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lunedì 4 novembre 2013

Libri letti: "Atlantide, breve storia di un mito", di Pierre Vidal Naquet

Pierre Vidal-Naquet

“ ATLANTIDE, BREVE STORIA DI UN MITO ”




“Ti sei messo in testa / di andare ad Atlantide / e hai scoperto ovviamente / che solo la Nave dei Folli / fa la traversata quest’anno / perché sono previste onde anomale di enorme forza”, ha scritto uno dei massimi poeti del Novecento, Auden, nella sua Atlantide. Quando all’inizio del secolo successivo New Orleans e altre città del golfo del Messico sono state inghiottite dall’oceano, sul New York Times è apparso un articolo in cui si paragonava quella catastrofe al maremoto che nel IV secolo a.C. inghiottì l’isola di Helike, a nord ovest del Peloponneso: l’evento al quale, secondo la più recente delle ipotesi storiche su Atlantide, Platone si sarebbe ispirato per il suo mito.


E’ nel prologo del Timeo e nel Crizia che Platone racconta della gigantesca e ricchissima rivale di Atene, un’isola al di là delle Colonne d’Ercole, “più estesa della Libia e dell’Asia”, inabissata per volere degli dei. Un racconto tratto da un’antica tradizione orale di provenienza egizia e di cui si sarebbe potuto fare il più grande poema greco, osserva Platone, velando d’ironia il suo gioco narrativo. No, neppure l’inventore del mito lo prendeva sul serio. Eppure sono state tanti, da allora in poi, a crederci.


Inevitabile che a partire dalla scoperta accidentale di Cristoforo Colombo in Atlantide sia stato visto il Nuovo Mondo, l’America. Così, all’alba dell’età moderna “il treno di Atlantide è ormai sulle rotaie e non si fermerà più”, scrive Pierre Vidal-Naquet nello splendido libro appena uscito in Italia (Atlantide. Breve storia di un mito, Einaudi, 141 pp., 18 euro). E questo non ostante il freno opposto prima dall’interpretazione metaforica dei neoplatonici, poi dallo sfrenato allegorismo dei bizantini e infine dagli umanisti capitanati da Ficino. Ma inutilmente.


C’è chi ha collegato al mito di Atlantide quello, straordinario, delle dieci tribù perdute di Israele. Già Colombo peraltro si era munito di un interprete di lingua ebraica, aspettandosi di incontrare nelle Indie che andava cercando i discendenti di quegli Israeliti dispersi. Poi però il nazionalismo tedesco del periodo hitleriano, irto di Atlantidi letterarie, capovolgerà in termini razziali l’identificazione Israele/Atlantide, tanto che discendere dagli Atlantidi significherà anzi non discendere dagli Ebrei, né spiritualmente né per via di sangue.


C’è stato chi ha incongruamente scorto in Atlantide la Svezia, prendendo per guida l’epica dell’Edda, o un Caucaso smisuratamente allargato dal Turkestan al Mar Glaciale, fornendo inopinati fondamenti al successivo Mito ariano di Poliakov. E c’è stato chi, in fondo assai meno incongruamente, ha visto in quello sconfitto mondo ancestrale nient’altro che il continente africano, in effetti, se pur metaforicamente, da sempre sommerso.


Ideologia e geografia dunque si fondono come non mai in quella che un illustre atlantologo, Paul Jordan, chiama “la sindrome di Atlantide”, non a caso una parola presa dal vocabolario della medicina. Atlantide è per Vidal-Naquet “un malanno a ripetizione”, che “bisogna da un lato eliminare dal mondo reale e dall’altro interpretare come Platone l’aveva concepita, come una critica radicale all’imperialismo marittimo di Atene”. Se la prima cosa era già stata fatta da un encomiabile studioso di metà Ottocento, Thomas-Henri Martin, e se la seconda era stata proposta già a fine Settecento da Giuseppe Bartoli, sapiente grecista dell’Università di Torino, i due filoni interpretativi, quello storico-geografico e quello metaforico, hanno continuato a coesistere. Perché la storia, come scrive ancora Vidal-Naquet, “non è fatta soltanto dalle conquiste dello spirito umano, è fatta anche dalle sue erranze, dei vicoli ciechi in cui si è infilato e continua a infilarsi”.


Da Montaigne, che negli Essais scriverà, parlando di Atlantide: “Noi abbracciamo tutto, ma stringiamo solo vento”, alla Nuova Atlantide utopistica di Bacone e alla cartografia esoterica di Athanasius Kircher, passando per le variazioni sul tema del secolo dei Lumi, ora giocose ora candide, si approderà al visionario Novalis. Sarà lui a finire di trasformare quello che per Platone era un impero del male in paradiso segreto, di cui l’America di Blake darà una versione biblico-celtica. Finché Darwin non tornerà a credere davvero all’idea di un continente scomparso.


Atlantide resiste alla modernità, mentre nell’antichità, secondo Vidal-Naquet, “molti dovevano semplicemente riderne”. Perché la distinzione tra scienza e poesia è terribilmente recente, mentre i greci sapevano riconoscerne la labilità. Se, come scrisse già a suo tempo Martin, “Atlantide appartiene a un altro mondo, che non è nell’ambito dello spazio, ma in quello del pensiero”, proprio per questo è indistruttibile.


Come scrive Vidal-Naquet, oggi “nessuno pensa di camminare sulle tracce di Er, e se abbiamo a Parigi un viale degli Champs-Elysés, sappiamo bene che non è abitato dai morti”. Di tutti i miti che Platone ha inventato — a eccezione forse di quello dell’immortalità dell’anima, raccontato nel Fedone — il mito di Atlantide è il solo che abbia attecchito. Platone ha inventato un genere letterario ancora in vita: la fantascienza. Non a caso Jules Verne in Ventimila leghe sotto i mari mostra il capitano Nemo e il suo invitato involontario, il professor Arronax, mentre percorrono le rovine sommerse di Atlantide a 450 miglia marine a largo della costa del Marocco. Una visione simbolica della nostalgia moderna per l’inabissato, di cui Nemo, il nuovo “Nessuno”, è l’ultimo Ulisse. 
Silvia Ronchey


Quello che Silvia Ronchey non dice nel suo bel commento è che La definizione di 'Nazionalisti Atlantoidei' coniata da Vidal-Naquet implica un 'evidente giudizio di merito ed una condanna, per coloro che la meritano. Egli porta precisi e chiari esempi, nel suo libro: e sono esempi che il tempo e la storia hanno sviluppato fino al loro obbligato epilogo finale.
Ne risulta più che provato che i Nazionalisti Atlantoidei fanno SEMPRE un uso strumentale delle loro tesi false. E le loro tesi false producono costantemente danni, in molti casi gravissimi ed esiziali.
E' sufficiente motivo per sentire il dovere di combatterli.

venerdì 15 febbraio 2013

Atlantide Sardegna


La Sardegna e l'Atlantide
Con grande strombazzamento della stampa è stata di recente prospettata la tesi, secondo cui la Sardegna antica si identificava con l'Atlantide di cui ha parlato il filosofo greco Platone. Io sono dell'avviso che questa tesi sia del tutto campata in aria.
È abbastanza noto che Platone, anche per le sue doti di poeta, esemplificava e concretizzava le sue tesi filosofiche fondamentali con altrettanti miti o favole, che creava appositamente ex novo. Il mito platonico più noto è quello dalla caverna, la quale rappresenta la realtà sensibile o delle ombre, mentre la vera realtà, quella intelligibile o delle idee (Iperuranio) è quella fuori della caverna. E un altro famoso mito platonico è quello di Eros figlio dell'Ingegno e della Povertà. Ebbene il mito dell'Atlantide è stato creato da Platone per sostenere la sua famosa tesi dello "Stato Ideale".
C'è da premettere che Platone era un conservatore, il quale non sopportava il regime di democrazia che vigeva al suo tempo ad Atene. Ebbene - dice il filosofo nel dialogo «Timeo»- 9 mila anni prima ad Atene vigeva invece un regime politico simile a quello da lui idealizzato, nel quale governavano i filosofi, difendevano lo Stato i guerrieri e lavoravano in tranquillità gli operai. Proprio per merito di questo Stato Ideale vigente allora ad Atene, gli Ateniesi furono in grado di respingere un poderoso attacco effettuato dagli abitanti di Atlantide, che era una grande isola situata al di là delle Colonne d'Ercole, nell'oceano Atlantico.
In un altro dialogo, il «Crizia», Platone riprese il mito e lo perfezionò nel modo seguente. In origine anche in Atlantide vigeva uno Stato Ideale, con i filosofi-governanti, guerrieri-difensori, operai-lavoratori. E tutto procedeva alla perfezione, anche perché l'isola possedeva in abbondanza tutte le ricchezze e la sua città capitale era stata organizzata minutamente nel migliore dei modi (poco mancava che i cani vi fossero legati con le salsicce!); capitale che in seguito è servita ad altri filosofi per creare le linee di una loro perfetta "Città Ideale". Senonché gli abitanti di Atlantide pian piano tralignarono e di peggioramento in peggioramento divennero quel popolo che attaccò con tracotanza, ma anche con totale insuccesso, la gloriosa e perfetta Atene di 9 mila anni prima (salvo che purtroppo anche Atene finì col tralignare, dando luogo alla disordinata democrazia del tempo presente).
In questo mito platonico di Atlantide sono particolarmente da sottolineare questi punti: 1) Platone da buon conservatore e quindi da quel buon lodatore del bel tempo antico che era, si rifugiava nel lontanissimo passato sia per mostrare di rifiutare il presente regime democratico di Atene, sia per non avere l'onere della prova per le cose da lui affermate; 2) Il mitico attacco ad Atene proveniente dall'Atlantide, ossia dall'occidente, è chiaramente il corrispettivo di quello storico proveniente invece dall'oriente con le guerre persiane promosse da Dario e da Serse.
Ciò premesso, dico che, dato che l'Atlantide non è altro che un mito creato dalla fantasia di Platone, è semplicemente puerile connettere a questo mito, a questo parto della fantasia del filosofo-poeta, quella concreta realtà fisica, geografica, antropica e culturale che era la Sardegna antica. È come se un padre decidesse di maritare una sua figlia con un eroe dei romanzi a fumetti; come se gli Stati Uniti o la Russia lanciassero un'astronave per raggiungere l'Iperuranio; come se uno studioso di speleologia, nella serie delle grotte elencate e studiate, mettesse anche la platonica "caverna delle ombre"; come se un geografo, in una carta dell'emisfero antartico da lui nuovamente tracciata, mettesse anche la "montagna del Purgatorio", che secondo la fantasia di Dante esisteva agli antipodi di Gerusalemme...
D'altra parte, se si esamina la descrizione minuta che Platone fa sia dell'Atlantide come isola sia della civiltà che essa ospitava, ci si accorge facilmente che non c'è nessuna corrispondenza di nessun genere con la Sardegna come isola e con la civiltà nuragica che essa ospitava.
Inoltre è un fatto che Platone metteva l'Atlantide al di là delle Colonne d'Ercole, che al suo tempo erano indubitabilmente nell'attuale stretto di Gibilterra. Ed è pure un altro fatto che Platone metteva l'Atlantide nell'oceano Atlantico, che anche allora era indubitabilmente al di là delle Colonne d'Ercole. Ed un terzo fatto decisivo è che l'Atlantide è linguisticamente connessa con l'Atlantico, per cui è ancora puerile ipotizzare l'Atlandide in un mare differente. Ma allora la Sardegna non c'entra proprio nulla in questo discorso, perché essa non è un'isola dell'Atlantico o, viceversa, il mare in cui si trova la Sardegna non è stato mai chiamato Atlantico.
Per questa strettissima connessione linguistica fra l'Atlantico e l'Atlantide, è del tutto irrilevante sostenere che le Colonne d'Ercole potevano essere non nell'attuale stretto di Gibilterra, bensì altrove. Comunque c'è da rabbrividire di fronte all'affermazione che le Colonne d'Ercole fossero fra la Sicilia e l'Africa settentrionale, le quali in epoca geologiche lontanissime sembra che fossero molto più vicine di adesso. A distanza di centinaia e forse di migliaia di secoli, è assurdo ritenere che gli uomini - che forse neppure esistevano ancora nella faccia della terra - pensassero che le Colonne d'Ercole fossero tra la Sicilia e l'Africa e che la loro credenza potesse arrivare di millennio in millennio fino all'epoca di Platone.
Ma c'è un'ultima considerazione, la quale di certo non è la meno importante: Platone nel suo racconto dice che l'Atlantide era scomparsa inghiottita dall'Atlantico - sempre per evitare l'onere della prova ed anche eventuali controlli da parte di altri -, mentre non risulta affatto che la Sardegna abbia subìto la medesima sorte...

Massimo Pittau