L'uomo percepisce l'ambiente attraverso i cinque sensi. Inoltre, possiede una percezione particolare - che è quella del tempo - che non è solamente un adattamento automatico al clima, all'irradiazione solare ed alla stagione (come in alcuni altri animali) bensì è la capacità critica di percepire il trascorrere del proprio tempo biologico, nell'ambiente.Di tutto questo vorrei parlare, per i primi 150 anni: poi, forse patteggeremo su quale prossimo argomento discorrere insieme
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venerdì 9 gennaio 2015
Alcuni Sardi da ricordare
N.B.: Non ho scritto TUTTI i Sardi da ricordare; e non è detto che siano tutti ottimi esempi.
domenica 9 marzo 2014
UN UOVO RITUALE, A SARDI
Il seppellimento era stato volontario ed era avvenuto in due fosse appositamente scavate nel terreno, risalente ad un edificio privato antico, che era in seguito stato distrutto da un grande terremoto (la Turchia è tutta molto sismica) nel 17 dopo Cristo.
Il tesoretto, probabilmente di natura rituale ed atta a benedire la 'domus' secondo una pratica nota e diffusa, risale all'epoca romana (I sec a.C.): il ritrovamento di depositi d'epoca greca o romana è piuttosto frequente, essendo invece le monete di epoca lidia antica molto rare.
In questo caso, si tratta di due piccoli vasi con coperchio, contenenti una moneta, un gruppo di oggettini di metallo appuntiti ed un uovo, uno dei quali intatto a parte un buco accuratamente prodotto nel suo guscio già in epoca antica.
Una delle monete mostra su una faccia il ritratto di Nerone. L'atra faccia - curiosamente - è stata martellata via ed in seguito sostituita con il ritratto di un leone. Questo animale era il simbolo dei re lidi e della loro madre comune Cibele.
By any measure, the ancient city of Sardis—home of the fabled King Croesus, a name synonymous with gold and vast wealth, and the city where coinage was invented—is an archaeological wonder.
An enigmatic ritual deposit, found intact beneath the floor of a first century Roman house in Sardis, a key archaeological site of the classic world in modern Turkey.

The deposit, found inside two bowls, included a number of small implements, a unique coin and an egg. The hole in the egg was made in antiquity
[Credit: Archaeological Exploration of Sardis/Harvard University]
The ruins of Sardis, in what is now Turkey, have been a rich source of knowledge about classical antiquity from the 7th century B.C., when the city was the capital of Lydia, through later Greek and Roman occupations.
Now, however, Sardis has given up another treasure in the form of two enigmatic ritual deposits, which are proving more difficult to fathom than the coins for which the city was famous.
"The two deposits each consist of a small pot with a lid, a coin, a group of sharp metal implements and an egg, one of which is intact except for a hole carefully punched in it in antiquity," explains Will Bruce, a classics graduate student a the University of Wisconsin-Madison who has been digging at Sardis for the past six years. Bruce made the finds last summer.
The dig at Sardis is overseen by Nicholas Cahill, a UW-Madison professor of art history. Cahill has directed field research at Sardis for decades.
Both ritual deposits, says Cahill, date from the Roman era of Sardis, about A.D. 70 or 80. An inverted bowl, covering another bowl with a ritual deposit, emerges from the earth at Sardis.

The bowls contained a ritual deposit of a coin, small metal implements and an egg. The intact deposit mirrors similar discoveries made by Princeton University archaeologists 100 years ago, although those discoveries were not intact
[Credit: Archaeological Exploration of Sardis/Harvard University]
Bruce and his team were excavating below the floor of a first century room, built over the ruins of an earlier building, which had probably been destroyed in a massive earthquake in A.D. 17. Digging beneath the floor, Bruce and his colleagues first uncovered a thin-walled, nearly intact jug and, nearby, an assemblage of mostly unbroken pottery. "It looked like we were reaching a more intact deposit instead of fill," says Bruce. Within that assemblage, Bruce began to carefully uncover an inverted bowl, which turned out to be sitting on top of another bowl. The bowls, still filled with dirt, were carefully removed and immediately turned over to conservators who cleaned and dissembled them to find a set of small pointed instruments, a coin with a lion and portrait of Nero, and the intact egg. "The ritual offerings were dug into pits in the floor, after the room was constructed," says Cahill. "We know they were renovating the room periodically, because in another part of the space there was a dump of painted wall plaster buried under the floor, presumably in a renovation."

A gold coin found at Sardis. Another coin, bearing the likeness of Emporer Nero, was also found [Credit: Archaeological Exploration of Sardis/Harvard University]
"The meaning of these deposits is still quite open to interpretation," notes Cahill, "but burying votive deposits below ground or in a wall was a fairly common practice," perhaps as a ritual offering to protect the house.
Roman literary sources suggest eggs were used in particular rituals. For the archaeologists, part of the intrigue is that similar groups of bowls, needles, coins and eggs were discovered at Sardis more than 100 years ago when the temple of Artemis was excavated by Princeton University archaeologists.
"It is an exact parallel to what they found in the early 20th century," according to Cahill. The coin was also unique. Sardis is famous as the place where coinage was invented in the Western world, first using electrum, an alloy of silver and gold, and later of pure gold and silver.
Nearby sources of gold made ancient Lydia, and King Croesus, fabulously wealthy. While these Lydian coins are very rare, coins and coin hoards from later Greek and Roman occupiers of Sardis are routinely found. But the coin found with the egg, says Cahill, seems to be special. Scholars digging at Sardis, the capital of ancient Lydia later occupied by Greeks and Romans.

Sardis, in modern Turkey, was the fabled home of King Croesus, the richest man of his day, according to lore [Credit: Archaeological Exploration of Sardis/Harvard University]
"The coin has a portrait of Nero on the front.
The original reverse was hammered flat, and the image of a lion engraved in its place, which is very odd." Expert numismatists have never seen anything like it. "The image of the lion is important because it is emblematic of the Lydian kings and of their native mother goddess Cybele," Cahill says. The discovery is unusual, Cahill notes, because finding ritualistic objects intact and in place after thousands of years is no everyday discovery, even in a rich archaeological context such as Sardis. "Ancient ritual was important to people. It is most unusual to find such fragile things so perfectly preserved."
Author: Terry Devitt
Source: University of Wisconsin-Madison [March 04, 2014]
Read more at: http://archaeologynewsnetwork.blogspot.it/2014/03/sardis-dig-yields-ritual-egg-in-pot.html?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed:+TheArchaeologyNewsNetwork+(The+Archaeology+News+Network)#.UxxALYtDxCD
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giovedì 5 settembre 2013
miserabilia
Caro amico mio Pasuco:
lascia che oggi mi confidi e mi sfoghi con te.
Mi sono spesso lagnato - lo sai - per il grave danno che in molti modi i falsari* producono alla cultura, che è patrimonio di tutti.
Ogni nozione errata e fuorviante, poi, trova dei volenterosi ripetitori che contribuiscono a diffonderla.
Orbene, mi sono proprio poco fa trovato a cercare il vocabolo 'sardi', nella rete. Mi è subito balzata incontro la città di Sardi (sito archeologico)Wikipedia, come i cipressi di Bolgheri di poetica memoria...
Si tratta di quattro righe, due fotografie e qualche riferimento: troppo poco - ho pensato tra me.
Poi ho letto - e non riuscivo a credere a quello che leggevo.
Eccone il motivo: nella versione italiana, s'introduce subito il concetto di 'città in cui regnavano gli Eraclidi' e si indugia nel mito, saltando a piè pari i vari nomi (con pronunzia relativa) che la città ha avuto e la descrizione sommaria della sua pur lunga storia conosciuta e degna di nota.
Sono allora andato a controllare le "Voci Correlate", la prima delle quali è (indovina un po'?), niente popò di meno che "Popoli del Mare"!
Dato che la voce "Popoli del Mare" è la più falsa, più intensamente ideologizzata e maggiormente inficiata voce di tutto l'Internet (italiano e straniero), questa mi è bastata come prova del fatto che mi trovavo di fronte ad un ennesimo argomento di Wikipedia lottizzato ideologicamente da qualcuno.
Come prova del nove è più che sufficiente operare un confronto con ciò che - alla stessa voce - scrivono le versioni Francese, Inglese, Tedesca di Wiki: vi sono articoli molto più lunghi, esaurienti, e - soprattutto - molto meno o punto ideologici.
Ecco il motivo per cui Wikipedia non costituisce una fonte affidabile e non può essere consultata a cuor leggero: numerosi miserabili vi scrivono le loro schifezze (e controllano con una certa assiduità che vi restino: provate a cancellarle!).
Sia chiaro: questo accade, in misura minore, anche nelle versioni straniere di Wiki e da qui deriva la scarsa affidabilità di Wikipedia in genere, che prima o poi farà crollare - a ragione - tutto il castello di carte.
Come sarà questo 'qualcuno' che non ha niente altro di meglio da fare che riempire la Rete delle proprie miserabili, febbricitanti ideologie?
Riesci ad immaginartelo, Pasuco?
Io no. Ma è certamente un essere miserabile. Convinto che il ripetere mille volte una falsità la farà diventare una verità.
Ma più ancora di queste persone, mi fanno rabbia quegli ottusi imbecilli che riportano come vere - acriticamente, senza controllarle - quelle fesserie inventate.
Pesci-remora di un essere miserabile: che ruolo!
A proposito, Pasuco, prova a digitare: 'Falso Epigrafico' e poi seleziona la categoria 'Immagini': indovina quale nome troverai con maggiore frequenza tra gli autori...
Quasi un'involontaria ammissione di colpa!
Non credi?
La melagrana d'avorio, pur frammentaria ed incompleta, che era considerata il più antico reperto del Primo Tempio di Gerusalemme proprio per l'iscrizione, in caratteri ebraici antichi, datata al VII secolo a.C. interpretata da A. Lemaire qdsh khnm lb[yt yhwh] "sacro ai sacerdoti della ca[sa di YHWH]". Si pensava che l'oggetto costituisse la parte superiore di uno scettro cerimoniale utilizzato nel culto. E' stato dimostrato che l'ggetto è autentico, ma l'iscrizione è un falso recente erudito. Il peggior tipo di miserabile falsario è un erudito.
*per falsario intendo chiunque produca oggetti 'archeologici' falsi, o introduca teorie 'storiche' artatamente ideologiche e quindi strumentali ad un proprio progetto, o cerchi in qualsiasi modo di fare affermare idee che non sono in alcun modo supportate da prove scientifiche, a qualunque scopo.
L'esempio migliore è dato dal famoso 'caso' dell'Uomo di Piltdown, che rallentò, (togliendo i finanziamenti) e confuse per più di mezzo secolo gli studi (allora già in corso) sull'origine africana dell'Umanità. Il falsario - un certo Dawson - fu identificato dopo morto: visse convinto di averla fatta franca.
lascia che oggi mi confidi e mi sfoghi con te.
Mi sono spesso lagnato - lo sai - per il grave danno che in molti modi i falsari* producono alla cultura, che è patrimonio di tutti.
Ogni nozione errata e fuorviante, poi, trova dei volenterosi ripetitori che contribuiscono a diffonderla.
Orbene, mi sono proprio poco fa trovato a cercare il vocabolo 'sardi', nella rete. Mi è subito balzata incontro la città di Sardi (sito archeologico)Wikipedia, come i cipressi di Bolgheri di poetica memoria...
Si tratta di quattro righe, due fotografie e qualche riferimento: troppo poco - ho pensato tra me.
Poi ho letto - e non riuscivo a credere a quello che leggevo.
Eccone il motivo: nella versione italiana, s'introduce subito il concetto di 'città in cui regnavano gli Eraclidi' e si indugia nel mito, saltando a piè pari i vari nomi (con pronunzia relativa) che la città ha avuto e la descrizione sommaria della sua pur lunga storia conosciuta e degna di nota.
Sono allora andato a controllare le "Voci Correlate", la prima delle quali è (indovina un po'?), niente popò di meno che "Popoli del Mare"!
Dato che la voce "Popoli del Mare" è la più falsa, più intensamente ideologizzata e maggiormente inficiata voce di tutto l'Internet (italiano e straniero), questa mi è bastata come prova del fatto che mi trovavo di fronte ad un ennesimo argomento di Wikipedia lottizzato ideologicamente da qualcuno.
Come prova del nove è più che sufficiente operare un confronto con ciò che - alla stessa voce - scrivono le versioni Francese, Inglese, Tedesca di Wiki: vi sono articoli molto più lunghi, esaurienti, e - soprattutto - molto meno o punto ideologici.
Ecco il motivo per cui Wikipedia non costituisce una fonte affidabile e non può essere consultata a cuor leggero: numerosi miserabili vi scrivono le loro schifezze (e controllano con una certa assiduità che vi restino: provate a cancellarle!).
Sia chiaro: questo accade, in misura minore, anche nelle versioni straniere di Wiki e da qui deriva la scarsa affidabilità di Wikipedia in genere, che prima o poi farà crollare - a ragione - tutto il castello di carte.
Come sarà questo 'qualcuno' che non ha niente altro di meglio da fare che riempire la Rete delle proprie miserabili, febbricitanti ideologie?
Riesci ad immaginartelo, Pasuco?
Io no. Ma è certamente un essere miserabile. Convinto che il ripetere mille volte una falsità la farà diventare una verità.
Ma più ancora di queste persone, mi fanno rabbia quegli ottusi imbecilli che riportano come vere - acriticamente, senza controllarle - quelle fesserie inventate.
Pesci-remora di un essere miserabile: che ruolo!
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Quasi un'involontaria ammissione di colpa!
Non credi?
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*per falsario intendo chiunque produca oggetti 'archeologici' falsi, o introduca teorie 'storiche' artatamente ideologiche e quindi strumentali ad un proprio progetto, o cerchi in qualsiasi modo di fare affermare idee che non sono in alcun modo supportate da prove scientifiche, a qualunque scopo.
![]() |
| L'iscrizione della melagrana d'avorio. |
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giovedì 4 luglio 2013
Protosardi e Baschi
Ricevo ora - e subito volentieri pubblico sul mio WebBlog - questo saggio sull'origine più probabile di alcuni termini, nomi e cognomi sardi e sui loro presunti rapporti con il basco, con un caro saluto ed un ringraziamento al Prof. Pittau.
LA LINGUA DEI PROTOSARDI
E QUELLA DEI BASCHI
di Massimo Pittau
Connessioni
fra alcuni relitti della lingua dei Protosardi – che io ho cominciato a
chiamare “Sardiani” per distinguerli dagli storici e odierni “Sardi” – erano
state già proposte dal linguista tedesco Max Leopold Wagner, soprattutto nelle
sue opere La Lingua Sarda - storia
spirito e forma (Berna 1951, sigla LS)
e Dizionario Etimologico Sardo, I-III
(Heidelberg 1960-1964, sigla DES), e pure da quello svizzero Johannes Hubschmid, Sardische Studien (Bern 1953, sigla SSt). Non erano
molte quelle connessioni e il Wagner, nella Appendice del suo Dizionario (vol. II), alcune le aveva
lasciate cadere del tutto.
In seguito io ho ripreso quelle connessioni
nelle mie opere Dizionario della Lingua
Sarda – significato e origine, I-II (Cagliari 2000, 2002; sigla DILS), La Lingua Sardiana o dei Protosardi (Cagliari 2001, sigla LISPR) e infine nel
mio Nuovo Vocabolario della Lingua Sarda,
2013, inserito in Internet; sigla NVLS),
alcune respingendole, altre aggiungendole.
In virtù di questi miei studi, successivi a
quelli del Wagner e dello Hubschmid, io mi sono convinto che le connessioni tra
i relitti della lingua dei Protosardi e appellativi della odierna lingua basca
siano solamente i seguenti:
carba,
carva «ramo d'albero», che è
da confrontare con gli asturiani carba
«sterpeto», garbu, gárabu «legna
minuta», basco karbasta «palo
provvisto di rami», provenzale garbo
«tronco d'albero cavo» (SSt; LISPR).
Si deve però considerare che questa connessione dell’appellativo protosardo con
quello basco non è affatto esclusiva od univoca.
costi,
cóstiche, cóstighe «acero
trilobo» (Acer Monspessulanum L.) e
«bòssolo» (Buxus sempervirens L.),
che è da confrontare col greco ákastos
«acero» (di origine ignota; DELL s.
v. acer) e inoltre col basco gastigarh, astigarh «acero». Si deve ancora considerare che anche
questa connessione dell’appellativo protosardo con quello basco e con quello
greco non è esclusiva od univoca. Questa connessione inoltre induce a pensare a
un fitonimo risalente al cosiddetto sostrato linguistico preindoeuropeo o
“mediterraneo”, cioè a quelle lingue che si parlavano attorno al bacino del
Mediterraneo prima che vi arrivassero i popoli indoeuropei, cioè i Greci, i
Latini, gli Italici, i Celti, gli Slavi, ecc. Questo fitonimo “mediterraneo”
pertanto risulta conservato in Grecia, in Sardegna e in Iberia.
cúccuru,
cúccaru, cúguru «sommità
della testa, cranio, cocuzzolo, cima di collina o di monte, colmo», che è da
confrontare col còrso cúcculu
«vetta», coi toscano cocoruzzo «cima
di monte a forma di pera, cocuzzolo», manfredonino e tarantino cóccoro «cranio, sommità del capo»,
siciliano cúrucu «estremità o culatta
di un pane bislungo», e inoltre con gli spagnolo salm. cocorina «sommità del capo», catalano cocoronell «sommità del capo; estremità di una cosa», basco kukurh «cresta», asturiano cucuruta «cima», antico provenzale cuguro(n) «sommità della testa». Si
consideri però che la connessione dell’appellativo protosardo con numerosi
altri dell’area mediterranea centro-occidentale induce a pensare ancora a un
appellativo del sostrato “mediterraneo”.
Gabaru (Gábaru)
(rivo in agro di Sassari). Il nome del corso d'acqua è da connettere con quello
pirenaico antico Gabarus, Gaverus,
odierno Gave de Pau (Francia), col rivus de Gavere [oggi la Gavère (Gers)], col bearnese antico gaver «fiume», moderno gab «torrente» ed infine col basco gavarra «rivo» (G. Paulis, NLS, XX). Anche in questo caso però si
deve considerare che la connessione dell’appellativo protosardo con quello
basco non è esclusiva od univoca.
ghiddostre,
qiddostre «erica arborea,
scopa da ciocco», che è da confrontare col basco gíllar, ilhar «erica».
Invece questa connessione protosardo-basca è esclusiva od univoca
.
golósti,
(g)olósti(u), (g)olóstri, bolóstiu
«agrifoglio» (Ilex aquifolium L.),
che è da confrontare col greco kélastros
«agrifoglio» (di origine ignota; GEW,
DELG), col basco gorosti, col navarrese golostia, gorostia «agrifoglio» (DILS,
LISPR). Anche in questo caso si deve considerare che la connessione dell’appellativo
protosardo con quello basco e con quello greco induce a pensare a un fitonimo
“mediterraneo” conservato in Grecia, in Sardegna e in Iberia.
troccu «dirupo, burrone, strapiombo, forra di montagna», (Orgosolo) trolqu «canalone, dirupo per mondezzaio»,
(Dorgali) trohu «solco sul terreno
scavato dall'acqua»; "probabilmente
preromano" per il Wagner (DES II
522), che accetta l'accostamento fatto da J. Hubschmid (SSt 42 seg.) col basco troka «barranco, encañada» e con lo
spagnolo settentrionale torco, torca
(DILS, LISPR). Pure questa
connessione protosardo-basca è esclusiva od univoca
.
thurru, turru, tzurru, zurru, ciurru «rigagnolo, rivolo, cascata,-ella», che è da
confrontare col basco txurru «cascata
d'acqua», «fonte», con lo spagnolo chorro
«getto o cascata d'acqua» (DECH II 394-395) e infine col lat. tullius «getto, zampillo, cascatella»
(di origine ignota; DELL), tutti e
tre di probabile origine “mediterranea” (M.P.) Anche questa connessione protosardo-basca non è esclusiva od univoca.
Dall’elenco
va invece eliminato il fitonimo sardo ogliastrino eni, énis «tasso» (Taxus baccata L.), perché la sua
supposta connessione col basco (h)agin
«tasso», lascia molto a desiderare sul piano fonetico, mentre è molto più
stringente con l’albanese eniё, veniё «tasso» (A. Areddu). In realtà di
tratterà di un fitonimo “mediterraneo” conservato sia in Illiria sia in
Sardegna.
Conclusioni:
I) Gli appellativi in questione sono quasi tutti fitonimi o “nomi di piante”; e
se ne capisce bene il motivo: gli Indoeuropei, arrivando nelle terre del bacino
del Mediterraneo, trovarono piante che essi prima non conoscevano nella loro
sedi originarie, per cui furono costretti a chiamarle col nome con cui le
chiamavano gli indigeni.
II)
Solamente due connessioni protosardo-basche sono esclusive od univoche: ghiddostre/gíllar
«erica», troccu/troka «dirupo», e tale numero è così esiguo che induce ad escludere con assoluta
decisione che il protosardo e il basco fossero lingue imparentate fra loro. Ed
allora come si può spiegare l’esistenza di queste due sole isoglosse relative a
lingue molto distanti e molto differenti tra loro? A mio giudizio si può
spiegare nello stesso identico modo in cui abbiamo visto che si spiegano altri
casi visti: si tratta di appellativi che sono relitti del sostrato
“mediterraneo” preindoeuropeo, che però in questi due casi risultano essersi
conservati in Italia, in Sardegna e in Iberia.
*
* *
Ancora
da escludersi con assoluta decisione è la ipotesi - che è stata avanzata di
recente - dell’origine “paleobasca” oppure “iberica” di un certo numero di
cognomi sardi.
In
tutto il dominio linguistico romanzo e cattolico, nella immensa maggioranza i
cognomi hanno avuto un’origine recentissima, dato che risalgono appena
all’epoca postridentina, cioè al periodo posteriore al Concilio di Trento
(1543-1567 d. C.), quello che impose ai parroci l’obbligo di compilare i
registri parrocchiali. Prima di allora dappertutto i cognomi nella grande
maggioranza dei casi, non erano altro che “soprannomi” personali, facenti riferimento
a qualità fisiche o morali di ciascun individuo, alla sua figliolanza, alla sua
terra di origine, e come tali raramente si trasferivano di padre in figlio.
Oltre
a ciò, a prescindere da elucubrazioni pseudo-metodologiche che sono state
prospettate, anche per la storia dei cognomi si deve applicare la “norma della
economicità”, quella che, in una qualsiasi disciplina o scienza, prevede e
prescrive che fra più soluzioni di un problema vada privilegiata la soluzione
più economica, quella più facile, quella più evidente. “Norma della
economicità” che spinge a ritenere che in una terra linguisticamente neolatina
o romanza come è la Sardegna, l’origine dei cognomi vada ricercata nella lingua
latina, tuttora presente dappertutto nell’Isola, anche nella toponimia [nella
mia recente opera I toponimi della
Sardegna – Significato e origine, 2 Sardegna centrale, Sassari, 2011, EDES
(Editrice Democratica Sarda), sigla TSSO]
ho trovato che dei circa 20 mila toponimi sardi studiati l’83% sono di origine
latina e solamente il 13% sono di origine prelatina!).
Per questa ovvia e importante considerazione
non hanno affatto origine paleobasca od iberica, ma hanno origine latina oppure
neolatina (cioè catalana o spagnola o italiana) gli odierni cognomi sardi:
Ardu (Aidomaggiore, Cuglieri, Iglesias, Macomer,
Nùoro, Oristano, Orosei, Sagama, Scano M.): 1) può corrispondere al nome di due
villaggi mediev. Ardu, uno vicino ad
Iglesias e l'altro vicino a Sassari (Day 21,
95), indicando in origine la nascita di un individuo in una di quelle
località (CDS II 45, anno 1410); 2)
può essere una variante dei cognomi Gardu
e Cardu e pertanto significare
anch'esso «cardo»; 3) in subordine potrebbe essere la versione sarda del nome
pers. masch. Aldo (vedi Aldu).- È documentato in tutti i
condaghi.
Areste, Aresti
(Iglesias, Oristano, Sorso,
Uras): corrisponde all'aggettivo areste/i
«agreste, selvatico, indomito, rude, rozzo», che deriva dal lat. agrestis-e (DILS).
Asuni (Isili, Lanusei, Lotzorai, Serdiana,
Tadasuni): corrisponde al nome del villaggio Asuni (prov. di Oristano) e in origine indicava la nascita di un
individuo in quel sito (DILS II 542).
Vedi Asunis, Az(z)uni, Atzuni, Suni².
Cara (Barì S., Gergei, Lanusei, Lodè, Oristano, Serrenti, Siniscola): corrisponde all’appellativo cara «faccia, viso», che deriva dal lat. cara (REW 1670); è documentato nelle Carte Volgari AAC XVII, nel Condaghe di Bonarcado 128 e nel CDS II 43) (vedi Caredda); 2) in subordine può anche essere un cognome propriamente italiano corrispondente al femm. dell'aggettivo caro-a (DCI 94-95) (vedi Carella³).
Carta (diffuso in tutta l'Isola): 1) può corrispondere all’appellativo carta «carta, contratto, atto notarile o amministrativo», che deriva dal corrispondente italiano (DILS) (è documentato nei Condaghi di Silki e di Salvennor, nel Codice di Sorres e nel CDS II 43); 2) può corrispondere all’appellativo sardo carta «misura lineare determinata dalle quattro dita della mano unite», il quale deriva dal lat. quartus-a (DILS).
Cara (Barì S., Gergei, Lanusei, Lodè, Oristano, Serrenti, Siniscola): corrisponde all’appellativo cara «faccia, viso», che deriva dal lat. cara (REW 1670); è documentato nelle Carte Volgari AAC XVII, nel Condaghe di Bonarcado 128 e nel CDS II 43) (vedi Caredda); 2) in subordine può anche essere un cognome propriamente italiano corrispondente al femm. dell'aggettivo caro-a (DCI 94-95) (vedi Carella³).
Carta (diffuso in tutta l'Isola): 1) può corrispondere all’appellativo carta «carta, contratto, atto notarile o amministrativo», che deriva dal corrispondente italiano (DILS) (è documentato nei Condaghi di Silki e di Salvennor, nel Codice di Sorres e nel CDS II 43); 2) può corrispondere all’appellativo sardo carta «misura lineare determinata dalle quattro dita della mano unite», il quale deriva dal lat. quartus-a (DILS).
Chere (Orani, Silanus): probabilmente corrisponde allo spagn. Cheres, vezzeggiativo del nome pers.
femm. Mercedes. Vedi Cheri.
Doi (Desulo) corrisponde a uno dei numerosissimi
vezzeggiativi del nome personale Sarbadore,
Serbadore/i «Salvatore». Vedi Dore,
Foi(s).
Locche, Loche
(Cagliari, Cabras, Cuglieri, Fonni, Irgoli, Loculi, Macomer, Oliena, Oristano,
Orosei, S. Caterina P., Tonara) corrisponde al nome pers. masch. Eloches, Iloche (Bitti, Mamoiada), che è
quello del personaggio biblico Enoch).-
È documentato nel Condaghe di Silki 437
come Locche e in quello di Bonarcado come Loce, Loke, Loqu, nel CDS II
44 per l'anno 1410 come Loche e Loquee. Vedi Loca³, Lochi², Locci².
Loi (diffuso in tutta l'Isola): 1) Se è pronunziato Lòi (con la ò aperta), corrisponde all'accorciativo di Ballòi, che è il vezzeggiativo campidanese del nome pers. Sarbadòri «Salvatore»; 2) Se è
pronunziato Lói (con la ó chiusa), è una variante grafica del
cognome Loy e pertanto significa
anch'esso «Eligio» (Porru 629) (vedi Aloi); 3) può anche corrispondere al
nome del villaggio mediev. Loi, Loy
(Wolf 41, 57), ormai scomparso,
indicando in origine la nascita di un individuo in quel sito (è documentato nel
CDS II 44 per l'anno 1410 come de Loy).-
Masala
(Másala) (diffuso in tutta
l'Isola): 1) Può derivare dal cognomen
lat. Massula (RNG; UNS 161); 2) Può
corrispondere al nome di una località Masala
nei pressi di Cossoine, citata nel Condaghe
di Trullas 70, 179.- È documentato nei Condaghi
di Silki (CSPS 9, 68, 202, 253, 281, 356, 361), di Trullas (CSNT² 37, 186, 308) e di Salvennor (CSMS 173), nel
Codice di Sorres (275) e nel CDS II
44.
Masia
(Masía) (Abbasanta, Bonorva,
Lanusei, Oristano, ecc.): 1) Può corrispondere al nome del villaggio mediev. Masia (Wolf 43), ormai scomparso, indicando in origine la nascita di un
individuo in quel sito; 2) Può essere un cognome catalano-spagnolo
corrispondente all’appellativo masia
«masseria, podere, casa di campagna»; 3) può essere una variante del cognome Maxia (vedi).
Mele (diffuso in tutta l'Isola): corrisponde al
log. mele «miele», il quale deriva
dal lat. mel (DILS) (è documentato
nel CDS II 44 per l'anno 1410). Vedi Melette, Meli, Melinu.
Mula(s) (Bitti, Dorgali, Ghilarza, Iglesias, Irgoli,
Macomer, Mamoiada, Oliena, Oristano, Orosei, S. Maria Navarrese, ecc.):
corrisponde all’appellativo mula
«mula», che deriva dal lat. mula (DILS)
(è documentato nel Condaghe di Bonarcado
e nel CDS II 45) (vedi Mua, Mulas,
Muledda).
Nela (non Nele!)
corrisponde all’appellativo di Sindia sa nela «la volpe», il quale è da
riportare all’appellativo sardiano o protosardo masch. unele «volpe»,
che è frequente nella toponimia della Sardegna centrale, quasi sempre in
composizione con altri appellativi: cfr. i toponimi Anela (Comune di A.), Gutturunele
(Oliena/Orgosolo) «viottolo della
volpe», Maraunele (Orgosolo) «palude della volpe», Badu (‘e) sa nele «guado della volpe»
(Orani), Montiqinele (Oliena) «monticello della volpe», Tanaunella (Budoni) «tana o cala della
volpe», Tramassunele (Fonni)
«tamerice della volpe», Taunele (Bitti)
[= ta unele «la volpe», ta- articolo sardiano; LICS II cap. III].
Nioi,
Niffoi, Nivoi (Barbagia):
possono essere i vezzeggiativi del nome pers. Nigola «Nicola». Vedi Nivola.
Noli (Olzai, Orani, Orgosolo, Ottana, S. Teodoro, Sarule, Sindia,
Siniscola, Tiana, Tortolì, Tula): probabilmente significa «Anatolio», derivando
dal lat. eccl. Anatolius in caso
vocativo. Vedi Nolis, Nolli, Nuvoli.
Ortu (Bolotana, Cagliari, Oristano, Orotelli, Tortolì): corrisponde
all’appellativo ortu «orto», che
deriva dal lat. hortus (DILS).- È
documentato nei Condaghi di Silki e di
Salvennor.
Soro (Sòro) (Abbasanta, Borore, Nùoro, Oristano,
Tertenia, ecc.): 1) può essere una variante del cognome Soru (Sóru) (vedi) italianizzato nella vocale finale; 2) potrebbe
corrispondere ad alcuni toponimi còrsi Soro,
indicando in origine la nascita di un individuo in una delle corrispondenti
località (DCSC); 3) può essere un
cognome forestiero attestato a Madrid e a Barcellona.- È documentato nel Codice di Sorres 155, 158.
Suni (Cagliari): 1) corrisponde al nome del paese
di Suni, nella Planargia e in origine
indicava la nascita di un individuo in quel sito (è documentato nel Condaghe di Silki 147, 148, 264 come Sune e nel Condaghe di Trullas 298 come Sunni);
2) in subordine può corrispondere a una forma aferetica del cognome Asuni (vedi).- Vedi Di Suni.
Tocco (Galtellì, Genoni, Isili, Laconi, Nùoro, Nurallao, Oristano,
Orroli, Tonara, Tortolì, Uras, ecc.): è un cognome propriamente italiano, il
quale: 1) può corrispondere all’appellativo tòcco
«pezzo» oppure «specie di cappello» oppure «randello»; 2) può corrispondere
all’appellativo tócco «toccamento»,
«colpo»; 3) può anche corrispondere al nome dei borgo di Tocco (prov. di Benevento) indicando in origine la nascita di un
individuo in quella località.
Uras (Arzana, Baunei, Cuglieri, Macomer, Nùoro, Oristano):
corrisponde al nome del paese di Uras
(prov. di Oristano) e in origine indicava la nascita di un individuo in quel
sito; è documentato nel Condaghe di
Bonarcado, nel Codice di Sorres e
nel CDS II 43, 44. Il toponimo Uras è da riportare all’appellativo aúra, ura «augurio, vaticinio, fortuna, sorte» (al plur.), che deriva da
un verbo *aurare, a sua volta dal
lat. a(u)gurare (CVS² 25, DitzLcs, VOSLI,
DES I 152), per cui ha una valenza e finalità teoforica o sacrale.
Usai (Usái) (Cuglieri, Dorgali, Galtellì, Ilbono, Isili,
Lanusei, Nùoro, Oristano, Tortolìe, ecc.): è una variante del cognome Gusai e corrisponde al fitonimo sardiano
o protosardo gusaju «aglio angolare»
(DILS, NVLS); è documentato nel Condaghe di Bonarcado 11, 84, 88, 100, 205 come Usay.
Massimo Pittau
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giovedì 13 giugno 2013
Baschi e Sardi
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| Un Bronzo di Botorrita, tra le più importanti testimonianze della lingua dei Celtiberi. Risalenti al I secolo, sono redatti in alfabeto iberico |
Indoeuropeizzazione.
di M. Feo
Il vocabolo sottende un lento e lungo processo – in parte ancora non ben spiegato, in quanto
avvenuto in un periodo in cui i documenti scritti erano ancora assenti o
scarsissimi – d’espansione di una particolare famiglia di linguaggi, detti
appunto Indoeuropei.
Non si conosce la “culla” (Urheimat) delle lingue Indoeuropee, cioè la
sede d’origine, ma si pensa che fosse una zona piuttosto piccola, all’inizio
del processo.
I linguisti ancora ne discutono, anche se il ventaglio di
possibilità – che prima era vastissimo, includendo anche Antartide ed Artide –
è ormai ristretto quasi definitivamente ad una zona più o meno vaga e più o
meno vasta, sita nell’Europa Sud Orientale.
E’ ormai considerata errata l’ipotesi che le lingue
Indoeuropee si siano affermate a causa di una superiorità biologica delle popolazioni che le parlavano.
Contro questa sbagliatissima opinione, J. P. Mallory ebbe a scrivere: "We
are always wary of suggesting models of expansion that will be caricaturized as
hordes of frenzied Aryans bursting out of the Russian steppe and slashing thei
way into the comparative grammars of historical linguists". (Siamo sempre attenti a non proporre modelli
d'espansione che si possono parodiare come orde di Ariani impazziti che
irrompono dalla steppa russa e si aprono la strada con fendenti di spada
attraverso le grammatiche comparative dei linguisti storici).
Se da un canto si nega la superiorità biologica (che è un
concetto razzista), dall’altro si ammette che esistesse qualche cosa che permetteva agli Indoeuropeo parlanti un
sensibile vantaggio sulle altre popolazioni circostanti. Doveva esistere
qualche elemento determinante che rendesse desiderabile, se non preferibile o
addirittura indispensabile, l’apprendimento di una nuova lingua.
Nell’ipotesi di Marija Gimbutas questo qualche cosa era
rappresentato dall’uso del cavallo – conosciuto ai Kurgani, che lo avevano in dono dalla natura nelle proprie terre e quindi avevano potuto addomesticarlo – che permetteva un più ampio
raggio d’azione e maggiore velocità che alle altre popolazioni.
Nelle varie ipotesi, questo fattore di vantaggio può
variare, ma ha la costante di essere rappresentato sempre da un elemento di
origine geografica: una fortuna casuale. Praticamente: i classici due semi
identici che cadono uno sulla terra fertile e l’altro sulla terra arida, ma non
per questo sono uno migliore dell’altro.
Francisco Villar[1]
– parlando dei Baschi – riferisce che l’indoeuropeizzazione della Penisola
Iberica cominciò tardi. È abbastanza sicuro che tutti i gruppi IndoEuropeo
parlanti giunsero attraverso i Pirenei. L’indoeuropeizzazione dell’Europa era
partita dalla regione Danubiana centroorientale e quello di quest’ultima dalle
steppe del sud della Russia.
Ciò significa che il processo giunse in Spagna molto dopo
che nell’Europa Danubiana. In precedenza,
la cultura neolitica della Vecchia Europa si era diffusa in Occidente ed aveva raggiunto la penisola iberica.
Così in Spagna la civiltà della Vecchia Europa – caratterizzata da aspetti
peculiari – sopravvisse ancora per molti secoli, anche dopo che quest’ultima
era scomparsa dalla sua sede d’origine, la regione danubiano-balcanica.
Di tutta la Vecchia Europa, gli unici superstiti rimasti
sono attualmente i Baschi, a sud (a nord della linea che gli Indoeuropei non
oltrepassarono mai si trovano essenzialmente i linguaggi Ugro-finnici).
La Lingua Basca (Euskara)
è l’unica lingua di quella fase remota che sia sopravvissuta. Anche nelle
leggende e nelle usanze basche
permangono non pochi segni identitari dei quell’antica cultura agraria e
matriarcale.
Tutti gli indizi lasciano presupporre che questo popolo (Vasconi,
Autrigoni, Caristi, Varduli, Airenosi, Andosini e forse Aquitani) si sia insediato almeno nel Neolitico al di qua ed
al di là dei Pirenei. Potrebbero essere giunti da un posto che non conosciamo,
oppure essere discendenti di abitanti mesolitici già stanziati in quelle zone.
Si sa che si tratta di un popolo e
di una lingua che hanno sempre subito la pressione di popolazioni circostanti
di cultura e d’organizzazione sociale superiore, subendone talvolta le
invasioni.
Eppure, ha saputo sopravvivere, pur dovendo subire la
penetrazione di elementi provenienti da altre lingue (di adstrato e di
sostrato, rispettivamente provenienti da lingue di popolazioni circostanti e lingue preesistenti).
Villar esprime questi ad altri concetti con estrema
semplicità, senza farsi troppi problemi nel descrivere i Baschi come una
popolazione (un isolato genetico) incastonata dal caso in una posizione di
qualche inferiorità rispetto ad alcune delle altre circostanti: certamente non
tutte, ma quelle indoeuropeo parlanti sicuramente sì.
Infatti quelle s’imposero ed il Basco no. Già fu un grande
merito (che è giusto studiare in tutti i suoi risvolti) di quella cultura se
essa sopravvisse e giunse fino a noi, pur navigando in ambiente ostile.
I Baschi, per loro tendenza difensori della loro elitaria
posizione identitaria, probabilmente non gradiscono affatto questa esposizione
dei fatti: non escluderei del tutto che alcuni tra loro ne sostengano una
versione del tutto differente.
A questo punto mi fermo: faccio solamente notare come esistano numerose
e strette analogie tra la posizione della cultura dei Baschi e quella dei Sardi e similmente siano puntuali le somiglianze nell’atteggiamento orgogliosamente identitario che
uniscono alcuni rappresentanti delle due rispettive popolazioni in difesa di
rappresentazioni 'alternative' del proprio passato.
Amare qualcuno o qualcosa, invece, significa soprattutto conoscerne
appieno la natura – amarlo per i suoi pregi e malgrado i suoi difetti – e per tale motivo rappresentare l'oggetto del proprio amore sempre obiettivamente ed in modo completo, includendo gli uni e gli altri.
[1] Francisco
Villar Liébana (23 maggio
1942) è un linguista spagnolo,
professore di linguistica indoeuropea all'Università di Salamanca dal 1979 e autore di numerosi lavori
fondamentali della moderna indoeuropeistica.
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