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martedì 8 dicembre 2015

Pataccari ed Artisti del falso.

SI PUO' ESSERE FALSARI E RICCHI?

Si può, forse sì.
Anzi: l'acquisizione della ricchezza è uno dei motivi principali (se non l'unico) che inizialmente spingono l'aspirante falsario a diventare un falsario praticante. E' poi ovvio che vi siano persone più e meno artisticamente dotate, più e meno sensibilmente complesse, di maggiore e minore cultura generale: i risultati finali, pertanto differiranno grandemente. E' insomma la differenza che esiste fra l'artista del falso ed il "pataccaro".

Attenzione, però: è più facile incorrere in qualche incidente di percorso, che diventare ricchi: la strada per la ricchezza non è facile per nessuno, onesti e no.
Il falsario - pertanto - può fallire nel suo intento ed ottenere dalla propria attività solamente frustrazione e censure legali.
Ma quella che riporto di sotto è - invece - una storia di tutt'altro tipo.
E' quella di un vero artista del falso, o "forgery", come si dice in Inglese...
Da non prendere d'esempio, certamente, ma da conoscere...

L'OPERA


(credit: Fabrizio Radaelli)


Si tratta di una pergamena di circa trenta centimetri per venti, realizzata in biacca, matita ed inchiostro.
Molti alla Villa Reale di Monza avranno ammirato più o meno intensamente il disegno della Bella Principessa, un profilo in colori dominanti seppia, attribuito a Leonardo da Vinci, che rappresenterebbe una "dama di corte" degli Sforza. Il che significa Bianca Giovanna Sforza, figlia illegittima di Ludovico Sforza, duca di Milano alla fine del XV secolo. Il quadro fu acquistato da un collezionista (certo Peter Silverman) per 20.000 euro. In seguito fu attribuito al Da Vinci dall'esperto oxfordiano Martin Kemp, il che fece schizzare la valutazione a 142 milioni di euro.

Va detto subito che l'autenticità e l'attribuzione vinciana del disegno sono, incredibilmente, controverse. Ciò crea una grande conflittualità.



E veniamo a noi: esiste un signore inglese, di mezza età, che lavora per la Nettezza Urbana e che si chiama Shaun Greenhalgh. Ebbene, malgrado la sua professione, questo signore nutre un grande amore per dipinti e manufatti di antiquariato: soprattutto per la loro replica o duplicazione. Sembra che - in poco meno di venti anni d'attività (dall' 89 al 2006) - questo falsario sia riuscito a guadagnare circa un milione di sterline.
Nel 2007  è stato arrestato e condannato per 4 anni e sei mesi per "fraud".

COME HA FATTO?

Il falsario inglese sostiene di avere realizzato il falso Da Vinci nel 1978. Ha invecchiato la carta e l'inchiostro (non ci tiene a specificare come); ha tratteggiato "all'incontrario" il disegno, per imitare il tratto di Leonardo (che era mancino, mentre lui non lo è). Ha persino indicato la modella, che non sarebbe affatto l'illegittima figlia di Ludovico, bensì  la molto meno romantica e certamente più attuale cassiera (di nome Sally) di una cooperativa di Bolton. Shaun sostiene (e di questo ci sono le prove) di avere venduto quella che rivendica come propria creazione ad un collezionista (per la cronaca, un certo Giannino Marchig).
L'opera d'arte - falsa o vera che sia - è poi passata per varie mani, andando all'asta da Christie's - a New York - come una "copia del XIX secolo". Fu qui che P. Silverman, collezionista canadese che vive a Parigi, l'acquistò per 20.000 euro, per poi godere dell'attribuzione a Leonardo con relativa rivalutazione economica dell'opera.

Le analisi del manufatto lo collocherebbero cronologicamente in un periodo che non è quello attuale, ma neppure quello di Leonardo: risalirebbe a circa 250 anni fa.

Se fosse confermata la tesi di Shaun - che continua a dichiarare, persino nella propria autobiografia, di essere l'autore vero dell'opera - il falsario inglese avrebbe tutto il diritto di entrare nell'Olimpo dei Grandi Falsari. Non che sia del tutto sconosciuto: già nel 2010 il Victoria and Albert Museum ebbe a riservargli uno spazio tutto suo, in un' esposizione sui crimini nell'Arte.
D'altro canto, se ritiene di potere scrivere un libro: "Il racconto di un falsario", che è già uscito in Gran Bretagna, grazie anche alla collaborazione di un critico d'arte (Waldemar Januszczak), evidentemente sa di non essere sconosciuto. Esiste - è vero - il pericolo che la sua dichiarazione di paternità sia solamente un espediente per fare pubblicità al libro.

Infatti Peter Silverman lo ha sfidato con modi fattivamente bruschi: "Faccia un'altra copia dell'opera, se davvero ne è capace: gli pago 10.000 sterline (14.000 euro) per la nuova copia. Altrimenti, torni in galera, che è il suo posto".

La situazione - che da noi in Italia non è molto sentita, ha invece solleticato gli interessi internazionali. Anche il New York Times se ne è interessato, riportando le frasi del collezionista Silverman, che comprensibilmente combatte da circa 10 anni la sua guerra a favore dell'autenticità ufficiale dell'opera: "E' una vera vergogna che uno storico dell'arte si abbassi a quel livello di falsità solamente per promuovere un proprio libro".

L'opera è stata esposta con il crisma dell'autenticità leonardesca alla Villa Reale di Monza tra il maggio ed il settembre del 2015, con un prezzo d'ingresso di 13 euro.

CONCLUSIONI

Qualunque sia la Verità, come si vede, dalla vicenda si possono trarre alcune conclusioni, tutte piuttosto tristi, in fondo:

1) In questa storia - anche se la vicenda non si è ancora conclusa - c'è certamente almeno un falsario (ma potrebbero anche essere di più di uno, a seconda dei casi).

2) I mezzi moderni d'indagine possono ancora essere aggirati, specialmente se il falso è un cosiddetto "falso erudito": questo è il vero nocciolo del problema, sul quale in molti (addetti ai lavori e no) si dovrebbero soffermare.

3) Le opere antiche - vere o presunte che siano - muovono sempre e costantemente grandi quantità di denaro, in ogni modo possibile.

4) I mezzi adottati per muovere queste quantità di denaro sono in genere sempre leciti: biglietti, libri, aste, etc. Questo - in fondo - è proprio il meccanismo sul quale focalizzare tutta l'attenzione.

venerdì 6 marzo 2015

Da: "ACCADEMIA degli INCERTI"


Han Van Meegeren:

Sono una bugia che dice la verità

L’opera di Han van Meegeren sarebbe rimasta quella di un semisconociuto ritrattista e illustratore la cui opera non avrebbe lasciato grandi tracce nell’arte dell’epoca troppo occupata ad inseguire “ismi” e avanguardie.
Bollato come
artista poco originale Han van Meegeren si vendicò di coloro che non l’avevano mai apprezzato come pittore e apprese le tecniche di falsificazione da un famoso restauratore e falsario olandese Theo Van Wijngaarden. Affascinato da sempre dalla pittura olandese del Seicento e in particolare da Vermeer, si esercitò a lungo ricopiando fedelmente gli originali.
Per i suoi falsi, recuperò vecchie tele del ‘600, dal sacrificabile valore artistico, da cui raschiava accuratamente il colore non commettendo mai l’errore di copiare opere di Vermeer esistenti: creò dipinti nuovi, mai visti da nessuno, con  una aderenza stilistica e tematica che convinse tutti gli esperti di allora.
L’abilità di Han Van Meegeren, da sola, non sarebbe bastata ad ingannare gli esperti, se egli non avesse avuto anche l’accortezza di procurarsi materiali adoperati trecento anni prima e di evitare pennelli prodotti nel XX secolo (usava pennelli dalle setole di tasso).
Conosceva inoltre perfettamente la biografia, le tecniche e i materiali adoperati da Vermeer e faceva spesso uso di rari pigmento o dell’olio di lillà.

Il “falsario” Usava resine fenoliche come la bachelite per irrigidire la cappa pittorica e dopo aver completato un dipinto, lo cuoceva a 100 ° C circa per indurirne la vernice arrotolandolo poi intorno ad un cilindro per aumentare la craquelure.

Persino il Dr. Abraham Bredius, il massimo luminare dell’antica pittura olandese, aveva definito la “Cena in Emmaus” il più eccezionale dipinto di Vermeer (che si ispira all’opera di Caravaggio a Brera, Han sapeva che Vermeer aveva visitato l’Italia e dipinse sopra un vecchio quadro di poco valore senza preoccuparsi di cancellarlo come si scoprirà anni dopo con una fotografia ai raggi-X).
Un falso Vermeer fu incautamente acquistato nel 1938 da Dirk Hannema, allora direttore del museo Boijmans-Van Beuningen di Rotterdam.
Han van Meegeren aveva addirittura venduto al capo delle SS, Heinrich Himmler, dipinti falsi per un valore di cinque milioni e mezzo di fiorini. Un altro falso Vermeer, “Cristo e l’adultera”, finì per una somma enorme nella collezione privata di Hermann Göring.
Il prezzo richiesto per il “Cristo e l’adultera” era di 1.650.000 fiorini, i tedeschi volevano a ogni costo acquistare quel capolavoro olandese.
La vendita assunse i toni di un affare di Stato. Dopo strane e discrete trattative, la transazione si operò nella maniera seguente: il Terzo Reich pagò “in natura” l’acquisto del Vermeer. All’Olanda, cioè, furono restituite duecento tele autentiche, tele che erano state rubate dai nazisti durante l’invasione e il cui valore globale superava sensibilmente il prezzo richiesto.
Lo Stato olandese, dopo aver recuperato le duecento tele d’autore, pagò in moneta corrente Miedl (Un banchiere bavarese in rapporti con Göring) e Van Strijvesande (intermediario di fiducia), e quest’ultimo versò a Van Meegeren più della metà del ricavato.

Tra il 1935 e il 1943 Van Meegeren aveva realizzato 13 falsi. Cinque non sarebbero mai stati messi in vendita. Per gli altri otto fu realizzato un incasso di 7.254.000 fiorini, di cui poco meno di 5 andarono a finire nelle tasche di Van Meegeren.

Il denaro ricavato dalla vendita dei quadri venne investito in alberghi e immobili (Nell’estate del 1938, van Meegeren si trasferisce a Nizza) oltre che in opere d’arte autentiche: nel 1943 la collezione Van Meegeren era una “vera” collezione. In quel periodo il pittore lasciò la sua tenuta di Nizza per sistemarsi ad Amsterdam, in una sontuosa dimora della Keizergracht. Qui non aprì un nuovo studio e smise di dipingere.

Dopo la guerra, alla fine del maggio del 1945, alcuni inquirenti si presentarono alla sua porta per dei chiarimenti sulla vendita del “Cristo e l’adultera” ma il suo ottuso silenzio sull’origine di quell’opera provocò il suo arresto con l’accusa di spionaggio e collaborazionismo con la Germania nazista.

Al processo il falsario scoppiò improvvisamente in un diluvio di parole e invettive inattese: «Imbecilli! Siete un branco di imbecilli, voi come gli altri! Io non ho mai venduto nessun grande tesoro nazionale! L’ho dipinto io stesso!» e continuò con altre rivelazioni tanto sorprendenti che gli inquirenti persero improvvisamente il senso dell’orientamento.
Nessuno volle credergli: un artista senza talento in grado di dipingere perfettamente nello stile, nella tecnica e nell’invecchiamento capolavori del Seicento? All’imputato venne chiesto di dimostrarlo in aula ma qualsiasi pittore professionista era in grado di fare la copia di un quadro.
Van Meegeren fece loro notare sdegnosamente l’inutilità di quella prova e fece una controproposta. A patto di poter lavorare nel suo studio, e a patto che la polizia gli fornisse il materiale necessario (morfina compresa, ne era dipendente), lui era in grado di creare un nuovo Vermeer nello stile che si era imposto.

Nella sua grande casa della Keizergracht, sotto la sorveglianza permanente degli agenti dei servizi di sicurezza, Van Meegeren cominciò il suo ultimo Veermer. Sarebbe stato un “Cristo tra i dottori”, un’opera di cm 149 x 192 (quale tema più indicato).
Funzionari ministeriali, esperti e luminari in materia artistica, mercanti più o meno onesti, tutta gente che non ama gli scandali che li additano al disprezzo pubblico. Si trattava di guadagnar tempo. 
Alla fine di settembre 1945 il Cristo tra i dottori era terminato.
Van Meegeren si rivelò allora per quello che realmente era: un paradosso. Il falsario dimostrò di essere falsario, apportando come prova tutta la grandezza del suo genio. Con la massima compiacenza si mise a disposizione della commissione fornendo tutti i particolari della sua tecnica.
Le prove erano ormai evidenti. Non si poteva più aggiornare indefinitamente il processo.
Giornalisti erano accorsi dalla Francia, dall’Inghilterra, dall’Italia, dagli Stati Uniti, dal mondo intero.
La gloria di Van Meegeren veniva offerta alla curiosità di tutto il mondo ma sebbene questa storia lo avevano reso molto famoso nel novembre del 1947 fu ricoverato in clinica (l’abuso di alcool e la dipendenza da droghe aveva irrimediabilmente compromesso la sua salute) e il 30 dicembre 1947, all’età di 58 anni, morì lasciando in eredità agli studiosi i tanti dubbi che ancora oggi li assillano quando si apprestano a pubblicare un volume sulla pittura olandese del Seicento.
Han Van Meegeren costituisce uno dei casi più emblematici e misteriosi del mercato dell’arte, essendo stato scoperto come il più abile falsario di ogni tempo solo dopo la sua confessione.

Han van Meegeren (1889-1947), Cena in emausHan van Meegeren (1889-1947), "La Cena in Emmaus" visto da Dirk Hannema (destra), allora direttore del museo Boymans, e Hendrik Luitwieler (sinistra), restauratore.
Prove contro Han van Meegeren, pigmenti
Han van Meegeren dipinge il "Cristo tra i dottori"
Han van Meegeren al lavoro per scagionarsi nel 1945.
Foto del processo del 29 ottobre 1947, coll. IISG, Amsterdam



sabato 1 novembre 2014

Helter Skelter

Traggo questo post dal WebBlog  "HELTER  SKELTER", con un sorriso beffardo e lieto del fatto che anche altri reagiscono - a modo loro, naturalmente - alle cialtronate rampanti. 

Usano un linguaggio differente dal mio, fingono una volgarità che non appartiene loro, tengono un basso profilo. Ad esempio, chiamano 'fuffari' quelli che io inserisco nell'Armatabrancaleoneshardariana. Usano con abilità un tono mirabilmente sarcastico. 

Non resisto alla tentazione di ri pubblicarlo.


giovedì, 23 ottobre 2014

Misteri del passato revisited

I misteri delle antiche civiltà visti attraverso la potentissima lente del cazzeggio.


Tra le varie credulonerie c'è quella secondo cui le civiltà del passato, Sumeri, Egizi, Babilonesi etc, fossero molto più progredite di quello che "ci fanno credere". 
Per motivi non chiari la potentissima lobby degli archeologi sarebbe compatta nel negare le evidenze scientifiche in proposito, spacciando le cosette che studiamo sui libri di storia come verità, mentre la realtà è che le piramidi sono state costruite 20mila anni fa, che i babilonesi avevano la corrente elettrica, che i Maya erano grandi amiconi degli extraterrestri e che per i Sumeri viaggiare nel tempo era come prendere l'87 dall'Autostazione a Borgo Panigale. Che solo il buon senso dovrebbe farci chiedere come sia possible che queste antiche civiltà viaggiassero in astronave, possedessero tecnologie per noi impensabili, fossero tutto pappa e ciccia con gli alieni, e poi se c'era da scrivere qualcosa, tipo il nome sulla porta di casa, non riuscivano a fare niente di più comodo che prendere un blocco di granito da mezza tonnellata e giù di scalpello e martello. Tanto per dire, le civiltà precolombiane non conoscevano neanche la ruota! O meglio, la conoscevano, ma non la usavano. Se c'era da spostare qualcosa di pesante loro spingevano come dannati, e mai che a uno fosse venuto in mente di dire "aspetta che ci metto un tronco sotto, magari rotola e si fa prima!", tanto che gli archeologi ritengono che ancor prima dell'arrivo degli europei il destino delle civiltà precolombiane fosse già praticamente segnato dalla grande diffusione dell'ernia. Ora, ma vi pare possibile che della gente che non conosceva neanche la ruota guidasse tranquillamente l'astronave? Quindi oggi voglio divertirmi a viaggiare fra queste presunte scoperte mantenute segrete dalla cultura ufficiale, dando libero sfogo al cazzeggiatore che è in me.
I Sumeri e il pianeta Nibiru. 
Nibiru per gli antichi Sumeri era il corpo celeste associato al dio Marduk (l'ho appena letto su Wikipedia, non crediate che lo sapessi di mio). Nella maggior parte dei testi Babilonesi è identificato col pianeta Giove (anche questo da Wikipedia). Tuttavia è diffusa fra i fuffari la convinzione che invece il pianeta Niburu fosse un pianeta a noi sconosciuto, scoperto per l'appunto dai Sumeri, e avente un'orbita mostruosamente ellittica, tanto da passare praticamente tutto il suo tempo in regioni lontanissime e inaccessibili del sistema solare, salvo venire qui da noi a scassare la minchia ogni tanto, causando immani tragedie tipo fini del mondo o altre cose brutte. Secondo una teoria diffusa su internet, la grande università frequentata dai fuffaroli, nel 2012 Nibiru doveva avvicinarsi alla terra distruggendola, e questo i Sumeri lo avevano previsto. Come se un pianeta potesse all'improvviso avvicinarsi alla terra così di colpo, e fare bubu sette senza che nessuno ne abbia qualche sentore. Comunque il 2012 è passato, e Niburu non si è fatto vedere. Una volta, al termine di una conferenza, una signora del pubblico mi chiese che cosa ne pensavo del pianeta Nibiru e della sua scoperta (la signora la dava per assodata) da parte dei Sumeri. All'epoca non ne sapevo niente, e lo ammisi, esprimendo però forti dubbi (sono sempre molto gentile quando mi chiedono queste cose) sulla veridicità della cosa. Però avrei voluto dirle, alla signora, che per carità, certamente i Sumeri erano avanti, per l'epoca. Sono stati la prima vera civiltà organizzata, la prima che ti fanno studiare a scuola, così un po' di corsa dopo gli uomini delle caverne e prima degli Egizi (nessuno, a memoria d'uomo, è mai stato interrogato sui Sumeri). Però, insomma, la loro tecnologia era molto primitiva. Nei reperti sumerici che sono stati trovati non c'è niente di tecnologico. Non è che uno per scrivere non sa fare di meglio che incidere tavolette di terracotta (fare la lista della spesa, ad esempio, richiedeva un certo tempo) e nel frattempo è capace di costruire telescopi potentissimi per scrutare l'universo!  E di questa civiltà poi sarebbero rimaste le tavolette e una miriade di vasetti ma non i telescopi e le altre tecnologie di cui disponevano. Come se della nostra civiltà fra tremila anni non restasse traccia di ponti, automobili e acceleratori di particelle, ma abbondassero i mortai per il pesto alla genovese. Insomma tanto di cappello ai Sumeri, ma restano comunque pur sempre dei "sumeri", pronunciato alla bolognese.

Le piramidi sono tutte a forma di piramide. 
La grande prova, secondo i fuffa-archeologi, del fatto che in passato le civiltà erano messe fra loro in contatto dagli alieni sta nel fatto che le piramidi, con forme simili, si trovino sia in Egitto che in America Latina, cioè in luoghi che, secondo le nostre conoscenze, sono entrati in contatto reciproco solo in epoche recenti. A parte che le piramidi egizie sono tutto sommato abbastanza diverse da quelle dello Yucatan, che hanno tipicamente una scalinata in mezzo, e sono molto alte rispetto alla base, ma... ragazzi, le piramidi sono il modo più semplice e più sicuro per costruire qualcosa che diventi alto senza crollare miseramente, e su cui si possa salire abbastanza facilmente senza sfrombolare giù.  Sù, non ci vuole tanto a capirlo, no? Se vuoi costruire qualcosa che raggiunga altezze elevate ma non hai la tecnologia per fare la Torre Eiffel, cosa fai? Mica metti tanti cubetti uno sull'altro, ma prepari una bella base, e poi ci metti sopra un'altra bella base un po' piu' piccola (perché non vale la pena farne una identica, che poi verrebbe fuori un cubo e ci sali poi tu su per le pareti di un cubo alto 100 metri!) e cosi via.  Pure la ruota è nata tonda ovunque. Sarà un caso? Sarà stato per volere degli alieni, o perché una ruota quadrata, ovale, o esagonale era un filino poco adatta allo scopo? E che dire dei bicchieri, uguali fra i babilonesi come fra gli Incas? Incredibile, tutti con la stessa forma a coppa, come se dovessero contenere all'interno qualcosa di sfuggente! Gli inesplicabili misteri della fanta-archeologia. In realtà pare che i Sumeri abbiano cercato di esportare presso i Babilonesi dei bicchieri fatti a cuspide, ma che i Babilonesi abbiano risposto "'ma va a cagher, Sumer!"

Le linee di Nazca sono piste di atterraggio per gli alieni. 
Le linee di Nazca, in Perù, sono pazzesche. Stanno li, in mezzo al deserto, le vedi bene solo dall'aereo, e hanno righe drittissime lunghe decine o centinaia di metri, che i fuffa-archeologi non riescono a spiegarsi come sia stato possibile, con la tecnologia dell'epoca, tirare righe così dritte per distanze così grandi. Ergo, devono essere stati gli alieni! E' che avendo come esempio gli operai del comune, quelli che con la panza di fuori tirano le righe stradali, i fanta-archeologi pensano che quello sia l'unico modo per fare le righe, che quindi non possono venire mai dritte. Invece basta mettere due bastoni distanti quanto si vuole e unirli con una corda che si ottiene una linea dritta. Basta poi seguirla e abbiamo risolto. A parte questo, i nostri eroi sostengono che le misteriose figure di Nazca siano piste di atterraggio per gli alieni. Sostengono in pratica che questi extraterrestri erano capaci di farsi un viaggio intergalattico di quei due o tremila anni luce, disponendo pertanto di conoscenze per noi impensabili, e poi, dopo tutto quello sfoggio di tecnologia, una volta arrivati sulla terra dicevano "e mo' dove cazzo atteriamo che non c'è un cartello, una pista, niente! Ah, guarda, meno male, là c'e' un ragno disegnato! Per fortuna, sennò hai voglia qui a trovare un parcheggio!" Il primo caso di simbiosi fra civiltà intergalattiche: tu mi insegni le piramidi e io ti facilito l'atterraggio. Si sono dimenticati però la scritta "Follow me".

Le misure delle Piramidi. 
I fan della fanta-archeologia stupiscono di fronte alle impressionati coincidenze (coincidenze? HA HA HA ! Io non CREDO!!!!) numeriche delle piramidi. Ad esempio il valore ottenuto dal rapporto tra il perimetro di base della piramide (di Cheope) ed il doppio dell'altezza della stessa, approssima con buona precisione il valore di pi greco. La lunghezza del perimetro della piramide espresso in pollici è all'incirca pari a 36524, ovvero cento volte il valore 365,24, corrispondente alla durata, espressa in giorni, dell'anno solare. La Grande Piramide costituisce inoltre una sorta di modello in scala 1:43.200 dell'emisfero nord della terra. Se si moltiplica infatti l'altezza originale del monumento per 43.200, si ottiene come risultato la lunghezza del raggio terrestre dal polo al centro del piano equatoriale con un margine d'errore di appena 15 chilometri. E cosi' via. A parte che qualunque figura geometrica regolare ha insito in sé il numero pi greco per definizione, se uno vuole cercare coincidenze numeriche le trova sempre. In particolare si può sempre trovare un numero che moltiplicato per un altro dà quello che ci pare. Ad esempio il diametro del water che ho in bagno, se moltiplicato per 2002 miliardi è, con ottima approssimazione, la distanza fra Sole e Giove, e Giove era Zeus per i Greci, e il 2002 è l'anno in cui è stato introdotto l'Euro, e sappiamo bene come sono messi i Greci con l'Euro, e quindi tutto questo non può essere un caso! Chi ha disegnato il mio water sapeva che questo sarebbe accaduto e ne ha voluto lasciare la prova sempiterna ai posteri  progettandone le dimensioni con stupefacente precisione, non c'è dubbio!




La lampada di Dendera. 
Sarebbe la prova lampante, scusate il gioco di parole, del fatto che gli Egizi conoscevano l'elettricità da mo'! Infatti nel bassorilievo trovato nel tempio di Dendera si vede chiaramente un egizio che tiene in mano una specie di enorme melanzana con un serpente dentro che non può essere altro che una lampadina. A supporto dell'ovvia tesi sotto la melanzana si vede chiaramente il filo elettrico che finisce collegato a un isolatore. L'isolatore poi  l'hanno disegnato con le braccine e le manine, ma cosa volete, è un dettaglio! Anche al CERN disegnano sempre LHC con le gambine e i piedini, così come la Pimpa ha l'automobile con gli occhi il naso e la bocca. Di certo si può dire che non erano lampade a basso consumo, e che anche cambiare la lampadina non doveva essere un lavoretto semplice, il faraone sulla scala e la faraona che gliela la passava da sotto. E in ogni caso questi egizi avranno pure padroneggiato l'elettromagnetismo costruendo congegni elettrici come ai nostri tempi, ma ancora non erano cazzi di fare una prospettiva decente, tutti sempre di profilo. Me li immagino, gli schemi degli impianti elettrici egizi, tutti disegnati di profilo che non ci si capiva mai una mazza su come fare i collegamenti e saltava sempre il salvavita ogni volta che accendevano la luce all'altarino di Anubi.

La profezia dei Maya. 
Ormai e passata, e le decine di migliaia di libri scritti da Giacobbo sulla possibile fine del mondo in arrivo serviranno soltanto a stabilizzare qualche tavolo con una zampa più corta. In ogni caso un utilizzo più nobile della loro lettura. A parte questo ci si chiede come sia stato possibile che i Maya abbiano previsto la fine del mondo ma non la loro fine, che era molto più facile da prevedere, con quelle caravelle all'orizzonte che non promettevano niente di buono.

L'astronauta di Palenque. 
Ritrovato nel Chiapas messicano, raffigurerebbe in modo inequivocabile un antico Maya a bordo di un'astronave. Si vedono chiaramente le fiamme del motore, le manopole, che ricordano un po' quelle della prime 500 (le astronavi aliene all'epoca avevano evidentemente un design un po' datato) e addirittura, affermano i sostenitori di questa tesi, le leve per la regolazione del sedile. Dal disegno si capisce infatti che agli alieni dell'epoca piaceva la guida sportiva, abitudine che non hanno perso (leggi qui). Gli archeologi hanno ovviamente spiegazioni meno fantasiose ma molto più sensate sul vero significato di questo oggetto, ma io mi sento di proporne un altro utilizzo, sperando che la mia tesi si diffonda, per lo meno su Facebook. In fin dei conti non è più strampalata di quella dell'astronave. Eccola.


domenica 20 luglio 2014

Requiem per lo Yeti



Le favole metropolitane (e anche i falsi costruiti ad arte dai falsari) hanno le gambe corte: la scienza può avere bisogno di tempi anche lunghi - talvolta - ma non si lascia fuorviare per sempre dalle fantasie di buontemponi, perditempo e truffatori.
Adesso è la volta del terribile Yeti, aka Bigfoot, che le più sofisticate tecniche di identificazione genetica hanno rivelato essere, di volta in volta: orsi, lupi, orsetti lavatori, mucche, senza trascurare reperti meno frequenti (cavalli, cervi, pecore, porcospini, un tapiro malese e persino un uomo).
Il lavoro è stato eseguito su 36 campioni provenienti da tutto il mondo (Bhutan, India, Indonesia, Nepal, Russia e U.S.).
Gli scienziati speravano (forse) di trovare una traccia di Neanderthal, ma in questo sono stati delusi.
Con ogni probabilità si tratta di una prova definitiva: d'altro canto, se esistesse uno yeti, lascerebbe dietro di sé molto di più che qualche pelo e qualche deiezione. 
Ma effettivamente si deve anche ammettere che - nell'Himalaya - sono state trovate tracce di orsi polari arcaici, di cui non si conosce l'esistenza nella zona...

A questo tipo di eventualità curiosa e strana si aggrappano i più accaniti sostenitori dell'esistenza dello Yeti. E - come per i tifosi del mostro di Loch Ness - non sospettano che ogni creatura debba forzatamente avere due genitori, quattro nonni e un'intera mandria di antenati...





Bigfoot: R.I.P. 

  DNA testing is taking a bite out of the Bigfoot legend. After scientists analyzed more than 30 hair samples reportedly left behind by Bigfoot and similar mythical beasts like the Himalayan Yeti, they found all of them came from more mundane creatures like bears, wolves, cows and raccoons. 
In 2012, researchers at Oxford University and the Lausanne Museum of Zoology issued an open call asking museums, scientists and Bigfoot aficionados to share any 
samples they thought were from the legendary ape-like creatures. 

"I thought there was about a 5 percent chance of finding a sample from a Neanderthal or (a Yeti)," said Bryan Sykes of Oxford University, who led the research, the first peer-reviewed study of Bigfoot, Yeti and other "anomalous primates." 
The study was published online Wednesday in the journal, Proceedings of the Royal Society B. Sykes and colleagues tested 36 hair samples from Bhutan, India, Indonesia, Nepal, Russia and the U.S. using DNA sequencing and all of them matched DNA from known animals. Most were from bears, but there were also hairs from a Malaysian tapir, horses, porcupine, deer, sheep, and a human. While Sykes said they didn't find any proof of Bigfoot-related creatures, he acknowledged their 
paper doesn't prove they don't exist. 


In this undated photo made available by Britain's Channel 4 television of Oxford University genetics professor Bryan Sykes posing with a prepared DNA sample taken from hair from a Himalayan animal. DNA testing is taking a bite out of the Bigfoot legend. After scientists analyzed more than 30 hair samples reportedly left behind by Bigfoot and other related beasts like Yeti and almasty, they found all of them came from more mundane animals like bears, wolves, cows and raccoons. In 2012, researchers at Oxford University and the Lausanne Museum of Zoology issued an open call asking museums, scientists and Bigfoot aficionados to share any samples they thought were from the mythical ape-like creatures [Credit: AP]



 "The fact that none of these samples turned out to be (a Yeti) doesn't mean the next one won't," he said. 
The scientists did find two samples from ancient polar bears in the Himalayas, who are not known to live there. 
That suggests there could be a new or hybrid bear species out there, Sykes said. Others said proving that Bigfoot is real requires significantly more than a mere hair sample. 
"I would want visual or physical proof, like a body part, on top of the DNA evidence," said Todd Disotell, a professor of anthropology at New York University. 
He warned Bigfoot enthusiasts not to make assumptions when they find weird things in the forest. "Every mammal in the forest leaves hair and poop behind and that's what we've found," he said. "Just not the big guy himself." 
Some experts said that if Bigfoot existed, there would be a lot more to find than just a few errant hairs. "Those who believe in the Yeti, Bigfoot and the Loch Ness Monster need basic instruction in sex," said Stuart Pimm, an ecologist at Duke University, in an email. "Each Yeti has two parents, four grandparents and so on," he said. "There should have been herds of (Yetis)," he wrote. "Where were they hiding?" 

Author: Maria Cheng 

 Source: Associated Press [July 02, 2014]

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lunedì 14 luglio 2014

Datazione dei metalli: ora è possibile.

Ebbene, sì: ora è possibile datare i metalli, con la voltammetria. Una datazione incrociata di vari oggetti ne ha dimostrato l'effidabilità (vedi: http://it.wikipedia.org/wiki/Voltammetria).

Spero quindi che smetterete - una volta e per tutte - di scassarci metodicamente i cabbasisi con la datazione inventata delle tavolette di 
Tzricottu (*).


(*) Ne esiste una solamente, è in metallo: è stato dimostrato che 'le altre' sono solamente calchi in gesso malamente falsificati dall'unico esemplare realmente esistente (perché sono troppo simili alla prima ed unica 'tavoletta': più esatto sarebbe chiamarla 'matrice'). Inoltre, non si tratta affatto di scrittura, bensì di una decorazione (simmetrica! mai nessuna scrittura al mondo è stata simmetrica), da trasferire su cuoio. 
La fattura farebbe infatti propendere per uno stampo medioevale. 
Da notare che dette tavolette sono visibili solamente in fotografia. Viene proprio da pensare che le somiglianze con il fatto dell'uomo di Piltdown siano davvero troppe! 
E che basarsi 'scientificamente' su tale materiale sia più adatto ad un ciarlatano...

New method for dating copper and bronze artefacts 

 How can the age of archeological objects be determined if the well-established carbon dating method does not apply, for example for metal objects? 

Spanish and Portuguese scientists have now introduced a technique for dating artifacts made of copper and bronze. Presented in the journal Angewandte Chemie, their electroanalytical method is based on the voltammetry of microparticles. It compares various corrosion products that form over long periods of time and works with only a few nanograms of material so it causes almost no damage. 





Voltammetry of microparticles used to date archeological artefacts  made of copper and bronze [Credit: © Wiley-VCH] 


Voltammetric experiments produce current–voltage curves that have characteristic shapes for many compounds. In order to date copper-containing, archaeological finds, a team led by Antonio Doménech-Carbó at the University of Valencia examined the ratios of two different copper oxides, tenorite and cuprite, that can be differentiated and quantified based on their voltammetric curves. When they are exposed to air, copper surfaces become covered by a natural layer of cuprite (Cu2O). Over time, this layer is slowly converted to other products of corrosion. As copper-containing objects age in a slightly corrosive environment, without contact with soils or sea air, a layer of tenorite (CuO) continuously forms over the primary cuprite patina. 
This occurs because cuprite reacts with oxygen from the air to preferentially form tenorite in an atmosphere containing CO2 or in the presence of calcareous materials. Examination of copper coins by scanning electron microscopy coupled with X-ray spectroscopy confirmed the presence of cuprite and tenorite.
 To carry out the electroanalytical experiments, the researchers impregnate a graphite bar electrode with paraffin and dab the surface of the artifact with it. A few nanograms of the sample surface stick to the electrode, which is then dipped into an aqueous electrolyte. 
This causes almost no damage to the object. Copper oxide microparticles result in very characteristic peaks in the resulting current–voltage curves. Of particular interest to the researchers is the ratio of the current peaks for tenorite and cuprite. It shows a steady increase with increasing corrosion time, as demonstrated with a series of antique coins from various collections, including the Prehistory Museums of València and Xàtiva (Spain), as well as the artificial ageing of Euro cent coins made of copper. 
The researchers were able to use the coins to establish a calibration curve that can be used to date objects of unknown age. The voltammetric dating of a water pitcher from the Caliphal period and a Montefortino helmet from the Roman age gave ages of 1050±80 and 2150±150 years, respectively, which agree well with dates previously established from the archaeological context. 

Source: Angewandte Chemie [July 11, 2014] 

domenica 6 luglio 2014

Frattura di L3 o Spondilolisi di L5?


La frattura vertebrale di Neymar 


è  un  falso?

 
da un articolo di A. Valassina
L'unica immagina radiografica (TC) resa pubblica su Neymar.


Sembra trattarsi di un episodio piuttosto singolare. L'infortunio occorso a Neymar nel quarto di finale contro la Colombia a Fortaleza non convince appieno, così come anche lascia dubbi la gestione dell’incidente, che appare anche piu' strana, se possibile. 
Naturalmente, a distanza (cioé, fuori dall'ospedale) e attraverso il filtro deformante e sensazionalistico dei giornalisti non si puo’ giudicare quanto accaduto con assoluta certezza: si dispone solo di alcuni filmati del malaugurato 'infortunio di gioco', pochissime foto ed un'immagine radiologica. 
Si possono pero’ raccogliere alcuni dati oggettivi di un certo interesse.

- In primo luogo la modalita' dello scontro tra Neymar e l'avversario colombiano non appare assolutamente diverso per entita' e modalita' del trauma dalle migliaia di analoghi traumi che sono avvenuti e avveranno in tutti i campi di calcio del mondo. Si tratta di un contatto tra il ginocchio del difensore che salta dietro l'attaccante che corre. In poche parole lo scontro dei due corpi avviene nella stessa direzione di corsa e, dunque, le due velocita' degli atleti devono essere sottratte e non sommate, riducendo di molto l'entita' delle sollecitazioni reciproche.

- Il secondo aspetto che appare evidente dalle immagini e' che il contatto tra il ginocchio di Juan Camilo Zuniga e la schiena del brasiliano impone alla colonna di Neymar un movimento in iperlordosi con accentuazione della fisiologica curva concava del rachide lombare. Ma anche qui va fatto rilevare che simili movimenti forzati, in seguito a scontri o a gesti atletici oppure ancora ludici, basti pensare alla capriola all’indietro per festeggiare un gol, sono frequenti in ambito sportivo senza esiti drammatici.

Inoltre, ammesso che l’immagine TAC pubblicata da alcuni giornali sia vera (cioe’ che l’immagine pubblicata sia attribuibile davvero alla colonna vertebrale di Neymar) il primo aspetto che balza agli occhi e’ che la notizia sparata dai giornalisti parla di “frattura della terza vertebra lombare”, sulla base della dichiarazione del medico sportivo della nazionale brasiliana Rodrigo Lasmar, mentre l’immagine pubblicata, con tanto di freccia (!) mostra una spondilolisi della quinta vertebra lombare: un’interruzione dell’arco posteriore della vertebra L5 verosimilmente di natura non traumatica.

Infatti, pur con tutti i limiti di una sola immagine TAC disponibile, in questa sezione sagittale si evidenzia come questa lisi istmica (interruzione della parte inter articolare dell’arco posteriore della vertebra L5) abbia caratteristiche radiologiche tali da far pensare ad una lesione vecchia, su base displasica. Dunque non traumatica.

Infine nelle immagini video, pubblicate dai media, realizzate dopo la partita all’aeroporto prima dell’imbarco, Neymar e’ tranquillamente seduto su una sedia, quando, se fosse stata ipotizzata davvero una frattura vertebrale da parte dello staff medico brasiliano, sarebbe stato rigorosamente immobilizzato e trasportato su barella idonea per un trauma spinale. 

Del resto, prendiamo atto del fatto che lo stesso dr. Rodrigo Lasmar minimizza la “frattura” dichiarando che “non e’ chirurgica ed e’ sufficiente un busto per il trattamento di questa lesione”.

- Se quanto descritto corrispondesse al vero si potrebbe allora ricostruire il tutto come segue. 

Neymar soffriva da tempo per una lombalgia dovuta alla spondilolisi di L5. Il trauma, modesto, avvenuto nello scontro con il colombiano ha creato la condizione sfortunata di una sollecitazione in iperlordosi del rachide lombare, posizione ben poco tollerata in una pregressa lesione dell’istmo vertebrale, riacutizzando un vecchio problema gia’ presente dall’eta’ giovanile. 
La frattura “non importante” della terza vertebra lombare non ci viene mostrata, ma serve per coprire la presenza della pregressa (molto piu’ seria) spondilolisi di L5, smascherata dall’immagine pubblicata. 
Insomma un falso per coprire una verita’ scomoda?
- Il sospetto e’ che, nella fretta, i media abbiano presso un colossale granchio oppure si potrebbe ipotizzare che la nazionale del Brasile oggi non voglia far sapere che il suo piu’ grande campione giocava da tempo con una spondilolisi di L5, lesione vertebrale che avrebbe potuto mettere in forse la sua partecipazione a questo mondiale ed esporlo a rischi come quello creatosi di fatto nella partita con la Colombia. Il dubbio di un falso e’ molto forte. 
- Al contempo abbiamo la quasi certezza che la responsabilita’ del giocatore colombiano Juan Camilo Zuniga nel creare la lesione vertebrale pubblicata con l’immagine TAC e’ sostanzialmente nulla. 
Aspettiamo chiarimenti per capire che cosa sia davvero successo al grande campione brasiliano, al quale tutti auguriamo una pronta (e definitiva) guarigione.

Comunque stiano le cose: Buona fortuna a Neymar, ma niente croce addosso a Zuniga!

Lettera a Pasuco (ma anche qualcun altro)


Caro amico mio, Pasuco:

 ti scrivo questa lettera - come sempre - sapendo che tu non capire un accidente di niente di ciò che essa contiene. Ma te lo scrivo lo stesso, perché ho la testa dura... Si tratta - guarda un po' - di un programma di studio universitario. Lo ho letto con le lacrime agli occhi: lacrime di gioia, Pasuco.
Mi auguro che gli studenti sappiano acquisire le nozioni necessarie per svergognare l'anticultura rampante: in particolare, la parte sotto il nome: "Mod V" (autenticazione e datazione): forse noterai che io ho già trattato spesso in queste pagine (indegnamente, certo!) diversi temi del corso...

Mi consola il pensiero che tempi duri già aspettano i guerrieri dell'indomita #armatabrancaleoneshardariana: o essi 'periranno' in un incontro impari con i nuovi archeologi, oppure dovranno - finalmente! - farsi una cultura per potere stare al passo. Va da sé che in ambedue i casi essi diventeranno altrettante unità definitivamente sottratte all'armata, mio caro Pasuco! 
Si tratta di un pensiero sereno: l'immagine di un bel giorno futuro...

(Intanto, leggiti velocemente questa prima, mio caro: ne seguiranno - io credo - altre più dettagliate!) 


Corso di Scienze Applicate ai Beni Culturali AA 2013-2014 Dipartimento di Storia Scienze dell'Uomo e della Formazione 

Docente Dr. Peana Massimiliano

Mod I: Introduzione al corso

Mod II : Nozioni di Chimica

PROGRAMMA

L’atomo, particelle subatomiche, dimensioni atomiche, nuclidi, isotopi, esempi: idrogeno, carbonio; metodo del radiocarbonio, la materia, stati di aggregazione, sostanze e miscele, elementi e composti, simboli e nomi degli elementi, miscele omogenee ed eterogenee, accenni a tecniche di separazione. Orbitali, riempimento orbitalico, configurazione elettronica esterna, tavola periodica, regola dell’ottetto, legame ionico, legame covalente (puro, polare), legame metallico, elettronegatività, numero di ossidazione, nomenclatura dei principali composti chimici: ossidi, idruri, idracidi, idrossidi, ossoacidi, sali.

Mod III : Tecniche analitiche
Misure, precisione, accuratezza, sensibilità, tecniche portatili o da laboratorio, campionamento rappresentativo o selettivo, tecniche analitiche: spettroscopiche, cromatografiche. La luce e lo spettro elettromagnetico. Classificazione delle tecniche spettroscopiche. Tecniche analitiche elementari: Spettroscopia di assorbimento atomico (AAS), spettroscopia di emissione atomica (AES), spettroscopia di massa (MS); tecnica del laser ablation (LA). Analisi isotopica e rapporti isotopici: esempi ed applicazioni. Attivazione Neutronica (INAA).
Fluorescenza a raggi x (XRF), tecniche di analisi superficiale con applicazioni ed esempi: Proton Induced X- ray Emission (PIXE), Proton Induced gamma-ray Emission (PIGE), Secondary Ion Mass Spectroscopy (SIMS). Spettroscopia di fotoelettroni: X-ray photoelectron Spectroscopy (XPS), Auger Electron Spectroscopy (AES), caratteristiche, applicazioni ed esempi.
Microscopia elettronica a scansione (SEM) con applicazioni ed esempi. Spettroscopia Mossbauer con applicazioni ed esempi. Tecniche analitiche Molecolari: Infrared Spectroscopy (IR), vibrazioni molecolari, gruppi funzionali delle molecole, caratteristiche dello spettro, metodi di acquisizione (assorbanza, trasmittanza, riflettanza), strumenti IR, FTIR e FTIR-ATR, caratteristiche, applicazioni ed esempi. Spettroscopia Raman, caratteristiche, applicazioni ed esempi. Spettroscopia UV-Visibile e Near InfraRed (NIR), cromofori, modalità di acquisizione: assorbanza, trasmittanza, riflettanza con caratteristiche, applicazioni ed esempi. Spettroscopia X-Ray Diffraction (XRD), caratteristiche, applicazioni ed esempi. Tecniche Cromatografiche. Principi della cromatografia. Cromatografia liquida (LC), tecnica LC-MS con interfaccia alla spettroscopia di massa (MS), Gascromatografia (GC) e GC-MS, caratteristiche, applicazioni ed esempi.

Mod IV : I Materiali di interesse artistico e archeologico
Materiali Lapidei
Minerali e rocce, classificazioni delle rocce: magmatiche, sedimentarie, metamorfiche. Definizione di materiali lapidei, utilizzi: edile, ornamentale, utensile. Principali materiali lapidei con caratteristiche compositive, applicazioni, utilizzi, esempi e studi archeometrici: marmo, quarzite, selce, basalto, arenaria, granito, steatite, pietre calcaree, pietra leccese, turchese, giada, alabastro, gemme, pigmenti inorganici, ossidiana, pietre sintetiche (stucchi, malte), cemento romano. Interesse allo studio dei materiali lapidei e tecniche di analisi. L’impatto dell’inquinamento atmosferico sui materiali lapidei. Forme di degrado. Inquinanti atmosferici (CO2, SO2, NOx), reazioni degradative.


Materiali Coloranti
Origine e definizione del colore, sintesi additiva (metodo RGB) e sottrattiva (metodo CMYK), produzione e percezione dei colori. Tipi di materiali coloranti: pigmenti, coloranti, lacche, mordenti. Tecniche pittoriche Su parete: mosaico, affresco, fresco secco con esempi. Su tavola o tela: encausto, tempera ad acqua, uovo, acquerello, tempera a olio, colori acrilici con esempi. Interesse allo studio dei materiali lapidei e tecniche di analisi.
I colori nella storia dell’uomo. I colori della preistoria: l’ocra e pigmenti a base di ossidi di ferro, ossidi di manganese, carbone, gesso, argille. Esempi di pitture rupestri: le grotte di Lascaux, Altamira. I colori delle civiltà del Mediterraneo, gli egizi e il mondo greco-romano. Lapislazzuli e blu oltremare, blu egiziano, azzurrite, blu cobalto, giallo orpimento e realgar, rosso piombo e bianco piombo, verde malachite, nero galena, bianco gesso e calce. Coloranti: indaco blu, robbia rossa, kermes rosso, giallo zafferano, porpora di Tiro. Codici purpurei. I colori dell’oriente: Cina e India. I pigmenti cinesi: inchiostro, blu e porpora. I colori delle civiltà precolombiane: blu Maya e rosso cocciniglia. I colori del medioevo. I manoscritti illuminati. Colori e doratura. Gli inchiostri. I rossi e i neri. Gli inchiostri metallo-gallato, preparazione, usi e conseguenze. Crisografia. Analisi dei manoscritti con esempi: A Bible laid open, Book of Kells, Lindisfarne Gospels. Pittura ad olio, pigmenti sintetici: es smalto, blu di prussia, rosso e giallo di marte etc. Pigmenti organometallici: le ftalocianine. I colori nell’industria tessile: malva, indaco, alizarina. Leganti (a base di proteine, polisaccaridi, acidi grassi), resine con esempi di analisi Raman.

Materiali Ceramici
La ceramica, le materie prime, le proprietà dell’argilla, il processo di cottura, variazione delle proprietà della ceramica, classificazione, il colore, la superficie, rivestimenti vetrosi; interesse allo studio della ceramica, tecniche analitiche di studio. La ceramica nella storia dell’uomo, guerrieri di terracotta, ceramiche preromane, vasi attici e tecnologia costruttiva, terra sigillata, ceramica islamica, ceramiche invetriate e smaltate, terracotte e mattonelle invetriate, porcellana e imitazioni.

Materiali Vetrosi
Il vetro, formazione e chimica del vetro, il colore, decoloranti, reazioni; interesse allo studio del vetro, tecniche analitiche di studio. I precursori del vetro, il vetro egiziano, il vetro romano, il vaso Portland, la Coppa di Licurgo, il vetro asiatico, il vetro in oriente, il vetro post-romano, il vetro veneziano, i mosaici, vetrate colorate, il vetro nel Rinascimento, l’Art Nouveau.

Materiali Metallici
I metalli, caratteristiche fisiche e chimiche, metalli nativi e minerali, tecniche metallurgiche di estrazione: arrostimento e riduzione. I metalli nella storia dell’uomo, interesse allo studio dei metalli, tecniche analitiche di studio. Il rame, il bronzo e la tecnica della fusione a cera persa, i bronzi di Riace; lo stagno, il piombo, il saturnismo in epoca romana e gli studi di provenienza sul piombo, lo zinco, il ferro, leghe ferrose, oggetti damascati, l’oro, tecnologia dell’oro, oro precolombiano, l’argento, tecnologia dell’argento, le monete, il fenomeno del Debasement.

Materiali Organici
Caratteristiche dei composti organici, tecniche analitiche di analisi, interesse allo studio dei materiali organici, residui di alimenti, marcatori specifici. L’uomo di Similaun, esempi di analisi; alimenti fermentati: birra, pane, vino. Altri alimenti: cioccolato. Residui di origine animale, tessuti duri e morbidi. Avorio origine e riconoscimento, diagenesi. Pelli e pergamene. Residui di origine umana, paleo dieta, ossa e livello trofico, datazione con fluoro e azoto, residui di lipidi, residui fecali, residui di acidi biliari, schema di riconoscimento; fibre e tessuti, la lana, la seta, il lino e il cotone. Legno, residui vegetali e altri prodotti naturali. L’ambra.

Mod V : Applicazioni della chimica allo studio delle discipline umanistiche

Autenticazione e Datazione
Autenticazione dei reperti, contributo della chimica e tecniche di analisi. Come rivelare un falso: composizione diversa dal dichiarato, composizione incompatibile con l’età dichiarata: esempi di papiri egiziani, la Vinland Map, la placca di Drake, i busti di Papa Paolo III Farnese, oggetti in oro e argento ed esempio delle monete d’argento Sassanidi, saldature antiche; Datazione incompatibile con l’età dichiarata, tecniche di datazione ed esempi: L’uomo di Piltdown, la Sindone di Torino. Alterazione di pietre preziose, stampe da incisione e individuazione di cronologie. 
Studi di Provenienza Attribuzione di un reperto ad una provenienza geografica, il postulato di provenienza, tecniche per studi di provenienza. Analisi isotopica e procedura analitica. Materiali lapidei: esempio di studi su ossidiane, marmi e i colossi di Memnone. Studi di provenienza di rubini e diamanti, di pigmenti, di ocre aborigene, di vetri, di ceramiche, di oggetti metallici, di ambre.

Conservazione e Restauro
Degrado chimico e studi sulle cause. Protocollo operativo. Diagnosi e cause di degrado e tecniche per suo studio. Il degrado dei materiali lapidei, azione e conseguenze della pioggia acida, biodegrado. Degrado dei pigmenti, effetto dell’acido solfidrico: esempio degli “Angeli dalla faccia sporca” e del manoscritto Thai. Degradazione dei coloranti organici, dei leganti e dei supporti con esempi. Degrado di vetro e ceramica, meccanismo di degrado, formazione di croste. Degrado di materiali metallici, la malattia del bronzo e degrado di pigmenti metallici e dei materiali organici con esempi: pergamene, carta. Corrosione per impiego di inchiostri metallo-gallato. Il restauro: il Vasa e l’esercito di terracotta.

Informazioni Tecnologiche
Tecnologie e tecniche di produzione, metodo di ricerca e fonti bibliografiche. Esempi: Vasi attici, manoscritti illuminati (Liber Evangeliorum). Caratterizzazione della tavolozza di un artista: Vermeer e la tecnica del “Glazing”; la tavolozza di John Constable. Produzione di pigmenti in antichità: il rosso dell’ematite. Le piramidi di Egitto e un’ ipotesi costruttiva.

Informazioni Aggiuntive
Informazioni e nozioni addizionali: usi e costumi, abitudini alimentari, influenza dell’uomo sull’ambiente. Dell’ambiente sull’uomo e sui suoi manufatti. Gli scritti di Galileo, il Codex Vercellensis.