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mercoledì 13 marzo 2013

Falsari e Nazionalisti





IL  'PASSO DOPPIO'  DI  TARRAGONA

Tarragona Two-Step

The "Hercules Sarcophagus" is quickly debunked, but 60 years later a fragment resurfaces as genuine in a prominent academic journal


On March 9, 1850, workers quarrying stone for a harbor project at Tarragona, Spain, found a marble sarcophagus with strange carvings and inscriptions. The diggers had broken the sarcophagus before they noticed the depictions on it, but local antiquarian Don Buenaventura Hernández y Sanahuja collected and studied the surviving pieces.
On one large panel Hercules stands astride the Strait of Gibraltar, a zodiac arching over his head. To his right, a procession of colonists and their animals head from Egypt (identifiable by a crocodile and palms) to Spain. These images seemed to match well with legends about Hercules.
In his tenth labor, stealing the cattle of the three-headed monster Geryon, Hercules split into two a mountain at the junction of Africa and Europe, opening the Strait of Gibraltar and creating the Pillars of Hercules. Ancient authors preserve other traditions that meld the Greco-Roman hero with the Phoenician god Melqart as "Egyptian hercules." These say Hercules led an army into Spain and died there (Sallust) and that his bones were buried at Gades, ancient Cadiz (Pomponius Mela).
The sarcophagus imagery implied a cultural link to Hercules and the land of the pharaohs, something that would please 19th-century Spanish patriots. Hernández Sanahuja published the carvings as "Ibero-Egyptian" in his Resumen Historico-Critico de la Cuidad de Tarragona Desde su Fundacion Hasta la Epoca Romana (1855).


Hernández Sanahuja claimed the Hyksos moved to Spain after being driven out of Egypt and built Tarragona's early walls. The Egyptians pursued them, however, and joined with the natives against the Hyksos. The tomb had been "constructed to receive the remains of the leader who had brought the Egyptians colonists to Spain, or perhaps one of his descendants" (quoted in Padró i Parcerisa 1980).
"This theory, which is in agreement with Spanish traditions, with the theognony and myths of the Egyptians, with the ancient writers and geographers, and finally with the general histories of all the peoples of the Mediterranean shores, is to be found explicitly confirmed in these sarcophagus fragments, in the teeth of modern critics, who in envy of our glories and the priority of Iberian civilization in Europe have sought by sophistry to annul a fact which cannot be doubted, as I have proved" (quoted in Padró i Parcerisa 1980).

Scholars outside Spain quickly rejected them as an obvious hoax (E. Hubner, Die Antike Bildwerke in Madrid, 1862). The cartoon-like nature of these carvings is best captured by a fragment that shows an elephant headed-god wearing a kilt and holding a mummy in its trunk while standing on a boat with an owl. Oddly, a ushabti or servant figurine published by Hernández Sanahuja as found in the Egyptian tomb appears to be authentic, "though brought from heaven knows where" (Padró i Parcerisa 1980).
Was Hernández Sanahuja responsible for the sarcophagus with its crudely executed carvings and inscriptions? And possibly put a real ushabti with it? Maybe not. His Resumen Historico-Critico de la Cuidad de Tarragona is now rare because he destroyed every copy he could get (Moffitt 1994).
 

Nonetheless, almost 60 years afterward, a piece of the sarcophagus enjoyed a second life. In 1916, A.L. Frothingham published an article in the American Journal of Archaeology using an end piece of the sarcophagus as evidence of Phoenician iconography. The Phoenician Tablet of Tarragona, as he called the fragment, shows two figures, one male and one female, standing between two palm trees with snake-like figures on either side of them "The Phoenician Tablet of Tarragona." Frothingham interpreted the two figures as Baal and Tanit, two deities in the Phoenician pantheon and the sources of other life, asserting that the spiraling mass between the two figures was essentially an embryo fed with fire and water from them. And although it is clear that he had some understanding of the origin of the piece (thus: "of Tarragona"), it would seem that he did not know its exact origin, since he describes the fragment as part of a circular artifact and not part of the bogus sarcophagus. In 1921, Pierre Paris published a scathing commentary in Revue archéologique, denouncing the sarcophagus as nothing but "une enfantine parodie" of Egyptian art.
The Sarcophagus of Tarragona is impressive, but not because it was technologically complex or because it was believed to be genuine for any length of time. 

It shows how nationalism can look to the past--or even fake the past--in search of powerful symbols, here attempting to link Spain with the glories of ancient Egypt. In this regard, the sarcophagus may have a close parallel in the recent "finds" at the Roman city of Iruna-Veleia in northern Spain, from a depiction of Christ's crucifixion, to Nefertiti's name, to the earliest written messages in the Basque language. 
But it also shows that hoaxes can have a second life when a fragment is separated from the "original" and later scholars are taken in--until someone recognizes it and condemns it once more.

Come si vede bene, il malinteso senso identitario può condurre a comportamenti aberranti, ovunque.




© 2009 by the Archaeological Institute of America
archive.archaeology.org/online/features/hoaxes/tarragona.html

venerdì 8 marzo 2013

Identità ed Ideologia





I raggruppamenti umani sono molteplici e multiformi: famiglia, quartiere, città, nazione; studenti di varie classi ed età, occupati di vario grado e reddito e disoccupati, proletari e patrizi. Bianchi, neri e gialli. Religiosi d’ogni credo, laici, atei, agnostici e marrani.  Fedeli e voltagabbana, traditori e patrioti. Bevitori ed astemi. Rotariani e Lyons, Templari, Rosacroce e Massoni. Interisti e Milanisti. Occidente ed Oriente, Nord e Sud. Ogni gruppo e categoria conferisce all’individuo che vi appartiene un grado differente di sicurezza distintiva, e lo attrae con proporzionalmente differente forza di attrazione.

Che esista in ognuno un preciso senso d’appartenenza ad un gruppo più o meno vasto e che questo senso d’appartenenza dia una certa dose di soddisfazione all’individuo è il primo motivo  per l’esistenza dei sentimenti d’identità. Alcuni esempi d’identità? Tra le migliaia possibili:

I Cinesi s’identificano nella loro millenaria saggezza e nella propria cultura, prima inventrice di numerosissimi ritrovati che sarebbero giunti solo tardivamente – e solo in parte – nell’Occidente. Ma va da sé che non tutti i cinesi che possiamo incontrare sono colti o sono saggi, solamente perché ‘appartengono’ al vasto club dei cinesi. E questo vale per tutti gli altri iscritti agli altri club.

I Persiani si identificano nella Culla Mesopotamica che ha dato origine a quasi ogni cosa, dalla prima produzione di cibo all’aggregazione in città, alla scrittura, all’astronomia ed agli strumenti del ‘progresso’.

I Francesi s’identificano nei Galli e vanno orgogliosi del coraggio antagonista mostrato da Vercingetorige contro lo strapotere militare dei Romani. In realtà, una buona parte dei Francesi preferisce identificarsi nel ben più grande e più recente Sacro Romano Impero di Carlo Magno.
C’è qui un certo strabismo identitario, ma pur sempre e comunque animato da un forte sentimento nazionalista. 

Alcuni Italiani si rifanno in qualche modo alla forza dell’Antica Roma: ad esempio, anche il Fascismo Italiano s’ispirò ai suoi simboli di potere, appropriandosene per auto - rappresentarsi (il Fascio etrusco, il saluto romano).

I Greci s’identificavano talvolta (sempre più di rado, oggi, con questa crisi) nei valori dell’Ellade classica, che si reputa spesso – esagerando – unica depositaria e creatrice della Cultura Occidentale, oppure almeno dei suoi Canoni artistici distintivi...

Forse nessuno s’identifica nei Vichinghi (dichiarandosene orgogliosamente discendente) proprio perché essi non costituiscono un esempio positivo nella Storia, anzi sono considerati solitamente violenti e brutali. E questo è un errore tanto quanto il rappresentarli con un elmo cornuto, che essi non portarono mai nella realtà.

Altri ancora s’identificano nei propri rispettivi eroi positivi del passato e nella grandezza trascorsa del proprio paese. Tutti i gruppi umani possiedono insomma i propri relativi idoli – a guardar bene – e ne hanno fatto simboli distintivi identitari, attorno ai quali riunirsi per rafforzare il proprio sentimento di appartenenza e per difendersi dagli ‘altri’, che non ne fanno parte.

Naturalmente, tanto più isolato si viene a trovare un gruppo umano, tanto più facile è che esso sviluppi peculiarità che lo contraddistinguono da qualunque altro. Questo è tanto più vero quanto più i motivi dell’isolamento sono insuperabili: ostacoli geografici, ostacoli culturali, ostacoli religiosi.
Quanto più a lungo poi dura questo isolamento e tanto maggiori diventano le divergenze: la Genetica di Popolazione e la Storia ci dimostrano che  da una stessa popolazione originaria ne possono nascere due distinte, che alla fine sono così evidentemente differenti l’una dall’altra da mostrare ostilità l’una con l’altra.

In più, talvolta questi idoli identitari, sui quali si basano giudizi e pregiudizi, sono totalmente inventati ed esistono solo nella fantasia: egualmente, la popolazione che li ha inventati si affeziona ad essi e anzi li difende con forza dai ‘detrattori’ che ne negano con iconoclasta insistenza l’esistenza.

È una debolezza tutta umana, in fondo.
Ma si deve riuscire a guardarci dentro ed attraverso.
Il che significa che si deve comprenderla interamente per renderla inoffensiva, perché nasconde un serio pericolo.

L’identità – qualunque essa sia – si accompagna automaticamente, irrazionalmente, a crescenti motivi d’orgoglio quanto più valido, unico, rappresentativo di positività, appare essere il gruppo cui si appartiene.

Ma ci si dovrebbe soffermare su un fatto fondamentale: è giustificato essere orgogliosi per un risultato conseguito con la nostra  fatica, per un traguardo ottenuto con la nostra bravura, per un bersaglio colpito con l’impegno ed il coraggio. Insomma, l’orgoglio può essere giustificato da un’acquisizione che sia costata a noi personalmente qualche cosa in termini di partecipazione attiva, di sacrificio, di capacità e di attenzione.

Non si può – ad esempio – essere orgogliosi di essere nati in un determinato posto: questo equivale ad essere orgogliosi del caso fortuito, che è un assoluto controsenso. È come essere orgogliosi di avere tirato i dadi ed avere fatto un tale punteggio piuttosto che un altro.
Se il posto in cui si è nati è bello, ridente e piacevole, se ne può essere contenti e soddisfatti. Ci si può sentire fortunati se è accogliente in tutti i sensi: ma questo è tutta un’altra cosa che esserne orgogliosi. Ci si può persino dispiacere per coloro che sono nati e risiedono altrove, ma anche qui il sentimento chiamato in causa è ben differente dall’orgoglio.

Ecco che i vari ‘orgoglio padano’, ‘orgoglio siciliano’, ‘orgoglio sardo’ e così via elencando, appaiono e sono di fatto fatuità pericolose, perché nascono un altro e ben più pericoloso "sentimento identitario": il nazionalismo,  che non è un moto dell’animo, come vorrebbe sembrare, bensì un'ideologia politica, che conduce a metodi deteriori di comportamento.


Se ti vuoi annoiare, continua a leggere:

I Livelli Delle Organizzazioni Umane.

Per quanto concerne la complessità degli aggregati umani, gli antropologi distinguono quattro diverse fasi d’organizzazione: Banda, Tribù, Chefferie (una specie di Potentato o Principato) e Stato. Probabilmente, 40.000 anni fa, tutto il genere umano viveva in bande. Ancora 11.000 anni fa, la maggioranza era dispersa in questi piccoli gruppi. Alcune comunità, ancora oggi vivono in bande.


La banda, per intendersi, è l’eredità di milioni d’anni d’evoluzione. I gorilla e gli scimpanzé (ambedue rimasti africani, come fu anche l’uomo, in origine) vivono in bande di poche unità di parenti. Si pensava che le bande fossero non violente, fino a che ci si è accorti che la più comune causa di morte, nel suo ambito, è l’omicidio. Si deve notare che, nel passare da un livello più semplice ad uno più complesso, l’elemento costantemente presente è l’incremento di popolazione: si passa da poche decine d’individui, fino ad almeno 50.000. Le popolazioni di Cacciatori/Raccoglitori non sono mai riuscite, in genere, a completare l’ascesa della complessità d’aggregazione. Il primo gradino di tale scala è dato dall’agricoltura, sufficiente ad innescare il processo d’ascesa, fino a produrre differenze marcate, anche tra due popolazioni identiche, in origine.


La Tribù è formata da alcune centinaia d’individui, non più nomadi, ma insediati in villaggi. È abbastanza piccola, perché i suoi componenti si conoscano tutti e ricordino il reciproco grado di parentela. Le relazioni interpersonali sono basate sulla parentela e sul clan. Le decisioni sono prese tra pari, anche se può esservi un certo grado d’influenza di un capo. I conflitti interni trovano soluzioni per lo più informali. Esistono forme almeno iniziali d’allevamento ed agricoltura. Non c’è divisione del lavoro, né stratificazione della società. Non compaiono ancora né beni di lusso, né schiavitù, né alfabetizzazione, né edifici pubblici. Le prime tribù apparvero nella (MF) circa 13000 anni fa.


La Chefferie conta già migliaia (o decine di migliaia) d’individui, più villaggi (di cui uno è il più importante) e relazioni interpersonali basate su classe sociale e residenza. Essa rappresenta un mutamento enorme dalla tribù. Affida i processi decisionali ad un’autorità centrale, la sola che possa usare la forza. Possiede qualche livello di burocrazia. La religione ha già il ruolo di giustificare la cleptocrazia: anzi si crea un’ideologia istituzionalizzata, che rafforza l’autorità del capo. Ogni individuo accetta l’obbligo dei tributi per costruire templi (che ricordano l’esistenza del potere centrale). In cambio, avrà stabilità, la sicurezza che gli altri membri, pur non conoscendolo, non lo uccideranno, per l’appartenenza alla stessa etnia, con la stessa lingua, gli stessi ideali, la stessa religione, lo stesso capo. Le eccedenze servono a mantenere i ruoli non produttivi. L’agricoltura e l’allevamento si fanno intensivi. Compaiono stratificazioni sociali e divisione del lavoro. Compaiono beni di lusso per l’elite: il capo deve essere immediatamente riconoscibile. Nascono forme ritualizzate esteriori di rispetto religioso e sociale (ad esempio: la proscinesi, l’inchino). Fa la sua comparsa la schiavitù. Le prime Chefferie comparvero nella Mezzaluna Fertile attorno al 5500 a. C. mentre l’america centrale dovette attendere fino al 1000 a. C. Nella Chefferie si realizzano opere sociali che sarebbero onerose per iniziative singole, s’edificano edifici monumentali. Il baratto perdura, ma l’economia s’affida anche al sistema di raccolta centrale e redistribuzione, che prefigura le moderne imposte. In genere, le Chefferie non hanno mai prodotto documenti scritti.


Lo Stato è la forma d’aggregazione che necessita di meno descrizioni. Sappiamo che i primi stati mesopotamici possedevano un controllo centrale dell’economia. Quattro erano le categorie di produttori di cibo: ortofrutticoltori, pastori, pescatori, coltivatori di cereali. L’autorità centrale riceveva i loro tributi e forniva in cambio attrezzi, semi e cibo. Lo stato manteneva anche gli operai necessari per le opere pubbliche. Nei primi stati, lo schiavismo s’applica su larga scala, compaiono capitali grandi e fastose, i ruoli non produttivi s’articolano e si differenziano seguendo le crescenti necessità della burocrazia. L’ideologia si fa più insistita: non esiste un esercito, che non abbia un Dio dietro di sé. Tra i soldati figurano potenziali eroi e martiri della Patria.

Va notato che questo modo di pensare è del tutto inesistente, nella banda o nella tribù: in esse esistono la guerra e la possibilità di morire, ma si sferra un attacco solo se si ha una schiacciante superiorità, che assicura la vittoria. Si combatte solo per la preda, per il cibo, per qualche cosa, d’immediato e concreto, che gli altri possiedono. Non si combatte per la comunità, per la sicurezza, o per un futuro sereno. La chefferie e lo Stato segnano la nascita dell’ideologia. Fino a 6000 anni fa, ogni fanatismo religioso e politico era del tutto sconosciuto, nel mondo.

Questo è esattamente il pericolo che si nasconde – purtroppo ben mimetizzato – nel cosiddetto “sentimento identitario”. Quando non ben ponderato da ognuno, l'apparentemente innocuo 'sentimento identitario' non significa solo "volere tanto bene alla propria terra ed ai propri conterranei": la sdolcinatura si stempera anche con qualche cosa di ben più duro. Si accompagna infatti a chiusura nei confronti degli altri. Eventualmente anche a più o meno dichiarati sentimenti antagonisti e potenzialmente aggressivi nei confronti di tutti coloro che sono "altro" da noi, che non appartengono al club, che non possiedono la stessa ideologia.