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lunedì 16 febbraio 2015

DIVERSALITA'

Dal "Manifesto Sardo"

Contorni. Identità (5)

16 febbraio 2015
identitè
Giulio Angioni
Le Antille francesi, con più impegno di altri altrove, hanno prodotto un loro ‘pensiero creolo’ esposto soprattutto in Éloge de la Créolité dei martinicani Jean Bernabé, Raphaël Confiant e Patrick Chamoiseau (1989). Il pensiero creolo o créolité sorge anche in polemica col precedente movimento letterario della négritude condotto da Aimé Césaire, Léopold Sédar Senghor, Léon Damas e altri, che negli anni Trenta del Novecento vollero identificarsi nei loro legami culturali, storici e razziali con l’Africa delle loro origini, in contrasto con la colonizzazione e il dominio francese, valorizzando l’eredità nera degli schiavi africani come fonte di auto-apprezzamento e di contropotere degli oppressi dal colonialismo. La prospettiva della negritudine è stata poi criticata e rigettata come unica fonte di identificazione e di valore da altri scrittori come il martinicano Edouard Glissant, che negli scorsi anni Ottanta propose la nozione di antillanità, ampliando e articolando la nozione monolitica di identità africana degli ex schiavi verso una caratterizzazione originariamente e originalmente mista, meticcia o mulatta delle popolazioni caraibiche, con la considerazione del passato indigeno antillano o caraibico formatosi anche con la presenza di coloni europei e di forzati dall’India e dalla Cina. Della negritudine rimane il rigetto della dominazione francese.
Eloge de la créolité vede nella nozione di creolità il venir meno di una falsa universalità, di un falso monolinguismo e di una falsa purezza impliciti nella dominazione franco-europea e perciò, tra l’altro, valorizza l’uso del franco-creolo nei vari usi a cominciare da quelli letterari e scolastici. Non volendo più essere identificati dallo sguardo altrui ed esotizzati, gli antillani rivendicano caratteri propri, originali e autentici, e gli scrittori si prendono lo spazio di una propria letteratura originale creola: “Né europei, né africani, né asiatici, ci proclamiamo creoli”, cioè risultato di quel loro particolare incontro di razze e popoli diversi in un unico spazio geografico, oltre la negritudine, oltre la dominanza francese e la violenza epistemica dell’Occidente, all’insegna del meticciato caraibico-europeo-africano-asiatico, di una complessità capace di rivelare i caratteri di complessità di tutte le culture del mondo, forse in ogni tempo e spazio.
Della Créolité o Créolisation sono stati criticati limiti e insidie anche con riferimento al pensiero di antropologi, da Claude Lévi-Strauss a Tzvetan Todorov, per il quale la propria cultura ‘materna’, fatta di memoria collettiva interiorizzata, è essenziale per comprendere le altre culture, il resto del mondo, verso il quale la cultura d’origine è un passaporto con cui ognuno accede alla sua piena umanità. Ma una cultura che incita i suoi membri a prendere coscienza delle proprie tradizioni e insieme anche a saperne prendere le distanze è migliore e superiore, più civile, e questo distanziamento è possibile quando si esaminino le proprie tradizioni con sguardo critico, confrontando la propria con altre culture, ampliando così gli orizzonti della propria. Si tratta di saper tenere debito conto sia della diversità dei modi di vivere, sia dell’universalità di un basilare modo umano di vivere. Ma nel concentrarsi sulla diversità, propria o altrui, sono possibili derive identitarie di confinamento nella propria, marcando in eccesso limiti e confini. Per i teorici della creolità nessuna cultura è mai compiuta, ma è in perpetuo dinamismo e osmosi con altre. Nel concentrarsi invece sull’universalità, il pericolo è far assurgere certi modi e concezioni di vita a una sorta di invarianza ottimale, di pietra di paragone, come quella pretesa dall’Occidente che, forte della sua supremazia tecno-economica e politica, sussume le differenze locali promuovendo a universali i suoi modi e concezioni di vita, per imporre al mondo, come scrive Glissant, “i suoi sistemi di pensiero, il suo pensiero di sistema”. Dunque è possibile sia una falsa idea di diversità sia una falsa idea di universalità, entrambe molto negative.
Edouard Glissant propone la nozione di diversalità, cioè l’unione dicotomica di diversità e universalità, che supera l’unilateralità delle due esperienze del mondo. Il conio del termine diversalità è speculare e coevo a quello di glocale, che unisce globale e locale. Questi intellettuali antillani sono spesso anche artisti, scrittori soprattutto, e la visione diversale è stata usata nella sua vitalità estetica, aprendo gli orizzonti etnocentrici e le pretese di universalità a proprio vantaggio: preoccupati però di una anche etica e razionale unità non totalitaria delle diversità culturali, e anche del giusto ed equo confronto tra la propria cultura e quelle altrui, “sussistendo nella diversità” mediante l’esplorazione delle proprie particolarità culturali, con la ricognizione approfondita della propria tradizione, storia, identità, ma nell’incontro con le altre culture e con le inevitabili influenze reciproche, senza squilibri di potere. E ciò in un’eccitazione permanente di una sorta di desiderio conviviale che riconduce al “naturale del mondo”, alla “armonizzazione cosciente delle diversità preservate”. Per Glissant la diversalità è ingresso alla “piena umanità”, ricomposizione del mondo nella sua totalità caleidoscopica. Tutto ciò è in consonanza con posizioni degli studi culturali epostcoloniali, e con la critica costruttiva all’eurocentrismo come ideologia dell’egemonia dell’Occidente condotta da Gayatri Chakravorty Spivak sotto l’urgenza di una riformulazione identitaria nella pluralità culturale.

Immgine tratta da: emergentartspace.org

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domenica 1 febbraio 2015

Dal 'Manifesto Sardo': "Identità"




 Identità

1 febbraio 2015


di  Giulio Angioni

Le identità si potrebbero un po’ paragonare al vino, buono quando è buono: ma non sempre, tanto che è meglio un astemio che un alcolista. Migliore ancora sarebbe paragonarle a misture plurime ben dosate, per dire che, dovendo scegliere, come spesso accade, si può rivelare migliore la commistione della differenziazione, l’omologazione meglio del radicamento, il globale meglio del locale, il meticciato meglio della genuinità, il bastardume meglio del più rigido pedigree. Ma la storicizzazione a posteriori e più ancora l’uso attuale dei sentimenti elementari come quelli identitari sono cose difficili, che però non possono restare nell’ovvio indisturbato. Cinquant’anni fa, anticipando lo “sguardo cosmopolita” alla Ulrich Beck (2004), Antonio Pigliaru, pensando all’identità sarda, ha scritto che bisogna evitare sia l’etnicismo ristretto (lui scriveva regionalismo chiuso) sia il cosmopolitismo di maniera, cioè sradicato e quindi inservibile come supporto al comprendere e all’agire pratico-politico.
Scegliere, come suggerisce Amartya Sen, una sorta di ragionata via di mezzo è difficile, ma è anche ovvio e necessario almeno allo studioso, anche quando la via di mezzo esponga al rischio di essere malvisto sia dagli entusiasti che dagli scettici delle varie identità. Come probabilmente accadeva, per esempio, negli ambienti risorgimentali dell’Italia del secolo scorso, guai a proclamarsi prima di tutto lombardi o siciliani piuttosto che italiani. Oggi in Italia siamo avanti sulla via del sentire al contrario, nel bene e nel male. Chi ricerca su questo tema si sporca le mani, o meglio ci impegna il cuore e altri organi interni e spesso rischia di venire alle mani, perché spesso si è implicati esistenzialmente anche quando si cerca solo di capire, di studiare, di distinguere e di unificare, mentre intorno si levano vessilli e si proclamano slogan che invocano certezze su questo terreno che diciamo dell’identità, territorio quanto mai incerto, mutevole, problematico, ma più congeniale allo scontro e all’affronto piuttosto che al confronto, alla pretesa di certezza piuttosto che al dubbio e all’ipotesi, all’esame, all’analisi, alla raccolta e alla discussione di dati intersoggettivi di ricerca.
Nella foresta intricata di discorsi anche solo italiani recenti intorno all’identità ci sono ampie radure e vie che vi conducono. C’è soprattutto una convergenza su due idee importanti: il carattere processuale dell’identità, sempre in flusso e in riaggiustamento più o meno rapido; e il carattere di solito plurale delle identità in cui si è implicati sia individualmente sia collettivamente; con la complicazione che invece è bisogno o pretesa di molte forme di identità la rivendicazione di unicità e di contenuti immutabili e perenni, la proclamazione dell’irrinunciabilità a essere sempre stati quel si vuole continuare a essere per sempre. Sono molti gli scritti che mettono in guardia contro i pericoli o i mali dell’identità – uno per tutti in Italia, il provocatorio Contro l’identità di Francesco Remotti (2001) – discorsi innescati soprattutto da fenomeni gravissimi come i genocidi jugoslavi o africani, passando per i fondamentalismi religiosi o di altro genere fino ai leghismi padani.
Anche l’economista Amartya K. Sen ha più volte trattato del problema dei risvolti negativi dell’identità, preoccupandosi di individuare le modalità per intendere, sentire e quindi vivere razionalmente in nuovo modo l’identità, che e gli sottopone alla ragione, in un periodo della storia del mondo in cui i conflitti identitari sono numerosi, massicci e violenti e innescano dibattiti dove le vedute di Sen si inseriscono in presa diretta con vicende in corso. Sen non può non impegnarsi in una critica dura di certi comportamenti, ma anche non prendere sul serio vedute come quelle notorie di Samuel Huntington, che da subito dopo la fine della divisione del mondo nei due blocchi contrapposti, ragionando forse meglio del Francis Fukuyama che riproponeva il mito de La fine della storia e l’ultimo uomo (1992), sosteneva allora che “sotto la spinta della modernizzazione, la politica planetaria si sta ristrutturando secondo linee culturali. I popoli e i paesi con culture simili si avvicinano. Le alleanze determinate da motivi ideologici o dai rapporti tra le superpotenze lasciano il campo ad alleanze definite dalle culture e dalle civiltà. I confini politici vengono ridisegnati affinché coincidano con quelli culturali… Le comunità culturali stanno sostituendo i blocchi della Guerra Fredda e le linee di faglia tra civiltà stanno diventando le linee dei conflitti nella politica globale”.
Criticando questa visione di scontro di civiltà, Sen si preoccupa di individuare i caratteri culturali, e quindi anche geopolitici mondiali, in particolare della cultura occidentale rispetto a quella islamica, ma rifiutando il metodo di classificazione per civiltà, come fa l’approccio similare di altri studiosi che “dividono le popolazioni locali in gruppi conflittuali, con culture diverse e storie distinte, che tendono, in modo quasi ‘naturale’, a produrre inimicizia reciproca”.
Nel saggio Identità e violenza, Amartya Sen esamina le teorie sull’identità e il loro rapporto con la violenza nel mondo e introduce anche la questione del multiculturalismo, un atteggiamento forse troppo genericamente ‘progressista’, in uso in America e in Europa nell’elaborazione di politiche socio-culturali per la convivenza di culture differenti, emersa con l’incremento delle interazioni globali e dei movimenti migratori di massa nel mondo contemporaneo. Ma al multiculturalismo, avverte Sen, esistono sostanzialmente due approcci nettamente distinti: l’uno “si concentra sulla promozione della diversità come un valore in sé”, l’altro “sulla libertà di ragionamento e di decisione, e celebra la diversità culturale nella misura in cui essa è liberamente scelta (per quanto possibile) dalle persone coinvolte”.
I presupposti teorici di questi due approcci sono da ricercare soprattutto nel “modo di vedere gli esseri umani”. Ci sono coloro, come i cosiddetti comunitaristi, che classificano gli esseri umani in base alle tradizioni, più spesso in base alla religione, “ereditate” dalla comunità in cui si è nati, perché ritiene che queste formino una sorta di identità se non innata, più forte di qualsiasi altra. Nella teoria comunitarista le scelte e le preferenze razionali sono ritenute secondarie rispetto all’inculturazione, alle dinamiche di incorporazione dei tratti culturali, delle tradizioni socialmente apprese dal e nel gruppo di appartenenza, dell’identificazione con i valori e i modi di vita assunti tramite una ‘consapevolezza spontanea’, non dipendente da riflessione esplicita e che trascende la consapevolezza. Ci sono coloro, invece, come gli universalisti, che, secondo Amartya Sen, considerano gli esseri umani come “individui dalle tante affiliazioni e associazioni, sulla cui importanza e priorità sono loro stessi a dover prendere una decisione (e ad assumersi le responsabilità che derivano da una scelta ragionata)”. Per gli universalisti quindi la scelta razionale individuale è preliminare e prioritaria rispetto a qualunque influenza socio-culturale.
Come i presupposti teorici, anche le pratiche multiculturaliste nei paesi occidentali sono differenti: ci sono coloro che praticano un multiculturalismo esclusivo o escludente, cioè ‘lasciando in pace’ gli individui di origine culturale differente, e coloro invece che praticano un multiculturalismo inclusivo cercando di coinvolgere nel progresso socio-politico ed economico del paese coloro che appartengono a culture diverse o minoritarie. Vede bene Sen quando considera la prima pratica solo una pseudo-forma di multiculturalismo, molto diffusa in questi tempi, che egli preferirebbe definire “monoculturalismo plurale”, perché legata ad una concezione delle culture come “compartimenti stagni” che debbono rimanere separati, senza tenere in conto la “libertà culturale” dei suoi componenti. Si tratta quindi di una teoria sostanzialmente riduzionista, che tende a ignorare o a non tenere in debito conto che tutti abbiamo più identità, più affiliazioni o appartenenze, che riguardano non solo la religione o l’etnia, ma anche la classe sociale, il genere, la lingua, la professione e così via.
La questione del multiculturalismo, che sembrò inizialmente la soluzione alla convivenza stretta nel mondo ormai globalizzato, in realtà nasconde, ma non più di tanto, un’idea di cultura stereotipa, cristallizzata. In questo libro si è utilizzato spesso il concetto di cultura antropologico ormai parte del linguaggio quotidiano, notando varie definizioni, e qui notiamo ancora che la cultura così connessa all’identità (individuale e sociale insieme) privilegia un’immagine sostanzialista di dinamiche e pratiche sociali più o meno complesse, fluide e messe in discussione. Non si ha infatti una sola cultura di appartenenza, ma si è partecipi di più collettività e contesti culturali, dalla famiglia all’ecumene, con confini fluidi e labili che paiono addensarsi in una unica e continua linea d’ombra solo in momenti di eccessi identitari.
Gli ‘eccessi’ il più delle volte nascondono e sono il prodotto di conflitti di potere per il controllo delle risorse. La distinzione stessa fra Occidente e il resto del mondo, costruita retoricamente in buona parte sul primato delle democrazie occidentali, nasconde agli occhi delle masse non una concezione banalmente etnocentrica, ma la legittimazione delle azioni di guerra e di pace per il controllo e lo sfruttamento economico delle risorse globali e locali a beneficio di pochi e a detrimento dei più, che a livello mondiale ha portato alla divisione gerarchica fra paesi ricchi (consumatori del 78% delle risorse della Terra) e paesi poveri (nei quali si trova circa l’80% della popolazione mondiale), fra ‘primo mondo’ e ‘terzo mondo’, fra paesi sviluppati o industrializzati e paesi sottosviluppati, con il gradino di passaggio dei cosiddetti ‘paesi in via di sviluppo’.
Per tornare infine al tema, caro a Sen, della “necessità di dare il giusto riconoscimento al ruolo della scelta razionale nel pensiero identitario”, e quindi dell’importanza della scelta razionale nelle nostre affiliazioni, va adeguatamente rilevato che le nostre scelte individuali possono essere non di rado in parte o del tutto confliggenti con le identità e affiliazioni che nolenti o volenti ci vengono proiettate dagli altri, che siano singoli o gruppi più o meno dominanti. L’identità è non di rado l’immagine più o meno stereotipata che le istituzioni oggettivano in carte di soggiorno, di riconoscimento o di identità, quando pure questo accade e non si è relegati nel limbo sempre più popolato delle non-persone, un ambito subumano e disumano in cui sono gettati razionalmente esseri umani di ogni età e sesso, ‘clandestini’ e lavoratori ‘in nero’, una volta varcati i confini di quella parte del mondo che detiene i mezzi di produzione nel vasto mondo globalizzato odierno, una volta varcati i confini venuti meno quasi solo per merci e capitali.

Nell’immagine: Salvatore Fiume, identità.


martedì 2 aprile 2013

Dal Manifesto Sardo


La bufala vola

1 aprile 2013
Alfonso Stiglitz
Le bufale, intese come fantasie mediatiche, hanno sempre un mercato vivace a differenza degli omonimi bovini; colpiscono la fantasia, riaccendono gli animi, ci riempiono di orgoglio per il nostro passato di giganti in un mare di lilipuziani, mascherando il gramo presente di una Sardegna alla deriva in una distesa d’acqua sempre più grande.
Il clamore mediatico di questi giorni, riservato dal nostro maggiore quotidiano a una “scultura” raffigurante uno scarabeo nella costa del Sinis, notizia vecchia – riadattata a nuova da fantasiosi autori di strabilianti libri – fa il pari con la rubrica settimanale di fanta-archeologia di un piccolo quotidiano cagliaritano.
Le coste del Sinis, si sa invogliano alla fantasia, l’anno scorso abbiamo avuto la “scoperta” di un sommergibile dell’ultima guerra, notizia giunta a livello nazionale, rivelatosi un semplice blocco di roccia (senza alcuna vergogna dei giornalisti autori dello scoop), sostituito poi da forzieri “probabilmente” colmi di dobloni d’oro, rivelatisi dei semplici corpi-morti in cemento, gettati in acqua per ancorare le barche. L’elenco potrebbe continuare a lungo, come ci ricorda un intelligente compagno, Mario Cubeddu, che nell’ultimo numero di questa rivista elenca le fantasiose maschere carnevalesche, sempre più improbabili o le gesta di un navigatore intemerato, Cristolu Columbu, alias di Cristoforo Colombo, immancabilmente discendente dagli Arborea. “E’ un’isola in cui si crede alle favole” dice Mario a ragione, e sono spesso e volentieri favole che vengono da fuori, che cadono sugli indigeni portate da alfabetizzatori del volgo. Per questo risulta sorprendente e contradittoria l’esaltazione che lui fa della più colossale costruzione mass mediatica degli ultimi anni, quella di un inesistente maremoto che distrugge nella nostra isola la più grande civiltà del mediterraneo, lasciandoci poveri relitti. Una ricostruzione basata su dati palesemente errati, e in alcuni casi del tutto falsi o inventati (il fango che copre i nuraghi) che però, come tutti i libri su Atlantide, sbanca il botteghino. E affascina gli intellettuali e fior di studiosi; il tema avrebbe trovato carta su cui far grattare il pennino al nostro Gramsci che a questo fenomeno, da lui battezzato lorianesimo – caratteristica tipica dell’intellettuale italiano (e aggiungerei sardo) – dedicò molte riflessioni. L’attuale fascinazione dell’intellettuale verso la fanta-archeologia, unita alla totale ignoranza della materia sono le caratteristiche di questa forma attuale di lorianesimo, amplificata dal web, strumento che sta trasformando la mentalità comune, abbattendo positivamente le barriere disciplinari, ma contemporaneamente minando le competenze, quasi che non sia necessario padroneggiare una materia per discuterne e nel quale “la disciplina scientifica, la serietà e l’esattezza nella ricerca, lo spirito critico sono dileggiati e scherniti (scriveva Gramsci nel 1918). Vittorio Castellani, Luciano Canfora, Andrea Carandini e Jean Bingen, citati da Mario Cubeddu, autorevoli studiosi nelle loro materie, ma totalmente digiuni dell’archeologia e della storia sarda e indifferenti ad essa, ne sono esempi lampanti, esperti in tutto e in niente, esponenti di quelle scienze vacanziere, che portano con se lo sguardo aristocratico verso i poveri selvaggi da educare, ultimi esempi dei viaggiatori compassionevoli ottocenteschi che ci hanno tramandato la loro meraviglia verso il pittoresco sardo.
Mi colpisce come Mario non veda in queste operazioni un autentico volto colonialista, non molto diverso da quello della Carte d’Arborea, frutto di un autocolonialismo e, per questo, magari più rozzo. E anche allora autorevoli intellettuali e studiosi ci cascarono. Com’è ripetitiva e scontata la storia degli intellettuali. E le bufale volano, mentre ai miei tempi lo facevano gli asini, ormai fuori moda.
PS Una cosa mi ha indignato nell’articolo di Mario Cubeddu e gliene chiedo conto pubblicamente: l’accostamento tra i critici di Frau e “gli abusi collegati alla speculazione edilizia sul colle di Tuvixeddu”. Sono stato tra i più accesi critici di Frau e ne ho subìto una quantità industriale di insulti e minacce oltre alla pesante censura dei mass media (e di ciò fai finta di non accorgerti), ma sono stato anche uno dei più attivi archeologi nella campagna per la salvaguardia di Tuvixeddu e con me tantissimi altri colleghi: non ti permetto di fare simili accostamenti. Chi ses homini, chistiona.


Ed ecco di seguito l'articolo precedente, cui si accenna più sopra:



L’isola degli inganni

16 marzo 2013
‘In questo articolo Mario Cubeddu esprime alcune considerazioni sugli scritti di Sergio Frau: si tratta di giudizi che si allontanano da ciò che il manifesto sardo ha sempre sostenuto nel corso di questi anni. Riteniamo che l’intervento di Mario non offra novità rispetto al passato per cui ribadiamo il giudizio espresso precedentemente’ (red).
Mario Cubeddu
C’è un’isola in mezzo al mare, dove quasi nessuno è contento di come appare, di come, probabilmente, è in realtà. Ogni altro mestiere è migliore di quello che fa. Specialmente se ti rende famoso, se hai qualche possibilità che gli altri si accorgano di te, ti considerino, ti amino. Così impiegati, insegnanti, pensionati, fanno i presentatori in televisione, i poeti, i pittori, gli scrittori. E’ un’isola in cui si crede alle favole: che il programma del centro-destra non fosse quello di smantellare le leggi di tutela del territorio, in primo luogo delle coste,  ma la creazione di centomila nuovi posti di lavoro e la fine dei problemi dell’industria nel Sulcis. O anche alla favola che l’opposizione avrebbe condotto una lotta serrata contro la giunta al potere per difendere l’occupazione, impedire l’inquinamento di suolo, acque, cielo, risanare i luoghi contaminati ed eliminare le servitù militari, invece di tirare a campare in attesa, ogni mese, del lauto stipendio, attenta a tenersi buoni i portatori di voti.
L’isola è ridotta talmente male da essere usata anche come ottimo deposito delle fole e delle invenzioni altrui: un Cristoforo Colombo sputtanato dalla negazione della “scoperta” dell’America da parte degli eredi delle popolazioni azteche e inca, che tutto desideravano fuorchè essere scoperte da avidi avventurieri europei, può benissimo essere nato in Sardegna, come sostiene una “studiosa” spagnola. Perché no? La Regione sarda finanzia la “ricostruzione” di maschere carnevalesche, inventate dalla scarsa fantasia di un mediocre versificatore novecentesco, mascherato a sua volta da gesuita lussurioso. In un’isola che ha conosciuto un feudalesimo diffuso solo a partire dal XIV secolo avrebbero cavalcato più cavalieri Templari che in Francia.
Continua una tradizione dell’inganno risalente almeno alle Carte di Arborea. E’ certamente opportuno interrogarsi sul fascino irresistibile che esercita sui sardi la ricostruzione di un passato eroico e glorioso, opposto alle miserie del presente.  In molti hanno provato a darne una spiegazione, dai partecipanti al convegno sulle falsificazioni ottocentesche, organizzato da Guido Tendas e Luciano Marrocu a Oristano nel 1996, al giovane studioso Fabrizio Frongia, di cui il Maestrale ha pubblicato nel 2012  Le torri di Atlantide. Quest’opera importante privilegia il filone dell’abuso dell’archeologia, usata per regalare ai sardi l’immagine di una civiltà nuragica ricca, civile, guerriera, capace di un ruolo non subalterno, ma attivo e creativo, sulla scena di un antico Mediterraneo.
Obiettivi polemici principali sono: la “costante resistenziale sarda” di Giovanni Lilliu, l’identificazione delle popolazioni sarde del secondo millennio a.C. con gli Shardana (accettata, o non rifiutata, a quanto pare, da archeologi e storici di valore) e la fortuna che ha arriso in Sardegna all’opera del giornalista de La Repubblica Sergio Frau, capace di vendere decine di migliaia di copie di un saggio non facile. Frau riprende la tesi che identifica la Sardegna con l’Atlantide, l’isola  raccontata, forse anche inventata, da Platone. Tesi non nuova, sostenuta subito dopo la Grande Guerra anche da Egidio Pilia, uno dei fondatori del Partito Sardo d’Azione.
Sergio Frau, folgorato dall’idea che le mitiche colonne d’Ercole siano da collocare tra la Tunisia e la Sicilia, arriva alla conclusione che la Sardegna fosse per i Greci la terra capace di fornire lo spunto per tutte le mitologie collegate all’estremo occidente, dalla terra dei Feaci dell’Odissea, all’Atlantide platonica. Lanciatosi in un tentativo di verifica di questa sua intuizione, egli diceva di essersi scontrato con un mondo dell’archeologia sarda che trascurava tanto i musei (decisi e ripetuti gli attacchi ai criteri espositivi adottati per il Museo archeologico di Cagliari) così come ometteva di continuare e approfondire lo studio della civiltà nuragica. Poche decine di monumenti esplorati, sulle migliaia esistenti.  La sua polemica aveva un concreto bersaglio nel sovrintendente ai beni archeologici di quegli anni, Vincenzo Santoni.
L’attività pubblicistica del giornalista di Repubblica, articoli e libri, suscitava un grande interesse nell’opinione pubblica sarda. La sua opera veniva incontro, evidentemente, a un desiderio di maggiore conoscenza, di un’attività di divulgazione più significativa da parte degli studiosi. Questo non significa necessariamente che tutto quello che diceva fosse condiviso. Né che sia necessario supporre che chi ha comprato “Le colonne d’Ercole” sognasse una Sardegna indipendente. Questa è stata l’impressione invece degli studiosi sardi di archeologia e di altri intellettuali sardi.  Di fronte al successo del libro, vissuto in parte, con una reazione molto sarda e allo stesso tempo abbastanza corporativa, come l’invasione di uno straniero,  ci si è preoccupati di stilare un documento in cui tra le altre cose si mettevano in guardia i lettori dalle pericolose suggestioni ideologiche che l’esaltazione di un mitico passato sardo poteva alimentare.
Il libro di Frongia è per certi versi figlio di quel documento. Ben documentato e ben scritto, ha forse l’unico difetto di sottovalutare le implicazioni politiche e ideologiche della ricerca archeologica in qualsiasi caso, non solo per quanto riguarda i sardi. Antonio Taramelli scriveva su un quotidiano, negli anni in cui il nascente Partito Sardo d’Azione veniva accusato di separatismo, che dal profondo delle viscere di tanti nuraghi, da lui esplorati e scavati, sentiva levarsi all’improvviso nel silenzio il grido: ITALIA!
Non avrebbe fatto quel lavoro se non avesse potuto includere la civiltà dei nuraghi nell’ambito della civiltà italiana? Le favole italiane che ordivano la nostra educazione nella scuola dell’obbligo (maramaldi e pietrimicca), privandoci di lingua e storia, non sono oggetto di dileggio, ma di nostalgico rimpianto. L’archeologia, come la storia letteraria d’altronde, si lega strettamente alla nascita delle nazioni e ai miti che l’accompagnano. Se per molti parlare di nazione sarda è una bestemmia, mentre la nazione italiana è sacra e intoccabile, questo non ha niente a che fare con la scienza. Nel frattempo è sottovalutato, quando non taciuto, l’influsso sull’immaginario sardo della narrazione delle origini,  “scientifica” a quanto pare, introdotta da Luca Cavalli Sforza e dalle sue ricerche (Luigi Luca Cavalli Sforza, Storia e geografia dei geni umani, Adelphi, 2003): i sardi sarebbero una foglia distinta, forse anche solo un ben individuato buco in una foglia, nel grande albero della storia dell’umanità.
Concludiamo con qualche considerazione, a margine della vicenda e legata all’attualità. L’opera di Sergio Frau ha avuto almeno il merito di far guardare in modo diverso le statue di Monti Prama, per molti anni abbandonate nei magazzini. Il suo grande avversario, l’ex sovrintendente Santoni, è oggi sotto processo per gli abusi collegati alla speculazione edilizia sul colle di Tuvixeddu. Il giornalista sardo-romano ha cercato nel sostegno della politica regionale il puntello che gli veniva a mancare anche da parte di uomini di cultura che inizialmente erano stati incuriositi dalle sue tesi. Basta ricordare il numero 204 di Diogène in cui nomi del prestigio di Vittorio Castellani, Luciano Canfora, Andrea Carandini e Jean Bingen discutevano le sue idee senza pregiudizi. Anche se non concordavano con le sue tesi, essi trovavano l’opera “curiosa e interessante”. Può meravigliare che abbia interessato e incuriosito allo stesso modo i sardi?
E’ quasi certo che Atlantide continuerà a suscitare fantasie in chi ancora e sempre leggerà le pagine di Platone. Per i sardi sarà un’altra favola da raccontarsi, forse meno dannosa e più innocua di tante altre che producono conseguenze ben più gravi.