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martedì 12 novembre 2013

Sono arrivato prima io....



Rappresentazione bronzea di Cristoforo Colombo che sbarca sulla spiaggia di San Salvador
Cristoforo Colombo,
noto anche come Christophorus Columbus, Cristóbal Colón, Cristóvão Colombo; (nato in località ignota, fra il 26 agosto e il 31 ottobre, 1451 – deceduto a Valladolid, il 20 maggio 1506)
non era né spagnolo, né portoghese, né genovese. Né italiano, per dirla tutta...

E' vero che la confusione nasce dal fatto che egli fu cittadino della Repubblica di genova e poi anche suddito della Corona di Castiglia: questo, più la scarsità di informazioni ufficiali, hanno contribuito a creare la confusione nell'attribuzione di una nazionalità sicura al grande navigatore.

Finalmente, oggi, si può affermare con assoluta certezza di chi realmente Colombo fosse erede.
Un ritrovamento archeologico, tanto ineccepibilmente scientifico, quanto assolutamente casuale e fortunato mette definitivamente tutti d'accordo, volenti o nolenti...

E' stata rinvenuta, nella Biblioteca dell'Università di Bologna (la più antica Università Europea) una mappa che era appartenuta a Martin Alonso Pinzon (navigatore spagnolo di Palos), che partecipò al primo viaggio di Colombo verso le Americhe: In particolare, quello che portò all'isola di Guanahani (oggi San Salvador, in Inglese: Watling). Sulla Mappa sono riportati tutti i principali capisaldi del viaggio con il quale Colombo raggiunse l'America e la scambiò - fatalmente - per le Indie. Ma il dettaglio fondamentale, che era stato trascurato, è l'indicazione del punto preciso nel quale Colombo aveva deciso di seppellire, proprio sull'isola di San Salvador, un robusto forziere con le proprie annotazioni, considerazioni: l'autentico diario autografo di Cristoforo Colombo.

La mappa in sé era nota ai ricercatori (come anche tutte le altre del Toscanelli, rinvenute in Vaticano alcuni anni fa) ma le implicazioni delle annotazioni che essa riporta non erano mai state tutte prese in sufficiente considerazione e non erano state esplorate per intero le loro possibili conseguenze e deduzioni...

Una revisione accurata - in corso di un riordinamento della Biblioteca - ha prodotto un risultato che definire insperato è poco: è stato così trovato un diario con studi, appunti, osservazioni e resoconti del famoso navigatore conteso da vari stati e Paesi.

L'esame è ancora in corso, ma già le prime notizie sono esplosive e rivelatrici.

Colombo vi dichiara, di proprio pugno, di essere entrato in possesso di carte dei suoi antenati, che avevano già raggiunto le Americhe, già circa 2.000 anni prima di lui, su navi a doppia prua.
Impossibile fare credere ai regnanti di allora una realtà così incredibile: dovette quindi inventarsi di sana pianta l'idea di 'cercare l'Oriente attraverso l'Occidente', sottostimando la circonferenza della Terra e fingendo di essere stato ispirato dal Milione di Marco Polo, dall'Imago mundi di P. d'Aillye dalla Historia rerum ubique gestarum di Pio II Piccolomini.

Colombo scrive di suo pugno di essere stato uno degli ultimi discendenti dei Shardana, antica stirpe di navigatori, padroni del Mediterraneo, temuti da tutti, estremamente religiosi, che adoravano un unico dio di nome Yahweh, nel cui nome colonizzavano le terre rivierasche del Mondo, fino al Grande Zimbabwe, la Cornovaglia, la Norvegia e la Svezia. E - appunto - le Americhe.

Colombo - dunque - sapeva bene che non avrebbe trovato le Indie, ma non poteva dichiararlo.

Da ora in poi, chiamiamolo rispettosamente Kolumbu, ahiò!

Le tre Caravelle: La Picciocchedda, la Pintus e la Nostra sennora 'e Bonaria (che fu in seguito usata per raggiungere Buenos Aires)


lunedì 7 ottobre 2013

Manufatto d'argento


Il lato peggiore del manufatto:  una creatura mostruosa (metà 'cavallo' e metà pesce o serpente di mare), cavalcata da un personaggio minuscolo indecifrabile e condotta da un 'auriga' chinato sul suo dorso, tutti trainano un carro alato che accoglie un personaggio di aspetto regale, probabilmente una divinità. 

È stato rinvenuto, in una regione non meglio specificata della Sardegna centrale, un manufatto d’argento plumbeo raffigurante una divinità su un carro alato in corsa. Il fatto è avvenuto per caso – dopo un abbondante acquazzone di una settimana fa – in un campo presso una zona archeologica non transennata.
So che la galena era ed è tuttora presente in discreta quantità in Sardegna.
Un mio conoscente mi ha mostrato frettolosamente varie fotografie del reperto, che – mi assicura – non è in mano sua, bensì custodito dalla persona che lo avrebbe scavato nottetempo e con grande rischio personale “in una zona archeologica sicuramente nuragica” ben nota da anni anche agli archeologi, che però non avrebbero completato i propri scavi ufficiali, né i lavori di consolidamento del nuraghe del sito.
Al mio conoscente –  iniziali V. C., persona non colta, ma di vivace curiosità – è noto solamente il soprannome di questo personaggio  – che non esito a definire ‘tombarolo’ – che si farebbe chiamare ‘Murena’ da alcuni, ma che sarebbe noto anche con molti altri soprannomi , sempre pronti all’occorrenza.
Gli ho chiesto di lasciarmi pubblicare tutte le fotografie che mi aveva mostrato (circa 20), ma si è subito molto inquietato ed infine, solo dopo molte mie insistenze e preghiere,  si è deciso a lasciarmene pubblicare solamente una: quella senza riferimenti centimetrici e senza sfondi, o altri elementi utili (le mani di chi tiene l’oggetto, per esempio) dai quali si possa risalire in qualche modo allo scavatore, o alla zona.
L’oggetto – di circa 7- 8 cm di lunghezza – rappresenta un personaggio di rango, incoronato, che siede al centro di un cocchio alato, rappresentato in modo molto sintetico. Davanti a lui sono un cavallo mostruoso con coda di pesce che traina il cocchio fatato, il cocchiere , in posa contratta come un fantino ed un più piccolo personaggio seduto sulla groppa del ‘cavallo’.
Ora, è noto che sono state riprodotte varie rappresentazioni di Yahweh (transillterato come Giove), per esempio su monete orientali. 
Dracma persiana detta YHD, risalente al IV secolo a.C. e probabilmente coniata per una regione Giudaica. In particolare è da segnalarsi il cocchio alato, quasi solo simbolico, oltre a tutti gli altri attributi della divinità, che circondano l'effige del dio.

Esistono varie dracme d’argento yhd , probabilmente come quella che mostro in figura: una moneta d’argento  coniata dalla amministrazione Persiana  (risalente al IV secolo a.C.) in una zona Giudaica. Tali raffigurazioni – seppure tardive – rappresentano per l’appunto questo medesimo personaggio divino, su cocchio alato. Per tale motivo trovo molto curioso e suggestivo che una rappresentazione del tutto sovrapponibile sia stata trovata da un ‘Murena’ qualunque – descrittomi come mai uscito fisicamente dalla Sardegna e del tutto illetterato – in una zona della Sardegna centrale.
La moneta mostra una divinità seduta su di un carro alato con ruote, qualche volta interpretato come Yahweh (Yahu).

Il rendimento fonetico poteva essere tanto “YHD” (Giudea) quanto “YHW” (Yahu).

La fotografia che mi è stato permesso pubblicare, purtroppo, è quella meno significativa di tutte. Infatti, sul lato che la ‘mia’ foto non permette di vedere, c’è anche quella che sembrerebbe proprio essere una scritta.
Questa 'manina' è sita sotto alla scritta: "Benedetto da Yahweh e dalla sua asherah” e si trova sulla parete di una tomba dell'età del ferro presso Hebron (Khirbet el-Kohm). 

Ho cercato affannosamente nell’iconografia in mio possesso ed in quella reperibile in Rete, ma la cosa più simile che ho trovato è quella che posto (non è quella del manufatto, sia ben chiaro, ma le assomiglia molto: una specie di ‘manina’ incassata nel metallo, schematica e rigida, con cinque dita).

Non so azzardare ipotesi né riferire di altri eventuali segni, perché la cosa si è svolta tutta nell’arco di solo 7-10 minuti disordinati e confusi e non ho avuto il tempo di riordinare le mie poche idee.
Temo, però,  che il pezzo andrà smarrito nei meandri nascosti e complicati del mercato clandestino di reperti.  Il mio conoscente, per la verità, non ha affatto parlato di prezzi.


Alla fine di tutto, mi sono anche domandato perché mai mi abbia messo a parte della faccenda. Credo che potrebbe essere un meccanismo per ‘farsi pubblicità’ in qualche modo, in modo da creare attesa tra i possibili compratori.

giovedì 19 settembre 2013

SARDI E NO*.



Il prof Luigi Amedeo Sanna 
(Abbasanta, OR, 1939), è stato un ottimo insegnante di lettere e per tale motivo è ancora ricordato con stima ed affetto da numerose annate di fedeli e riconoscenti studenti, (1) oltre che professionalmente molto stimato dai colleghi che hanno avuto il piacere di conoscerlo nel corso della sua pluriennale attività. Attualmente, risulta essere valido docente di “Storia della Chiesa Antica” e “Storia della Chiesa in Sardegna”, presso l’Istituto di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Oristano. La sua produzione intellettuale ha spaziato su vari campi della realtà sarda presente e passata.(2)
Egli ama definirsi epigrafista. Un’ opinione che risulterebbe, a detta di molti, un po’ controcorrente…
Ora, stupisce non poco che il professore spesso e volentieri si trasformi (quasi seguendo il copione del famoso romanzo: “Lo strano caso del dottor Jekyll e Mr Hyde” - Robert Louis Stevenson,1886, Londra) in una persona affatto diversa. 
Si giunge obbligatoriamente alla medesima conclusione enunciata con amarezza dal dott. Jekyll: « Sia sul piano scientifico che su quello morale, venni dunque gradualmente avvicinandomi a quella verità, la cui parziale scoperta m'ha poi condotto a un così tremendo naufragio: l'uomo non è veracemente uno, ma veracemente due. »
Infatti, l’esimio prof. L. A. Sanna lascia spesso il posto al suo doppio, meglio noto come ‘Giggi Sanna’, che ostenta atteggiamenti verbalmente aggressivi, indulge in frequentazioni elettive molto discutibili per il suo curriculum e predilige una produzione ‘pseudoscientifica’ che è recisamente messa al bando dagli intellettuali veri, accademici e no.(3) La lista di coloro che dichiarano la propria bassissima considerazione circa il suo operato si va allungando sempre di più.(4) Alcuni di questi parlano di “persona caduta nei raggiri di qualche falsario”, mentre altri sono molto più espliciti nei loro giudizi. Questa situazione è molto pericolosa, per chi abbia un passato dignitoso da difendere. L’illustre carriera professionale può essere, sì, usata a propria difesa con indignazione per qualche tempo, ma non può essere costantemente portata a giustificazione di una produzione attuale che appare inficiata dalla presenza d’elementi mediocri ed estranei, apparentemente reclutati nelle birrerie, non sardi ed intrusi nell’argomento a loro sconosciuto dell’ipotetica lingua nuragica scritta.
Il nostro di questo si rende ben conto, infatti è attento a non contraddire in modo troppo diretto quelli che ancora possono dargli qualche lustro istituzionale: ad esempio, le sue ‘ricerche’ sulla lingua nuragica scritta gli hanno permesso fin qui d’identificare con regolarità il tetragramma sacro “Yahweh” in Sardegna, circa 2000 anni prima che questo comparisse in Medio Oriente. Questa saggia linea di condotta è, probabilmente, orientata a mantenere il perfetto accordo con le prevedibili preferenze dell’Istituto Religioso per il quale egli tuttora insegna e lavora. Un buon esempio di diplomazia, più che d’indipendenza intellettuale: ma, si sa, ‘ognuno tenimm' famiglia’.
Il professore è incorso, probabilmente, in alcuni errori.
1) Ha considerato come veri alcuni reperti archeologici che tali non sono.
Tra questi rientrano gli ormai famosi reperti detti ‘Ciottoli di Allai’, per i quali è ancora in corso ed aperta la questione legale: i diretti interessati non sono autorizzati a parlarne. Il professore figura nelle file dei testimoni a favore della difesa.
In tempi ‘non sospetti’, come si suol dire, il prof Massimo Pittau dichiarò di essere stato avvicinato da qualcuno che cercò di ottenere 20.000 euro per detti cittoli. Oggi quel qualcuno si difende adducendo di non essere stato mai veramente in grado di valutare l’autenticità di quei reperti, che egli casualmente trovò.(5) Ma anche in questo caso, come si dovrebbe  qualificare (o squalificare) il tentativo di venderli alla cifra di 20.000 euro?
- Oltre ai ciottoli, esistono i precedenti delle fantomatiche ‘Tavolette di Tzricottu’. Le tavole sono comparse solamente in fotografia e mai dal vero. Ne esiste solamente una – anche se non si sa dove si trovi e i sostenitori della veridicità sostengono siano 4 o 5 – consistente in uno stampo medioevale per il cuoio, contente segni piuttosto simmetrici a scopo decorativo. Il prof Sanna, in questo caso caduto in evidente errore interpretativo (che egli non ammette, ndr), ha creduto ravvisarvi una lingua cuneiforme: sarebbe il primo caso al mondo di lingua scritta che curiosamente riesce ad essere simmetrica nel suo risultato finale scritto. Questa tesi risale al 1996 (“Omines” di G. Atzori e G. Sanna), circa 17 anni fa. Potrebbe essere anche considerata un errore di gioventù se gli autori si fossero ravveduti: Atzori purtroppo è deceduto e Sanna appartiene a quella categoria di pensatori che non commette mai errori. Per brevità si tralasciano i casi di altre scritte sarde in cui fatti ed opinioni seguono schemi paralleli...
2) Si è affiancato alcuni collaboratori che certamente non sono al suo livello, laddove egli era ed è invece un ottimo conoscitore delle lingue classiche greco e latino (oltre che un ottimo insegnante delle stesse: e le due cose non sempre vanno d’accordo, come molti possono bene testimoniare!) ed un buon conoscitore delle lingue antiche, per suo lungo interesse personale approfondito negli anni con le proprie indubbie capacità d’indagine intellettuale. Questi collaboratori, invece, si sono intrufolati nell’intimo di una materia che non è la loro, che non gli appartiene e che – alla fine – non possono conoscere come il professor Sanna. A solo titolo d’esempio: come si configura la signora Aba Losi, (seppure una eccelsa foto-biologa parmense di fama internazionale), nel campo della presunta antica lingua sarda scritta? Come può credere il prof. Sanna, di acquistare maggiori portanza e credibilità scientifica accompagnandosi a siffatta ‘esperta’? In realtà, purtroppo, egli ne esce molto ridimensionato nella considerazione di tutti (che – si ricorda – è già bassa di per sé).
3) Ha recentemente dato credito ad alcuni reperti incisi - fuori contesto e quindi poco credibili - che una turba di conoscenti, ammiratori e seguaci hanno voluto sollecitamente sottoporgli gratuitamente. Forse, in questa circostanza egli è stato incauto e la cattiva esperienza dei ciottoli di Allai non è stato deterrente sufficiente al suo invincibile entusiasmo per la tesi della 'lingua nuragica scritta', che tanto gli sta a cuore per motivi identitari e culturali. Ha ormai collazionato con cura un gran numero di reperti, convinto che il numero (non la qualità), prima o poi, convincerà i suoi detrattori ottusi e miopi: la loro resa è prossima.
4) Dopo essere stato estromesso con biasimo da sedi ‘ufficiali’ (come ad esempio gli successe ad Olbia, in cui non potrà ormai altro che comparire in salette private e sottoscala), ha tentato di farsi accogliere in altri ambienti illustri e perciò si è rivolto agli amici. Gli amici, si sa, sono generosi fino all’autolesionismo. E così fu accolto all’Università di Sassari, in un ‘seminario’ che non aveva alcunché di archeologico, ma figurava come sponsorizzato dall’Archeologia Sassarese; non aveva molto di generalmente medico, ma offriva crediti agli studenti in medicina; non aveva granché di scientifico, ma si teneva addirittura in un'Aula della Facoltà di Medicina (non nell’Aula Magna, come alcuni hanno erroneamente riferito) dell’Università di Stato. Molti considerano l’episodio un miserevole sotterfugio mirato all'uso improprio del bene pubblico, per fini auto-promozionali; Sanna lo considera una grande vittoria personale e della Verità della Scienza. Il fatto ha generato polemiche, causato a tutti grande e generalizzato imbarazzo e fastidio, a spese del Rettore, dell’Istituto e di una stimata e valida specialista neurologa che si è, un po' incautamente, prestata all’invito dell’amico fidato. 

5) Sanna ha radunato intorno a sé un gruppo di 'estimatori' che si potenziano e si incoraggiano reciprocamente nel loro blog, in una specie di esercizio continuo di riaffermazione dell'autostima. Si raccontano l'un l'altro quanto sono bravi, si complimentano per quanto bene essi comprendano ogni argomento rispetto a tutti gli altri, che manco a dirlo, sono tutti in errore (specialmente gli accademici accozzati ed incapaci, ma anche i critici di qualsiasi provenienza)... Nel blog si alternano notizie vere e credibili ad altre molto meno vere e credibili, secondo l'ormai collaudata tecnica per vendere la merce di dubbia provenienza. Già l'uso di questo metodo dovrebbe indurre il lettore a ponderarne i contenuti. Sicuramente, anche questo 'biglietto da visita' non giova affatto alla fama trascorsa del professor Sanna.

6) Il più grande errore del Sanna è certamente quello di non sottomettere i suoi lavori a quella revisione paritaria che è più nota sotto il termine inglese di 'peer review'. (Viene quasi il sospetto che abbia già tentato questa strada, ma che non esistano riviste scientifiche disposte a dare spazio ai suoi lavori, oppure che non esistano esperti della materia epigrafico/archeologica che vogliano abbassarsi a 'mettersi alla pari con lui': ma certamente questo è solamente un pensiero malevolo). 
Eppure, sarebbe questa la strada giusta per fare sì che si creda ad una 'lingua Nuragica scritta': altre lingue del passato furono tradotte contemporaneamente e separatamente da diversi studiosi che ebbero a convergere su un'unica traduzione: perché non si fa anche con il 'Nuragico'?
7) Il carattere del professore, infine, è quello che conosciamo: egli è irruente, generoso e talvolta si lascia trasportare dalla foga e dalla passione per la propria tesi, fino ad aggredire verbalmente con intolleranza i propri critici in modo spazientito, talché non sembra proprio esprimere per intero il garbo discreto del british gentleman. Inoltre, tale foga certamente non giova al suo fisico di settantaquattrenne un po' sovrappeso. Ma in fin dei conti il professor Sanna è interamente e profondamente sardo e tenacemente abbarbicato alle proprie orgogliose radici regionali, come tutta la sua produzione – scientifica e no (6) – dimostra convincentemente fino ad oggi; perché mai, dunque, dovrebbe avere modi da british gentleman? Sarebbe, quello, un atteggiamento non vero, un falso, cosa che – come tutti sappiamo – egli detesta.

8) Non può infine sfuggire ad una domanda (che gli è stata più volte rivolta, ma alla quale si ostina caparbiamente a non rispondere, in modo poco 'british' e molto sardopastorale): "Lei ha sostenuto la veridicità di reperti archeologici artefatti (ricordiamo che lei è laureato in Lettere ed in Archeologia). Si rende conto, professore, che così facendo, esistono solamente due possibilità? O lei si è sbagliato in modo fragoroso, oppure è colluso con i falsari. Quale delle due sceglie, dato che non ne esiste una terza?". Anche questa volta cadrà nel vuoto e rotolerà tra epiteti coloriti ed urla di lesa maestà.
A jackass, nothing else but.


Si giunge fatalmente alla medesima conclusione enunciata con amarezza dal dott. Jekyll: “Sia sul piano scientifico che su quello morale, venni dunque gradualmente avvicinandomi a quella verità, la cui parziale scoperta mi ha poi condotto a un così tremendo naufragio: l'uomo non è veracemente uno, ma veracemente due.”




* Si fa presente che la forma 'Sardi e NON', che alcuni preferirebbero, è errata, in Italiano. Infatti, si può dire 'Sardi e no', oppure 'Sardi e non sardi'. Tertium non datur, Sanna, anche se fa male.
(1) Liceo Ginnasio de Castro, Oristano, 1967-1998, circa 31 anni di onorata carriera.
(2) Storia della Sardegna, Letteratura sarda, Predicazione sarda, presunta lingua nuragica scritta.
(3) Sanna direbbe: “accademici e non”. Strano che un professore di lettere non conosca la forma italiana corretta…
(4) Includendo ormai – tra gli altri e sempre più numerosi – il professore di lingue Massimo Pittau, l’archeologo Rubens D’Oriano, l’archeologo Raimondo Zucca e molti, moltissimi altri, tra cui – seppure indegnamente – persino l’autore di questo blog.
(5) L’accusa  sostiene che egli li abbia piuttosto costruiti con le proprie mani e non trovati: che egli sia quindi un ‘tombarolo’ ed un falsario, ma questo è da provare.
(6) Sanna direbbe, anche qui: “scientifica e non”. La sua conoscenza del sardo, si assicura, è nettamente superiore a quella dell’Italiano.

giovedì 5 settembre 2013

Salvatore Dedola, nell'isola di Yahweh


Tratto da Salvatore Dedola - Religione precristiana in Sardegna.

(Riportato immodificato e senza commenti)

IÁCCU. Terzo nome del Dio sardiano, senz’altro il più intrigante, è Iáccu, anch’esso panmediterraneo. Íaccos, Ἴακχος è pure il nome solenne di Bacco (Diónisos) nei Misteri Eleusini. Ricordo il grido rituale in onore del Dio: Iacco! Nei Misteri Íaccos era considerato figlio di Zeus e di Demetra ovvero sposo di Demetra, e veniva distinto dal Dioniso tebano, figlio di Zeus e Sémele. In alcune tradizioni Iaccos è considerato figlio di Bacco, ma in altre i due personaggi sono identici. Nel mondo latino talvolta era identificato con Libero.
Circa l’etimo di Iáccu, Íaccos, Ἴακχος, possiamo inferire che la sua base etimologica è ebraica, non per altro, ma solo perché gli Ebrei lo considerano il vero nome (quello segreto) del proprio Dio. Il sardo Iáccu, gr. Íaccos, è lo stesso tetragramma ebraico YHWH, il nome di Dio Onnipotente, da pronunciare così com’è scritto, ossia Yaḥuh. In Sardegna questo nome sacro è ripetuto numerose volte, nei nomi personali, nei cognomi, e anche in parecchi toponimi.
Tale nome sacro appare nella Bibbia 5410 volte a cominciare da Gn 2, 4. Secondo i vari rabbini che hanno pubblicato la Bibbia ebraica (ivi compreso, per l’Italia, Rav Dario Disegni), la vocalizzazione e la pronuncia di YHWH, יהוה, non sono note «perché per antichissima tradizione esso non viene mai pronunciato ma sostituito da Adonai, ‘il Signore’». A partire dal XVIII secolo nella Bibbia sono presenti tradizioni compositive differenti che si distinguono per l’utilizzo dei diversi appellativi divini. Ad esempio, nel libro della Gènesi è presente una versione della creazione che utilizza il nome Elohim; nel testo masoretico il tetragramma appare come Adonai. Nel testo greco dei Settanta è scritto Kýrios, aggettivale significante ‘che ha potere, forza, autorità’, tradotto normalmente come ‘Signore’ ma che è meglio tradurre come ‘Potente’. Si badi bene che nei più antichi frammenti greci della Bibbia (I-II secolo a.e.v.) al posto dell’aggettivale citato c’è soltanto il tetragramma ebraico. Invece in altre bibbie greche (come quella dell’Aquila) il tetragramma è scritto in lettere greche. Evidentemente essa è, dopo tali frammenti, tra le più antiche bibbie greche tramandate.
I Testimoni di Géova finora sono stati gli unici a parlare con una certa libertà di questo lemma, e ripetono le ovvie considerazioni di alcuni liberi ricercatori anglosassoni (George Howard, Paul Kahle, Sidney Jellicoa), secondo cui nei frammenti più antichi il nome divino è scritto in aramaico, o in lettere paleoebraiche, poi è traslitterato in lettere greche, infine in tutte le restanti bibbie greche il tetragramma è tradotto con Kýrios (κύριος): quest’ultimo lemma denuncia una ovvia innovazione cristiana.
L’interpretazione etimologica del tetragramma (interpretazione ebraica, s’intende) si basa su Esodo 3, 13-14-15, allorchè Dio manda Mosè dal Faraone a chiedere ed ottenere l’uscita dall’Egitto. «Allora Mosè disse al Signore: “Ecco quando io mi presenterò ai figli di Israele, e annunzierò loro: Il Signore dei padri vostri mi manda a voi, se essi mi chiederanno qual è il nome di Lui che cosa dovrò rispondere?”. E il Signore rispose: “Io sono quello che sono” e aggiunse: “Io sono, mi manda a voi”. Inoltre così disse il Signore a Mosè: “Annunzia ai figli d’Israele che è il Signore dei vostri padri, Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe che m’invia a voi. Questo è il mio nome in perpetuo, questo è il mio modo di designarmi attraverso le generazioni”».
Secondo Rav Dario Disegni, «le espressioni di questo verso [14] e del seguente sono oscure forse volutamente. Ne sono state tentate varie spiegazioni, fra le quali è difficile scegliere. In queste parole è, a quanto pare, da vedersi un’allusione al nome divino, che noi non pronunziamo, scritto con le lettere J. H. V. H. che contengono la radice del verbo che significa ‘essere’. L’espressione può significare: l’eternità, l’immutabilità di Dio. Il fatto che Egli è l’Essere, Esistente per se stesso, può voler dire: “Poco importa il mio nome, quello che importa è che Io sono”. Altra spiegazione: L’Essere di cui l’esistenza ha la sua causa in Se Stesso, e non mutua la Sua origine da alcun altro essere».
Henri Serouya (La Cabala 97) scrive che «il pensiero ebraico, portando più avanti la sua forza di astrazione, libera il segno dalla cosa significata, la parola o il nome dall’oggetto denominato; poi accorda al nome, alla parola e persino alla lettera o al numero un valore in sé, in quanto principio essenziale. Così un significato si applica a ogni nome proprio di Dio, usato dalla Scrittura: Elohim è ora Yahvé, ora Shaddai. Il nome di quattro lettere, o Yahvé, sembra avere avuto, dall’epoca talmudica, una parte capitale nel misticismo teorico e soprattutto nel misticismo pratico. Il Talmud (Yoma, IIa) dice che un tempo si sapeva pronunciare questo nome e che allora era permesso al saggio di insegnarlo ai suoi figli e ai suoi discepoli scelti, una volta alla settimana. Questo tetragramma, detto anche “nome distintamente pronunciato” (Mishnah Yoma, VI, pag. 2) e “nome unico, proprio” (Sanh., 56a; Shebuoth, 36a) poteva essere pronunciato solo nel Santuario, dai sacerdoti che recitavano la benedizione sacerdotale (Mishnah Sotà, VII, pag. 6) e dal Gran Sacerdote il giorno del digiuno (Mishnah Yoma, loc. cit.). Secondo un testo di Maimonide “dopo la morte di Simeon il Giusto, i sacerdoti, suoi fratelli, cessarono di benedire con il tetragramma ma benedissero con il nome di dodici lettere”. Questo nome divino, come distaccato da se stesso, tende a costituire un essere in sé. “Prima della creazione del mondo”, dichiara il Talmud, “non vi era che Lui e il suo nome”.
È lampante che l’interpretazione degli Ebrei è una non-interpretazione. Essi, per timore e rispetto alla santità dell’Essere, rinunciano a scandagliare scientificamente il problema dell’etimologia, anzi si rifugiano negli assurdi meandri della cabalistica, e dobbiamo dire che la loro autorevole inazione (o distrazione) ha indotto qualunque altro ricercatore, che fosse laico o ebraico o cristiano, a non immischiarsi nella questione, anzi a rimuoverla.
Se dovessi tentare personalmente una interpretazione etimologica, penso che, con quelle premesse, non riuscirei ad andare lontano. Tenuto conto che gli Ebrei hanno origine sumerica e constatato che la lingua sumerica è la più antica del mondo (tra quelle scritte), mi è forza basarmi sul termine sumerico ia ‘oh’ (una esclamazione, una esortazione), ma dopo questa esclamazione non ho nient’altro da esaminare. Però soccorre meglio l’accadico i ‘let’s, come on, suvvia’ (esortazione simile a quella sumerica), alla quale affianco aḫu che significa ‘fraternizzare’ ma principalmente ‘forza’: in composto abbiamo i-aḫu, y-aḫw, col significato di ‘Oh Forza’, ‘Oh Potenza’ (esclamativo, esortativo). Il termine accadico aḫu significante ‘forza, potenza’ giustificherebbe anche la traduzione fatta dai Settanta mediante Kýrios ‘Potente’. Questo esortazione-epiteto è, se vogliamo, un fatto normale, diciamo pure banale, anche perché da sempre, e fino ai nostri giorni, ci si è rivolti a Dio esclusivamente mediante l’esortazione (leggi ad es. le varie parti della Santa Messa cristiana).
Il fatto che Dio abbia ordinato a Mosè di chiamarlo mediante una esortazione riferita alla Sua potenza infinita, non deve meravigliare, poiché nella Bibbia (e anche nei Vangeli) Dio non ha mai cercato le astrusità e i sotterfugi, tantomeno le simbologie: anzi ha sempre voluto un rapporto chiaro e diretto con l’Uomo. Sono stati gli Ebrei ad avere forzato nella direzione di un distacco totale tra l’Essere divino e la Parola. E questa tradizione giudaico-cristiana è, purtroppo, ancora oggi, inossidabile.
Questa vicenda del vero nome personale di Dio, il quale a tutt’oggi permane non-riferibile, anzi addirittura ignoto (perché ignoto è sempre stato, non dimentichiamolo!), è tuttavia mal posta. Tutti i ricercatori brancolano nella cecità totale (una cecità reale, obiettiva, ma ad un tempo esilarante), e si rammaricano di non poter andare più a fondo in questa ricerca. Esilarante e assurda. Non hanno tenuto conto del fatto che Dio, alla precisa domanda di Mosè, non poteva rispondere altrimenti di come ha risposto, dicendo in sintesi che Lui NON AVEVA NOME e che poteva essere invocato soltanto come ‘il Potente’. È esilarante vedere i nostri ricercatori basiti! Eppure basta poco a capire che DIO NON PUO AVERE UN NOME! E perché mai dovrebbe averlo? Egli è Dio, è YHWH, nient’altro! A questo punto, dichiaro chiusa ogni discussione: il volerla tenere aperta è segno di dabbenaggine e di scarsissimo rispetto per la Maestà di Nostro Signore Onnipotente.
E, a dirla tutta, qua non è in gioco soltanto la dabbenaggine e lo scarso rispetto dei ricercatori. Ci aggiungerei, a loro disdoro, anche una dose d’ignoranza. Dobbiamo ammettere che abbiamo spesso proiettato gli studi biblici su uno schermo metastorico, anche perché ne siamo stati forzati dall’esegesi rabbinica, mentre al contrario ogni passo della Bibbia necessita di essere rigorosamente contestualizzato in una precisa fase della storia. Per quanto riguarda le vicende di Mosè e dell’Esodo, non possiamo capirle se non inquadrandole nella temperie culturale dei tempi in cui gli Ebrei vivevano in Egitto. E allora va chiarito che presso gli Egizi il nome personale era sottoposto a un rigorosissimo tabù, non poteva essere mai pronunciato.
L’uomo ha sempre parlato poco, e nel passato – fino a secoli recenti – la parola pronunciata era considerata sacra. Ogni parola pesava come un sasso. Ogni parola un impegno. La parola fu sempre sacra. Nessuno poteva pronunciarla invano, nessuno poteva tradirla. L’origine sacrale del linguaggio impedì per millenni di operare una netta distinzione tra le parole e le cose. L’uomo di Sumer, di Babilonia, del Nilo, della Sardegna precristiana, per quanto acculturato, non si liberò mai dal pensare concreto. Le prime idee astratte furono prerogativa degli antichi Greci, ed il loro apparire, checché se ne pensi, non fu meno rivoluzionario dell’invenzione della ruota.
Possiamo affermare che la storia fu sempre fatta, almeno fino alla Nuova Era, dall’Homo concretus, il quale ha sempre pensato che tra il nome personale e la persona fisica esistesse un legame sostanziale e vincolante, sul quale si poteva agire magicamente. In Egitto si ricordava il mito di Iside, la quale divenne la Dea Madre dell’Universo soltanto dopo aver conosciuto, mediante le sue arti magiche, il vero nome di Ra (del Sole), spodestandolo. L’uomo vide nel proprio nome una parte vitale di sé, e di conseguenza se ne prese cura, ad evitare che gli togliessero la vita. Questo legame vitale fu sentito un po’ da tutti i popoli. Fino ai tempi di Frazer (100 anni fa) tutti questi popoli tennero accuratamente nascosto ogni nome personale.
Presso gli antichi Egizi ogni persona aveva «due nomi, il nome vero e il nome buono o il nome grande e quello piccolo; e mentre il nome buono, o piccolo, era di pubblico dominio, quello vero, o grande, sembra fosse tenuto accuratamente nascosto» (Frazer). Infatti per gli Egizi «il nome era una seconda creazione dell’individuo, innanzitutto al momento della nascita, quando dalla madre viene imposto al neonato un appellativo che ne esprime sia la natura, sia il destino che ella gli augura, ma anche ogni volta che viene pronunciato. Questa fede nella virtù creatrice del Verbo determina tutto il comportamento degli Egiziani rispetto alla morte: infatti, nominare una persona o una cosa equivale a farla esistere al di là della scomparsa fisica, e quindi diventa necessario moltiplicare i segni di riconoscimento. È questo il motivo per cui la cappella funeraria, e in generale il luogo ove si praticava il culto del defunto, racchiudono una somma di indicazioni la più precisa possibile, in modo che il ka possa godere senza problemi di quanto gli è dovuto» (Grimal, SAE 139).
Questa temperie culturale degli Egizi aveva contagiato gli Ebrei; quindi appare assurda la pretesa di Mosè di conoscere il vero nome di Dio. Salvo il fatto che, come ho già detto, Dio non ha nome, non può averlo. E perché mai dovrebbe averlo? A cosa Gli servirebbe? L’uomo, senza accorgersene, continua a trattare Dio come una persona o come una cosa, dimenticando che Dio non è uomo, né cosa, e non può essere nemmeno puro pensiero, come invece ci si ostina a blaterare nella incommensurabile insufficienza del nostro linguaggio. Egli È. Nient’altro. Qualunque altra asserzione è una bestemmia.
Quindi all’uomo basta e avanza l’opportunità d’invocare Dio come YHWH o (che è lo stesso) come Kýrios, il ‘Potente’. Se poi gli Ebrei sono talmente imbalsamati dalla paura di chiamare direttamente Dio, qualcuno dovrebbe aiutarli a capire che gli epiteti da loro inventati per by-passare il tabù hanno esattamente la stessa semantica della parola tabuizzata, sono infatti la tautologia di YHWH.
Il fatto che i Sardi non abbiano mai patito il tabù degli Ebrei, la dice lunga sul fatto che il nome universale di YHWH dai Sardi è stato trattato con maggiore libertà, visto che in Sardegna quel nome sacro esiste un po’ dovunque. Certo, non esiste al modo come vorremmo, anche perché in Sardegna manca la tradizione scritta d’epoca precristiana (salva qualche frase fenicia). E tocca a noi oggi “sgusciare” e “raddrizzare” filologicamente certi nomi, certi epiteti, certi toponimi, allo scopo di capire la situazione di quei tempi e allo stesso tempo capire gli artifici che i preti bizantini inventarono, nella foga di ottundere e sopprimere ogni forma di dottrina che i Sardi avevano sulla religione dei padri.
Per ricuperare la storia antica della Sardegna, basta partire dal fatto che i preti bizantini fecero tabula rasa della pregressa religione, ma lo fecero con delle costanti che, una volta svelate, appalesano nitidamente le modalità con cui procedevano nel soffocare le parole-emblemi-simboli della religiosità del popolo. Il loro procedere era talmente capzioso che nessuno mai intuì l’inganno. Si trattava, per lo più, di approfittare del fatto che essi parlavano greco ed avevano quindi una lingua assai diversa da quella del popolo sardo, che parlava ancora lo “zoccolo duro” semitico. La differenza di toni, di accenti, di fonetiche, talora di concettualizzazioni da parte di quei preti che si sforzavano comunque di parlare sardo, suscitava nel popolo un irrefrenabile moto di simpatia e di disponibilità al dialogo. Quindi il popolo analfabeta accettava facilmente le “dotte” prediche con le quali i preti spiegavano che YHWH (letto i-aḫu) era lo stesso San Jacopo o Giacomo, che essi si premurarono da quell’istante di chiamare (guai a sbagliarsi!) con la fonetica sarda: Yaḫu, Yaku, Yaccu, Jagu. Fu tale la convinzione del popolo, che oggi ci ritroviamo una serie di località chiamate Santu Jaccu, Santu Jacci, e ritroviamo pure il cognome Giágu.
Ma è ovvio che Iaccu, Giágu non c’entra nulla con san Giacomo apostolo. Iaccu, Giágu è nome di origine mediterranea. Non è il vezzeggiativo di Jacomo, come pensano De Felice e Pittau, ma si confronta linearmente con l’ebr. YHWH o YḤWH (leggi i-aḫu), con successiva variante patronimica latineggiante in -i: Jaci. Quindi anche i toponimi sardi noti come Jaci o Santu Jaci rimandano sempre al tetragramma ebraico (e sardo-mediterraneo). Esattamente come il cognome Giágu.
Prima di chiudere la discussione sul tema, va sottolineato che la grande paura degli Ebrei di pronunciare il nome di Dio è – tutto sommato – oltreché paradossale, relativamente recente: data dal 539 a.e.v., quasi 2500 anni, ed è possibile “storicizzarla”, decorrendo dal momento del ritorno babilonese e del rigorismo che ne conseguì. Ai tempi del Primo Tempio gli Ebrei invece praticavano una religione più ariosa e con meno tabù; ciò è dimostrato da una serie di nomi personali (e cognomi attuali, quale Netan-iahu) che sono nitidamente teoforici, ossia recano incastonato il nome di Dio, sia El o Yaḥwh. Vediamone qualcuno, partendo ovviamente dalla celebre esortazione ebraica (poi diventata anche cristiana) Allelùja, ebr. Hallelûyāh (הַלְּלוּ-יָהּ), che significa ‘preghiamo, lodiamo Dio’. Un altro termine ebraico che fa riflettere è Ahellil, designante i Salmi comincianti con l’invocazione Hallelûyāh.
Cito anzitutto il teoforico di un profeta ebreo, Gioèle ( יואל ), che racchiude il più antico nome di Dio, ossia El, abbinato a quello di Yhwh; significò ‘Yah[wh] è El’ ossia ‘Iaccu è proprio Dio!, è Dio medesimo!’. Esso è un arcaico nome nato ai tempi in cui si cominciava a identificare il nome del Dio siro-mesopotamico (El) col nome del Dio del deserto (Yḥwh).
Il teoforico Giovanni è dall’ebr. Yeho-chānān, composto da Yeho + Chānān col significato di ‘Dio di Canaan’. Cfr. l’anglosassone John, una contrazione portata all’eccesso ma nella quale ancora s’intravedono i due radicali Jo (dalle tre apofonie Yah, Yeh, Yoh: vedi la contrazione יו in Gio-ele) + Hn (Chānān). A sua volta Canaan < ebr. כְּנַעַן ha la base etimologica nell’antico akk. qanānu ‘fare il nido, insediarsi’, qannu ‘il costruito’, qanu, qanā’u ‘tenere il possesso di’, ‘acquisire’; ma anche kânu ‘divenire permanente, stabile’ (di casa, territorio).
Va precisato che il nome del Dio del deserto, Yaḥ, Yḥ o Yhwh, in origine non fu altro che lo stesso nome del Dio Luna (sul quale torneremo ampiamente al Capitolo 7). Non fu un caso se il monte sacro del deserto frequentato dagli Habiru (i futuri Ebrei) fu chiamato Sināi, in onore del Dio lunare Sîn, un altro nome concorrente di Yaḥ. Il dio Luna Yah era conosciuto con lo stesso nome dall’Egitto a Babilonia. Da esso deriva il nome del patriarca Giacobbe, Yah’cobb, ‘Protetto dal Dio Luna’. Dopo la cacciata degli Hyksos dall’Egitto, il culto di Yaw continuò nella città di Ugarit sotto forma di demone del mare Yamm, ma decadde in Siria sostituito dal culto del dio della pioggia Baal Hadad. Mentre tra i nomadi Šasu Edomiti del Sinai continuò nella sua forma originaria Yhw: dio delle tempeste.
Un altro nome teoforico che propongo è Elìa, così noto dalla tradizione latina (Elias) e greca (Eleias, Elias) dall’ebr. Eliyyahu o Eliyyah: essendo lo stesso composto di Gioèle, ha ovviamente lo stesso significato: ‘El è Yahwh’, ‘El è proprio Dio’.
Altro nome teoforico è Zaccarìa, da ebr. Zekharyah (da zachar ‘ricordarsi’ e Yah ‘Dio’ = ‘Dio si è ricordato’).
Il teoforico Gioacchìno, ebr. Yohaqim è da Yah + qum ‘sollevare’ = ‘innalzato da Dio’).
Il teoforico Michèa, ebr. Mihan abbreviato da Mi-kha-yâh significa ‘chi è come Dio?’.
L’ebr. Ezeriel עַזְרִיאֵל è composto da ezer ‘aiuto’ + El ‘Dio’ col significato di ‘Dio aiuta’.
L’ebr. Matteo, Mattìa, Mattityahu מַתִּתְיָהוּ è composto da matath ‘dono’ + Yah ‘Dio’, col significato di ‘Dono di Dio’.


IACCU HIRVU. Dolores Turchi (Maschere, miti e feste della Sardegna 89-90) tratta delle figura di Iácco, Ἴακχος, nome solenne di Bacco (Dióniso) nei Misteri Eleusini, il quale deriva dal grido rituale in onore del Dio: Iacco! Nei Misteri Eleusini Iacco era considerato figlio di Zeus e di Demetra ovvero sposo di Demetra e veniva distinto dal Dioniso tebano, figlio di Zeus e Sémele.
L’etimologia di questo nome è stata discussa più su al lemma Iacco (vedi); esso sembra, almeno con riguardo alle epoche arcaiche ed ai luoghi dove il mito siro-fenicio nacque, un’esortazione, un richiamo solenne che capta l’attenzione dei fedeli nei momenti solenni, e pure al momento della distribuzione del ciceòne.
Qui riprendo la questione poichè la Turchi crede di scorgere il nome di questo personaggio mitico in parecchi toponimi della Sardegna, generalmente accompagnato da un epiteto: Iaccu Piu, Iaccu Ruiu, Iaccu Hirvu. È difficile darle torto. In tal senso, dobbiamo ammettere che il personaggio Iaccu era conosciuto in Sardegna a prescindere dai Misteri Eleusini, quindi in termini collaterali al mondo greco, pertanto in modo autonomo, nella misura in cui possa dirsi autonoma una cultura che ha legami solidi col Vicino Oriente, e s’irraggiò da là per approdare anche nel mondo egeo-greco (non viceversa).
Iaccu Hirvu è toponimo dell’agro di Orgòsolo. Per quanto riguarda Iaccu, esso disvela il nome del Dio Unico Universale, quello che per gli Ebrei era YHWH (leggi i-aḫu), da tradurre ‘Oh Potente!’.
Circa Hirvu, la sua traduzione sembra avere la base nel sum. ir ‘potenza’ + bu ‘perfetta’. Quindi Iaccu Hirvu sembra un epiteto sacro riferito al Dio Unico Universale, col significato di ‘Yahwh dalla perfetta potenza’.


IÁCCU PÍU Dolores Turchi (Maschere, miti e feste della Sarddegna 89-90) tratta delle figura di Iacco, Ἴακχος, nome solenne di Bacco (Dioniso) nei Misteri Eleusini, il quale deriva dal grido rituale in onore del Dio: Iacco! Nei Misteri Eleusini Iacco era considerato figlio di Zeus e di Demetra ovvero sposo di Demetra e veniva distinto dal Dioniso tebano, figlio di Zeus e Sémele.
L’etimo di questo nome è stato trattato a suo luogo (vedi Iacco); esso sembrerebbe, almeno con riguardo alle epoche arcaiche ed ai luoghi dove il mito siro-fenicio nacque, un’esortazione, un richiamo solenne che capta l’attenzione dei fedeli nei momenti solenni, e pure al momento della distribuzione del ciceòne.
Qui riprendo la questione poichè la Turchi crede di scorgere il nome di questo personaggio mitico in parecchi toponimi della Sardegna, generalmente accompagnato da un epiteto: Iaccu Píu, Iaccu Rùiu, Iaccu Hirvu. È difficile darle torto. In tal senso, dobbiamo ammettere che il personaggio Iaccu era conosciuto in Sardegna a prescindere dai Misteri Eleusini, quindi in termini collaterali al mondo greco, pertanto in modo autonomo, nella misura in cui possa dirsi autonoma una cultura che ha legami solidi col Vicino Oriente, e s’irraggiò da là per approdare anche nel mondo greco (non viceversa).
Per quanto riguarda Iaccu, esso disvela il nome del Dio Unico Universale, quello che per gli Ebrei era YHWH (leggi i-aḫu), da tradurre ‘Oh Potente!’. Píu ha la base nell’akk. pedû, pādû ‘indulgente’. L’epiteto (o invocazione) è da tradurre come ‘Yahwh indulgente’.
Sembra incredibile quanto la religione precristiana si avvicini ai sentimenti e ai concetti di quella cristiana.


IÁCCU PUDZÒNE è un toponimo dell’agro di Orotelli. Dolores Turchi (Maschere, miti e feste della Sardegna 89-90) non lo traduce come un normale nome + cognome (‘Giacomo Uccello’), il quale peraltro è molto usato in Sardegna. Considerato che pudzòne (camp. pillòni) in sardo indica pure il membro virile dell’uomo, la Turchi vede nel toponimo una cristallizzazione di una vicenda sacra riferita a Dioniso (chiamato Íacco nei Misteri Eleusini), cui s’addice anche il sacro membro nella sua funzione rigeneratrice.
Può darsi che la Turchi abbia ragione, e se ce l’ha, occorre inquadrare la questione nell’ambito dei Misteri siro-fenici di Adone, non di quelli greci, poichè la Sardegna non ha mai ricevuto influssi culturali greci. In tal guisa, possiamo recuperare anche gli altri toponimi Iaccu Hirvu, Iaccu Piu e Iaccu Ruiu, già discussi secondo questa visione.
Di pudzòne, camp. pillòni ‘uccello’, ‘volatile’ può cogliersi l’etimo soltanto se, mettendoci dal punto di vista degli antichi Sardi, consideriamo gli uccelli per quello che un tempo erano: un genere di animali particolarmente nocivi alle colture, che potevano essere tenuti a freno soltanto ingannandoli e catturandoli con le reti. Non è un caso se in Sardegna la caccia con le reti dura ancora inossidabile, sin dall’Era paleolitica. E dura pure la caccia coi laccetti. In altre parti si usano pure gli specchietti (es. per catturare le allodole).
Ci sono due termini accadici che concorrono a pari titolo a fornire il giusto etimo. Alla base sta comunque un composto sardiano, che trova espressione nell’akk. pīgu ‘inganno’ + unû (un tipo di carne) (stato costrutto pīgu-unû); e c’è pīdu ‘cattura, imprigionamento’ + unû (stato costrutto pīdu-unû); i due composti si traducono come ‘carne da inganno’ e ‘carne da cattura, ossia da rete’. Col tempo è subentrato il lat. pullus a complicare la resa fono-semantica, con un intreccio tra pīgu, pīdu e pullus + unû; onde camp. pill-òni, log. pidzòne, pudzòne. Onde il log. puḍḍu ‘gallo’ < lat. pullus (che però è un ‘piccolo dell’animale’, non solo il ‘pulcino’ o il ‘pollastro’, vedi akk. pūdu, būdu ‘pecora’, e vedi sardo puḍḍécu, pudréḍḍu < *puḍḍaréllu); la cavalla ancora vergine è sa puḍḍeca, e tanti animali molto giovani hanno lo stesso appellativo puḍḍécu, pudréḍḍu, ivi compresa una donna adolescente vocata al godimento e al divertimento (puḍḍeca).
Questo campo fono-semantico è alquanto inflattivo, a ben vedere, considerata pure la presenza dell’it. pigliare, con base nell’akk. pillatu ‘beni rubati, beni ottenuti col furto’ (a proposito di pigliare, le strampalate ipotesi etimologiche del DELI sono da dimenticare).
Pillòni, con la variante log. Pudzòne, Puggiòni, è anche cognome.
Trattata l’etimologia di pudzòne in quanto ‘uccello’, torniamo a Iaccu Pudzòne per proporre un etimo che però con gli uccelli non ha niente da spartire. Se crediamo che il toponimo possa celare un arcaico epiteto di Dio, allora occorre vedere in Iaccu il nome del Dio Unico Universale, quello che per gli Ebrei era YHWH (leggi i-aḫu), da tradurre ‘Oh Potente!’. In Pudzòne abbiamo un epiteto sacro dal sum. pu ‘giardino’ + zu ‘to know’ + ne ‘forza’: puzune poderoso giardino di conoscenza; Quindi Iaccu Pudzòne significò ‘Oh Potente, Forte Giardino della conoscenza’.


IACCÙRU è un toponimo di Arìtzo che Dolores Turchi (Maschere, miti e feste della Sardegna 89-90) smembra in Iáccu Curu, interpretando il secondo membro come il gr. koúros, il fanciullo divino che rappresenta Bacco-Dióniso. Ella pone prepotentemente in primo piano, nelle manifestazioni carnascialesche sarde, la triade Demetra-Persefone-Dioniso, che poi è la stessa triade dei Misteri Eleusini.
La Dea Madre Mediterranea è nota in Grecia come Demétra, Δη-μήτηρ, che ebbe la figlia amatissima rapita dal Dio degli Inferi: questa è la celebre Perséfone, nota anche come trimorfa, in sembianze ora di figlia (Kóre), ora di sposa (Perséfone, compagna di ‛ Ἄιδης o Πλούτων), ora in veste di matura dea lunare (la ferale Ecáte). In realtà è quest’ultima ad essere sicuramente trimorfa o tricipite, dotata di tre corpi e tre teste, essendo stata a un tempo Seléne (Luna) in Cielo, Artémide in Terra, Perséfone nel Mondo infero. Ecate ebbe un ruolo di primo piano nella ricerca di Perséfone, e quando questa fu trovata, rimase al suo fianco come assistente e amica. Divenne così una divinità del mondo infero, della quale si celebrava la terribile e grandiosa potenza. Si diceva che di notte mandasse sulla terra ogni sorta di demoni e di esseri fantasmatici, che conoscesse le arti della stregoneria e che dimorasse di preferenza presso gli incroci viari o in prossimità del sangue delle persone uccise. Si riteneva altresì che si spostasse e vagabondasse con le anime dei morti. Ad Atene, alla fine di ogni mese, vigeva l’uso di lasciare ai quadrivi dei piatti con del cibo appositamente per lei; il cibo veniva poi consumato dai poveri (Anna Ferrari).
L’etimo di Perséfone, Περσε-φóνη, non è stato bene indagato. Lo si collega con la ‘perdizione, devastazione’ (πέρθω, ‘devasto, desolo’) e con la ‘uccisione’ (φονή, ‘uccisione, strage’) senza ragione. In realtà la sua base è l’akk. persu(m) ‘divisione’, ‘cessazione’ + būnu ‘figlio’, col significato sintetico di ‘figlia separata’, ed è il nome che a questa déa viene dato nei mesi in cui lascia la madre per scendere all’Inferno.
L’etimo di Ecáte, Ἔκάτης, ha la base nell’akk. ēqu (un sepolcro) + atû(m) ‘custode della porta’, col significato sintetico di ‘custode dei sepolcri’, ‘amante degli ingressi dei sepolcri’ (evidentemente si tratta di sepolcri “a corridoio”).
Kóre, Κόρη è un nome greco; il comune kόρη indica una ‘fanciulla, donzella, figlia’ collegata al masch. κόρος ‘bambino, fanciullo, figlio’; il corrispettivo verbale si dice rappresentato, nel campo indoeuropeo, dal lat. creo, cresco, e non è vero. Comunque la fase più antica del termine è l’akk. ḫūru ‘son’, sum. ḫurum ‘bimbo’.
Come si può notare, anche questo arcaico mito greco, e le stesse cerimonie misteriche ad esso legate, sono preindoeuropei, orientali. La lingua sumero-accadica consente di affermare, scientificamente, che tali miti riguardarono tutto il Mediterraneo ed il Vicino Oriente, non solo la Grecia preindoeuropea. Questa considerazione aiuta a sistemare meglio le credenze della Turchi, che nella sostanza non vengono inficiate ma soltanto ricollocate in ambito semitico, come peraltro è giusto fare parlando dell’isola di Sardegna, la quale, a detta degli storici e degli archeologi, non subì mai alcun influsso elladico ma visse una temperie culturale inquadrabile nell’ottica degli scambi col Vicino Oriente.
Fatta questa ampia disamina, sembra ovvio che Iaccùru non sia scomponibile, come propone la Turchi, in Iáccu Curu, ma sia invece un composto sardiano con base nell’ebr. YHWH (leggi i-aḫu), da tradurre ‘Oh Potente!’ (un composto di i ‘let’s, come on, suvvia’, esortazione simile a quella sumerica, alla quale affianco aḫu che significa ‘fraternizzare’ ma principalmente ‘forza’: in composto abbiamo i-aḫu, y-aḫw, col significato di ‘Oh Forza’, ‘Oh Potenza’ (esclamativo, esortativo). Il termine accadico aḫu significante ‘forza, potenza’ giustifica anche la traduzione fatta dai Settanta mediante Kýrios ‘Potente’. All’invocazione YHWH, i-aḫu si abbina il sum. ur ‘ungere, unzione’. Il significato di i-aḫ-ur è ‘O Forza degli Unti’, ‘O Forza dei Messia’ .
Anche questo risultato, come tanti altri dell’antica religione dei Sardi, fa capire che niente fu innovato sulla faccia della Terra, poiché la consacrazione dei fedeli attraverso la “cresima” avveniva già in epoca precristiana. Ma qui per unto s’intende il gr. Christós ‘Messia’.


IÁCCU RÙJU. Dolores Turchi (Maschere, miti e feste della Sardegna 89-90) scrive: «Ad Olièna si afferma che quando sta per piovere Iaccu Ruiu dà il segnale, perchè a mezza montagna si forma uno strato di nuvole... Resiste il detto Iaccu Ruiu annuau, abba sicura ‘Iacco Rosso annuvolato, acqua sicura’». La Turchi è convinta che questo personaggio fantastico sia lo stesso che dà il proprio nome a una vallicola sull’alto monte di Olièna. Poichè ella crede che in Sardegna nel passato ci siano stati molti e nitidi episodi legati ai Misteri Eleusini, di cui fa parte Íacco (nome solenne di Bacco-Dioniso nei Misteri di Eleusi), ella ritiene che questo personaggio sardo sia proprio Dioniso.
A mio parere, la valletta di Iaccu Ruju (tradotto in italiano sarebbe Giacomo Rossi) indica, fino a prova contraria, soltanto il nome-cognome di un pastore del passato, che soggiornò lungamente nell’area utilizzando il pascolo comunale.
Quanto all’incrollabile certezza della Turchi sulla presenza in Sardegna dei Misteri Eleusini e di tutti i personaggi divini che ne sono l’oggetto di culto, la risposta è data dagli storici e dagli archeologi, i quali ritengono che in Sardegna sia mancato ogni genere di influsso greco, escluso ovviamente quello dei Bizantini, i quali però erano cristiani, e vennero in Sardegna con lo scopo dichiarato di sradicare ogni pratica pagana (compito peraltro cui si applicarono egregiamente).
Essendo impensabile che i culti di Eléusi siano stati importati dai Romani, e tantomeno dai Bizantini, occorre cercare in altra direzione l’etimologia di Jaccu Rùju in quanto essere fantastico. Per essere coerenti con quanto sappiamo delle civiltà che ebbero una presa diretta in Sardegna prima dell’invasione romana, credo occorra cercare nei vocabolari del Vicino Oriente l’origine o la base fono-semantica di questo nome fantastico. E allora possiamo dare a Iaccu la sua propria etimologia (vedi a Iaccu), e indicarlo propriamente come ‘Dio’, con base nell’ebr. YHWH (leggi i-aḫu), da tradurre ‘Oh Potente!’ (composto di i ‘let’s, come on, suvvia’, esortazione simile a quella sumerica, alla quale affianco aḫu che significa ‘fraternizzare’ ma principalmente ‘forza’: in composto abbiamo i-aḫu, y-aḫw, col significato di ‘Oh Forza’, ‘Oh Potenza’ (esclamativo, esortativo). A i-aḫu sommiamo l’akk. ruḫû(m) ‘sorcery’, col significato sintetico di ‘Dio magico’ o ‘Dio delle magie’.
In tal guisa, Jaccu Rùju sembra che dagli antichi Olianesi fosse immaginato come Dio degli incantesimi. Non sembri blasfemo (peraltro la bestemmia fu creata dai preti Bizantini!) se ora vediamo in Jaccu Ruju lo stesso diavolo altrimenti noto come Cusidòre ossia ‘ciabattino’; costui è un démone innocuo, o poco nocivo, appartenente anch’esso alla cultura di Oliéna, che il popolo immagina abbia dato il nome al Monte Cusidòre, una delle vette su cui notoriamente s’accumulano i temporali, prima che la sottostante Oliéna ne riceva gli effetti. Si dice infatti che Cusidore, assiso sulle vette, borbotti spesso (tuonando, da par suo), esprimendo così il proprio disappunto per essere costretto a ripararsi le scarpe logorate costantemente sulle rocce asperrime della montagna.
In tal guisa veniamo a sapere che Jaccu Rùju e Cusidòre sono due facce della stessa medaglia, l’una pre-cristiana, la seconda cristiana.


IÁCI cognome italiano di origine mediterranea. Non è il vezzeggiativo di Jacomo, come pensano De Felice e Pittau, ma ha la base nell’ebr. YHWH (leggi i-aḫu), con successivo suffisso patronimico latineggiante in -i. Anche in Sardegna abbiamo termini del genere, oltre al cognome Giágu (vedi per la discussione approfondita), che indica lo stesso fenomeno.

IDENTITA' SARDA e Irriducibiltà: l'Isola di Yahweh.

Una volta era definito solamente 'Altare preistorico' di Santa Maria Navarrese.
 Il turista incolto si chiedeva come avesse fatto l'archeologo a capire che si trattasse proprio di un altare e non - per esempio - del bancone di un antico 'fast food place'.
Oggi, invece, tutto è finalmente chiaro: si tratta di un altare per Yahweh. Quello sardo.
(Pannello commissionato ed autorizzato  dalle Autorità preposte del Comune di S. Maria Navarrese)

Traggo lo spunto dal Gardello di cui sopra, per formulare alcune Gonziderazioni.

La Sardegna è preda oggi di un movimento che qualcuno – con perversa presunzione – definisce di ‘Rinascimento’ (altri lo definiscono Movimento dell’Armata Shardariana Brancaleone: vai un po’ a vedere chi ha ragione, alla fine!).

Un gruppo vario di pensatori (attenzione, qui, perché alcuni di essi sono realmente eruditi, altri vogliono fortemente sembrarlo, pur non essendolo affatto e riuscendo a malapena a scrivere: tutti si offendono enormemente alla parola ‘ciarlatano’) si è tenacemente imbarcato, ormai da qualche anno, in una missione di correzione del passato della Sardegna.

Correzione, sì: perché quello vero – fin qui faticosamente costruito dagli studiosi ‘veri’ (che fanno errori, che sono criticabili e fallaci come tutti, in fondo, e che talvolta non sono neppure difendibili, né presentabili, purtroppo) – cioè il passato vero della Sardegna, a costoro non piace proprio e non gli è mai piaciuto: è incerto, poco chiaro, tendenzioso e deformato appositamente.

Quindi lo hanno bocciato, perché lo considerano una costruzione cinica e bara del gruppo degli archeologi e degli storici continentali (o schiavi di essi) che hanno tutta l’intenzione di difendere chissà quali interessi (comunque non interessi sardi!) anche nel campo della Cultura, per potere meglio imbrigliare l’anima ed il corpo dei sudditi isolani. Va da sé che tali intenzioni irredentiste hanno subito catturato le simpatie di tutti coloro che maggiormente sentono e vivono il ‘problema dell’identità’ sarda, dell’indipendenza dell’isola e della necessità di un’autonomia maggiore in campo economico/amministrativo e – appunto – culturale.

E allora, ecco tutto un fiorire di tesi innovative e creative, fantasiose e talvolta schizofreniche, tutte formulate provocatoriamente secondo il principio del massimo gradimento da parte di un auditorio tutto e solo sardo.
I detrattori, per la verità, non le chiamano proprio teorie: essi, anzi, propendono per il termine ‘corbellerie’ e magari talvolta anche ‘favole’: Qualche volta ricorrono a vocaboli un po’ più forti, che possiedono implicazioni di tipo legale civile, con qualche richiamo al penale. Ma si sa, come in tutte le cose, è solo questione di punti di vista.

Vediamole, queste teorie...
- I sardi sono stati i primi, in tutto. Qualunque risultato altre Culture (oppure Civiltà) ottenessero in passato, i Sardi lo avevano già conosciuto e superato.
- I Sardi scrivevano già quasi prima della scrittura: la scrittura Sumera (la più antica che ci è nota e documentata davvero) è giunta nell’isola quasi contemporaneamente alla propria invenzione, probabilmente effettuata da parte di Sardi.
E’ una vera gara; citate qualsiasi cosa, in qualsiasi campo: edilizio, astronomico, culturale, tecnico. Non sfuggirete a questa regola: i Sardi o l’avevano già, oppure l’hanno inventato proprio loro.
Navigavano meglio dei Fenici (secondo alcuni, forse essi erano i Fenici), conquistavano il Mediterraneo, davano faraoni all'Egitto, costruivano zikkurat (chissà perché passare poi al nuraghe?), davano leader politici, militari e religiosi agli Ebrei, osservavano le stelle meglio e prima dei cinesi, misuravano il tempo e conquistavano tutto il mondo, etc. etc.

Alcune delle tesi sono veramente così peregrine, che il senso comune sembrerebbe sufficiente a sbugiardarle. Altre, invece, sono ‘produzioni’ un po’ più sofisticate e più difficili da smontare.
Soprattutto perché il ‘metodo scientifico’ che questa vera e propria setta ha fatto proprio è un semplice e brutale, ma efficace: “Gutta scavat lapidem” (Lucrezio (De rerum natura, I 314 e IV 1281), da Ovidio (Epistulae ex Ponto, IV, 10 e Ars amandi I, 476) e Albio Tibullo (Elegiae I, 4, 18)).

Non si arrendono mai e perseverano imperterriti: “I won’t take ‘NO’ for an answer (non accetto ‘No’ come risposta)”.
Non riconoscono le sconfitte, né le argomentazioni logiche contrarie. La loro reazione alle critiche è sempre verbalmente violenta ed avviene sempre in branco. Molti benpensanti si lasciano intimidire e – per quieto vivere, ‘tenendo famiglia’ – se ne tengono quanto più possibile lontani. Altri sono realmente convinti che ‘basti ignorarli perché si mettano tranquilli’. Fino ad oggi non lo hanno fatto: sono anzi aumentati di numero perché hanno visto che il numero fa la forza. E probabilmente non è lontano il giorno in cui cercheranno di imporre le loro idee e teorie non con la forza della ragione, bensì con la forza fisica.
Hanno concluso che ripetere all’infinito una falsità scientifica prima o poi la farà diventare – alle orecchie della popolazione e quindi dell’opinione pubblica (l’unica che conta, per loro, che infatti mostrano totale disprezzo per l’ambiente accademico) – una Verità scientifica. Il comportamento passivo di chi dovrebbe correggerli e fargli rispettare i limiti dell’informazione e della corretta comunicazione, non fa altro che facilitarli concedendo loro sempre nuove libertà.
Poco alla volta, la setta è diventata un movimento, cui si sono uniti elementi vari e pittoreschi. Gli adepti si riconoscono sempre tra loro con parole d’ordine convenzionali prestabilite (Atlantide, Shardana, Yahweh, sono solo alcune di un molto più vasto repertorio) e si sostengono a vicenda, con un ammirevole spirito di corpo.
Visto che l’appartenenza al Movimento di Risorgimento dell’Armata Brancaleone Shardariana fornisce qualche pulpito privilegiato e garantisce una discreta visibilità, (tra weblog autogestiti, assessori alla cultura compiacenti ed altri intrallazzi vari), molti sono tentati di strizzare l’occhiolino al movimento, se non addirittura entrare a farne parte, per potere vendere le proprie patacche e comparire qua o là in una qualche attività paesana, o festa rionale, o ricorrenza, o raduno o chissà-che-cosa.

Ed ecco che – come funghi – compaiono le scritte inneggianti al dio Sumero (ya), al dio Accadico (ahu) alla sua lenta trasfigurazione in Yahweh (che è avvenuta per la prima volta in Sardegna, naturalmente!).
Se non le scritte, sono le etimologie: tutto il sardo è riportato al Sumero, la lingua scritta più antica, l'unica che precede - ma solo di di poche ore - il sardo.
Che non è neolatino! Non permettetevi neppure di pensarlo.


"Tra le più notevoli paranomasie nella lingua e nel canto sardi,
 è quella relativa al canto di Orune 'Sa Crapòla'.
Se sei sardo, forse credi di conoscerne la storia: 
che essa narri di un cacciatore che 
non ha il coraggio di uccidere una capretta che ha sotto tiro. 

NON E' COSI':

in Sumero, infatti
kar = risplendere;
bu =  perfetto;
la = apparire;
karbula, per metatesi, diventa krabula.

Cosicché il significato reale è: 
"O Risorgente, che appari perfetto!"*,

 non un canto bucolico di delicata pietà sarda, 
bensì l'inno religioso identitario e distintivo 
al nuovo Risorgimento Sardo....
Nell'Isola paranomasica e metatetica di Yahweh.

(E non stiamo esagerando)


* Tratto da: "BIDUSTOS", si A. Deplano.


sabato 31 agosto 2013

SCOPERTO SITO SHARDANA IN ISRAELE!


7,000-year-old village unearthed at Ein Zippori


Scoperto un villaggio fondato dai Shardana 7.000 anni fa., presso Su Zipponi.

E' stata rinvenuta un'impressionante dovizia di reperti sardo -preistorici, nel corso di lavori d'ampliamento di un'autostrada: probabilmente si tratta del il più esteso spazio occupato dalla Cultura di Wadi Rabah, mai rinvenuto finora. Si tratta di un'area di 800 metri per circa altrettanto, che si estende sui due lati dell'Autostrada 79.
Sono stati rinvenuti lavori d'intreccio (meravigliosamente conservati per via del clima secco del luogo) simili agli odierni lavori artigianali sardi in sparto ed asfodelo, oltre a strumentini musicali d'uso comune in sardegna ancora oggi (trunfa, launedda, tunkiu e così via) ma trattandosi di un periodo pre- ceramico gli scavi non hanno restituito vasi o altri supporti di argilla, cotta o cruda.
Malgrado ciò, si sono rinvenuti incisioni e bassorilievi, ancora non resi tutti pubblici, raffiguranti i tipici 'puzones' sardi (in questo caso interpretati come 'probabilmente struzzi' dagli stupidi archeologi israeliani, che capiscono meno ancora di quelli sardi).
Su alcune tavolette, rinvenute poco a sud della sorgente Su Zipponi, compaiono, in bella evidenza, le componenti del Tetragramma Sacro, in una forma che è caratteristica della scrittura usata più frequentemente in Sardegna in epoca preistorica...
Il sito è stato frequentato da una popolazione di tipo agro-pastorale dal Neolitico fino al Calcolitico ed è provvisoriamente attribuito alla Cultura di  Wadi Rabah, anche se molti indizi indicano  in direzione dei famosi guerrieri navigatori Shardana: tra l'altro la rappresentazione di strutture turrite e di guerrieri con elmi cornuti che inneggiano al loro comandante con frasi che vengono interpretate come : "Viva Zabarda Shardana" e anche: "Mosé, uno di noi" lasciano pochi dubbi. 
I colori decorativi maggiormente usati da un artista locale sono il rosso ed un blu quasi nero; sembra che l'artista si firmasse: "Ahio Kastedhu".

L'analisi biochimica su alcune piccole coppette ritrovate nel sito depone per la preparazione di una bevanda a base di bacche di mirto e grano fermentato. Il ritrovamento di alcuni segnali stradali  forati a pallettoni lascia intendere che - dopo le libagioni - gli Shardana indulgessero in un comportamento che ancora oggi alcuni sardi ripetono per tradizione.
Si spera che Ianir Milewski e Nimrod Getsov, due studiosi Israeliani seri e validi dell'Istituto Israeliano per le Antichità, perdoneranno questo scherzo d'aprile fuori stagione: la versione italiana di questo articolo, infatti, è una vera bufala (ma lo ammette, almeno, a differenza di tutte le altre, che pretendono di essere "lavori" di "studiosi"!).
In extensive archaeological excavations the Israel Antiquities Authority is carrying out prior to the widening of Highway 79 by the National Roads Company This site, extending over c. 200 dunams, might be the largest in the country where there are remains of the Wadi Rabah culture

A bowl with stone beads dates to an ancient culture that flourished in modern-day Israel 7,000 years ago [Credit: Israel Antiquities Authority/Clara Amit]
A bowl with stone beads dates to an ancient culture that flourished in modern-day Israel 7,000 years ago [Credit: Israel Antiquities Authority/Clara Amit]
A treasure of impressive prehistoric finds was exposed during the course of archaeological excavations the Israel Antiquities Authority conducted this past year, on behalf of the National Roads Company, prior to the widening of Highway 79. The excavations encompass a large area covering a distance of c. 800 m, on both sides of the road.

Prehistoric settlement remains that range in date from the Pre-Pottery Neolithic period (c. 10,000 years ago) to the Early Bronze Age (c. 5,000 years ago) are at the Ein Zippori site, which extends south of Ein Zippori spring.

According to Dr. Ianir Milevski and Nimrod Getzov, excavation directors on behalf of the Israel Antiquities Authority, “The excavation revealed remains of an extensive settlement from the end of the Neolithic period and beginning of the Chalcolithic period in the country belonging to the “Wadi Rabah” culture. This culture is named after the site where it was first discovered (in the region of Rosh Ha-Ayin), and is common in Israel from the end of the sixth millennium and beginning of the fifth millennium BCE”. 

According to the excavators, “The presence of remains from the Wadi Rabah culture in most of our excavation areas and in surveys that were performed elsewhere at the site shows that ʽEin Zippori is an enormous site that stretched across c. 200 dunams. It turns out that this antiquities site is one of the largest, if not the largest, in the country where there are remains of this culture. The architecture is rectangular and the floors were made of crushed chalk or very small stones. The foundations were made of stone and the walls above them were built of mud bricks”.

Among the finds from the Ein Zippori site is this stone tablet etched with the figures of two birds, possibly ostriches [Credit: Israel Antiquities Authority/Clara Amit]
La prima lastra in arenaria incisa che è stata fotografata ed esibita mostra il tradizionale motivo dei 'puzones', che solo quattro secoli dopo sarebbero stati affrontati, rivolgendoli uno verso l'altro.
Among the finds from the Ein Zippori site is this stone tablet etched with the figures of two birds, possibly ostriches [Credit: Israel Antiquities Authority/Clara Amit]
A multitude of artifacts has been uncovered in the excavation, including pottery, flint tools, basalt vessels and artistic objects of great importance. Milevski and Getzov said, “Pottery bearing features characteristic of the Wadi Rabah culture such as painted and incised decorations and red and black painted vessels were exposed. 

Outstanding among the flint tools that were discovered are the sickle blades that were used to harvest grain, indicating the existence of an agricultural economy. We also found flint axes that were designed for working wood. The barter that transpired at the time is attested to by thin sharp blades made of obsidian, a volcanic stone that is not indigenous to the region and the closest source is in Turkey. These items constituted part of the network of trade that stretched over thousands of kilometers in such an ancient period”.

Among the special finds that were uncovered in the excavation is a group of small stone bowls that were made with amazing delicacy. One of them was discovered containing more than 200 black, white and red stone beads. Other important artifacts are clay figurines of animals (sheep, pig and cattle) that illustrate the importance of animal breeding in those cultures. 

The most importance finds are stone seals or amulets bearing geometric motifs and stone plaques and bone objects decorated with incising. Among the stone plaques is one that bears a simple but very elegant carving depicting two running ostriches. These objects represent the world of religious beliefs and serve as a link that connects Ein Zippori with the cultures of these periods in Syria and Mesopotamia. 

According to Milevski and Getzov, “The arrival of these objects at the ʽEin Zippori site shows that a social stratum had already developed at that time that included a group of social elite which used luxury items that were imported from far away countries”.

Source: Israel Antiquities Authority [September 22, 2012]