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lunedì 3 febbraio 2014

Disterraus sardus - Emigrati sardi


  Alcuni concetti devono essere compresi e ricordati bene.

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 giovedì, 01.11.2012 19:55 Categoria: Storia e Archeologia

Scrittura nuragica e falsificazioni

I Sardi sanno o “sentono” di avere a che fare col periodo più importante dell’intera storia della Sardegna. Perciò tutti i Sardi sono istintivamente portati a simpatizzare con chi sostiene che anche i Nuragici avevano una loro “scrittura nuragica nazionale”



Le falsificazioni sulla cosiddetta “scrittura nuragica”.
In Sardegna c’è una attenzione vivissima e quasi morbosa per la civiltà nuragica. Questa attenzione deriva dal fatto che, almeno in una forma in buona parte inconsapevole, i Sardi sanno o “sentono” di avere a che fare col periodo più importante e più glorioso dell’intera storia della Sardegna. Per questo motivo di fondo tutti i Sardi sono istintivamente portati a simpatizzare con chi sostiene che anche i Nuragici avevano una loro “scrittura nuragica nazionale”.

Una ventina di anni fa nel nuraghe Tzricottu del Sinis è stata trovata una targhetta metallica che, in una delle sue facce, porta chiarissimi “disegni ornamentali”, simili ad arabeschi. Intervennero due amanti di cose sarde, insegnanti medi, i quali dichiararono al pubblico che quei disegni in realtà erano i segni di una “scrittura nuragica”, mai conosciuta e riconosciuta prima.

Intervenne subito un archeologo il quale dimostrò – in modo del tutto convincente – che quella targhetta risale non all’epoca nuragica, bensì a quella bizantina e faceva parte dell’armatura di un militare.

Ovviamente c’era stato dunque un grosso abbaglio da parte dei due insegnanti. Uno di questi – anche per tentare di stornarlo da sé – andò avanti con la sua tesi pubblicando anche un libro nel quale c’è pure il disegno di altre tre targhette simili alla prima, ma anche lievemente differenti. Senonché, a mio fermo giudizio, queste altre targhette non sono altro che veri e propri “falsi”. Esse infatti non fanno altro che seguire il disegno della prima, ma con lievi variazioni interne. E si tratta chiaramente di un “falso” fanciullesco, dato che presuppone che la seconda targhetta contenga una iscrizione sovrapposta a quella della prima, la terza targhetta contenga una iscrizione sovrapposta a quella della seconda e della prima, la quarta targhetta una iscrizione sovrapposta a quella della terza, della seconda e della prima. E tutto ciò presuppone un gioco di inserimenti di iscrizioni che non potrebbe trovare posto neppure nei giochi di in una rivista di enigmistica. Che queste ultime targhette siano altrettanti “falsi” è dimostrato pure dal fatto che esse non sono state mai mostrate ad alcuno.

Messisi sulla strada ormai aperta delle “falsificazioni”, alcuni individui hanno finito con l’avere anche fastidi giudiziari rispetto a ciottoli fluviali che sarebbero stati trovati sulla riva del Tirso e che presenterebbero segni di scrittura etrusca.

Da qualcuno di questi individui, per telefono e senza farsi riconoscere, io ho avuto una offerta di fotografie contenenti “iscrizioni etrusche” (ormai si sapeva che io mi interessavo a fondo di “lingua etrusca”). Io non abboccai, dato che sono ben al corrente del fatto che fioriscono in Toscana, in Umbria e nel Lazio settentrionale, “falsari di oggetti etruschi” che offrono agli acquirenti ignari, e questi oggetti tanto più sono apprezzati se riportano scritte anch’esse “false”. Io feci al mio interlocutore anonimo alcune domande sulle supposte “iscrizioni etrusche” e compresi subito che ero di fronte a un inganno e a un tentativo di imbroglio. Per il quale il mio interlocutore aveva chiesto la modica somma di 20 mila euro…

Ma la strada delle “falsificazioni archeologiche e linguistiche” pure in Sardegna era stata ormai aperta, favorita immensamente anche dal ricorso al disponibilissimo “internet”. E infatti da una decina di anni in qua furoreggiano, soprattutto in qualche blog ospitale ed interessato, numerose riquadri di alfabeti e figure di scritte nuragiche, fornite delle necessarie lunghe didascalie. Si tratta però di “falsi”, nient’altro che di “falsi”, ripresi dai numerosissimi siti dell’internet, che possono ritrovare e riscontrare tutti coloro che sappiano e abbiano la pazienza di interrogare a dovere i generosi siti internet.

Però ovviamente questi “falsi” sono sottoposti al cambio di connotati, nel senso che possono appartenere ad una delle numerose lingue del mondo antico, ma, mutatis mutandis, sono presentati come “alfabeto o scrittura dei Nuragici”. Quando è opportuno le figure originali di scritture orientali subiscono qualche spostamento o inversione o ritocco; tutte operazioni che in internet si possono effettuare con estrema facilità e senza lasciare alcuna impronta digitale…

È possibile scoprire questi “falsi” ed anche evitare facili imbrogli a proprio danno? Sì, è possibile in questo semplice modo: invitare i propositori di queste “scritte nuragiche” a presentare la fotografia di un bronzetto o vaso nuragico che risulti esposto in uno dei numerosi musei archeologici della Sardegna e che dunque sia stato ufficialmente riconosciuto come “reperto autentico” dagli archeologi autorizzati. Poi farsi mostrare la esatta corrispondenza di segni incisi in quei bronzetti o vasi con le lettere di quello che i propositori dicono essere l’”alfabeto nuragico”, corrispondenza anche di sole 5 o 6 lettere appena.

Se questa dimostrazione di “corrispondenza di segni ad altrettante lettere” non fanno, i propositori in questione sono nient’altro che “falsari”, falsari della buona fede dei Sardi.

E approfitto dell’occasione per mettere in guardia i Sardi, amanti della nostra storia, dai “falsari di oggetti nuragici”, anche forniti di “segni di scrittura nuragica”, che ormai circolano numerosi anche in Sardegna. Sono stato chiaro sulle modiche somme che richiedono agli ingenui che siano disposti ad acquistarli?

Massimo Pittau

Fonte: rinabrundu.com

giovedì 5 settembre 2013

miserabilia

Caro amico mio Pasuco:
lascia che oggi mi confidi e mi sfoghi con te.

Mi sono spesso lagnato  - lo sai - per il grave danno che in molti modi i falsari* producono alla cultura, che è patrimonio di tutti.
Ogni nozione errata e fuorviante, poi, trova dei volenterosi ripetitori che contribuiscono a diffonderla.

Orbene,  mi sono proprio poco fa trovato a cercare il vocabolo 'sardi', nella rete. Mi è subito balzata incontro la città di Sardi (sito archeologico)Wikipedia, come i cipressi di Bolgheri di poetica memoria...
Si tratta di quattro righe, due fotografie e qualche riferimento: troppo poco - ho pensato tra me.
Poi ho letto - e non riuscivo a credere a quello che leggevo.

Eccone il motivo: nella versione italiana, s'introduce subito il concetto di 'città in cui regnavano gli Eraclidi' e si indugia nel mito, saltando a piè pari i vari nomi (con pronunzia relativa) che la città ha avuto e la descrizione sommaria della sua pur lunga storia conosciuta e degna di nota.
Sono allora andato a controllare le "Voci Correlate", la prima delle quali è (indovina un po'?), niente popò di meno che "Popoli del Mare"!
Dato che la voce "Popoli del Mare" è la più falsa, più intensamente ideologizzata e maggiormente inficiata voce di tutto l'Internet (italiano e straniero), questa mi è bastata come prova del fatto che mi trovavo di fronte ad un ennesimo argomento di Wikipedia lottizzato ideologicamente da qualcuno.
Come prova del nove è più che sufficiente operare un confronto con ciò che - alla stessa voce - scrivono le versioni Francese, Inglese, Tedesca di Wiki: vi sono articoli molto più lunghi, esaurienti, e - soprattutto - molto meno o punto ideologici.

Ecco il motivo per cui Wikipedia non costituisce una fonte affidabile e non può essere consultata a cuor leggero: numerosi miserabili vi scrivono le loro schifezze (e controllano con una certa assiduità che vi restino: provate a cancellarle!).
Sia chiaro: questo accade, in misura minore, anche nelle versioni straniere di Wiki e da qui deriva la scarsa affidabilità di Wikipedia in genere, che prima o poi farà crollare - a ragione - tutto il castello di carte. 
Come sarà questo 'qualcuno' che non ha niente altro di meglio da fare che riempire la Rete delle proprie miserabili, febbricitanti ideologie?
Riesci ad immaginartelo, Pasuco?
Io no. Ma è certamente un essere miserabile. Convinto che il ripetere mille volte una falsità la farà diventare una verità.
Ma più ancora di queste persone, mi fanno rabbia quegli ottusi imbecilli che riportano come vere - acriticamente, senza controllarle - quelle fesserie inventate.
Pesci-remora di un essere miserabile: che ruolo!
________

A proposito, Pasuco, prova a digitare: 'Falso Epigrafico' e poi seleziona la categoria 'Immagini': indovina quale nome troverai con maggiore frequenza tra gli autori... 
Quasi un'involontaria ammissione di colpa! 
Non credi?

La melagrana d'avorio, pur frammentaria ed incompleta, che era considerata il più antico reperto del Primo Tempio di Gerusalemme proprio per l'iscrizione, in caratteri ebraici antichi, datata al VII secolo a.C. interpretata da A. Lemaire qdsh khnm lb[yt yhwh] "sacro ai sacerdoti della ca[sa di YHWH]". Si pensava che l'oggetto costituisse la parte superiore di uno scettro cerimoniale utilizzato nel culto. E' stato dimostrato che l'ggetto è autentico, ma l'iscrizione è un falso recente erudito. Il peggior tipo di miserabile falsario è un erudito.



*per falsario intendo chiunque produca oggetti 'archeologici' falsi, o introduca teorie 'storiche' artatamente ideologiche e quindi strumentali ad un proprio progetto, o cerchi in qualsiasi modo di fare affermare idee che non sono in alcun modo supportate da prove scientifiche, a qualunque scopo.
L'iscrizione della melagrana d'avorio.
L'esempio migliore è dato dal famoso 'caso' dell'Uomo di Piltdown, che rallentò, (togliendo i finanziamenti) e confuse per più di mezzo secolo gli studi  (allora già in corso) sull'origine africana dell'Umanità. Il falsario - un certo Dawson - fu identificato dopo morto: visse convinto di averla fatta franca.

mercoledì 4 settembre 2013

ALLAI

ALLAI 





Reperti donati, non erano veri

Nuovi testi al processo per falsificazione di materiale archeologico

    “Quei reperti non sono autentici”. 
    Si è allungata la lista dei consulenti dell’accusa che ha confermato la falsità attribuita ai reperti archeologici di Allai dalla Soprintendenza. Il caso era scoppiato quando l'imputato, Armando Saba, si era reso protagonista di un ritrovamento lungo le sponde del Tirso. Dieci reperti che aveva giudicato essere di epoca etrusca e per questo motivo donati al nascente museo di Allai, con conseguente ipotesi dell'arrivo di un finanziamento. L'uomo ora si trova a processo di fronte al giudice monocratico Antonio Enna per falsificazione di reperti archeologici e detenzione di materiale archeologico non regolarmente denunciato, accusato dal pubblico ministero Daniela Muntoni di aver fabbricato lui stesso la serie di reperti al centro della vicenda della donazione al nascente museo di Allai, spacciati per risalenti all'epoca etrusca.
    Ieri, chiamato a deporre dall’accusa, ha confermato la non autenticità dei dieci reperti anche il rettore dell’Università di Sassari, Attilio Mastino, in qualità di professore di Storia romana.

     La tesi della difesa, sostenuta dall’avvocato Giovanni Paolo Meloni, è invece differente e prova a puntare sulla possibilità che si tratti sì di un falso storico, ma di epoca più recente. Motivo per il quale Saba, analizzandoli, non ha avuto a disposizione le basi conoscitive adatte per valutarne l’originalità o meno. Saba li avrebbe quindi solo rinvenuti, ma non contraffatti. L’elenco degli esperti chiamati a esprimersi sui dieci reperti si allungherà alla prossima udienza del 17 luglio, data del rinvio nella quale verrà sentita l’archeologa sassarese, Daniela Rovina. (c.c.)
    13 giugno 2013

    martedì 3 settembre 2013

    Epigrafisti coraggiosi e scrittura inesistente


    Jerry Vardaman’s “microletters” on Roman coins

    This is an odd one, and it’s something that seems to have passed by the notice of most “alternative” archaeologists. It concerns some claims made by a genuine academic archaeologist that relate to coinage of the late first century BCE and early first century CE, which he believed demonstrated that the chronology of the career of Jesus of Nazareth have been dated wrongly. These matters of chronology are not the focus of interest here (indeed, they are abstruse and relate more to biblical exegesis and religious history than to archaeology as such): it is the claim that coins minted in the eastern (predominantly Greek speaking) part of the Roman Empire contain what are claimed to be “microletters”. These are microscopic letters that are alleged to have been created on the coin dies by the moneyers who struck them. It is an unusual claim, but coming from an academic archaeologist, ought to be examined carefully. After all, academics never make mistakes, do they?
    Jerry Vardaman
    Dr Ephraim Jeremiah (Jerry) Vardaman (1927-2000) Source
    The discoverer of the “microletters” was Ephraim Jeremiah (‘Jerry’) Vardaman (1927-2000), a lecturer in archaeology and religion at Mississippi State University in Starkville (Mississippi, USA), where he was the founder and director of the Cobb Institute of Archaeology from 1973 to 1981, and from which he retired in 1992. He had previously been a Baptist Bible chair teacher at Tarleton State College (now University), an adjunct teacher of Old Testament at The Southwestern Baptist Theological Seminary from 1956 to 1958 and assistant professor and associate professor of New Testament archaeology at The Southern Baptist Theological Seminary (Louisville, Kentucky, USA) from 1958 to 1972. He also taught at the Hong Kong Baptist Seminary, perhaps after his retirement from Mississippi State University; he was certainly leading seminars there in 1998. His bachelor’s degree was awarded by Southwestern Seminary and he obtained two doctorates, one from the Southwestern Baptist Theological Seminary in 1957 (on Hermeticism and the Fourth Gospel) and the other from Baylor University in 1974 (on The Inscriptions of King Herod I). He undertook postdoctoral work at both the University of Oxford (UK) and the Hebrew University of Jerusalem (Israel). He excavated extensively in the Middle East, at the sites of Bethel, Shechem, Ramat Rachel, Caesarea, Ashdod, Macherus and Elusa. All in all, this is an impressive curriculum vitae and one that means we should take Dr Vardaman’s ideas very seriously.

    Jerry Vardaman’s claims

    Although Jerry Vardaman never published any peer-reviewed papers on his discovery, his paper “Jesus’ Life, A New Chronology” in Chronos, Kairos, Christos I (Eisenbrauns, 1989) introduced the concept of microletters:
    These discoveries resulted from research done in the coin room of the British Museum in the summer of 1984, when Nikos Kokkinos was working with me. Since Kokkinos and I have not formally discussed the following conclusions, I alone must be held accountable for them, even though we do agree on at least two basic points: the existence of microletters on ancient coins and the date of Jesus’ birth… On both subjects I present evidence found on coins of the period, coins that are literally covered with microletters.
    Microletters
    An example of microletters, after Vardaman’s “Jesus’ Life, A New Chronology” Figure 1
    Apart from this chapter in a relatively obscure publication on biblical chronology, there are no formally published reports of the discovery. A series of three lectures, delivered to the Hong Kong Baptist Theological Seminary in 1998 has been in circulation for some time; they can be downloaded here as poor quality pdfs 1, 2 and 3. That is the total of Vardaman’s output on the subject of microletters, although it should be noted that he also claimed to identify them on stone-cut inscriptions.
    The academic response was almost non-existent. There were no (reported) attempts by others to validate Vardaman’s alleged discovery, no critiques of his technique and, most worryingly, no public statement on the matter by Nikos Kokkinos, alleged to have been the co-discoverer of microletters. Nikos Kokkinos is well known as an expert on ancient coinage and on the coinage of the Herodian dynasty in particular, but he seems never to have published anything claiming to have detected microletters on the objects he studies. He is someone who is unafraid of courting controversy (he was one of the co-authors of Centuries of Darkness, a radical attempt to revise the chronology of the ancient Near East and Aegean that has not met with the approval of the majority of scholars), so this failure to mention them is very surprising. The only response seems to have been a review, “Theory of Secret Inscriptions on Coins is Disputed”, by the prominent numismatist David Hendin in The Celator (Volume 5 no 3 (March 1991), 28-32). The magazine published a rebuttal to Hendin’s criticisms by Jerry Vardaman, which added no new evidence to his published work.

    Critique of the “microletters”

    Another example of microletters on a coin
    Another example of microletters, after Vardaman’s “Jesus’ Life, A New Chronology” Figure 2 (reverse)
    The lack of acknowledgement by the wider academic community is not necessarily a result of a general unwillingness to look at Jerry Vardaman’s ideas, nor is it the closing of ranks against novel hypotheses (a claim that many “alternative” archaeologists make to explain why mainstream archaeologists tend to ignore their works). It is a direct result of Vardaman’s failure to publish his results adequately by submitting them to peer-reviewed publications. It is also because of the audience to which he pitched his ideas: instead of presenting them to numismatists and epigraphers, who would be those best placed to evaluate them, he concentrated on the religious studies audience, particularly those of a biblical literalist bent. In some ways, this is not surprising (Vardaman was an ordained Baptist minister), but it is worrying.
    A third example of microletters
    A third example of microletters, after Vardaman’s “Jesus’ Life, A New Chronology” Figure 3
    One possibility for the lack of wider discussion of “microletters” is that other archaeologists simply did not believe that they exist. There are enormous problems with them, of course. Although Vardaman does not supply scales to his drawings of the coins, the letters he claims to have detected are tiny, less than half a millimetre in height. They could only have been added to the coin dies using a very fine, hard-tipped scriber of some kind, although he produced no archaeological evidence for this type of tool. We must also ask ourselves why an ancient coin die-maker would have added words and phrases that would have been invisible to the coin users. And why did he use a mixture of Greek and Latin on coins that have regular inscriptions only in Greek? How have letters so small survived the day-to-day wear to which all coins are subject so that Vardaman could discover them? How are they visible beneath the patina that develops on all archaeologically recovered coins? If corrosion products have been removed or stabilised, how have the microletters survived the cleaning process? These are insurmountable difficulties and Vardaman was never questioned about them.
    Microletters reading REX JESVS
    Microletters reading REX JESVS
    There is a more serious problem, though. As well as the promiscuous mixing of Greek and Latin words in the microletter inscriptions, there is at least one instance published by Vardaman of the letter J, used in the name Jesus. This letter simply did not exist in either the Greek or Latin alphabets of the time of Jesus: it was invented by the Italian humanist Gian Giorgio Trissino (1478–1550) to represent a sound for which the existing Latin alphabet of Early Modern period had no character. It was based on the final -i in Roman numerals in medieval manuscript traditions, where ii, iii, vii and viii were conventionally written ij, iij, vij, viij, a purely decorative feature. It can not have been “microinscribed” on a coin of the first century CE.

    Explaining non-existent “microletters”

    So what are we to make of Vardaman’s hypothesis? Well, it’s bunk, pure and simple. It is Bad Archaeology of a very obvious kind: Jerry Vardaman was seeing things that just don’t exist. We have to ask ourselves why he did so. He does not seem to have set out to hoax people and seems genuinely to have believed in the existence of microletters. The well known atheist historian Richard Carrier has suggested that in later life, Vardaman was suffering from a “chronic mental illness”. This may be going too far. Jerry Vardaman was certainly deluded about the existence of his microletters and continued to assert that he was correct, without bringing forward any evidence, until the end of his life. I suspect that his religious convictions had a part to play in his insistence on their reality.
    As a Baptist of decidedly literalist leanings, Jerry Vardaman regarded scripture as infallible; the well known problem of the impossible date for the birth of Jesus given in the Gospel of Luke, who appears to date it to 6 CE during the governorship of Quirinus in Syria, has led to a variety of ingenious explanations. Vardaman was of the view that there were two governors of Syria named Quirinus: the one mentioned by Josephus and well known to history and an earlier, more shadowy figure, who was governor in 12 BCE, the date Vardaman preferred for the birth of Jesus. His microletters formed a major element in his identification of the supposedly early Quirinius (as did microletters on stone inscriptions), who is otherwise unknown. Vardaman’s desperation to confirm the account of Luke in the face of the enormous difficulty posed by the implied date of the census that would have brought Joseph and Mary to Bethlehem led him into serious errors of judgement: he literally saw what he wanted.

    NURAKE


    RI-POSTO QUESTO SCRITTO, PERCHE' - PUR NON CONDIVIDENDONE MOLTE PARTI PERSONALMENTE - TROVO CHE ESSO MERITI QUALCHE ATTENZIONE. SUI NURAGHI NULLA E' CERTO. 

    DEDOLA CI INDICA UNA STRADA DA SEGUIRE ED AMMONISCE: SE NON SI PARTIRA' DALLA FUNZIONE (CHE EGLI INTERPRETA COME TEMPLARE RELIGIOSA, CONDANNANDO A RAGIONE QUELLA MILITARE)  NON SI FARANNO PROGRESSI, NELLA LORO INTERPRETAZIONE. 

    CITA SARDELLA, SEMERANO E PITTAU E DEVE AVERE STUDIATO IL PROBLEMA IN MODO APPASSIONATO. 

    MI VEDE ABBASTANZA D'ACCORDO QUANDO CITA I NUMERI PIU' PROBABILI DEI 'NURAGICI' DELL'EPOCA (300.000: RITENGO, SU BASI BIOLOGICHE COMPARATIVE, CHE I 'COSTRUTTORI' FOSSERO ANCHE MENO, ALL'INIZIO DELL'EPOCA DEI NURAGHI) E RIPORTA COME CREDIBILE LA SCRITTA 'NURAC' RINVENUTA SUL NURAGHE AIDU ENTOS. 

    MA SUBITO DOPO PARLA DI 'POPOLO SHARDANA' E LANCIA L'IPOTESI DI 10,000 NURAGHI: TROVO CHE IL POPOLO SHARDANA SIA UN'INVENZIONE ED IL NUMERO DEI NURAGHI NON FONDATO.

    MOLTO  BELLA L'IMMAGINE DI CUSTODIA DEL FUOCO ETERNO COME LUCE DELLA DIVINITA'. 

    NON MI PERMETTO IN ALCUN MODO DI DISCUTERE LE SUE CAPACITA' LINGUISTICHE, NE' LA SUA CULTURA E LA SUA PASSIONE.  MA MI PERMETTO INVECE DI DISSENTIRE - CON IL MASSIMO DEL RISPETTO INTELLETTUALE - CIRCA ALCUNE SUE AFFERMAZIONI.



    lunedì 2 settembre 2013


    NURAGHE, NURAKE - linguistica sarda e semitica - monumenti sardi

    NURAGHE, NURAKE

    di Salvatore Dedòla
    da www.linguasarda.com


    Su questo antichissimo nome troppi linguisti hanno elucubrato invano. Il lemma, che molti considerano un aggettivale (radice nur + tema ake), in realtà non è scomponibile. Gli viene dato il significato di ‘(torre in) muratura’, termine che avrebbe preso piede nell’alto Medioevo, mentre prima sarebbe stato diverso. Per svelare l'enigma occorre muoversi con cautela, lasciando parlare anzitutto i più quotati analisti. Comincio col Sardella (Il Sistema Linguistico della Civiltà Nuragica 325 sgg.) che demonizza quanti, riportando i significati attuali della radice nur-, collegano nuraghe al sardo nurra e traducono quest’ultimo vocabolo a un tempo come ‘mucchio di pietre’ e (con logica capovolta) come ‘vuoto, cavità, voragine’. Egli sostiene che nuraghe e nurra non sono imparentati, e dà per la torre nuragica il significato di ‘lo splendore del santuario’ (sumero nur-a-a-ak-k-i): composto del quale accetto (con riserva) solo il significato di nur 'splendore'. Il Semerano (Origini della Civiltà Europea 592) parimenti non ammette parentele tra nurra e nuraghe, ma rende il problema più avventuroso. A seguire l’esimio studioso, partiamo dalla seconda porzione del lemma, che per lui non è un tema flessivo ma un vocabolo abbinato al primo per stato costrutto. Esso avrebbe la stessa base di lat. arx < accadico arku ‘(abitazione) alta’, ebraico ārōh ‘alto, lungo’, 'luogo inaccessibile, fortificato’. Per il nome intero l’accadico darebbe, secondo Semerano, na(w)u-arraku ‘arce, castello’. Nāwûm come supposta prima parte del composto nur-ake significa ‘abitazione nomadica, pascolo’; ha la sua espansione semitica nell’ebraico nā’ā ‘abitazione, pastura’, forma allotropa di nāwe ‘abitazione, pastura’: a questa stessa base risale il verbo denominativo greco ναίω ‘abito’. Sostando sul termine intero, Semerano confronta il significato anche col latino castrum, suo sinonimo. Lo sforzo ricostruttivo del Semerano non coglie il segno, e va tentato un terzo approccio. La forma nurake potrebbe essere confrontata, per Massimo Pittau (Lingua Sardiana o dei Protosardi 163), con la forma murake largamente presente nel quadrilatero Macomer-Silanus-Abbasanta-Paulilatino-Bonarcado. Ma già sorge l'obiezione che ciò imporrebbe automaticamente anche l’equazione mur-ake = mur-ge (i noti rilievi pugliesi), che invece non hanno la base in arx (accad. arraku, arku ‘alto, lungo’) ma, soltanto per la prima parte del termine, nel latino mūrus ‘muro, mura, muraglia’. Il Pittau fornisce un apparato esauriente dei lemmi affiliati in qualche modo a nuraghe, definendoli «tutti relitti sardiani imparentati col lat. mūrus ‘muro’, con l’antroponimo etrusco Muru e col toscano mora, morra ‘mucchio di pietre, muriccia’». Egli non ammette la parentela nurra- ‘voragine’ con nurra-‘catasta’, e prosegue: «Rispetto alla base nura/mura o nurra/murra… l’appellativo nuraghe/muraghe risulta essere un aggettivo sostantivato e il suo significato originario sarà stato ‘(edificio) murario’, ‘(torre) in muratura’». Ma anche la seducente discussione del Pittau è sbagliata. Anzitutto perchè non ha fatto i conti col termine Nora, che designa la celebre città fenicia della Sardegna, significante ‘Luce (di Dio)’. E qui torno al Sardella ed alla mezza verità da lui espressa sul significato di nuraghe. Capisco che avvicinare l’etimologia di nuraghe a Nora sia una turbativa agli occhi della maggior parte degli studiosi, ma è uopo farlo: occorre che ognuno abbandoni le posizioni rigide su cui sinora si è arroccato circa la funzione dei nuraghi.Sino a che non si accetterà come ovvio e naturale che i nuraghi non erano fortezze ma altari sulla cui sommità splendeva il fuoco perenne, non si capirà niente nemmeno della loro etimologia. Essi, prima d’essere identificati con un ‘muro costruito’ (accezione operata nel Medioevo dal clero cristiano, interessato a smantellare i cardini della precedente religione), erano semplicemente gli altari della Luce di Dio (del fuoco sacro) ed affiancavano il proprio nome a quello di Nora; beninteso, senza immedesimazione dei due lemmi, che non hanno la stessa etimologia. Infatti per nuraghe dobbiamo mettere in campo il termine babilonese nuḫar ‘tempio elevato, ziggurath’. Sul termine intervenne la metatesi sardiana nuḫar > nuraḫ > nuragh-e. Per la fase metatetica, vedi l’iscrizione latina sopra il nuraghe Aidu Entos, che scrive esplicitamente NURAC. Così interpretando, dobbiamo ammettere che è giusto quanto affermano gli archeologi, circa la maggiore antichità dello ziggurath di Monte d’Accoddi (Sassari). E dobbiamo aggiungere che fu proprio lo ziggurath di Monte d’Accoddi (e quelli babilonesi) il modello religioso (non formale) da cui s’evolvettero i nuraghi quali altari del Fuoco perenne di Dio. Ho scritto in varie parti che l'ipotesi - ancora oggi tenacemente sostenuta da molti - che i nuraghi fossero fortezze, non ha alcuna base logica. I nuraghi in Sardegna sono (furono) almeno diecimila, e come strumenti difensivi sarebbero un numero enorme. Accettarli come fortezze significa che i pochissimi Sardi dell'epoca (gli storici e gli antropologi hanno supposto non più di 300.000 anime) avessero costruito un nuraghe per ogni 30 persone. Il dato è incredibile, perchè dobbiamo accettare l'assurdo che i Sardi - a gruppetti di 30 - si facessero l'un l'altro una guerra permanente. La quale sarebbe illogica, perchè in breve tempo i Sardi sarebbero dovuti sparire, mentre invece non sparirono. A questo assurdo si sommerebbe l'altro, che per erigere un nuraghe non bastano 30 persone (delle quali peraltro metà sono bambini, l'altra metà va spartita tra uomini e donne, e poichè le donne avevano altro da fare, ad erigere il nuraghe avrebbero lavorato non più di sette uomini). Altro assurdo: ogni nuraghe copre mediamente un territorio non più ampio di 3 chilometri quadrati, che sarebbe lo spazio vitale di ogni tribù di 30 persone... pari a sole tre famiglie! Un assurdo affastellamento di torri difensive. Infine va fatto un ragionamento decisivo: per annientare la "tribù" avversaria non c'era bisogno di affrontarla in campo aperto, bastava aspettare il vento, attendere che la "tribù" entrasse a dormire nel proprio castello, accendere dei falò a ridosso del nuraghe, ucciderli tutti per asfissìa. I nuraghi non furono castelli ma altari. Il popolo Shardana non fu mai in guerra intestina d'annientamento, ma fortemente coeso. Riuscire a costruire una pletora incredibile di altari d'una perfezione architettonica assoluta presuppone una fortissima unità di popolo. Gli Shardana erano così religiosi, che s'aiutarono l'un l'altro ad erigere queste prodigiose torri, che da quasi quattromila anni sfidano il vento e l'insipienza degli interpreti. Circa la radice NUR su citata, essa era nota ai Fenici, con la quale appellarono la città di Nora, chiamandola Ngr (il termine è nella Stele di Nora: vedi capitolo a parte). La Fuentes Estanol, autrice del Vocabolario Fenicio, dà a Ngr appunto il significato di Nora. Accetto la sua tesi e affermo che Ngr si adatta indifferentemente a Nora ed a Nùgoro/Nugòro (che è la città di Nùoro). Per dirimere la questione, faccio le osservazioni seguenti. In Logudoro Nùoro (Nùgoro) è chiamata Nùaru. Quest'ultimo toponimo a prima vista sembra ripetere proprio il nome antico del 'nuraghe' (nuḫar, con affievolimento e successiva caduta della fricativa velare -ḫ-). Invece non è così: il log. Nùaru ha la base nell'ant.accad. nawāru(m) 'essere brillante, splendere' > agg. nawru(m), nauru(m) 'brillante, scintillante' (di corpi celesti, come epiteto divino), incrociato con nuwwurum 'intensità (di luce)'. Nùgoro a sua volta ha la base in nuwwurum, con successiva consonantizzazione delle velari -ww- > -g-. Preciso, a scanso d'equivoci, che nuwwurum è un epiteto riferito direttamente al nuraghe quale sede luminosa del Dio del fuoco, e che dunque i toponimi Nùgoro e Nùaru, sorti in virtù di tale epiteto, sono sempre riferiti in prima persona al nuraghe, che era il tempio del Sole. Nella persistenza millenaria delle due pronunce Nùgoro e Nùaru rientra a pieno titolo anche la parentela semantica esistente tra 'intensità di luce' (nuwwurum riferito alla sacralità del nuraghe quale altare del fuoco)' e 'nuraghe' (nuḫar), che portò all'immedesimazione della "torre" col suo epiteto. Nel Nuorese prevalse la lettura toponomastica riferita alla brillantezza del nuraghe quale altare del fuoco, che è nuwwurum; l'antica semiconsonante debole (w) fu assimilata poi alla /g/ che è la velare sonora più vicina alla /w/. Il processo fonetico che portò a pronunciare Nùgoro può essere capito anche partendo dall'agg. nawru(m), nauru(m) 'brillante, scintillante' (di corpi celesti, come epiteto divino). Al riguardo entra in gioco la legge della semplificazione del dittonghi protosemitici (riguardante l'antico accadico), che dalla base naurum produce nū(w)rum; l'antica semiconsonante debole (w) fu assimilata, dagli Shardana abitatori dell'altopiano nuorese, alla /g/. La /w/ è sparita invece nel toponimo Nora [< Nū(w)rum]. Presso i Fenici che frequentarono Nora aveva prevalso, come abbiamo visto, il rafforzamento o consonantizzazione delle -ww- di nuwwurum, e chiamarono la città di Nora Ngr, giusta l'intuizione della Fuentes Estanol; presso gli Shardana abitatori della stessa città di Nora prevalse invece l'affievolimento e la successiva caduta di -ww-, onde nuwwurum >Nu(ww)ra > Nōra.


    lunedì 17 giugno 2013

    Pietra runica di Kensington

    Non traduco l'articolo: rilevo solamente che anche qui volonterosi epigrafisti improvvisati e di grande fantasia hanno re-inventato di sana pianta la Storia di un Paese. Naturalmente non esistono tracce archeologiche a conferma delle loro fantasie, malgrado il fatto che essi (ed i loro ammiratori, che non mancano mai in questi casi) si siano fatti in quattro per reperire presunte ancore di pietra nei punti di sbarco di antichi inesistenti esploratori. 


    The Kensington Runestone

    The Kensington Runestone
    The Kensington Runestone
    In 1942, Matthew Stirling, Director of the American Bureau of Ethnology, described this stone, unearthed in Minnesota in 1898 as “probably the most important archaeological object yet found in North America”. It appears to relate a story of exploration deep into the heart of the continent by a party of Swedes and Norwegians in 1362; if genuine, it would certainly deserve Stirling’s fulsome praise. Although the stone still has its supporters, especially in the area where it was found, the opinion of the majority of scholars since 1950 has been that the inscription is a crude fraud. How did it go from being regarded as one of the greatest discoveries of North American archaeology to something tainted with fraudulent origins in so short a time?
    Considerable doubt exists surrounding the circumstances of discovery, which has been exploited by sceptics, but it is likely that it was unearthed by Olof Ohman, a farmer of Swedish origin, on his farm in rural Minnesota in November 1898 (doubts exist about the precise date and accusations have been made that the inscription was made after the slab was uncovered). Ohman was clearing poplar trees from a hillock in the swamps to the north-north-east of Kensington on land that he had owned since 1890. Although there was initial excitement at the discovery, the stone faded into brief obscurity after scholars expressed their scepticism about it. In the meantime, Ohman seems to have forgotten about it and the stone was used as a step. (una soglia!)
    In 1907, the social historian Hjalmar Rued Holand (1872-1963) ‘rediscovered’ the stone. He allegedly started out as a sceptic but was quickly convinced by the authenticity of the inscription and spent the remainder of his long life trying to win it mainstream acceptance. The high point came when the stone was exhibited at the Smithsonian Institution’s National Museum in 1949, and although the Institution was careful to avoid endorsing it as a genuine Viking artefact, its supporters see its temporary exhibition in the capital of the USA as evidence that scholars were treating it seriously.
    Hjalmar Holand (1872-1963)
    Hjalmar Holand (1872-1963): the Runestone’s greatest champion
    Nevertheless, the linguistic peculiarities of the inscription have dogged it since it was first examined by Olaus Breda (1853-1916) in 1899. He pointed to its strange mixture of Swedish and Norwegian forms, its apparent inclusion of English words and its use of a word not attested before the nineteenth century, opdægelse, to mean “voyage of discovery”. Supporters have claimed that advances in scholarship since 1899 have shown these peculiarities to be normal for the fourteenth century. While this is true to a limited extent, it is also over-stating the case: the mixture of languages still needs to be explained away, while there is still that niggling opdægelse. This is not to mention the lack of case endings: fourteenth-century Norse nouns were still declined, but not one is on the Runsetone. Then there are the numerals. Although they are claimed to be types found on primstave, runic calendar sticks, they are not: they are a form not attested before the nineteenth century, when they were used in Swedish folk contexts.
    There is the very odd coincidence that the inscription claims that ten Norse explorers were killed by Native Americans in Minnesota in 1362, while ten Scandinavian settlers were killed by Native Americans in Minnesota exactly five hundred years later, in 1862. This is odd, but not conclusive evidence for fraud. The biggest problem is in explaining what Scandinavians were doing in the middle of the North American continent in the middle of the fourteenth century. This was a period when the Norse settlements in Greenland were in decline, when contact with the Norwegian homeland was sporadic and failing. Moreover, it was a period when voyages of exploration were at an end. Hjalmar Holand was forced to construct an elaborate (and implausible) scenario for the presence of Scandinavians in Minnesota that ignores their known mode of coastal exploration. No archaeological evidence for these explorers has been found beyond a series of claimed “anchor stones” said to mark mooring spots. We are not given details of the distribution of these stones or accurate drawings of different types; instead, we are asked to accept on trust that they resemble similar stones found in Norway. The problem with these stones is that the holes were not chiselled (the standard practice in Norway) but were drilled, using the one-inch (25.4 mm) bit that was standard for blasting operations in the nineteenth-century USA.

    mercoledì 5 giugno 2013

    Profeti e tavolette

    Eccentric nineteenth-century scholar Constantine Rafinesque composes a Native American epic
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    Constantine Rafinesque

    Secondo lo studioso del XIX secolo Constantin Rafinesque, un'antica tradizione degli indiani americani Delaware (i Lenape) conservava ancora memoria dell'attraversamento effettuato dalla tribù attraverso lo Stretto di Bering dall'Asia all'America migliaia di anni fa. 
    According to the 19th-century scholar Constantine Rafinesque, an ancient Lenape (Delaware) Indian tradition preserved the memory of the tribe crossing the frozen Bering Strait from Asia into America thousands of years ago.

    Rafinesque sosteneva che la sua fonte, che egli stesso aveva tradotto era il Walam Olum, o "Registro Rosso", che consisteva in una serie di tavolette lignee incise e dipinte con presunti simboli Lenape. Esso raccontava di come i Lenape fossero entrati nel Nuovo Mondo, avessero sottomesso un popolo costruttore di tumuli nel MezzoWest e avesse proseguito verso Est, dando origine alle tribù che parlavano Algonchino.
    Rafinesque said his source, which he translated himself, was the Walam Olum or "Red Record," a bundle of wooden plaques engraved and painted with supposed Lenape symbols. It told how the Lenape entered the New World, overcame a Midwestern mound building people, and continued eastward, giving rise to the Algonquian-speaking tribes.

    Ma c'erano dei vuoti, nel racconto di Rafinesque. Egli sosteneva di avere ricevuto le tavolette nel 1822, da un certo dott. Ward, che le aveva avute da un suo paziente (il medico non fu mai rintracciabile in alcuna fonte storica). I simboli che compaiono sulle tavolette stanno ciascuno a comporre un verso dell'epica Lenape e Rafinesque asserì di essere entrato in possesso dei 183 versi solo due anni dopo (non si sa da chi).
    But there are gaps in Rafinesque's story. He claimed that he got the plaques in 1822 from a Dr. Ward, who had received them two years earlier from a Delaware patient. (The physician is not traceable in any historical source.) The symbols each stood for a verse in the Lenape epic, and Rafinesque said that he obtained the actual 183 verses two years later (from whom is unknown).

    Rafinesque pubblicò la sua 'Traduzione' nel 1836 sotto il titolo:"Le Nazioni Americane", ma le tavolette andarono perdute (Rafinesque non precisa come).
    Molti credono che gli Indiani discendano dalle Tribù perdute d'Israele e che i Tumuli siano stati costruiti da una popolazione indiana oggi scomparsa. Alcuni studiosi videro nel Walam Olam la prova necessaria a dimostrare l'origine asiatica dei Nativi Americani, proprio come sosteneva Rafinesque. Esistevano alcuni dubbi sull'autenticità  del Walam Olum, ma fu egualmente ripubblicato nel 1849 ed una nuova versione fu stampata nel 1885.
    Rafinesque published his translation in his 1836 book The American Nations, but the wooden plaques were lost (Rafinesque doesn't say how).
    Many people believed Indians were descended from the Lost Tribes of Israel and that the mounds were built by a vanished non-Indian race. Scholars saw the Walam Olum as evidence corroborating an Asian origin for Native Americans, as Rafinesque maintained. There were some doubts about the Walum Olam's authenticity, but it was republished in 1849 and a new translation came out in 1885.

    Il 1950 fu un a svolta degli eventi. Uno studio del Walam Olum, finanziato dal magnate farmaceutico Eli Lilly, che era anche un archeologo dilettante (ed un fervido credente), gli dette credito e promosse un'altra traduzione. Ma lo studio dimostrò in realtà quanto fosse problematico il Walum Olum e qualche studioso cominciò a disapprovarlo. La datazione al C14 appena introdotta portò nuovi dubbi. La versione di Rafinesque, infatti, poneva i tempi del leggenda rio attraversamento dello Stretto di Bering circa 3600 anni fa, mentre il radiocarbonio lo dimostrava come effettuato 12.000 anni fa. Eppure, molti studiosi ancora consideravano veritiero il Walam Olum, anche se inaccurato.
    The 1950s were a turning point. A study of the Walum Olam funded by pharmaceutical magnate and amateur archaeologist Eli Lilly (a staunch believer) gave it a passing grade and produced another translation. But the study revealed how problematic the Walum Olam was, and some prominent archaeologists began rejecting it. Carbon dating, newly developed, further called it into question. Rafinesque's timeframe for the Bering Strait crossing, based on the legend, put it about 3,600 years ago, while carbon dating placed it at least 12,000 years ago. Still, many scholars took the Walam Olum as genuine, if historically inaccurate.

    Nel 1991 Stephen Williams, nel suo "Fantastic Archaeology", lo condannò come una frode archeologica-epigrafica, concludendo che le tavolette scolpite e dipinte non erano mai esistite, ma non apparve mai alcuna definitiva stroncatura. Toccò a David Oestricher rivelare come e perché Rafinesque avesse concepito il Walam Olum. Oestricher si rivolse alle fonti giuste: gli appunti originali di Rafinesque e gli stessi Indiani Delaware. Presentò i suoi risultati nel 1995, nella sua dissertazione dottorale presso l'Università Rutgers ed in un popolare articolo sulla rivista Natural History, nel 1996.
    While Stephen Williams in Fantastic Archaeology (1991) condemned it as a hoax, concluding the painted sticks and pictographs never existed, no definitive debunking appeared. It was up to David Oestricher to reveal how and why Rafinesque concocted the Walam Olum. Oestricher went to the right sources, Rafinseque's original papers and the Delaware themselves, and presented his results in his 1995 Rutgers University doctoral dissertation and in a popular article in Natural History in 1996.

    Oestricher interrogò gli anziani Delaware circa il Walam Olum. Essi gli confermarono che ne avevano sentito parlare solo recentemente, da antropologi e archeologi, e trovavano il testo problematico e spesso incomprensibile. Oestricher revisionò il testo insieme a Lucy Parks Blaloch (nata nel 1906 e con un'ottima conoscenza scritta e parlata del Lenape). Insieme, reperirono molti problemi, come ad esempio l'introduzione di numerosi inglesmi che non esistevano nel Lenape. Nel carteggio originale manoscritto di Rafinesque, Oestricher scoprì numerosi vocaboli Lenape che erano stati cancellati e sostituiti da altri vocaboli che si adattavano meglio alla sua "traduzione". Di fatto, la versione Inglese era stata scritta per prima e dopo era stata tradotta in Lenape.
    Oestricher asked elderly Lenape in Oklahoma about the Walam Olum. They told him they had heard of it only recently, from anthropologists and archaeologists, and "found its text puzzling and often incomprehensible." Oestricher reviewed the translation with Lucy Parks Blalock (born in 1906, she was fluent in Lenape). They found many problems with it, such as the inclusion of English idioms that did not exist in Lenape. In the original manuscript, Oestricher found that Rafinesque had repeatedly crossed out Lenape words, replacing them with ones that better matched his English "translation." In fact, the English was written first, and then translated into Lenape.

    Se nion si trattava di un'originale Tradizione Lenape, da dove proveniva quel testo? La storia nelle sue linee generali assomiglia ad una che figura nel testo di Rafinesque "Ancient History, or Annals of Kentucky" (1824), in cui si sostiene che i Lenape erano un gruppo di rifugiati in fuga dopo la caduta dell'Impero Oghuziano.
    Spinti verso il Nord Est dell'Asia, essi attraversarono lo Stretto di Bering ghiacciato per raggiungere il Nord America, vinsero nello scontro contro una potente tribù e si spinsero ad Est oltre il Mississippi, fino a raggiungere finalmente l'area della Baia di Delaware. 
    If not an original Lenape epic, where did the tale come from? The story line resembles one in Rafinesque's Ancient History, or Annals of Kentucky (1824), which says the Lenape were a refugee group fleeing after the fall of "Oghuzian Empire." Driven into northeast Asia, they crossed the frozen Bering Strait into North America, overcame a powerful tribe and passed east over the Mississippi, and eventually arrived at the Delaware Bay area.

    Per ciò che riguarda la lingua,Rafinesque trasse i vocaboli dai lavori di Missionari della Moravia, specificamente una grammatica del 1827 ed una lista di vocaboli del 1834.Ma - mescolati a vocaboli di vero Lenape - c'erano vocaboli provenienti da altri linguaggi indiani, Azteco e perfino Cinese. Anche i simboli erano mesolati insieme: Ojibwa, Egiziani, antico cinesi e Maya. Rafinesque aveva aggiunto alcuni simboli, per potere meglio correlare all'Asia i Lenape, corroborando così la propria teoria circa l'origine dei Nativi Americani. Oestricher rileva gli errori commessi da Rafinesque neella raccolta delle sue fonti. Egli cita 25 Capo-indiani per nome, raccogliendoli da una lista del 1834, ma Oestricher rileva che nell'usanza dei Lenape è di non usare mai due volte lo stesso nome di altri individui (vivi o morti). Rafinesque addirittura copiò, nel proprio manoscritto, persino alcuni errori tipografici. 
    For the language, Rafinesque drew on the works of Moravian missionaries, specifically an 1827 grammar and an 1834 word list. But mixed in with genuine Lenape words were others borrowed by Rafinesque from other Indian languages, Aztec, and even Chinese. The symbols were likewise mixed: Ojibwa, Egyptian, ancient Chinese, and Maya. Rafinesque had apparently added other symbols in order to linguistically link the Lenape to Asia, substantiating his own theory about the origins of Native Americans.
    Oestricher notes mistakes Rafinesque made in using his sources. He lists 25 chiefs by name, taking them from the 1834 word list. But Oestricher says Lenape custom is that names are never used by two people, living or deceased. Rafinesque even copied typographical errors in sources into his own manuscript.

    Perché compiere questo falso? Stephen Williams conferma che Rafinesque era 'complicato' ed 'erratico', ma 'non pazzo'. Egli sottolinea la vastità delle conoscenze di Rafinesque, le sue pubblicazioni in molti campi, che spaziano dal poema epico di 248 pagine alla monografia di 300 pagine sui pesci del fiume Ohio.
    Oestriche sospetta che Rafinesque sia stato ispirato, per reazione, dal riferito ritrovamento - da parte di Josef Smith, che nel 1830 fondò la Chiesa dei Santi degli Ultimi Giorni (i Mormoni) - delle tavole d'oro scritte in Egiziano che dichiaravano gli indiani d'America come discendenti degli Israeliti.
    Why the faking? Stephen Williams labels Rafinesque "complex" and "erratic and difficult" but "not insane." He notes Rafinesque's breadth of knowledge, and publications in many fields, ranging from a 248-page epic poem to a 300-page monograph on Ohio River fishes. Oestricher believes he might have been inspired by, and reacting to, the 1830 claim by Joseph Smith, founder of Church of Jesus Christ of Latter Day Saints, of finding golden plates inscribed in Egyptian and saying Indians and Mound Builders were the descendants of Israelites.

    Appassionatamente fedele alla propria convinzione che gli Indiani fossero di origine Asiatica, Rafinesque denunciò come una frode la teoria mormone, ma egualmente avrebbe potuto reagire a Joshua Priest, che nel suo molto popolare "American Antiquities" (1833) descriveva le prove archeologiche e linguistiche presenti in tutto il territorio NordAmericano, dimostranti che le ultime tribù d'Israele (ma anche Romani, Scandinàvi, Egiziani, Gallesi ed altri) erano giunti in Nordamerica. Priest aveva suscitato le ire di Rafinesque con le proprie ricerche.
    Passionate in his belief that Indians were of Asian origin, Rafinesque had denounced it as a hoax. But he equally could have been reacting to Josiah Priest, who, in his highly popularAmerican Antiquities (1833), described archaeological and linguistic evidence across the continent for the Lost Tribes of Israel, Romans, Scandinavians, Egyptians, Welsh, and others. Priest drew Rafinesque's ire by taking his research and using it to support these wild claims.

    Forse anche la mancanza di fondi giocò il proprio ruolo, secondo Oestricher. Rafinesque partecipava ad un concorso, con un consistente premio economico, finanziato dall'Istituto Reale di Francia. Vi aveva presentato una pubblicazione nell'Ottobre del 1834 circa i Lenape, senza alcuna menzione del Walam Olum, malgrado il fatto che - presumibilmente - lo avesse studiato per più di circa 10 anni. Ma in Dicembre egli spedì un supplemento, il Walum Olam, appunto: sembra che lo abbia composto solo dopo avere acquistato la lista di vocaboli del 1834.
    Perhaps, says Oestricher, lack of money played a role. Rafinesque had entered a competition, with a substantial cash prize, sponsored by the Royal Institute of France. He submitted in October 1834 an essay about the Lenape language with no mention of the Walum Olam, despite his supposedly having studied it more than a decade. But in December he sent in a supplement--the Walum Olam. It appears that he composed it only after acquiring a copy of the 1834 word list.

    Il Walam Olum dimostra quale danno le frodi ed i falsi possono infliggere. Non solo gli studiosi furono gabbati, ma ancora secoli dopo i giovani Lenape, che non sanno ormai più leggere o scrivere il Lenape, avevano volenterosamente raccolto il Walam Olum come una gloriosa reliquia del proprio passato e della propria cultura.
    Ma Rafinesque l'aveva semplicemente inventato - vuoi per promuovere la sua versione sui Nativi americani, vuoi per motivi economici.
    Malgrado il proprio invidiabile curriculum, aveva anteposto motivi non scientifici alla fedeltà alla Scienza ed alla Verità.
    The Walam Olum demonstrates the damage that hoaxes and fakes can inflict. Not only were scholars duped, but also many decades later younger Lenape, who cannot read or speak Lenape, had, according to Oestricher, "eagerly seized upon [the Walam Olum] as a glorious remnant of their culture." But Rafinesque had simply invented it--whether to promote his view of Native American origins or to win a handsome cash prize. Despite his significant scholarly achievements, he let his own beliefs or financial need override his scruples.