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venerdì 7 febbraio 2014

Gene dell'andatura.


Horse gaits controlled by 

genetic mutation spread by humans 



From the Faroe Pony to the Spanish Mustang, fewer animals have played such a central role in human history as the horse. New research in Animal Genetics reveals that a horse’s gait, an attribute central to its importance to humans, is influenced by a genetic mutation, spread by humans across the world. 

The process of selective breeding led to the rise of specific breeds and types of horses which displayed the ability to move with a lateral gait because they were more comfortable to ride [Credit: © zuzule/Fotolia] 

The team, led by Dr. Leif Andersson from the Swedish University of Agricultural Sciences explored the distribution of a mutation in the DMRT3 gene which affects the gait of horses, known as the ‘gait keeper.’ “All over the world, horses have been used for everyday transportation, in military settings, cattle herding and agricultural power, pulling carriages and carts, pleasure riding or racing,” said Dr Andersson. “Over the centuries, horse populations and breeds have been shaped by humans based on the different purposes for which the animals were used.” 
The DMRT3 gene is central to the utility of horses to humans, as it controls a range of gaits as well as pace. From racing to pleasure riding, many species have been bred to encourage smoothness of gait. 

Map showing the global distribution of the DMRT3 'gait keeper' mutation [Credit: Animal Genetics] 

“For example, the Paso Fino is a breed from Latin America in which the frequency of the ‘gait keeper’ mutation is nearly 100%. It is claimed that the Paso Fino gait is so smooth that you can have a glass of wine in your hand without letting it spill,” said Dr Andersson. The team analyzed 4,396 horses from 141 breeds around the world and found that the ‘gait keeper’ mutation is spread across Eurasia from Japan in the East, to the British Isles in West, on Iceland, in both South and North America, and also in breeds from South Africa. “Humans have spread this mutation across the world primarily because horses carrying this mutation are able to provide a very smooth ride, in some breeds referred to as a running walk,” said Dr Andersson. "During such ambling gaits the horse has at least one foot on the ground that means that the vertical movement of the rider is minimal.” 


lunedì 30 settembre 2013

Kadesh


L'ULTIMA GRANDE BATTAGLIA DELL'ETA' DEL BRONZO

 Kadesh (1275 a.C.)

da: Nicola Zotti, modificato.

Ramses II era il giovane e ambizioso erede dei faraoni della XIX dinastia del periodo del Nuovo Regno e quando nella prima metà del XIII secolo a.C. era salito al trono, aveva ricevuto dai suoi predecessori un Egitto profondamente mutato rispetto alle epoche precedenti.

Le esperienze maturate nell’edificazione delle colossali opere dell’architettura egiziana avevano fornito ai faraoni le competenze necessarie a gestire grandi masse di uomini:
Il passaggio dall’organizzazione di un affollato cantiere alla programmazione logistica di una campagna militare con un’altrettanto numerosa armata, non era un salto semplice da compiere, ma gli scribi e gli amministratori dei faraoni vi riuscirono, fornendo loro uno strumento militare capace di proiettarsi molto oltre il bacino del Nilo.

La politica imperialista del grande faraone Thutmose I nel XVI secolo a.C. estese così a Palestina e Siria i confini del regno. La Siria soprattutto, per la sua ricchezza e la sua posizione strategica di fulcro degli scambi economici con il resto dell’Asia, aveva mutato gli orizzonti dei faraoni. Thutmose l’aveva strappata ai Mitanni, ma i suoi successori si trovarono a contenderla con alterne fortune e infine a perderla a vantaggio degli Ittiti, la nuova potenza emergente in Anatolia.
mappa strategica
Estensione e confini dei due Stati contendenti - Egizi ed Ittiti - nella battaglia di Kadesh

Nelle condizioni dell’epoca le pur ingenti risorse umane dell’Egitto non erano sufficienti a sostenere il gravoso impegno militare rappresentato dall’occupazione permanente delle nuove conquiste e i faraoni dovettero affidare il controllo territoriale locale ad alleati e vassalli, la cui lealtà era continuamente messa a dura prova dalle pressioni militari e diplomatiche dei re ittiti.
Seti I, padre di Ramses, era stato costretto a cedere con un trattato agli Ittiti la città di Kadesh, indispensabile per la conquista da sud della Siria.
Ramses si sentiva però destinato a ripetere le gesta dei suoi antenati e approfittò di una delle ricorrenti crisi di confine per dare avvio alla riconquista della Siria proprio dal primo passo necessario, ovvero riappropriandosi di Kadesh, in aperta violazione degli accordi stipulati dal padre.

Il faraone dedicò i primi anni del suo regno ai preparativi di questa impresa. Dovette contrastare anche le scorrerie di gruppi di disperati, sbandati e fuggiaschi (che sono noti con l'erronea definizione cumulativa di Popoli del Mare) e vi riuscì talmente bene che, dopo averli fatti prigionieri in una battaglia marittima, li arruolò in massa nella propria guardia personale (i SHRDN, specialmente).
L’espansione numerica del suo esercito raggiunse così almeno i 20.000 uomini, riuniti in 4 “divisioni” di 4.000 fanti e 500 coppie di carristi, dedicate ciascuna a una divinità del Pantheon egiziano e acquartierate stabilmente in altrettante città centri di arruolamento: la divisione Amun a Tebe, la P’Re a Eliopoli, la Set a Pi-Ramesse e la Ptah a Menphi.

La battaglia di Kadesh è tra le meglio documentate dell’antichità, perché gli egiziani la celebrarono come una propria vittoria in numerosi bassorilievi e con due testi, il “Poema” e il “Bollettino”, ma oggi le ricostruzioni storiche sono molto meno trionfalistiche.

Ramses e le sue armate partirono verso la fine di aprile dalla base di Sile e impiegarono un mese per arrivare nella città di Shabtuna a circa 16 km da Kadesh, il nono giorno del terzo mese della stagione del raccolto (tardo maggio). Ogni divisione si distendeva in una lunga colonna ed era distanziata dalle altre di circa mezza giornata di cammino (una decina di chilometri) mentre una quinta divisione composta dagli alleati Ne’arin, ovvero dai contingenti di truppe provenienti via mare da Palestina e Libano, percorrendo la valle della Beqa’ si sarebbe ricongiunta agli egiziani da ovest direttamente sul campo di battaglia.

Le prime notizie del nemico giunsero da due nomadi intercettati a Shabtuna i quali riferirono a Ramses che Muwatalli e l’esercito ittita erano ancora lontani, addirittura ad Aleppo, prospettando al faraone un insperato colpo di fortuna: poter scegliere la posizione migliore per il proprio esercito e condizionare i rispettivi schieramenti nella futura battaglia.

Ramses, che guidava l’avanguardia alla testa della divisione Amun, decise allora di allungare il passo per conquistare questo vantaggio posizionale. La divisione Amun, alla quale si aggiungeva il voluminoso bagaglio reale, accelerò fino ad accamparsi a ovest di Kadesh, in un luogo dove poteva controllare la città e contemporaneamente vigilare tanto sulle possibili vie di approccio settentrionali ad essa quanto proteggere l’imminente arrivo da ovest dei suoi alleati Ne’arin. Si trattava di un rischio, perché Ramses pagava il vantaggio tattico ottenuto provocando una pericolosa frattura tra sé e il resto del proprio esercito e ben presto si rivelò un errore che poteva costargli carissimo. La cattura di spie ittite rivelò infatti a Ramses che i due nomadi erano stati inviati da Muwatalli per ingannarlo: in realtà i suoi nemici erano già presenti in forze e lo aspettavano nascosti a nord-est di Kadesh. Dal campo egiziano partirono messaggeri verso le divisioni arretrate con urgenti richieste di soccorso.

Anche Muwatalli, però, aveva un problema da risolvere. Guidava una forza di coalizione di 3.500 carri e quasi 40.000 fanti e quindi vantava al momento una superiorità schiacciante su Ramses, ma ignorava l’entità complessiva dell’esercito egiziano. Predispose allora per la mattina successiva un piano di battaglia in due fasi: un primo contingente di 2.500 carri avrebbe aggirato Kadesh da sud e dato inizio all’attacco contro la prima divisione egiziana che prevedibilmente sarebbe giunta seguendo lo stesso tragitto della prima. Il resto dell’armata, guidato da lui personalmente, schierato oltre l’Oronte, sarebbe intervenuto in un secondo momento, presumibilmente appena il faraone fosse uscito dal campo per sostenere i suoi uomini.



qadesh 1
Prima fase della battaglia: gli Ittiti hanno il sopravvento e distruggono completamente una divisione Egizia, la P'Re.

Nelle prime ore del giorno, come Muwatalli aveva previsto, arrivò la seconda divisione egiziana, la P’Re, in una colonna di almeno 3 km, che la marcia accelerata aveva reso disunita e scomposta.

L’ansia di raggiungere il faraone ne dovette anche rilassare le cautele e quando l’enorme massa di nemici emerse sul proprio fianco destro ne fu totalmente sorpresa. Dopo aver guadato i corsi d’acqua che circondavano Kadesh, i pesanti carri ittiti si gettarono contro la P’Re senza interrompere il movimento, probabilmente in molte colonne di decine di mezzi, provocando il panico e l’immediata fuga degli egiziani in ogni direzione.

La disintegrazione totale della P’Re sottraeva agli ittiti un bersaglio ma gliene forniva un altro ancora più prezioso: l’opportunità di chiudere la battaglia in un unico colpo. Compiendo un largo movimento aggirante, i carri ittiti si gettarono sul campo di Ramesse e della Amun. Qui si era assistito sgomenti alla distruzione della P’Re, ma il faraone aveva avuto il tempo di coordinarne una strenua difesa. I guerrieri shardana della sua guardia si distinsero nel combattimento, sicuramente agevolati dal disordine dell’attacco ittita (vale qui la pena di ricordare di passaggio che non si sa ancora bene che cosa fossero i shardana: un corpo scelto, forse? Questo è reso più probabile dal fatto che guerrieri  'shardana' sono presenti anche tra gli Ittiti, come accadrebbe proprio in quest'ultimo caso di un corpo specializzato: granatieri, corazzieri, guastatori etc).

qadesh 2
Fase due della battaglia: è la più confusa. Gli Ittiti tentano l'attacco al Faraone, ma i shardana lo difendono...


Ramesse contrattacca
Perso l’impeto iniziale, l’attacco ittita viene prima contenuto e poi respinto: con ammirevole freddezza e intuito, Ramesse radunò ogni carro disponibile e li lanciò in una sortita sul fianco avversario: la freschezza e l’agilità delle sue truppe ebbe in breve la meglio sugli ittiti, buona parte dei quali dovevano essere solo inermi cocchieri, costringendoli alla fuga e ad abbandonare la gran parte dei loro passeggeri ancora impegnati nel combattimento del campo.

Non fu comunque un'impresa semplice, perché il resoconto egiziano narra che il faraone dovette impegnarsi in ben sei cariche.
Qadesh 3
Fase tre: i Ne'arin intervengono al fianco degli Egizi: gli Ittiti ripiegano.

Muwatalli aveva assistito da lontano agli iniziali successi dei suoi carri e non aveva ritenuto necessario o potuto partecipare al combattimento: forse per eccesso di sicurezza o perché l’attacco al campo dei suoi carri non era stato previsto e lo aveva colto impreparato. Ora che esso era fallito, però, il re ittita non poteva più procrastinare un intervento e attraversò l’Oronte per andare in soccorso alla sua armata in fuga.

Troppo tardi, però: Ramesse abbandonò senza esitazioni l’inseguimento per affrontare il suo diretto avversario. Prima del faraone, però, intervennero i suoi alleati Ne’arin, giunti con provvidenziale tempestività sul campo di battaglia.

Il loro attacco sul fianco sconcertò gli Ittiti che si videro minacciati anche da sud per il sopraggiungere della divisione Ptah.

Nonostante abbiano forze ancora superiori, prudentemente si ritirarono oltre il fiume.

Ramesse con il suo coraggio si era sicuramente guadagnato una vittoria morale, ma entrambe le armate erano esauste e Kadesh rimaneva saldamente in mano ittita.

L'impresa progettata dal Faraone poteva quindi considerarsi fallita e le sue ambizioni di conquista erano state vanificate.
Infatti, l'Egitto non si azzardò più a riesaminare i piani delle proprie mire espansionistiche.
Ma il faraone pubblicizzò la battaglia come una personale grande vittoria dell'esercito da lui condotto.




L'arte della guerra nell'Età del Bronzo




Una delle poche certezze che possiamo annoverare sulle forme della guerra nell'Età del Bronzo è che il ruolo principale nel combattimento era svolto - su pianure adatte e scelte apposta, i 'campi della guerra' - da carri trainati da coppie di cavalli: questo è più o meno tutto, perché per il resto siamo a congetture via via sempre più labili.

La potenza dei re si contava col numero dei carri che possedevano: questo suggeriscono, lasciando pochissime incertezze, i documenti e l'iconografia del periodo, come, ad esempio, quelli relativi la Battaglia di Kadesh (sopra descritta).

Sulla piattaforma del carro gli egiziani avevano un solo combattente, armato di arco composito e di giavellotti, oltre al cocchiere, mentre gli ittiti, su carri più pesanti, avevano posto anche per uno scudiero.
Il predominio dei carri sul campo di battaglia era cominciato nel 2000 a.C. circa con l'invenzione della ruota a raggi che aveva reso molto più leggero il carro, permettendo che venisse trainato dai cavalli e quindi rendendolo anche più agile e veloce (rispetto a quello trainato dai buoi!).

Ulteriori progressi tecnologici ne fecero un mezzo sempre più robusto ma al contempo leggero ed inaspettatamente stabile: il carro egiziano, ad esempio, era dotato di una piattaforma di cuoio intrecciato che ammortizzava i sobbalzi dovuti alle irregolarità del terreno, aiutando la stabilizzazione del tiro, mentre l’asse sul quale erano montate le sottili ruote a sei raggi era fissato sul retro del carro ed era più lungo della piattaforma di circa 25 cm per ciascun lato, conferendo ancora maggiore stabilità e agilità al mezzo.

Per trasformarlo in un'arma da guerra si doveva fornirlo di un equipaggio: individui altamente selezionati perché combattere su un carro richiedeva riflessi eccezionali e un senso dell'equilibrio altrettanto speciale. Un lungo addestramento li trasformava poi in una squadra affiatata, un vero e proprio sistema d'arma, come si direbbe oggi.

L'impostazione del combattimento era responsabilità del cocchiere, mentre all'arciere, che tirava da un solo lato del carro, spettava il compito di colpire l'avversario con le frecce del suo arco composito: nonostante la sua gittata in combattimento fosse di circa 180 metri, è probabile che le battaglie si trasformassero ben presto in un'intensa e vorticosa serie di duelli molto più ravvicinati. L'arciere cominciava a tirare già durante  la corsa d'avvicinamento all'avversario ed aveva quindi la possibilità di colpire diverse volte, (un buon arciere scoccava 15, 20 frecce al minuto) prima che il suo carro con una stretta curva riguadagnasse la distanza. I carri, molto probabilmente, correvano in colonne uno dietro all'altro: pertanto lo scoccare delle frecce era multiplo e continuo e forniva una certa copertura reciproca, grazie ad un'imponente densità di fuoco.

I carri erano riuniti in unità decimali ed è probabile che non combattessero in linee, ma in colonne di 5-10 mezzi: il cavallo, infatti, è un animale intelligente che evita spontaneamente gli ostacoli: la formazione in colonna permetteva di sfruttare l'agilità del mezzo e dava profondità all'attacco.
(Quanto sopra è relativo alla battaglia di Kadesh. Ipotizziamo che l'oplita greco combattesse in modo affatto differente e richiedesse un utilizzo completamente differente del carro. Quest'ultimo serviva per portare il guerriero - armato così pesantemente da non potere camminare a lungo - sul posto dell'incontro armato. Serviva anche per riprenderlo dopo alcuni minuti, esausto e  preferibilmente ancora riutilizzabile in seguito).
Sono improbabili attacchi di carri portati direttamente  alla fanteria, così come sono stati spesso rappresentati nei film. Questo è dovuto alla sensibilità dell'animale, il cavallo, che tende spontaneamente ad evitare e non calpestare i corpi dei caduti o dei guerrieri in piedi: un attacco fisico diretto di un carro ad un corpo di fanteria sarebbe un suicidio per l'auriga ed il suo carico.

Tanto l'equipaggio quanto i cavalli erano protetti da corazze in piastre di metallo o di cuoio, e per ferirli occorreva un tiro molto preciso, oppure a distanza ridotta e quindi con maggiore forza di penetrazione.

E qui arriviamo al punto dolente: un esercito basato sui carri era sì il massimo che la tecnologia dell'epoca potesse offrire, ma il costo del suo mantenimento era elevatissimo, sostenibile solo dagli stati più ricch: tanto ingente che dovevano essere le stalle reali a provvedere agli animali ed a accudirli a spese del tesoro reale.

Se allevare e nutrire i cavalli era un'impresa, il carro in sé, spesso di proprietà del guerriero, era ancora più costoso: non solo considerando le spese di costruzione, ma soprattutto quelle della sua manutenzione.

Un problema ancora maggiore, infatti, non risolvibile solo con risorse economiche, era rappresentato dalla lunga schiera di artigiani specializzati necessari per costruire i carri e per mantenerli in efficienza, e del piccolo esercito di amministratori che dovevano tenere la contabilità di tutto questo apparato.

Solo gli stati più organizzati ed efficienti potevano permettersi un'impresa del genere, incentrata su magazzini di pezzi di ricambio, prima ancora che di guerrieri.

Quando le fanterie degli immigrati fuggiaschi (ed invasori aggressori, dal punto di vista degli Egizi) che talvolta qualcuno ancora definisce Popoli del Mare si mostrarono in grado di resistere efficacemente alle loro cariche, il dominio dei carri sul campo di battaglia finì drammaticamente, trascinando con sé nel declino le civiltà per le quali avevano combattuto.

giovedì 27 giugno 2013

Sequenziato Genoma di Cavallo di 700.000 anni


A 700,000 year old horse 


gets its 


genome sequenced

It is nothing short of a world record in DNA research that scientists at the Centre for GeoGenetics at the Natural History Museum of Denmark (University of Copenhagen) have hit. They have sequenced the so far oldest genome from a prehistoric creature. They have done so by sequencing and analyzing short pieces of DNA molecules preserved in bone-remnants from a horse that had been kept frozen for the last 700,000 years in the permafrost of Yukon, Canada. By tracking the genomic changes that transformed prehistoric wild horses into domestic breeds, the researchers have revealed the genetic make-up of modern horses with unprecedented details. The spectacular results are now published in the international scientific journal Nature.

A 700.000 year old horse gets its genome sequenced
Bone fragments from a 700.000 year-old perm frozen horse has given us new insight into the evolution of the horse. Photo: Late Pleistocene horse skull, Equus lambei, from the Klondike region, Yukon [Credit: Copyright D.G. Froese]
DNA molecules can survive in fossils well after an organism dies. Not as whole chromosomes, but as short pieces that could be assembled back together, like a puzzle. Sometimes enough molecules survive so that the full genome sequence of extinct species could be resurrected and over the last years, the full genome sequence of a few ancient humans and archaic hominins has been characterized. But so far, none dated back to before 70,000 years.

Now Dr. Ludovic Orlando and Professor Eske Willerslev from the Centre for GeoGenetics have beaten this DNA-record by about 10 times. Thereby the two researchers -- in collaboration with Danish and international colleagues -- have been able to track major genomic changes over the last 700.000 years of evolution of the horse lineage.

First, by comparing the genome in the 700,000 year old horse with the genome of a 43,000 year old horse, six present day horses and the donkey the researchers could estimate how fast mutations accumulate through time and calibrate a genome-wide mutation rate. This revealed that the last common ancestor of all modern equids was living about 4.0-4.5 million years ago. Therefore, the evolutionary radiation underlying the origin of horses, donkeys and zebras reaches back in time twice as long as previously thought. Additionally, this new clock revealed multiple episodes of severe demographic fluctuation in horse history, in phase with major climatic changes such as the Last Glacial Maximum, some 20,000 years ago.

The world's only wild horse

The results also put an happy end to a long discussion about the so-called Przewalski's Horse from the Mongolian steppes. This horse population was discovered by the Western world in the second half of the nineteenth century and rapidly became threatened. It almost became extinct in the wild by the 1970s but has survived until now following massive conservation efforts. The evolutionary origin of this horse, that shows striking physical differences compared to domesticated horses, as well as an extra-pair of chromosomes, remained a mystery.

The researchers reveal now that the Przewalski's horse population became isolated from the lineage leading to the present day domesticated horses about 50,000 years ago. As the scientists could detect similar levels of genetic diversity within the Przewalski's Horse genome than in the genomes of several domestic breeds, this suggests that the Przewalski's Horses are likely genetically viable and therefore worthy of conservation efforts.

True Single DNA Molecule Sequencing

The geological context and dating information available was very strong and was built on about ten years of field work. Additionally, cold conditions, such as those from the Arctic permafrost, are known to be favourable for DNA preservation. But even so:

"Sequencing the first genome from the Middle Pleistocene was by no means straightforward," says Dr Ludovic Orlando who, together with his team, spent the most of the last three years on this project.

The researchers first got excited when they detected the signature of those amino-acids that are most abundant in the collagen as this could indicate that proteins had survived in situ. They even got more excited when they succeeding in directly sequencing collagen peptides. When they detected blood proteins, it really started looking promising because those are barely preserved. At that stage, it could well be that ancient DNA could also be preserved.

And indeed DNA was present. In tiny amount as the vast majority of sequences generated actually originated from environmental micro-organisms living in the bone. But with Helicos true Single DNA Molecule Sequencing, the researchers managed to identify molecular preservation niches in the bone and experimental conditions that enabled finishing the full genome sequence.

"This was methodologically challenging but clearly some parameters worked better than others, says Professor Eske Willerslev. But sequencing was just half the way really." Professor Willerslev continues: "Because 700,000 years of evolution and damage, it is not something that does come without any modification to the DNA sequence itself. We had to improve our ability to identify modified and divergent ancient horse sequences by aligning them to the genome of present day horses. Quite a computational challenge, especially when the level of DNA modification outcompasses that seen in any other Arctic horses from the Late Pleistocene."

Dr. Orlando explains: "Levels of base modifications were extremely high, for some regions even so high that every single cytosine was actually damaged. This, and the phylogenetic position of the ancient horse outside the diversity of any horse ever sequenced, provided clear evidence that the data was real."

Professor Willerslev adds: "The results of the studies and the applied techniques open up new doors for the exploration of prehistoric living creatures. Now with genomics and proteomics, we can reach ten times further back in time compared to before. And new knowledge about the horse's evolutionary history has been added -- a history which is considered as a classical example in evolutionary biology and a topic which is taught in high schools and universities."

Source: University of Copenhagen [June 26, 2013]

venerdì 21 giugno 2013

l'invenzione del cavallo

UNA "INVENZIONE" CHE HA RIVOLUZIONATO LA GUERRA
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L'invenzione del cavallo
da un articolo di Nicola Zotti, modificato.

Achille Campanile scrisse un'esilarante commedia intitolata "L'inventore del cavallo”.

L'Accademia delle Scienze sta per conferire al professor Bolibine un premio per l'eccezionale invenzione, quando il passaggio sotto le finestre della sala della cerimonia di una parata militare e di un reggimento di cavalleria, rivela sia agli accademici, sia al professore la terribile verità: il cavallo esisteva già da prima che questi lo inventasse.

Il povero Bolibine, sopraffatto dalla vergogna, si suicida.


Non sarà certo stato il professor Bolibine, però qualcuno il cavallo lo ha letteralmente, effettivamente  inventato. Creato ovviamente no, ma neppure scoperto, proprio inventato: lo ha inventato come arma. (Si pensa siano stati  i 'Kurgan', che l'avrebbero ripetutamente usato per le loro razzie su popolazioni che non conoscevano né il cavallo, né la possibilità di addomesticarlo
).

Quel qualcuno probabilmente non lo immaginò, ma aveva dato inizio ad una rivoluzione militare (e non solamente a quella, probabilmente: forse anche al procedimento di indoeuropeizzazione, a mezzo del quale un’intera famiglia di lingue, quelle indoeuropee, avrebbe avuto il sopravvento sulle altre).

Secondo storici e archeologi, il cavallo fu domato in diverse località tra Asia centrale e Ucraina, più o meno contemporaneamente tra il 4.500 e il 3.000 a. C.: in questo lasso di tempo ci sono ritrovamenti di crani di cavalli con i molari consumati da un morso.

Il periodo è molto ampio, ma rimane incerto, perché potrebbe trattarsi di "cavalli da compagnia", puledri catturati e poi tenuti presso la famiglia senza essere mangiati, come era magari capitato ai loro genitori.

La prima prova provata del connubio uomo-cavallo è ancora un millennio successiva: la tomba di Kriove Ozero in Siberia, della cultura di Andronovo nella sua prima forma detta di Sintashta-Petrovka, datata 2026 a. C., primo esempio di sepoltura funeraria con un carro a due ruote trainato da cavalli.

La natura bellicosa dell’occupante di questa tomba è suggerita dal ritrovamento al suo interno di punte di freccia e di lancia.

Il cavallo è così importante per quelle popolazioni che nello stesso periodo, attorno al II millennio a. C., da sedentarie si trasformeranno in nomadi.

Il carro da guerra l'avevano probabilmente inventato i Sumeri, come sembra testimoniare lo stendardo di Ur datato 2.500 a. C., però si trattava di carri con 4 ruote piene trainati da onagri (asini selvatici, famosi per il loro calcio, che avrebbe ispirato il nome di una ballista romana di qualche millennio successivo). Quelli della cultura di Sintashta-Petrovka sono invece carri più agili e adatti a seguire un gregge o una mandria nelle pianure della steppa.





I nostri antenati avevano scoperto che il cavallo è un animale meno bizzarro dell'asino e, per quanto all'epoca avesse più o meno la stessa taglia di quest'ultimo, poteva essere migliorato con la selezione delle razze. E’ già  curioso il fatto stesso che il cavallo si lasci addomesticare da un singolo uomo, quando possiede la forza di 15 uomini: ad un certo punto del processo, evidentemente, il cavallo in qualche modo ‘decide’ di ubbidire.



Per molti secoli il cavallo non fu abbastanza robusto da essere cavalcato, ma con un carro una coppia di animali era sufficiente a garantire il trasporto di due uomini e delle loro armi. Così come una coppia di cavalli è - in realtà - più efficace e più rapida di una coppia di buoi nel tirare l'aratro (la cosa divenne possibile solo dopo che si inventò il giusto tipo di basto per il cavallo, che altrimenti tendeva a strangolarsi sul lavoro).

Il cavallo, inoltre, possiede  spontaneamente almeno tre “andature” -- passo, trotto e galoppo -- mentre l'asino cammina ad una velocità pari o inferiore a quella dell'uomo, oppure parte ad un galoppo difficilmente controllabile, caratteristica che non ne fa un animale particolarmente affidabile in una situazione bellica. Il cavallo (nella migliore combinazione di clima, condizioni del terreno e carico) può coprire fino a 56 km al giorno, a 10 km/ora. Naturalmente, al galoppo va molto più veloce (20/25 km/ora) ma non può sostenere tale andatura molto a lungo.

Al contrario dell’asino, il cavallo risponde ai comandi del guidatore con molta più docilità ed è sicuramente meno testardo dei suoi parenti da soma. Il cavallo veniva anche cavalcato, ma data la debolezza della groppa, doveva essere montato sul posteriore, come vengono cavalcati ancora oggi gli asini.

Il cavallo è un animale timoroso e delicato, soggetto a molti malanni, non può vomitare e il suo corto intestino lo obbliga a mangiare tre volte al giorno, ma il vantaggio di possedere un mezzo di trasporto così efficiente, era una motivazione bastevole a superare qualsiasi difficoltà. Il cavallo fu quindi "inventato" come arma da guerra, traslando al conflitto tra popoli il vantaggio che il pastore aveva sulla mandria che custodiva.

Il pastore sapeva difendere con arco e frecce il proprio bestiame dalle bestie feroci, ma aveva imparato anche a radunarlo, conosceva come catturare altri capi o inseguire animali veloci nella caccia: questa esperienza tornò utile affrontando popolazioni sedentarie, le cui milizie di fanti erano praticamente indifese contro queste sofisticate tattiche di manovra.

Un po' per conquista e un po' per emulazione, dalla Siberia centrale il carro si diffuse inizialmente in tutta la steppa, fino ai confini della taiga a nord e dell'Iran a sud. Da qui giunse più o meno nello stesso periodo, ovvero attorno alla prima metà del secondo millennio, in Cina a est, in Europa centrale e nei Balcani a ovest, in Asia minore e in Egitto a sud.

I Mitanni nella Siria del nord furono i primi in quest'epoca a guadagnarsi la fama di abili guerrieri su carri scrivendo il primo manuale sul loro addestramento, giuntoci in una versione Ittita, assieme agli Hyksos che, da popolazione intimamente ancora nomade e di commercianti, si infiltrarono in Egitto, nella zona del Delta del Nilo, fino a diventarne i governanti per oltre un secolo (dal 1674-1548). Gli Hyksos pare siano anche inventori dell'arco composito (molto più potente di quello di un solo materiale),che permise di utilizzare la piattaforma del carro per colpire i nemici da ancora maggiore distanza.
L'invenzione del cavallo, quindi, portò alla ribalta della storia militare un principio tattico ancora attuale: quello della mobilità e della manovra. L'uomo che per primo capì l'importanza della manovra, non farebbe alcuna fatica a comprendere la Blitzkrieg, la Airland Battle, o Shock & Awe.



René Magritte: "Firma in bianco".


I mezzi sono cambiati, la tecnologia ha fornito l'arsenale degli uomini di nuovi strumenti, ma l'essenza della guerra dopo l'invenzione del cavallo si è consolidata nella ricerca di un vantaggio sull'avversario originato dalla velocità degli spostamenti: carri armati, elicotteri, aerei, e domani astronavi non sono altro – concettualmente – che sviluppi meccanici e tecnologici del concetto di cavallo: meno belli ed eleganti, non si può guardarli negli occhi e fargli un affettuoso complimento...