote dal marito Alfinio e non da sua moglie) (TLE 556).
HEVN (AV 4.1, “cuore” di Magliano) «marito» (corrigeGTLE 206, 208), accusativo di HEVA. HEVN AVIL NEŚL MAN MURINAŚIE FALZAΘI AISERAS «(mio) marito defunto da un anno il Mane funerario (l’ha portato?) nel palazzo degli dèi».
HE abbreviazione di HEVA (ThLE², 174). AR MACANI HE(VA) ATAINAL «Ar(runte) mar(ito) di Atenia»; AΘ LARCE HE(VA) MUTINAL «Ar(runte) Larcio mar(ito) di Muttinia»; ARNΘ HE(VA) [A]RNΘEAL «Arrunte mar(ito) di Arruntia». È da escludersi del tutto l’ipotesi che HE fosse l’abbreviazione di un gentilizio.

mercoledì 29 ottobre 2014

Solo per cultori della Filologia (quella vera...)


“UN PROFONDO CONOSCITORE
DEI PROBLEMI DELLA LINGUA ETRUSCA”



articolo di critica di
Massimo Pittau


In un'opera dal titolo molto accattivante sul piano pubblicitario - però non rispondente alla esatta realtà dei fatti - di Giulio M. Facchetti, L'enigma svelato della lingua etrusca (Roma 2000), nel risvolto della sopraccoperta l'Autore – che è laureato in giurisprudenza - si è presentato in questo modo testuale: «Giulio M. Facchetti, studioso di diritto romano e di storia antica, è attualmente dottorando di ricerca all'Università di Pavia e collabora presso l'Università statale di Milano; cultore di linguistica storica e profondo conoscitore dei problemi della lingua etrusca e delle scritture e lingue dell'antica Creta, negli ultimi anni ha pubblicato, in sedi scientifiche, diversi notevoli interventi sulla scrittura minoica Lineare A e, recentemente, il testo specialistico Frammenti di diritto privato etrusco».

Ovviamente in questi ultimi 15 anni egli ha fatto progressi nella sua carriera accademica, diventando professore aggregato nell'Università dell'Insubria (Varese) ed effettuando nuove acquisizioni nei suoi numerosi campi di interesse.

Esaminare e discutere minutamente un'opera di 300 pagine, come questa del Facchetti, sarebbe troppo lungo e dovrei scrivere una mia opera di almeno uguale spessore. Perciò intendo limitarmi all'esame di una sua opera più recente e assai più breve: Appunti di morfologia etrusca (Firenze 2002) con l'intento di esaminare quale sia la sua competenza effettiva in una lingua dei cui problemi egli si è presentato come “profondo conoscitore”.

A pagina 9, num. 1. 
Non è esatto affermare che uno dei morfemi del plurale etrusco sia -ar, -er, -ur. Se si esamina con attenzione, si deve concludere che il vero morfema è -r, il quale viene fatto precedere da una delle quattro vocali etrusche: a, e, i, u. Esempi clenar «figli», aiser «dèi», tusurϑir «coniugi», ϑansur «attori, celebranti» (non «cerimonieri»!).
Non è vero che l'altro morfema del plurale etrusco sia -cva, -χva. In realtà questo è un “plurale articolato”, cioè composto col pronome ca «questo» in posizione enclitica e col valore di articolo determinativo, per cui culścva non significa semplicemente «porte», ma significa «le porte»; avilχva non significa «anni», ma significa «gli anni». Invece il vero morfema del plurale è -va, come dimostra chiaramente l'appellativo citato subito dopo dallo stesso Facchetti, zusleva «offerte».
Non è affatto certo che il plur. in -r indichi esseri animati: ecco alcuni esempi contrari: acazr (acaz-r) «cose fatte, manufatti, oggetti»; cepar «cippi, cippi confinari»; [ceren cepar nac amce «curate (di tenere) i cippi confinari come erano» (da confrontare col lat. cippus, finora di origine ignota; dell, deli)]; cerur «(oggetti) fatti, manufatti, (vasi) fittili»; naper «napure, mappe» (misura terriera al plur.) [da confrontare coi lat. mappa, nappa «salvietta, tovagliolo, fazzoletto, drappo», lat. napurae «fiocchi per adornare i maiali da sacrificare» (huth naper lescan «quattro napure o mappe in larghezza»)]; mamer probabilmente «cessioni, donazioni», plur. di mama; śacnicleri cilϑl śpureri meϑlumeric enaś «ai sacrifici di culto per le città e le federazioni nostre».

Pagina 10. 
Non è vero che non si possano spiegare in altro modo le alternanze ci avil «tre anni», ci clenar «tre figli», ci zusle «tre offerte», ci huśur «tre ragazzi». Si possono spiegare facilmente dicendo che la “declinazione di gruppo” coi numerali non era obbligatoria; e se ne capisce la ragione: il plurale era già indicato chiaramente proprio dal numerale.
Pagina 12. 
Iscrizione ET, Cr 5.2 – 4: Laris Avle Larisal clenar / sval cn suϑi ceriχunce | apac atic / saniśva ϑui cesu | Clavtieϑurasi, che io traduco «Laris (e) Aulo figli di Laris da vivi questo sepolcro avevano costruito; i genitori, e il padre e la madre, (sono) qui deposti - Per la famiglia Claudia». Invece il Facchetti ha tradotto la seconda parte in questo modo: «le paterne (e) le materne <ossa> qui giacciono – nel (sepolcro) dei Claudii». Senonché apac atic, non sono affatto aggettivi, tanto meno al plurale, ma sono sostantivi con la copulativa enclitica -c e significano «e padre e madre» (in polisindeto). D'altronde anche lui esprime dubbi che saniśva significhi <ossa>, mentre significa di certo «genitori», essendo il plurale di sanś(-l) «(del) genitore». Inoltre cesu è sicuramente un participio passato e non un indicativo presente plurale. Clavtieϑurasi è un dativo sigmatico di comodo oppure di appartenenza e nient'affatto un locativo.

Il Facchetti cita di continuo l'etruscologo Luciano Agostiniani, che evidentemente considera il suo "Maestro" e del quale accetta tutte le tesi ad occhi chiusi, compresa la strana interpretazione e traduzione della formula mlaχ mlakas «buono per cosa buona, «cosa buona per un buono» (I opera pg. 144; II pg. 73). Su questa formula invece esiste ormai da tempo una consolidata comunis opinio (ad esempio di A. Trombetti, C. Battisti, M. Runes, K. Olzscha, F. Slotty, M. Pallottino), secondo cui essa in realtà è una "formula di offerta". Il Pallottino negli «Studi Etruschi» (1931, 1996) ha scritto ripetutamente e testualmente: «Il concetto di donazione ex voto (MLAX) nell'ambito funerario è ormai acquisito con certezza». In effetti la formula propriamente significa «sciogliendo un voto» e già il valente etruscologo A. J. Pfiffig l'aveva confrontata con quelle lat. donum donans, votum vovens, votum solvens (con l'accusativo dell'oggetto interno come nella formula etrusca). Da parte mia quindici anni fa ero intervenuto con uno scritto per dimostrare che questo significato si adatta alla perfezione in tutti i numerosi casi in cui compare la formula, intera o a membri disgiunti, mentre il significato di «buono per cosa buona» si adatta soltanto in pochi casi, invece non si adatta per nulla in numerosi altri (M. Pittau, Tabula Cortonensis – Lamine di Pirgi e altri testi etruschi tradotti e commentati, Sassari 2000, capo 8).

Anche il Facchetti ha abboccato appieno alla “favola” di quello che sarebbe un caso morfologico nuovo della lingua etrusca, chiamato dal suo inventore “pertinentivo”. Ma si tratta di un caso morfologico per il quale costui ha presentato rarissimi e incertissimi esempi, dispersi ampiamente nel tempo e nello spazio e soprattutto non caratterizzati da morfemi chiari e distinti. Con la sua nuova trovata l'inventore da una parte ha voluto attribuire al “pertinentivo” complementi morfosintattici che si inquadravano alla perfezione già nell'ablativo, dall'altra ha voluto eliminare del tutto il caso dativo. Questo invece esiste realmente, caratterizzato dai morfemi -i come dativo asigmatico e -si come dativo sigmatico: dativo asigmatico: Aritimi (Aritim-i) «a/per Artemide», śpureri (śpur-er-i) «alle/per le città»; dativo sigmatico Avilesi (Avile-si) «a/da/per Aulo»; apasi (apa-si) «al/del padre» (in dativo di appartenenza); Atranesi (Atrane-si) «(fabbricato) da Atrano» (in dativo di agente); asigmatico e sigmatico: Aχlei Truiesi (Aχle-i Truie-si) «a/per Achille Troiano» (il Facchetti invece ha tradotto «nell'Achille di Troia»!).

Ne è derivata tutta una grande confusione, quella che risulta documentata anche dallo schema della “declinazione etrusca” presentata dal Facchetti nelle pagine 11-12 e spiegata nelle seguenti: non se ne capisce nulla!

Esempi: a pagina 13 il Facchetti scrive di aver individuato per la prima volta la costruzione del "doppio locativo", col possibile significato di "tra ... e ...". 
A pagina 15 egli scrive: «Il pertinentivo è, in realtà, un esempio del carattere agglutinante dell'etrusco: si tratta, morfologicamente parlando, del "locativo del genitivo"! Ma di grazia – chiedo io - cosa significano mai "doppio locativo" e "locativo del genitivo"? Queste due non sono altro che frasi prive di senso!

Più avanti egli scrive: «Etr. Avile-s-i significa letteralmente "in (quello) di Avile", "nell(àmbito) di Avile"; dunque una frase come mi mulu Avilesi ("io (sono) donato nell'(àmbito) di Avile" va disambiguata dal contesto linguistico e materiale. Perché Avilesi può indicare, per esempio, sia il donante che il donatario». Ma – obietto io – come è pensabile che gli Etruschi parlassero in codesto modo del tutto ambiguo? Forse che essi non facevano altro che esprimersi con frasi sibilline, cioè aventi più significati anche contrastanti? In realtà quella che certamente era una ambiguità propriamente linguistica, sul piano del contesto “fattuale” o linguistico-pragmatico era invece del tutto chiara: si vedeva o si sapeva dai fatti se Avile era il donatore oppure il donatario dell'oggetto donato.
Anche il Facchetti cade nell'errore di enfatizzare troppo il fenomeno della agglutinazione esistente nella lingua etrusca, dato che fenomeni di agglutinazione, anche se sporadici, si constatano pure in molte altre lingue, ad esempio pure nell'italiano: andiamocene! (and-iamo-ce-ne!); vàttene! (va-tte-ne!), diciamocelo! (dic-iamo-ce-lo!), diteglielo! (di-te-glie-lo!); infischiandocene (infischia-ndo-ce-ne); prendendocele (prende-ndo-ce-le).

In ogni modo Avilesi non è affatto un esempio di agglutinazione, ma è solamente un prenome in dativo sigmatico, Avile-si, da intendersi o come dativo di attribuzione «a/per Aulo» oppure come dativo d'agente «da Aulo».
Dietro il fenomeno enfatizzato dell'agglutinazione, esistente – in forma assai ridotta – pure nella lingua etrusca, i suoi fanatici – compreso il Facchetti - procedono a dividere e separare i lessemi come se fossero altrettanti salamini da affettare, con risultati finali non solo privi di valore scientifico, ma francamente umoristici. E sorvolo sul larghissimo uso che il Facchetti fa dell'asterisco per indicare fatti linguistici ipotizzati ma non documentati: così procedendo egli fonda le sue argomentazioni su ipotesi di ipotesi di ipotesi...

Potrei continuare a lungo, ma preferisco chiudere con una considerazione generale, che però non rivolgo solamente al Facchetti: si deve evitare con grande cura di cadere nell'errore di ritenere che il materiale documentario della lingua etrusca conservatoci abbia il carattere e il pregio della piena e assoluta esattezza e genuinità, errore madornale per cui si ritiene di poter procedere alla analisi totale e minuta del corpus etrusco con tutta sicurezza, come se si trattasse delle formule numeriche che risultano, ad esempio, nelle tavole della trigonometria o dei logaritmi. 
E invece non è affatto così: il corpus linguistico etrusco oscilla nell'ampio ambito di ben otto secoli, nell'ambito di uno spazio immenso, che va da Pontecagnano a Capua, a Caere, Chiusi, Cortona, Bologna sino a Spina, Adria e Feltre, da Piacenza a Genova, a Marsiglia, in Corsica, in Sardegna e perfino a Cartagine. 
Inoltre è del tutto certo che esso è stato scritto da numerosissimi scribi, alcuni certamente forniti di sufficiente capacità di linguaggio e di cultura, altri invece dotati di scarse conoscenze di lingua e di ortografia, tanto che non poche iscrizioni mostrano evidenti segni di errori di lingua e di scrittura. Infine è un fatto, un fatto ovviamente deprecato, che moltissime iscrizioni etrusche hanno subìto, per l'ingiuria del tempo e degli eventi, numerosi e gravi danni che ne hanno pregiudicato gravemente e per sempre la lettura, la traduzione e la semplice interpretazione. Si deve infine evitare con cura di trarre conclusioni morfologiche e semantiche dai numerosi vocaboli documentati una sola volta che incontriamo nel corpus (gli hapax legómena), perché anche questi possono essere il frutto di errori di scrittura e di lingua.

Per tutte queste ragioni negative, singole o collettive, le analisi minutissime e puntuali che troppi cultori della lingua etrusca fanno nei loro scritti sono del tutto aleatorie e spesso del tutto campate in aria. Questa mia considerazione generale non costituisce affatto il suono della campana a morte per lo studio della lingua etrusca, ma costituisce solamente un invito ad essere molto più prudenti nelle nostre analisi, interpretazioni e traduzioni.

Massimo Pittau



domenica 13 luglio 2014

Epigrafia etrusca


ISCRIZIONE ETRUSCA
DELLA “TOMBA DEGLI SCUDI”
di Massimo Pittau 








In una parete della splendida e famosa “Tomba degli Scudi” di Tarquinia (del sec. IV/III a. C.) si trovano i resti di una delle più lunghe iscrizioni funerarie etrusche (CIE 5385; TLE 90; ET, Ta 5.4 – 4:3). Purtroppo il testo dell'iscrizione risulta ormai molto guasto e per la sua ricostruzione hanno penato parecchio gli etruscologi F. Slotty, M. Pallottino, H. Rix, ecc. Sia per i numerosi guasti del testo sia per l'incertezza della lettura, è avvenuto che finora siano stati effettuati solamente pochi e molto parziali tentativi di traduzione di qualche breve brano dell'iscrizione. In virtù del fatto che di recente ho portato a termine la totale revisione dell'intero patrimonio lessicale della lingua etrusca che ci è stato conservato (vedi M. Pittau, Dizionario della Lingua Etrusca, I edizione Sassari 2005, II edizione digitale 2014 Ipazia Books, Amazon) ed inoltre ho effettuato la traduzione e il commento di molti testi della lingua etrusca (vedi M. Pittau, I grandi testi della Lingua Etrusca – tradotti e commentati, Sassari 2011, Delfino editore; 600 iscrizioni etrusche tradotte e commentate (Ipazia Books 2013), mi sento oggi in grado di effettuare un nuovo tentativo di ricostruzione (sempre parziale) del testo dell'iscrizione e di proporre la traduzione probabile dei suoi brani più ampi.



[LARTH VELXA]S
Lart Vulca
[VELTHUR]US CLA[N RAVNTHUS]C
figlio di Veltur e [di Raventia]
AP[RTHNAL -?-]TH-- NUALUC FES[-?-] MULA
Aburtennia [--------------] dono
--I CEXA PAPACŚ -ARTHCVE- LISVA[--5--] R [APRTHN]AL ---R THUTA E[-?-]
a favore del nipote [---------] R(aventia Aburtennia) -?- protettrice
[-----]U CEXASIETHUR ERCE FAŚ MANT CIZ ZILAΧNCE SNIELTHA S-U-E THE—XIC –
collegio dei giudici se ne andò degnamente al Mane. Tre volte fu console (o pretore)
CIZM CEXANERI TENTH[A]S –RIALAM ARUSIAS CARI[AL] CE[SE]THCE ARNAS APA
e tre volte essendo (pretore) per pronunziare sentenze -?- -?- e [marito?] della cara *Arusia -?- ha trovato pace nell'urna. Il padre
A LATIE ERCE FIŚE TETASNASI HAMPHETE CLESNES THURS Ux THU[I] CES[U]
A(ulo) Latio se ne andò per sempre al dolente sito della fortezza infernale -?- qui (è stato) deposto
ZILCI [VEL]USI H(UL)X(N)IESI
sotto il pretore Vel Fulginio


Procedo adesso, brevemente, alla delucidazione e alla giustificazione del significato che io propongo per alcuni appellativi dell'iscrizione, particolarmente di quelli per i quali fino al presente non è stata proposta alcuna traduzione.


ALATIE probabilmente è da leggere A LATIE «A(ulo) Latio». La tomba apparteneva alla potente famiglia dei VELXA(S) (gentilizio da confrontare con quelli lat. Velcius, Volcius, Vulcius; RNG), mentre la famiglia LATIE, imparentata, vi sarà stata ospitata.
APA «padre, babbo».
ARNAS (che si potrebbe leggere anche ARCAS) forse «della cavità, dell'arca od urna (sepolcrale)» (in genitivo). Cfr. ital. arnia, idronimo Arno (lioe 19, 81).
CARI[AL] probabilmente «del/la caro-a», da confrontare col lat. carus-a-um.
CE[SE]THCE probabilmente «riposò, ha riposato, trovato pace» (preterito debole) = lat. quievit; significato che si desume da quello di cesu «deposto».
CES[U] «posto, deposto-a», participio passivo.
CEXA significato quasi certo «legge, norma, diritto, causa, atto giuridico, sentenza»; anche preposizione posposta «a favore di, in onore di, in vista di...». (Co 3.6; OA 3.9) CLEN CEXA «a favore del figlio».
CEXANERI probabilmente CEXANE-RI «da sentenziare o giudicare» (cioè di giurisdizione), in gerundivo.
CEXASIETHUR (CEXASIE-THUR) «sodalizio, collegio, ordine dei giudici o dei giuristi».
CIZ, CIZM «(e) tre volte, per la terza volta».
CLESNES «infero, infernale» (in genitivo), da confrontare con CALUSNA «caliginoso, tenebroso, notturno, sotterraneo, ctonio, infero, infernale», aggettivo derivato da CALUS, dio dei morti.
ERCE probabilmente variante di ARCE «se ne andò, morì» (vocaboli documentati soltanto a Tarquinia e nel suo territorio).
FAŚ forse «legge, norma divina, liceità», «lecitamente, degnamente» (?), da confrontare col lat. fas (sinora di origine incerta; DELL).
FIŚE probabilmente «per sempre», da confrontare col lat. fixe «fermamente, immutabilmente».
HAMPHETE (HAMPHE-TE) «nel campo, nello spiazzo, nel sito» (in locativo).
HXIESI = H(UL)X(N)IESI abbreviazione di HULXNIESI «sotto (il pretore Vel) Fulginio».
MANT probabilmente MAN-T «al/nel/presso il Mane (del capostipite)».
MULA probabilmente «dono, donazione».
PAPACŚ «nipote (di nonno-a)», da PAPA «nonno».
TENTH[A]S «tenendo, consistendo, esercitando, svolgendo, essendo» (gerundio presente).
TETASNASI probabilmente TETASNA-SI «al doloroso, al dolente» in dativo-ablativo, da confrontare col lat. taedium «tedio, fastidio, dolore, compianto funebre» (di origine non chiara; DELL).
THU[I], THUI «qua, qui», da confrontare col greco týi «qua, qui».
THURS probabilmente thur-s «della torre o fortezza» (fortezza perché non se n'esce più). Vedi týrseis.
THUTA (Ta 5.4) (Pirgi I) probabilmente «tutore, protettore-trice, patrono-a». (Liber X 7; Cr 4.4; Pe 8.4) «tutela, garanzia, protezione, patrocinio», da confrontare coi lat. tutela, tutor, tueri, di origine incerta (DELL, DELI) e che pertanto potrebbero derivare proprio dall’etrusco (DICLE).
ZILAΧNCE «fu, è stato console (o pretore)» (preterito debole).
ZILCI (ZILC-I) «sotto il pretore», in dativo-ablativo di valore temporale di ZILC.

venerdì 4 luglio 2014

ARRINGATORE


L'Arringatore è una scultura bronzea alta 170 cm raffigurante un uomo togato, databile tra la fine del II e gli inizi del I sec a.C., realizzata con tecnica a cera persa in sette parti distinte a fusione cava, poi unite tra loro. È conservata nel Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Si tratta dell'unica testimonianza integra pervenutaci di una grande scultura in metallo dell'epoca tardo-etrusca. La mano destra, che si spezzò nel momento in cui la statua fu rinvenuta, è di dimensioni maggiori rispetto al resto del corpo per dare maggiore risalto al gesto. La scritta sulla statua fu tradotta e commentata da Enrico Benelli nel suo libro "Iscrizioni Etrusche - leggerle e capirle", Saci Ed. Ancona 2007.
Al proposito, ecco la versione del prof Pittau...  



L'ARRINGATORE

Statua e Iscrizione



articolo di

Massimo Pittau




Io penso che appartenga alla comune capacità culturale di chi abbia fatto anche la sola scuola media superiore italiana, la consapevolezza che tra l'Archeologia da una parte e la Linguistica o Glottologia dall'altra esiste una differenza enorme, una differenza enorme di oggetti studiati e di metodi adoperati. Tutti gli uomini di cultura sanno che l'archeologo si interessa degli “oggetti materiali” antichi e delle rispettive culture o civiltà che li hanno prodotti, mentre il linguista si interessa delle “parole o vocaboli” di una lingua o di più lingue e pure delle rispettive culture o civiltà.

Per questa esatta ragione io ho sempre criticato gli archeologi che hanno osato entrare nel campo degli studi linguistici e, in modo particolare, in quello della lingua etrusca, rimproverandoli di non possedere una preparazione scientifica adeguata e di comportarsi pertanto al massimo come semplici “dilettanti”. In maniera particolare ho sempre criticato la scuola archeologica tosco-romana accusandola di avere per 60 anni bloccato negativamente gli studi sulla lingua etrusca, riuscendo ad imporre questo strano, illogico e antiscientifico punto di vista: «La lingua etrusca non è paragonabile con alcun'altra»!
Sono anche certo che queste mie critiche mosse ripetutamente agli “archeologi-linguisti” saranno sembrate eccessive a qualcuno dei miei lettori e per questa ragione mi decido oggi a presentare il caso particolare di un ”archeologo-linguista”, il quale qualche anno fa ha pubblicato una raccolta di iscrizioni etrusche, da lui delucidate, tradotte e chiosate.

Ovviamente tralascio di citarlo col suo nome e cognome, mentre mi limito a fare qualche accenno al suo curriculum. Egli è esattamente un “archeologo” che opera come “ricercatore” in un istituto di cultura romano. Si è interessato di vari aspetti della civiltà etrusca, anche dell'epigrafia etrusca. Nel 2009 ha pubblicato la II edizione dell'opera di Massimo Pallottino e altri, Thesaurus Linguae Etruscae, I Indice lessicale, che in I edizione era uscita a Roma nel 1978.
Quest'opera si limita a presentare l'intero patrimonio lessicale che conserviamo della lingua etrusca, ma in effetti non ha alcun carattere critico: nessuna traduzione di iscrizione, nessuna osservazione, nessun commento. Nella sostanza altro non è che un repertorio generale, la cui composizione era enormemente facilitata dalla comune operazione digitale del “copia ed incolla”, rispetto al materiale lessicale rinvenuto successivamente al 1978 della I edizione dell'opera, quello che risultava già raccolto e presentato dai vari supplelmenti (I Supplemento, 1984; Ordinamento inverso dei lemmi, 1985; II Supplemento, 1991; III Supplemento, 1998).

Ebbene di questo “archeologo-linguista” presento adesso e analizzo la traduzione e il commmento che egli ha fatto di una iscrizione etrusca, abbastanza nota, dato che riguarda la famosissima statua di bronzo dell'Arringatore, adesso esposta nel Museo di Firenze. Ecco il testo esatto dell'iscrizione (CIE 4196; TLE, 651; ET, Pe 3.3 - III-II sec. a. C., in 3 righe) e la traduzione che ne ha presentato il nostro archeologo-linguista:


AULEŚI METELIŚ VE VESIAL CLENŚI
CEN FLEREŚ TECE SANŚL TENINE
TUTHINEŚ ΧISVLICŚ


«
PER CONTO DI AULE METELIS FIGLIO DI VEL QUESTO AL DIO TECE PADRE FU DONATO DALLA TUTHINA XISVLICS»


La scritta sul bordo inferiore della toga  (sopra) e la sua trascrizione in piano (sotto).

Riporto adesso le parole di commento del traduttore: «Il soggetto grammaticale della dedica (espressa al passivo) è il dimostrativo cen “questo” (forma contratta di cehen) e intende ovviamente la statua, segue il destinatario, regolarmente al genitivo: fler significa “dio, divinità”, mentre tece sans deve essere letto come un unico lessema (*), composto dal teonimo Tece e dall’appellativo sans, “padre”, con la desinenza del genitivo applicata solo <a> quest’ultimo. Segue il verbo al passivo tenine (con l’uscita -ne che esprime un modo finito del passivo, diverso dal perfetto, indicato da -xe) e l’autore della dedica in ablativo. Tuthina è un termine che identifica molto probabilmente un qualche tipo di suddivisione territoriale… ecc.».

Ed io commento ed obietto:

1)           Perché nella sua traduzione l'archeologo-linguista salta del tutto il vocabolo VESIAL?
2)           Che cosa in questa iscrizione lo spinge e autorizza a interpretare il dimostrativo CEN (accusativo di CA «questo-a») come forma contratta di CEHEN ? (che invece è una forma enfatica di CA, avente il significato di «questo qui», al nominativo (si veda l'iscrizione di San Manno di Perugia). In epigrafia è cosa nota che una traduzione di una iscrizione viene infirmata e indebolita da qualunque intervento si effettui sul testo effettivo conservato.
3)           Noi etruscologi conosciamo un solo morfema come tipico di un verbo passivo (-XE di ZIXUXE «è stato disegnato o scritto») ed allora in base a che cosa il nostro archeologo interpreta TENINE come un verbo passivo?
4)           In etrusco FLEREŚ significa sempre «offerta di supplica, vittima, offerta votiva, ex voto, statuetta votiva, statua», mentre non significa mai «dio, divinità», che invece si dice sempre AIS/EIS.
5)           I vocaboli TECE SANŚL risultano chiaramente separati ed allora che cosa spinge e autorizza il nostro archelogo ad effettuare la loro connessione, creando un nesso che non ha alcun altro riscontro nel materiale lessicale etrusco conservato?
6)           Egli erra vistosamente a interpretare TECE come un teonimo o nome di divinità, per il fatto che questa è chiamata in sicuri passi di altre iscrizioni TECUM e TECVM. E questa differenza non è cosa di poco conto, dato che investe i rispettivi fonemi finali dei vocaboli.
7)           Io ho già avuto modo di scrivere che “Chi propone di tradurre TECE SANŚL «del (dio) Tecum Padre» non si accorge di far entrare illegittimamente una notazione "sacrale" in un'opera statuaria, che invece è evidentemente, totalmente ed esclusivamente "profana". A questo proposito io ricordo di aver imparato, nell'Università di Firenze, dal noto linguista Giacomo Devoto questo importantissimo criterio di metodologia epigrafica: «La prima chiave di lettura di una iscrizione è costituita dal supporto materiale in cui essa risulta scritta”. Ebbene, nella stupenda statua etrusca dell'Arringatore non c'è nessun elemento, neppure minimo, che faccia riferimento al “sacro” o al “religioso”.
8)           Del vocabolo TUTHINA il nostro archeologo dice solamente qualcosa di molto generico e soprattutto per nulla motivato; del secondo XISVLICŚ non dice assolutamente nulla.
9)           Il nostro “ricercatore” non ha mai citato, neppure una sola volta, alcuno dei miei scritti (13 libri e un centinaio di saggi), evidentemente perché sapeva già, per “ispirazione divina”, che non vi avrebbe trovato nulla di scientificamente valido. Ed invece, se avesse consultato almeno il mio libro Tabula Cortonensis - Lamine di Pirgi e altri testi etruschi tradotti e commentati (Sassari 2000; con qualche lieve correzione odierna), vi avrebbe trovato la seguente traduzione e commento dell'iscrizione dell'Arringatore, di certo assai più consistente della sua, anche perché ne rispetta totalmente il testo:




AULEŚI METELIŚ VE VESIAL CLENŚI
per Aulo figlio di Vel Metellio (e) di Vesia
CEN FLEREŚ TECE SANŚL TENINE
pone questa statua di Padre il (suo) servizio  
TUTHINEŚ ΧISVLICŚ
di patrocinio pubblico

(La scritta si legge da destra a sinistra)



Lessico commentato

AULEŚI significato certo «ad/per Aulo». AULEŚI METELIŚ VE «per Aulo figlio di Vel Metellio»: formula onomastica strana per noi moderni, ma non per gli Etruschi.
CLENŚI significato certo «al/per il figlio» (in dativo-ablativo di comodo).
CEN (TCort 18) significato certo «questo-a», accusativo del pronome CA «questo-a».
FLEREŚ «statua» (significato certo). CEN FLEREŚ «questa statua» (in accusativo) (DETR 448).
SANŚL (SANŚ-L) significato certo «(di/del) padre, progenitore, antenato» (in genitivo) (DETR 357). Vedi SIANŚ.
TECE significato quasi certo «pone», indicativo pres. 3ª pers. sing. Da confrontare con l'iscrizione (ET, Co 3.8 – rec, su statuina bronzea di bambino) (Co 3.8 – rec, su statuina bronzea di bambino) flereś tec sanśl cver «poni (= accetta) l'ex voto come dono del padre (del bambino)» (supplica alla divinità alla quale era stata offerta la statuina) (TLE 624).
TENINE significato probabile «esercizio, svolgimento, servizio» (è il soggetto del verbo TECE e dell'intera frase) (DETR 399).
TUTHINEŚ «della tutela, della protezione, del patrocinio» (significato compatibile col contesto), genitivo di TUTHINA (REE 55,128; ThLE² 399) «tutela, protezione, patrocinio», da confrontare coi lat. tutela, tueri, che sono di origine incerta e pertanto potrebbero derivare proprio dall’etrusco (DELL, DELI, DICLE).
ΧISVLICŚ (ΧISVLI-CŚ) «(del) comunitario, generale, pubblico», aggettivo in genitivo articolato, da derivare da χiś «di ogni, di tutto» (significato compatibile col contesto) (LEGL 90; TCL 84; DETR 439).


Le dimensioni della mano sono maggiori del normale, volutamente.


Molto probabilmente il personaggio raffigurato nella statua aveva esercitato il suo patrocinio a favore di una comunità cittadina – nella zona di Perugia o, più probabilmente, del Trasimeno - e questa lo ha ricompensato con la grande statua di bronzo.
La statua, a grandezza naturale, rappresenta un uomo maturo, con i capelli pettinati a ciocche, vestito di una corta toga e di una tunica bordata da una stretta banda. Il personaggio indossa dei calzari. Il suo rango è dimostrato dall'anello che porta alla mano sinistra.
Dettaglio dell'anello



Sul bordo della toga si trova l'iscrizione incisa su tre righe. La grafia è ben curata. Il tipo di alfabeto adoperato è quello presente in epoca tardo-etrusca, nell'area di Chiusi e Cortona.
Sia la denominazione sia l’abbigliamento rendono molto probabile che in realtà si trattasse di un cittadino romano, che si era assunto il compito di fare da patrono, nelle alte sfere di Roma, di una comunità cittadina etrusca, la quale lo aveva ricompensato con la splendida statua di bronzo.


I calzari

Si nota abbastanza facilmente che l’iscrizione ha uno stile ricercato e pure alquanto ampolloso.

Massimo Pittau