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sabato 10 gennaio 2015

SCRITTURA RANJANA

Ranjana script   Ranjana

The Ranjana script, which is also known as Kutila or Lantsa, is one of the many alphabets derived from the Brahmi script. It developed during the 11th century AD and was used until the mid-20th century in India and Nepal by the Newari people to write the Newari language.
Tibetans use this script, which they call Lantsa, for writing the Sanskrit titles of books which have been translated from Sanskrit to Tibetan, and for decoration in temples and mandalas. There are also a few texts printed with alternating lines in Sanskrit in the Lantsa script followed by a Tibetan translation. There were many original Sanskrit manuscripts written in Lantsapreserved in the old monasteries of Tibet but most of these were destroyed following the Chinese take-over.
In addition, the Ranjana script is/was used mainly for decoration by Buddhists in China, Mongolia and Japan.

Notable features

  • Type of writing system: syllabic alphabet - each letter has an inherent vowel [a]. Other vowels can be indicated using a separate letters or diacritics.
  • Direction of writing: left to right in horizontal lines.

Used to write:

Nepal Bhasa (नेपाल भाषा / Newah Bhaye / Newari), a member of the Tibeto-Burman group of Sino-Tibetan languages spoken in Nepal, India, especially in Sikkim and West Bengal, and Bhutan by about 800,000 people.
As well as the Ranjana script, Nepal Bhasa has been written with the Brahmi, Gupta, Prachalit, Bhujimol and Devanagari script.
Also used to write Sanskrit, the classical language of India.

Vowels and vowel diacritics (स्वर वण)

Ranjana vowels & vowel diacritics

Consonants (व्यञ्जना वण)

Ranjana consonants

Numerals (अङ्क)

Ranjana numerals

Sample text (by Krozan Kapali)

Sample text in the Ranjana alphabet

Translation

Every person should be given his right and should live being as brothers and sisters.

Devanagari script for Nepal Bhasa

Devanagari script for Nepal Bhasa

Links

Online Nepal Bhasa lessons, dictionary and other resources
http://nepalbhasa.co.cc
Online Newari dictionary
http://glosbe.com/en/new/
Sandhya Times - online Newari newspaper
http://www.nepalnews.com.np/sandyatimes.htm

Tibeto-Burman languages

Languages written with the Devanāgarī alphabet

Syllabic alphabets / abugidas



sabato 5 luglio 2014

SCRITTURA MICENEA 5

LA SOCIETA'  MICENEA COME APPARE DALLO STUDIO DEL LINEARE B

di
Maurizio Feo

Il materiale: le tavolette.

A Cnosso furono trovati circa 3.500 frammenti di tavolette, da cui si crede potere risalire a 3.000 tavolette originali (meno di 400 intere): si ipotizza che - al momento della distruzione - ne esistessero di più, tra 5.000 e 6.000. A Pilo  ne sono state trovate poco più di 1.200 circa (si calcola esse rappresentino il 90% del totale originale) ma sono quasi tutte in cattivo stato di conservazione e di difficile interpretazione.




Confronto tra LINEARE  B,  alfabeto Arcado-Cipriota (LINEARE C), Greco Antico e rendimento grafico in Latino e infine traduzione in inglese dei termini riportati (credito: Richard Vallance Janke)

Uno studio dei contenuti delle tavolette va considerato nella giusta prospettiva.
Si tratta, in fondo, di materiale contabile di uffici pubblici.( Non tutto, bensì solamente parte di quello dell'annata in cui il posto fu distrutto).
In realtà è come se si tentasse di ricostruire un quadro completo di un'organizzazione amministrativa pubblica del passato a partire da ciò che - in epoca moderna - sarebbe la carta straccia ottenuta dai cestini dei rifiuti degli uffici.stessi.
Ammesso questo limite, si può meglio comprendere quanto il lavoro di 'ricostruzione' a ritroso sia difficile, lento, complesso, affascinante.

- Elenchi di persone. Contengono liste di uomini, donne e giovani (probabilmente figli con genitori: i giovani non sono mai citati da soli). I totali non dono facilmente ricavabili dai numerosi parziali di cui si dispone.Ad esempio, da cinque tavolette di Pilo in cui si elencano disposizioni atte alla protezione della costa, compare un totale di 710 uomini. Un'altra tavoletta riporta un totale di 589 'rematori', che non è detto non facciano già parte del primo gruppo.Alcuni elenchi enumerano donne (645, insieme con 375 ragazze e 261 ragazzi). Le tavolette di Cnosso - anche se più mutile - lasciano intravedere numeri comparabili di liste del tutto analoghe.

- Numeri e Dimensioni.
I numeri della popolazione sono indubbiamente piccoli - se paragonati ad una popolazione moderna - ma dovevano rappresentare una popolazione consistente, per i parametri di allora: si consideri che il 'Palazzo di Nestore' (Pilo) non è più grande di un castello medioevale. Troia è poco più grande di uno stadio di calcio e non richiede più di due minuti per essere attraversata tutta.  L'unica eccezione a questa regola di ridimensionamento dell'immaginario antico
I numeri della popolazione di allora possono oggi sembrare molto più scarsi di quanto ci si aspetterebbe: ciò dipende probabilmente dal fatto che l’immaginario collettivo  ha ingigantito i numeri e le dimensioni, col tempo. In realtà si trattava di una popolazione consistente, per quei tempi, in cui tutto era realmente più piccolo di oggi. Il ‘palazzo di Nestore’ a Pilo è più piccolo di un castello medievale; la città di Troia non è molto più grande di uno stadio da calcio e si attraversa tutta in due minuti a piedi. L’unica eccezione a questo ‘ridimensionamento’ è Cnosso, che appare veramente imponente. Ma Cnosso ospitava per lo meno 500 persone ed esercitava il proprio potere direttamente su tutto il regno – senza delegarlo – anche nei confronti di città lontane.

- Categorie di cose e persone.
Alcune delle categorie citate nelle tavolette consistono certamente in lavoratrici asservite (sia a Pilo, sia a Cnosso, si usano termini precisi al riguardo): filatrici, portatrici di acqua, macinatrici di grano, cardatrici, cucitrici, lavoratrici della lana o del lino etc. Il loro numero è relativamente elevato (più di 1.000, considerati i fanciulli e le fanciulle) ed erano censite con cura dal Palazzo, che evidentemente provvedeva al loro mantenimento. Non si hanno elenchi analoghi di uomini.
In ambedue i centri, le annotazioni possiedono caratteristiche comuni che fanno propendere per annotazioni routinarie, del tutto abituali e niente affatto eccezionali.
Si elencano per tutti i gruppi alcune razioni: compaiono spesso grano e fichi. Ad esempio, le schiave di Pilo ricevevano una razione mensile  calcolata in circa 24 litri al mese di frumento e fichi.
Gli scritti lasciano spesso il dubbio se si parli di frumento o di orzo. Anche le dosi delle razioni (per adulti maschi e femmine, adolescenti e bimbi) sono talvolta dubbie e fonte di diversità tra i traduttori.

- Guardiacoste.
710 uomini (uno dei gruppi più numerosi) sono destinati alla difesa della costa di Pilo. A tale fine, la costa è divisa in 10 settori, per una lunghezza totale che era – con ogni probabilità – di 150 chilometri. Le unità addette variano in numero da 10 a 110 uomini. Il numero è ristretto e implica probabilmente un compito di guardia, avvistamento e segnalazione, più che quello di guarnigione militare per azioni belliche vere e proprie.
Da altri indizi risulterebbe che l’esercito di Pilo – lungi dall’esaurirsi in questi numeri – non fosse però formato da militari di professione, bensì da civili mobilitati all’occorrenza.

- Categorie ‘mancanti’.
L’agricoltura è rappresentata in modo bizzarro e manchevole. La produzione del grano – la cui distribuzione è così attentamente registrata – non figura per nulla. Compaiono i gioghi di buoi (più numerosi a Cnosso), ma non si fa cenno alcuno ad aratura o raccolta. Questo, si è pensato, è possibilmente dovuto al fatto che la distruzione del sito avvenne a primavera. Ma non si parla neppure di categorie di lavoratori maschi destinati all’agricoltura.
Le quantità di grano distribuite sono anche ingenti, ma se ne tace completamente la fonte. Non si può pensare che l’iniziativa di un’attività così importante fosse lasciata nelle mani delle singole attività familiari private in uno Stato così accentratore ed organizzato: è più probabile che il grano fosse importato dai paesi produttori in cambio di metallo lavorato ed armi.
Che il poco terreno miceneo potesse essere coltivato è altrettanto sicuro: infatti si scrive di possesso di terreno e di affitti: ci si riferisce alla terra a seconda del tipo di seminato, come in Mesopotamia, usando come misura la ‘parasanga’ (unità di misura persiana) che tiene conto della natura del suolo.
Probabilmente sono andate perdute le registrazioni di quasi tutte le zone agricole per Cnosso. Per Pilo si possiedono solo quelle di due zone ristrette, i cui proprietari o affittuari erano tutti religiosi, o  funzionari della famiglia reale e comunque avevano a capo una sacerdotessa.

- Allevamento.
Il bestiame ci appare rappresentato da maiali, capre, preferibilmente pecore. A Cnosso si contano 100.000 pecore. Qualche sconcerto aveva procurato la discrepanza riscontrata tra il numero di montoni necessario e quello riferito dalle tavolette (molto più elevato), fino a quando non si è compresa la differente notazione tra animale integro e castrato. Esistono tavolette che registrano la grande quantità di lana ottenuta dagli animali. Probabilmente, i tessuti che ne risultavano permettevano l’esportazione dell’eccedenza. Anche questa produzione era sotto il controllo del Palazzo. Creta era ricca anche grazie a questo allevamento, essendo invece scarsa in ricchezze naturali.

- Altra produzione.
Pilo non aveva lo stesso numero di armenti: la sua ricchezza proveniva da produzione, tessitura e commercio del lino, che è tutt’oggi molto presente in Messenia. Un’altra industria di Pilo era il bronzo. Ci sono pervenuti scritti con elenchi di 270 fabbri. Siccome si calcola che siano i due terzi del totale, si pensa che in Pilo i fabbri assommassero ad un totale di circa 400. Il numero è certamente più alto del necessario per un regno piccolo come quello di Pilo. Anche l’assegnazione della quantità del metallo ai singoli fabbri (alcuni figurano ‘senza assegnazione’) è troppo bassa per tenerli occupati a tempo pieno: probabilmente tutti avevano un’altra attività. Comunque, è più che probabile che Pilo producesse manufatti in metallo per esportazione.
Risultano poco più di 200 carri a Cnosso, in vari stadi di completamento: alcuni sono intarsiati in avorio, il che ne svela la destinazione cerimoniale o nobiliare. La maggior parte sembra essere invece per uso militare, come risulta da ogni singola dotazione, che comprende un’armatura ed il nome di un uomo. Per Pilo si hanno elenchi di ruote, bardature e cavalli, ma non di carri. Probabilmente esisteva un uso dei carri per trasporto in epoca di pace, ma non è documentato.

- La perdita della scrittura.


Dopo il grande Collasso della fine dell’età del Bronzo non ci fu più alcuna necessita della rigorosa organizzazione amministrativa dello stato Palaziale.  Rimasero solamente piccole comunità agricole, che non avevano alcuna necessità di registrare quel poco appena sufficiente che introitavano. Nessuna meraviglia, quindi, che gli ‘eredi’ dei Grandi Regni Micenei disimparassero a scrivere, visto che la scrittura era servita solamente per scopi contabili ed amministrativi, per registrare nozioni troppo varie e complesse da tenere a mente. Saranno necessari 400 anni circa, perché la scrittura ricompaia in Grecia – sotto forma differente – nelle mani di offerenti alla divinità, componitori di versi ed altro. E sarà necessario ancora qualche secolo prima che torni ad essere un utile strumento contabile. 

domenica 18 maggio 2014

Patrimonio di Chi?


L'Uomo del Paleolitico, ad un certo punto, ha cominciato ad incidere segni su supporti permanenti. 
Si tratta certamente di un fenomeno affascinante.
Studiarlo è il difficile compito di alcuni soggetti, che si sono preparati per anni ad assolverlo e ne hanno ottenuto il titolo.

Ma sarebbe arroganza pretendere di discernere se siano semplice decorazione, oppure simboli, oppure già un tentativo di scrittura.

Autoproclamarsi epigrafisti e decidere che alcuni segni (quasi tutti non connessi tra loro, molti decontestualizzati, alcuni addirittura falsificati, altri totalmente inventati) siano relativi ad un'antica scrittura sarda è la quintessenza della stupidità.
Com'è anche l'interpretazione strumentale della Storia, in chiave identitaria.
L'evoluzione dell'Uomo e di tutte le sue singole capacità, non è un concorso a premi, né una gara per dimostrare chi sia il più bravo: questa può essere solamente la povera visione razzista di pseudo intellettuali che - appunto - certi titoli e certe autorizzazioni non li hanno mai ottenuti. Non vanno ascoltati


Nella grotta di Blombos (vedi cartina) sono stati trovati (1999) alcuni segni incisi su un blocco di ocra, ossa scolpite, materiale per incidere l'ocra, perline di conchiglie marine, strumenti rifiniti di osso e di pietra, una vasta quantità di resti animali (uova di struzzo, conchiglie, uccelli, tartarughe, e mammiferi di varie taglie).
Si tratta di ricerche importantissime circa l'evoluzione comportamentale della nostra specie agli inizi. 
Su di esse si basa il dibattito - sempre in corso - circa l'origine culturale e cognitiva della nostra specie a partire dai primi uomini di zone del Sud Africa nel tardo Pleistocene. 
E' un patrimonio dell'Umanità e non appartiene - realmente - ad alcuno.

Dimensioni e schema dell'incisione su ocra

Visione generale della grotta di Blombos

 Perle ottenute da gusci di Nassarius kraussianus e (sotto) ricostruzione di una collana.  


Stratigrafia relativa alla grotta, relativa all'età della Pietra, realizzata nel 2013.

Bifacciali, provenienti dalla grotta di Blombos.




Artefatti risalenti a circa 75 - 80.000 anni fa, provenienti dalla grotta Sudafricana di Blombos ed includenti un pezzo di ocra che presenta un motivo ad incisioni diagonali incrociate: forse il più antico esempio conosciuto di simboli impressi dall'Uomo. 

75–80,000-year-old artefacts from Blombos Cave, South Africa, including a piece of ochre engraved with diagonal cross-hatch patterns, perhaps the oldest known example of symbols.




La Scienza è patrimonio di tutti: tutti noi dobbiamo difenderla 

da ogni strumentalizzazione che si tenti di farne..

lunedì 10 febbraio 2014

Cronologia della Decifrazione

196 a. C. - Gli scribi di Tolomeo V incidono un decreto in suo onore, usando Geroglifico, Demotico e Greco (diventerà nota con il nome di Stele di Rosetta).

I sec. a.C. - Plutarco ("Su Iside e Osiride") riporta il significato di alcuni geroglifici: solo alcune interpretazioni sono corrette.

1419 - Cristoforo Buondelmonti diffonde un manoscritto ("Geroglifici", di Horus Apollo, del IV sec. d.C.): la traduzione è prevalentemente infondata.

1556 - Diego De Landa traduce alcuni glifi maya.

1936 - Athanasius Kircher 'traduce' le iscrizioni degli obelischi romani, proponendo che siano espressioni mistiche e simboliche riguardo a conoscenze iniziatiche.

1799 - Jean-Francois Champollion traduce la Stele di Rosetta.
1802 Decifrazione parziale del Persiano cuneiforme da parte di George Friedrich Grotefend.

1839 - Henry Creswicke Rawlinson traduce 200 linee di persiano cuneiforme da iscrizioni di Dario e Bisutun.

1852 - Scoperta e prima decifrazione della scrittura sillabica Cipriota (VI-V sec. a. C.).

1906 - Scoperta degli archivi reali di Hattusas (Turchia), con testi cuneiformi Ittiti e Luvi (1250 a. C.).

1908 - Scoperta del Disco di Festos, in uno strato rimaneggiato che ne rende impossibile la datazione. Non esiste rapporto tra i 242 segni del disco e i sillabogrammi dell'antica Creta. Scientificamente, la 'scrittura' del disco è totalmente estranea alle scritture della Creta minoico-Micenea. Alcuni lo ritengono un falso: la scrittura logografica e pittografica del disco di Festo non è stata decifrata.

1921 - Scoperta della solo presunta scrittura della Valle dell'Indo (Mohenjo Daro), che ovviamente non è stata decifrata. si ritiene trattarsi di simboli di proprietà o di provenienza.

1929 - Scoperta e decifrazione indipendente e simultanea  dell'alfabeto di Ugarit (XII sec a.C.).

1931 - E' scientificamente riconosciuta la decifrazione dell'Ittita geroglifico (Luvio, XV/VII sec. a.C.). 

1935 - Arthur Evans tenta la prima decifrazione del Lineare B Cretese (1500/1200 a.C.).

1943 - Alice Kober, Michael Ventris e Jhon Chadwick decifrano con successo il Lineare B. La scrittura Cretese precedente (2000 a.C.) invece, resta indecifrata.

1950/60 -Yuri Knozorov decifra il sistema dei glifi Maya (600/900 d.C.).

1975/95 - John Ray decifra l'alfabeto Cario (Anatolia occidentale meridionale) del IV sec. a.C.

1996 - Gianni Atzori e Gigi Sanna propongono un'intepretazione di segni e simboli rinvenuti un po' ovunque in Sardegna, quasi sempre fuori contesto e talvolta di provenienza dubbia. La 'teoria' della scrittura Nuragica non è stata accolta in ambito scientifico.


martedì 24 settembre 2013

Si fa presto a dire: "Scrittura"


L’uomo ha iniziato ad esprimersi con piccole sculture in vari materiali circa 300.000 anni fa.
Poi, circa 80,000 anni fa, ha tracciato figure su quasi ogni superficie: ossa, gusci d’uova, pietre.
Circa 5300 anni fa l’uomo ha iniziato a ‘scrivere’.
Che cosa è la scrittura?
Si tratta di un insieme di segni convenzionali (per una certa popolazione), capaci d’esprimere precise concatenazioni di significati simbolici traducibili in suoni.
Questi segni sono solitamente tracciati su supporti più o meno duraturi, talvolta quasi indistruttibili.

La classificazione delle scritture è argomento da specialisti: essi distinguono le scritture in ‘logografiche’ (quando il segno corrisponde ad una parola fatta di suoni) e ‘pittografiche’ (quando il segno esprime un concetto). Le scritture fonetiche possono ulteriormente dividersi in sillabiche (in cui esiste un segno per ogni sillaba, cioè per ogni combinazione elementare di vocali e consonanti) o alfabetiche (in cui esiste un segno per ciascun segno, consonantico o vocalico).

Sappiamo che le prime scritture (III millennio a.C. altopiano iranico) ebbero una forte componente ideografica e logografica per poi evolvere abbastanza rapidamente  in senso sillabico e fonetico.
Lo sviluppo dell’alfabeto – come lo conosciamo noi oggi – ha seguito percorsi difficili e contorti, che sono costati tentativi, errori e fatica in un processo che ha richiesto certamente diverse generazioni umane (nel corso del II millennio), anche se non sappiamo nel dettaglio come siano andate le cose.
La zona geografica in cui questo processo è avvenuto  è vasta: essa comprende le terre del Levante, forse fino al settentrione della penisola Araba.
Per molto tempo non è stato affatto facile imparare a scrivere (i segni da imparare erano persino 450!), anche se oggi si tratta di un compito che richiede poco più di due anni d’apprendimento in età scolare.

Le lingue scritte antiche sono state in buona parte dimenticate, col tempo (si pensi anche solo all’Etrusco, che fu scritto su supporti deperibili, molti dei quali volutamente distrutti), tanto che quando ne furono trovate le tracce esse erano totalmente incomprensibili. Più spesso erano interpretate come simboli magico/misterici.

Jean F. Champollion – un genio ineguagliabile – ebbe la ‘fortuna’ di una lapide trilingue (la lapide di Rosetta: geroglifico, demotico e greco), riutilizzata in campo edilizio come semplice mattone. La lapide aveva tenuto in scacco gli epigrafisti per trenta anni: Champollion brillantemente intuì che fosse in parte ideografica ed in parte fonetica e ne diede la traduzione.
È un caso emblematico. Ci permette di stabilire che per la decifrazione, si deve avere la possibilità di fare:

1) confronti con altre lingue conosciute,
2) dedurre informazioni storiche certe,  e
3) si deve disporre di un testo abbastanza lungo, meglio se più d’uno.

Questo è il motivo per cui, se – come nell’Etrusco – si dispone solo di formule funebri tutte simili, di sigle e di abbreviazioni sintetiche e di testi brevissimi, la decifrazione di una lingua antica diventa difficilissima e la sua conoscenza resta lacunosa.

L’Accadico ci fornisce un altro ottimo esempio di ciò che è necessario per una sicura decifrazione.

Quando nel 1802 Georg  Friedrich Grotefend  (un professore tedesco di liceo!) comunicò al Mondo intero di avere decifrato il cuneiforme, lo aveva fatto - pensa! - per vincere una scommessa con un amico.
Non sappiamo quante birre e quanti crauti tale velleitario ed allegro processo richiese, ma senz’altro – all’inizio, almeno – vi fu verso di esso molto scetticismo e molta incredulità verso questo signore originale e forse un po’ pazzo, sicuramente fuori della cerchia eletta dei linguisti, glottologi ed epigrafisti.

[Nota:
Grotefend  aveva decifrato l’Antico Persiano, lingua Indoeuropea, che era scritto con un sistema cuneiforme di natura alfabetica  - un segno per ogni lettera .
Restavano da decifrare ancora:
A) l’Accadico, lingua semitica affine all’Arabo ed all’Ebraico odierni, anticamente parlata da Babilonesi ed Assiri, che è un cuneiforme logo-sillabografico (in cui ogni ‘grafema’, o segno,  può avere più di un referente fonetico sillabico e più di un referente ideografico:  più o meno  quello che fai quando scrivi “6 la + bella”, usando segni che possiedono ciascuno un significato differente in vari tipi di notazioni, ma che guarda caso hanno un senso preciso, pronunciati nella tua lingua parlata. Un altro esempio? Il nome del complesso rock degli “U2” potrebbe non avere alcun senso; oppure potrebbe riferirsi all’ ormai storico aereo spia “ U due”, oppure – ma questo solo in Inglese – potrebbe significare “You too”, anche tu).
B) L’Elamico, una lingua un po’ meno nota, priva di parentele tra le famiglie linguistiche note, diffusa in area iranica e scritto come l’Accadico.]

Circa 50 anni dopo, nel 1853, Edwin Norris riuscì ad interpretare anche l’Elamico.
Resisteva, quindi, solamente l’Accadico: ma si rinvenivano con crescente frequenza sempre nuove tavolette, fino a che lo svedese Isidior Lowenstern dedusse che si trattava di una lingua semitica.
Come si poteva fare, per  dirimere il dubbio?
La Royal Asiatic Society, nel 1857 decise di adottare un metodo tanto biblicamente Salomonico, quanto prudentemente e rigorosamente scientifico:  riunì a Londra tutti coloro che avevano dato il proprio significativo contributo alla decifrazione e traduzione degli scritti cuneiformi. I nomi sono: Edward Hinks, Paul Emile Botta, Henry Rawlinson,William Henry Fox Talbot e Jules Oppert.
Ad ognuno di essi fu assegnata una copia di un medesimo testo cuneiforme, con la preghiera di fornire una traduzione, ottenuta  indipendentemente dagli altri studiosi. Ed essi (miracolo!) fornirono  ciascuno la propria decifrazione, concordante con le altre nelle linee fondamentali. 
L’Accadico era stato decifrato!
Era stato necessario mezzo secolo di fatiche interpretative e di ricerche sul campo con la scoperta di nuovi testi. Ma ci si era riusciti, scientificamente .
Quindi arriviamo al punto 4, che è il seguente:

4) Fare un confronto in doppio cieco, con una traduzione del testo antico, fatta contemporaneamente da diversi epigrafisti esperti.

La decifrazione delle scritture di Micene è un altro esempio utile. Evans le classificò (geroglifico cretese, Lineare A e Lineare B), ma non riuscì a tradurle. Il geroglifico ed il Linare A restano ancora non tradotti. L’impresa è riuscita, invece, per il Lineare B: fu il risultato della collaborazione a distanza tra Alice Kober (che produsse 186.000 schede sulle scritte micenee), Michael Ventris (architetto inglese d’origine greca, con una particolare versatilità per le lingue) e John Chadwick, suo collaboratore, che ne completò le ne concluse il lavoro.
Questo ci permette di aggiungere il punto 5, che è di seguito:

5) La quantità di conoscenze necessaria per tradurre una lingua scritta antica dimenticata è – di solito – troppo grande per una persona sola: si richiede la collaborazione di più esperti…

6) Alcune scritture - infine - non sono ancora decifrate (per esempio, la scultura della Civiltà dell'Indo, fra le tante): per alcune di esse, come scritto in precedenti post, non si è neppure certi che veramente si tratti di 'scritture'. Il  solo presunto 'Nuragico scritto' è certamente incluso obbligatoriamente tra queste.

Ecco il motivo per cui non credo affatto – personalmente – che sia possibile in alcun modo giungere alla decifrazione dell’antico sardo/nuragico scritto, nel caso esso esistesse:


1) Non si possono fare confronti con altre lingue conosciute, in testi bi- o tri- lingui.
2) Non si possono dedurre informazioni storiche certe del periodo Nuragico.
3) Non si dispone di un testo abbastanza lungo e anche quelli prodotti da alcuni ‘volenterosi’ ricercatori sono o semplici 'lettere', o fuori contesto, o molto dubbi, o lampanti falsi accertati...
4) E’ impossibile procedere ad un confronto in doppio cieco, con una traduzione del testo antico, fatta contemporaneamente da diversi epigrafisti esperti.
5) La quantità di conoscenze necessaria per tradurre una lingua scritta antica dimenticata è – di solito – troppo grande per una persona sola: si richiede la collaborazione di più esperti… Unica eccezione fu Champollion, in un contesto completamente diverso da quello del ‘Nuragico’.
6) La sfida, naturalmente, è quella a produrre alcuni testi lunghi di ‘Nuragico scritto’, con grammatica e sintassi corrette e con significative coincidenze di fatti storici con nomi reali. Questi testi non esistono. Personalmente, penso che nessuno potrà raccogliere questa sfida. 
E non solo per i motivi sopra citati.

sabato 21 settembre 2013

La Scrittura

La scrittura – e la sua storia – sono un argomento affascinante per tutti: grandi, piccini e ciarlatani (*).

Clarisse Herrenschmidt 

L’argomento può essere visto da numerosi punti di osservazione differenti. Uno di questi, curioso e singolare, è quello di Clarisse Herrenschmidt (francese, malgrado il nome)°, che schematizza il tutto in tre momenti epocali:

(1) Invenzione della Scrittura – Periodo di Uruk (3800-3100 a.C.)

(2) Invenzione dell’Alfabeto – circa 2600 anni più tardi (tradizionalmente nel VII secolo a.C.)

(3) Comparsa della scrittura ‘virtuale’ (capace di essere istantaneamente ovunque, grazie alla propria rapidità di trasmissione)

Un’ulteriore curiosità – per i cultori di Kabbala e Numerologia – risiede nel fatto che anche il punto (3)  segue di 2600 anni circa il precedente. E nel 2600 è incluso il numero 26, che è – guarda caso – proprio  il numero delle lettere componenti  buona parte degli alfabeti moderni.
Certamente, niente più che una curiosità divertente (anche se alcuni dettagli potrebbero dare interesse più profondo alla questione, ma non è questa la sede) …

Ma quel che resta oggi – del capitolo ‘Scrittura’ della voluminosa Storia Umana – è veramente poco, rispetto a quello che fu prodotto.
Perché?
Moltissime lingue sono andate perdute.

Quelle lingue che furono in varie epoche recuperate – in tutto o in parte – all’inizio sembravano solo segni magico-misterici incomprensibili…

Si possono fare due considerazioni, una riguardante il futuro:
Quanto andrà perduto di ciò che noi tutti scriviamo oggi?
Gli antichi usavano talvolta supporti volutamente duraturi (pietra, ad es.) o involontariamente resi tali dal caso (tavolette d’argilla, cotte inevitabilmente durante un incendio), che per nostra fortuna ci ha permesso di visionare i reperti e studiarli.

Che cosa resterà dei nastri magnetici, delle tracce digitali elettroniche, delle plastiche volubili e cagionevoli?

Un'altra considerazione riguarda il nostro presente comune, derivato dal nostro passato comune:
Quella che noi oggi chiamiamo Storia è solamente Archeologica, ricordiamolo. Ed è frutto del lavoro di un nutrito stuolo di studiosi appassionati, testardi e dedicati, che iniziarono circa 4 secoli fa a ricostruire un quadro che adesso ha almeno la parvenza di un ‘immagine d’insieme comprensibile.
Non sostituiamola con le favole: è la nostra storia, patrimonio di tutti: di ciascuno di noi.


* Sardi e no.

° dal 1979 presso il Centro Nazionale Francese di Ricerca Scientifica, Filologa, linguista, archeologa di caratura internazionale, collegata con il Laboratorio di Antropologia del Collegio di Francia, specializzata in lingue antiche, scrittura, storia, religione mazdea (zoroastrismo) e cultura del periodo Achemenide persiano. Ha tenuto lezioni magistrali presso l’Università del Michigan collaborato con nomi di fama (Jean Pierre Vernant, Jean Bottero, ad es.). 
Ha pubblicato con Albin Michel e Hacette Pluriel e con altri.
OPERE:
Tre Scritture, Lingua, numero, codice , Gallimard, Paris, 2007
Internet e le reti in Dibattito No. 110, 2000, p. 101
La monetazione e il mito di Artemide in Tecnica e Cultura 43-44, 1999
L'ex Oriente e noi , con Jean Bottero e Jean-Pierre Vernant , Albin Michel, Paris, 1996; Hachette Pluriel 1998
Scrittura, Denaro, Reti. Antiche invenzioni, invenzioni moderne in Dibattito No. 106.1990
Il tutto, il puzzle e illusione. Un'interpretazione della storia della scrittura in Dibattito No. 62, 1990, p. 95
Le xwetodas o "matrimonio incestuoso" in Iran mazdea Pierre Bonte "Matrimonio al più vicino", Parigi, 1994.
Tra Greci e Persiani, I. Democrito e di Zoroastrismo in Transeuphratene 11, 115-143. 1996