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domenica 15 febbraio 2015

INVITO A DIVULGARE


Ricevo e molto volentieri pubblico subito questa iniziativa proposta dal 
Gruppo di Archeologia Sperimentale di Prato:




Organizza:

CORSO DI FORMAZIONE SULLE TECNOLOGIE IN USO NELLA PREISTORIA DI 2 GIORNI
20 e 21 giugno 2015, Città di Prato


Lo stage è rivolto ad archeologi, studenti di Scienze Umanistiche e Naturali, insegnanti, operatori museali, guide archeologiche, naturalistiche, ambientali o turistiche, operatori culturali, praticanti survival o semplici appassionati. 
Tale corso tratta la tecnologia dell'Uomo nella Preistoria.
All'interno di esso verranno affrontati diversi procedimenti tecnologici dei nostri antenati.

Programma di massima

PRIMO GIORNO
Riconoscere le materie prime adatte alla scheggiatura (la selce, il diaspro, l'ossidiana, le quarziti...); analizzare le varie tecniche di scheggiatura (diretta, indiretta, pressione e ritocco) e le regole che determinano la scheggiatura. Verranno spiegati alcuni strumenti in uso nel paleolitico come il chopper, l’amigdala, la lama, il raschiatoio, il grattatoio, ecc…  Successivamente i partecipanti proveranno a produrre una scheggia a percussione diretta dura da un nucleo di selce e, attraverso il ritocco a pressione, qualche strumento che servirà per realizzare la cruna dell’ago durante il corso.
Ai partecipanti verrà data la possibilità di realizzare una cordicella ritorcendo budella di animali.
Vedremo quali sono gli usi e i vantaggi del fuoco, oltre alle tecniche di accensione (con percussione e frizione), attraverso la dimostrazione e le prove pratiche.
Si parlerà dell’arte paleolitica, dei colori minerali e verranno presentati l'ocra e altri ossidi e minerali; si spiegherà la loro preparazione per l’utilizzo, così come quella dei pennelli, tamponi e delle cannucce per la pittura a spruzzo.
SECONDO GIORNO
La lavorazione del palco di cervidi e dell’osso. Verranno spiegati i vari  metodi di come si producevano i supporti d’osso o di palco per realizzare vari strumenti come aghi, punteruoli, arpioni, ami da pesca. Seguirà la realizzazione di un ago d’osso con relativa cruna per mezzo della levigazione su pietra di arenaria e foratura con il becco che i partecipanti avranno realizzato il primo giorno attraverso il ritocco su una lamella di selce.
Spiegazione dei vari metodi di trapanatura per produrre fori su vari materiali: utilizzeremo il becco, punta immanicata, trapano ad archetto, trapano a volano. Prova pratica.
La caccia: analizzeremo quali erano gli scenari di caccia durante l’ultima glaciazione e verrà spiegato e provato il propulsore.
Si finirà con eventuali domande da parte dei partecipanti.
I corsisti al termine dello stage avranno sperimentato personalmente le varie attività e quindi saranno pronti per svolgere laboratori a terzi sulla scheggiatura della selce, sull’accensione del fuoco con le pietre focaie, su come usare i colori, sulla realizzazione di aghi d’osso, sulla realizzazione di perforatori, grattatoi e raschiatoi  in selce, sulla produzione di cordicelle in budello e sul funzionamento dei vari trapani in uso nella Preistoria. Se vi interessa in modo particolare su uno dei sopra citati argomenti, potete comunicarmelo per un approfondimento, nei limiti di tempo disponibile. Durante lo stage, verranno illustrate le norme sulla sicurezza e le regole per poter presentare le varie tecnologie ad un pubblico di ragazzi o adulti in totale sicurezza. Inoltre potrò fornire materie prime come: pietre focaie, selce, steatite e carbonato di calcio per realizzare monili, ocra rossa o gialla. Gli oggetti prodotti durante lo stage rimarranno ai partecipanti.

venerdì 6 febbraio 2015

DIVULGAZIONE

Copio da:

di 
@domenica_pate
Pochi giorni fa sono capitata per caso su un post del blog americano PublicHistoryCommons, progetto del National Council on Public History nato per offrire una piattaforma per l’incontro di “practitioners, scholars, and others with an interest in the presentation and interpretation of history in public”. 

Il sito offre una vasta gamma di materiali a disposizione di storici, insegnanti, studenti, ma anche archeologi, operatori museali, conservatori, archivisti, bibliotecari, nella prospettiva di un loro utilizzo per generare “public engagement with the past” e di rendere la storia attuale e rilevante nel presente.  

 Il post in questione, scritto da Jason Steinhauer in vista della conferenza annuale dell’associazione, metteva al centro una nuova figura professionale, quella dell’History Communicator, per la quale, suggerisce l’autore, i public historians sarebbero decisamente tagliati. Il “divulgatore storico”, come potremmo tradurlo in italiano, è l’equivalente del divulgatore scientifico. Il suo ruolo dovrebbe essere quello di   advocate for policy decisions informed by historical research; step beyond the walls of universities and institutions and participate in public debates; author opinion pieces; engage in conversation with policymakers and the public; and work diligently to communicate history in a populist tone that has mass appeal across print, video, and audio. Most important, History Communicators will stand up for history against simplification, misinformation, or attack and explain basic historical concepts that we in the profession take for granted (fonte)   

I compiti del divulgatore storico secondo questa definizione, vanno oltre la divulgazione pura e semplice, quella che comunemente viaggia tramite le trasmissioni televisive, i libri, i blog. Essa coinvolge il grande pubblico e la cittadinanza, rompe quel muro che divide l’università dal resto del mondo, si rivolge alle istituzioni e non da ultimo alla politica per educare ed insegnare, prima di tutto, perché quello che per gli “addetti ai lavori” è scontato, non lo è per tutti gli altri.  
 “Scavate dinosauri?” vi dice qualcosa? 
“Qual è la cosa più preziosa che hai mai trovato?”  
 È diventato quasi un inside joke tra alcuni archeoblogger l’espressione “il tempio tetrastilo”. 

Alessandro D’Amore l’ha usata in un suo post non molto tempo addietro analizzando il gap comunicativo tra archeologi e pubblico: chiunque ha studiato archeologia sa cos’è un tempio tetrastilo, ha ben chiaro il tipo di struttura, il contesto storico e culturale a cui ci riferiamo, ma gli altri?   

Serve comunicare l’archeologia se parlo di templi tetrastili e esedre e plinti e vetrina e protograffita?   E aggiungo altra carne al fuoco.   
La scorsa settimana Giuliano De Felice ha ripreso una notizia che personalmente mi era sfuggita: il rapporto del FAI I luoghi del cuore 2003-2013 sugli ultimi dieci anni dell’omonimo censimento annuale, comprende diverse migliaia di “luoghi” segnalati dai cittadini come meritori di conservazione e tutela.   
Tra questi, poco più di 800 sono beni archeologici.
Sul sito è scritto:   … stupisce la scarsa attenzione riservata ai beni archeologici, con poche segnalazioni concentrate ancora una volta negli ambiti urbani, segno di quanto poco radicata sia la percezione del loro valore: un dato che colpisce in un Paese come l’Italia, tra i più ricchi di testimonianze della storia antica.   

Posso dire che stupisce davvero poco?   I palazzi storici, con i loro affreschi, gli arazzi, i giardini e i musei con le loro collezioni e le mostre, sono in piedi, sono visitabili, almeno quando ci si adopera perché lo siano. Richiedono, certo, una mediazione, una spiegazione, un approfondimento, ma sono visibili.   
L’archeologia è in rovina. 
Letteralmente.   
Pompei crolla (di nuovo) e persino i famosi Fori di Roma sono un susseguirsi di edifici e resti, parti di basamenti e colonne, il cui fascino, talvolta, sembra ridursi ad una reminiscenza del Grand Tour.   

L’archeologia necessita una mediazione, ha bisogno che i pochi resti materiali di un passato che non esiste più siano resi attuali, contestualizzati, raccontati. 

E serve raccontare anche il processo, spiegare perché non scaviamo dinosauri, perché tutto quello che troviamo è prezioso anche se non è d’oro, e perché quando la politica promuove e pubblicizza interventi su siti archeologici importanti (abbiamo parlato di Capo Colonna la settimana scorsa, ma ci sono tanti esempi) deve farlo nel rispetto dei resti su cui agisce e con azioni utili e qualificanti.   

Se non siamo noi archeologi a fornire quella mediazione, chi lo farà?   

Se non siamo noi “professionisti del settore” ad educare il pubblico sulla storia che noi stessi contribuiamo ad interpretare e scrivere, chi lo farà?   L’archeologia pubblica in Italia ha fatto passi da gigante negli ultimi anni e sono diversi i progetti promossi da università e gruppi di ricerca che lavorano in questo senso, coinvolgendo le amministrazioni locali e contribuendo a creare un senso di comunità intorno all’archeologia di quei territori, ma non basta, dobbiamo fare di più.   
E chi studia archeologia, chi insegna archeologia, deve saperlo.   
C’è una forte componente etica e sociale nel nostro lavoro. 
I nostri progetti di ricerca sono finanziati quasi sempre da fondi pubblici. 
Ma anche se non lo fossero, che senso ha indagare il passato se questo passato non diventa di tutti?   Insomma, c’è tanto lavoro da fare e da fare subito se non vogliamo che l’archeologia sia buona solo per grandi proclami ed “interventi spot” e se non vogliamo che gli archeologi diventino completamente irrilevanti nella società di oggi, ancorati a cliché stantii – scopritori di tesori, “quelli che bloccano i lavori”, avventurieri col capello di paglia in jeep nel deserto – o chiusi nella loro torre d’avorio a discutere cose di cui non importa nulla a nessuno.   
Dobbiamo ritrovare il senso profondo di quello che facciamo.   E una volta ritrovato, dobbiamo imparare a comunicarlo agli altri. - 

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