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martedì 3 giugno 2014

Madau, su feisbuc


Note da facebook,

di Marcello Madau

Non è per una necessità polemica che ritorno su certe strane posizioni archeologiche promosse da supposte reti. E’ che la maniera di leggere e intendere il nostro patrimonio archeologico, il discorso dell’identità, le politiche della valorizzazione sono punti di discussione reale, che possono e devono essere serenamente serrati.
onvinto che non si debba avere alcun relativismo sulle scempiaggini, e che la loro suggestione non debba costituire strumento furbetto di attrazione turistica.
Va costruito un ciclo completo, integrato, coerente e virtuoso fra correttezza scientifica, tutela e promozione.

Chiaramente i linguaggi sono diversi, non si dovrà promuovere un nuraghe con gli stessi linguaggi di un saggio da rivista scientifica o con autismo catalografico. Poi la gente si allontana, e giustamente, perchè non capisce e ha diritto di capire: senza comprensione il patrimonio archeologico non è nè pubblico nè comune.
Il campo della comunicazione ha codici diversi, il visitatore va attratto, e gli strumenti – accanto a una corretta informazione scientifica – sono di contesto: cibo buono, gentilezza, brave guide turistiche, piacevole sosta, servizi pubblici efficienti, lenzuola fresche e pulite in albergo o nel bed & breakfast.

Ma il 'prodotto culturale' deve essere vero, diversamente – e non solo per una questione di identità culturale da trattare e costruire con rispetto e serietà – prima o poi si pagano costi carissimi. Il visitatore ingannato con stranezze lo verrà a sapere.

Siamo ben oltre l'immaginario, talora discutibile, di racconti e fumetti. Se gira la voce che ‘freghiamo i turisti’, come per anni purtroppo è stato fatto, ci bruciamo anche economicamente il patrimonio. Oppure, se qualcuno vorrà ...emozioni forti, preferirà andare al Loch Ness da Nessie.
La correttezza scientifica, l’orgoglio di un’identità costruita in modo ragionevole, su basi verificabili/falsificabili e riferimenti certi, non devono essere separati dal processo della valorizzazione turistica.  
La Sardegna ha già impareggiabili  e vere risorse attrattive senza necessità di stranezze, scempiaggini o addirittura falsi. Costruire identità e processi economici su basi solide crea identità ed economie ambientali solide.
Vi sottopongo allora, alla luce di queste premesse, le seguenti considerazioni prese oggi dalla rete Nurnet.


“Attorno al 21 giugno, solstizio d'estate, il sole penetra i suoi raggi all'interno della Tholos del nuraghe Ola, nel territorio di Oniferi.
Vi sono persone che ritengono l'esporsi ai raggi solari, in quel momento e in quel luogo, un'azione benefica.
Noi consideriamo questo fatto particolarmente interessante sotto gli aspetti antropologici, del marketing e della comunicazione turistica.
Ma anche il fatto che vi sia un gruppo di persone che ivi si riunisce e amorevolmente sta insieme ha dei risvolti che consideriamo importanti almeno quanto quelli economici.
Pace e Sardegna, quindi.
a.g. “.

Esattamente i processi criticati prima! Ed è curioso l’amore (selettivo) di Nurnet verso i nuraghi, la stessa della originaria matrice Nur-at; un amore che sa di marketing da hard discount (oltre quindi i supermercati berlusconiani) e relativa promozione. Che teorizza la logica del pacco e della patacca.

Aggiungo un’ultima considerazione: sono sempre stato contrario, seguendo le norme e il senso della Carta del Restauro, alle anastilosi. Ma questa volta farei un’eccezione, e mi piacerebbe davvero ricostruire le sommità dei nuraghi (e dei pozzi sacri) ‘come erano’, sormontate da murature e terrazzi a mensole: così il sole non passerebbe più dai fori sommitali odierni e il giochino sarebbe finito. 

Si potranno restituire i turisti al sole non solo solstiziale della Sardegna (non è meglio allungare la stagione?), ed evitare affollamento di malati per guai e reumatismi vari fra nuraghi, pozzi e tombe di giganti. Tra l’altro, visto i costi crescenti della supposta sanità pubblica, l’afflusso di sofferenti potrebbe causare danni gravi ai nostri monumenti nuragici.


Caro Marcello: 
mi perdonerai, spero, il commento scherzoso e goliardico, 
Non capirò mai (io, non sardo) la preferenza che gli scrittori sardi accordano immancabilmente all'aggettivo 'supposto', piuttosto che usare 'presunto', o 'ipotetico'. 
Ma in questo caso (trattandosi di NurNet e Nur-At), concordo anche io e credo che non ci sia vocabolo più adatto di una supposta, meglio se farmacologicamente potente.
Per il resto: sono totalmente daccordo con te; e aggiungo il motto del mio WebLog:

Amare (la Sardegna, in questo caso) significa essere 

pienamente consapevole di tutti i pregi e i difetti 

dell'oggetto del proprio amore e conseguentemente 

rappresentarlo esattamente com'è. 

sabato 24 maggio 2014

Scritte sui nuraghi

 Ricevo - e volentieri pubblico - questo gustosissimo ed interessante intervento del
  Professor Pittau sull'argomento "Scrittura protosarda". (il grassetto ed il colore
 sono    mie aggiunte). Per quanto si possa essere più o meno completamente d'accordo
 con   quanto egli scrive, non si può negare che l'atteggiamento e l'approccio siano
 razionali e logici e come tali vadano apprezzati. Grazie, professore.


SCRITTE NUMERALI SUI NURAGHI

articolo di M.Pittau

Per quanto mi risulta, è stato Ettore Pais - però su indicazione di Filippo Nissardi - il primo studioso a segnalare, nel suo saggio Sulla civiltà dei Nuraghi e lo sviluppo sociologico della Sardegna  (1909- 1911), l'esistenza di segni grafici nel nuraghe Losa di Abbasanta e precisamente in un masso orizzontale, sistemato all'inizio e a sinistra della scala circolare. Ed egli scrisse di ritenere che quei segni grafici fossero contemporanei alla costruzione proprio del grandioso nuraghe e che inoltre appartenessero a una scrittura primitiva degli antichi Sardi o Protosardi.

Di recente si sono fatti avanti alcuni dilettanti, i quali hanno ritenuto anch'essi che si tratti di segni grafici di una supposta “scrittura nuragica”. Essi hanno riempito numerosi siti internet con una serie enorme di considerazioni pseudolinguistiche e pseudoarcheologiche, le quali in realtà sono del tutto prive di valore scientifico. Si sono anche contraddetti vistosamente, dato che all'inizio avevano parlato di “scrittura nuragica” totalmente ed esclusivamente tale, dopo hanno finito col compararla e connetterla con quasi tutte le scritture degli antichi popoli del Vicino Oriente.

Io mi sono interessato a lungo del problema della conoscenza e dell'uso da parte dei Nuragici della scrittura, dato che ho sempre considerato una autentica sciocchezza la tesi messa in giro e spesso ripetuta della “civiltà illetterata” dei Nuragici. E in vista di questo mio interesse al problema ho fatto anche una ricca raccolta di segni che nei nuraghi, nelle tombe di gigante e nel vasellame nuragico potessero risalire proprio ai Nuragici. Alla fine però ho concluso la mia ricerca, quando mi sono sentito in grado di affermare che: 
I) Non è mai esistita una scrittura propriamente ed esclusivamente nuragica; 
II) I Nuragici hanno effettivamente conosciuto e adoperato la scrittura, ma facendo uso prima dell'alfabeto fenicio, poi di quello greco e infine quello latino (cfr. M. Pittau, Storia dei Sardi Nuragici, Selargius,  2007, § 24; M.Pittau, Il Sardus Pater e i Guerrieri di Monte Prama I appendice, I ediz. 2008, II ediz. 2009, Sassari, EDES).

Venendo ai segni incisi nel masso della scala interna del nuraghe Losa di Abbasanta, io escludo che si tratti di segni grafici, cioè di lettere di una scrittura,  e dico invece, oggi per  la prima volta, che si tratta di “segni numerali” incisi dai costruttori del nuraghe, a mano a mano che lo costruivano.

La costruzione del più semplice dei nuraghi richiedeva molto tempo, mesi, anni e perfino decenni. Sono pertanto dell'avviso che ciascuna delle aste verticali della scritta del nuraghe Losa indichi un anno intero, mentre i più corti segni diagonali, che si congiungono ai primi, indichino i mesi. La costruzione del nuraghe Losa dunque ha richiesto probabilmente 23 o 24 anni (tale sembra il numero delle aste, più alcune frazioni di mesi), che è una somma di anni che ben si adatta alla costruzione del grandioso edificio. È appena il caso di ricordare che anche numerose chiese cristiane, soprattutto in epoca medioevale, hanno richiesto anni, decenni e perfino secoli per essere portate a termine.
Ecco la foto del masso coi segni numerali e i loro verosimili disegni:











 Si comprende abbastanza facilmente il motivo della incisione della “scritta numerale” nel
  masso di inizio della scala interna del nuraghe: la scritta fu iniziata all'atto della prima 
costruzione del nuraghe e fu di anno in anno accresciuta e aggiornata a mano a mano che 
la costrizione andava avanti.  Si comprende pure la ragione per la quale i costruttori 
scelsero quel posto nascosto dell'edificio: si trattava di evitare che la scritta fosse guastata
 dai numerosi visitatori del grande edificio di culto.


Sempre nel nuraghe Losa, in un masso esterno del muraglione di settentrione, a livello di fondazione, il Pais ha segnalato anche l'esistenza di segni simili a quelli visti. In più egli ha visto il disegno di un fallo, che però io non ho mai riscontrato. Non mi sento di dire nulla su questa serie di segni: dico solamente che la prima scritta molto verosimilmente risale all'epoca della fondazione del grande nuraghe, mentre questa seconda potrebbe essere successiva anche di parecchio tempo.




Sempre su indicazione di Filippo Nissardi il Pais ha segnalato pure l'esistenza di una scritta similare in un masso di destra dell'ingresso del nuraghe Bara o Succoronis, fra Macomer e Sindia. Eccone la fotografia, non chiara sia per il muschio della roccia, sia per la sua posizione quasi orizzontale.  Ed accanto il probabile disegno:






A mio avviso anche questa è un “scritta numerale”, che segna gli anni occorsi per costruire il nuraghe.

Per concludere ricordo che fino a un cinquantennio fa, quando molti pastori non sapevano leggere né scrivere, erano soliti segnare la quantità di latte che versavano al caseificio facendo particolari tacche su un piccolo ramo d'albero fatto a bastone.

Massimo Pittau

www.pittau.it

domenica 2 febbraio 2014

MASSIMO RASSU

Orientamento dell'ingresso e tipologie di scala.
Ancora un tentativo di classificare i nuraghi

LA VARIETÀ  DI STILI ARCHITETTONICI NELLA SARDEGNA NURAGICA E QUALCHE FANTASIOSA TEORIA
Il nuraghe è considerato giustamente il monumento simbolo della Sardegna. Ma su questo archetipo edilizio preistorico proprio della nostra Isola, e sulla civiltà che lo produsse, si sa ancora abbastanza poco, nonostante lo studio sistematico da parte degli archeologi sardi a partire dalla metà del XX secolo. Può essere capitato sentire la frase "Vedere un nuraghe è come averli visti tutti". Un aforisma quanto mai errato, in quanto tutti i tentativi di classificazione delle numerose varianti diffuse in tutto il territorio isolano si sono rivelati infruttuosi. All'opposto, l'attuale concezione percepisce i segni culturali della civiltà sarda dell'Età del Bronzo soltanto come prova dell'esistenza di una sola popolazione, quasi sussistesse una precoce unità del popolo sardo. Al contrario, la varietà di tipologie di nuraghi, di tombe, di segni della cultura materiale, farebbe intendere che i manufatti erano opera probabilmente di differenti popolazioni, variamente situate nell'Isola (G. Manca 1983; 1995a).
L'archeologia ha fornito una serie di indizi verificabili sia all'interno della produzione fittile che delle strutture architettoniche. Sicuramente nel Bronzo Recente (1500-1200 a.C.) nella Sardegna centro-settentrionale era diffusa quasi esclusivamente la terracotta nota come "facies a pettine" (G. Lilliu 1982), a cui si contrapponevano nel resto dell'Isola la terracotta in pasta grigia e le olle con orlo a spigolo o a sezione triangolare (G. Ugas 1987; A. Forci & R. Relli 1999). Le aree di espansione dei due tipi di ceramica coincidono, seppur vagamente, con i settori di diffusione di due tipologie di nuraghi, con o senza la scala di accesso al piano o ai piani superiori.
Nella Sardegna centro-settentrionale la stragrande maggioranza dei nuraghi presenta la scala elicoidale che parte dal corridoio dingresso (55%, incidenza che sale al 74% nell'Oristanese). In tutta la provincia di Cagliari (90%), nel Sarrabus, nellOgliastra i nuraghi non hanno la scala (Asoru di San Vito; Piscu di Suelli; Arrubiu di Orroli; Domu e SOrcu di Castiadas, citando i più conosciuti). Nei pochi casi in cui questo elemento è presente, quasi sempre è scala di camera, ossia inizia ad una certa altezza allinterno della tholos (nuraghi Goni a Goni; Scandariu ad Armungia; Domu e sOrku a Sarroch; Su Nuraxi a Barumini).
Nel Sarcidano, nelle Barbagie e nel Campidano di Milis vi è un contesto più confuso, poiché le tre tipologie (camera, andito, senza scala) sono presenti in rapporti che mutano da luogo a luogo. In realtà, bisogna considerare altri due archetipi: lo scalandrone esterno scoperto in alcuni esempi del Marghine (G. Manca 1995b; 1996) e la cosiddetta scala sussidiaria (G. Dore 2001; 2002). Un'altra differenziazione si può osservare nella conformazione planimetrica: la camera interna con tre nicchie è tipica del centro-nord della Sardegna, ma abbastanza rara nel resto dell'Isola.
Tali ragguagli sui modelli di pianta sono deducibili dallanalisi statistica di alcuni studi e catalogazioni archeologiche, sia a carattere generale, come quelli del Lilliu (1962) o del Sequi (1985), proseguendo coi censimenti a livello zonale pertinenti l'intera Gallura (R. Caprara et alii 1996), la Planargia e il Marghine (A. Moravetti 2000), lOgliastra e la Barbagia (Archeosystem 1990), o su scala comunale, per i territori di Bonarcado (G. Manca 2002), Mamoiada (G. Manca & G. Zirottu 1999), Muravera e Castiadas (R. Ledda 1985), Ozieri (F. Amadu 1978), Quartu SantElena (G. Struglia 1989), Samatzai (Leoni 2003). Con lo spoglio bibliografico di questi testi è stato possibile visionare planimetrie o descrizioni di oltre milleduecento nuraghi, comprendendo nella campionatura sia quelli costituiti da una sola torre (monotorre), che le torri centrali di quelli complessi, ossia composti da più elementi.
Dalla comparazione della direzione dei corridoi d'ingresso, si è in grado di dedurre conclusioni singolari sulle caratteristiche zonali dei vari nuraghi. Il dato più interessante vede i massimi di affluenza delle orientazioni per i valori di 120°-155°, con un picco intorno ai 130o-135o, ossia in direzione esattamente opposta al maestrale. La fascia di fluttuazione dei valori spazia per circa 35 gradi (ossia il 10% dell'intero orizzonte), attorno a questa direzione privilegiata.
Sono stati individuati numerosi nuraghi i cui corridoi d'ingresso sono diretti in un settore compreso tra 180o e 210o: tale dato è caratteristico dei nuraghi del meridione dellIsola (a sud della linea da Riola Sardo a Baunei). Infine, gli orientamenti compresi tra 90o e 120o sono caratteristici solo dei nuraghi costituiti da un'unica torre della Sardegna settentrionale. In provincia di Sassari il 42% dei nuraghi (sia monotorre che torri centrali di complessi) è orientato a Sud Est, il 25% a Sud, ed il 7% a Sud Sud Est, ma un 11% ad Est.
A questi dati vanno aggiunti alcuni esempi con altri orientamenti: Longu di Padria diretto a Est Nord Est (Sequi 1985, p. 39), Contras di Olbia e La Colba di Santa Teresa di Gallura (R. Caprara et alii 1996, p. 687) verso Nord Est, Culbinu di Tempio Pausania verso Nord, e Li Conchi di Arzachena verso Nord Nord Ovest (R. Caprara et alii 1996, p. 348; p. 436); il Meleu di Ozieri (F. Amadu 1978, p. 65) verso Sud Sud Ovest, i nuraghi Riu Manzanu di Esporlatu (Sequi 1985, p. 71), San Sisto di Giave (Sequi 1985, p. 81) e Torolò di Ozieri (F. Amadu 1978, p. 174) verso Sud Ovest, e il Montiju Contra A di Ozieri (F. Amadu 1978, p. 318) rivolto ancora ad Ovest.
In provincia di Nuoro il 40% dei nuraghi è orientato a Sud Est, il 31% a Sud, ed il 15% nella direzione intermedia Sud Sud Est. L'aliquota rimanente comprende i nuraghi Monte Juradu di Mamoiada (Manca-Zirottu 1999, p. 282) e Longu di Tertenia (Sequi 1985, p. 40) orientati a Nord Est; Tintirriolos di Bortigali (Sequi 1985, p. 101) a Est Nord Est; Gurti Acqua di Nurri (G. Lilliu 1962, p. 64) e Miuddu di Birori (Sequi 1985, p. 50) a Sud Ovest. In provincia di Oristano il 50% dei nuraghi è orientato a Sud Est, il 22% a Sud, ed il 18% a Sud Sud Est.
I nuraghi presenti nella Provincia di Cagliari seguono un trend diverso dal resto dell'Isola, poiché le direzioni privilegiate sono sostanzialmente tre: Sud Est (il 34% dei casi), Sud (25%) e Sud Ovest (21%). Proprio la qualificata presenza di torri rivolte verso Sud Ovest costituisce una sostanziale distinzione col resto dellIsola, peraltro parzialmente diffuse in aree tuttaltro che marginali, dalla Marmilla (Gesturi), alla Trexenta (Samatzai), al Gerrei (Armungia), sino al Sarrabus, con tracce nelle montagne di Quartu SantElena, ma anche in quelle di Sarroch: Scandariu di Armungia (G. Lilliu 1962, p. 159); SOme SOrku di Castiadas (R. Ledda 1985, p. 270); Piscareddu di Muravera (R. Ledda 1985, p. 148); Nuracce Deu (o, Addeu) di Gesturi (G. Lilliu 1962, p. 91); Bruncu Musu Congiu, Nuraxi Carrogas, Santu Perdu e SantAleni di Samatzai (T. Leoni 2003, p. 45; p. 60; p. 47; p. 48); Biancu e Monte Acutzu di Quartu SantElena (G. Struglia 1989, p. 60; p. 48); Domu e SOrku di Sarroch (G. Lilliu 1962, p. 74).
Non mancano anche allinterno della stessa provincia torri rivolte verso direttrici anomale: Su Covunu di Gesico (G. Lilliu 1962, p. 84) verso Nord, Orcu di Muravera (R. Ledda 1985, p. 170) verso Nord-Est; Riu Molas di Muravera (R. Ledda 1985, p. 172) verso Est, Monte SOllastinu di Muravera (R. Ledda 1985, p. 261) verso Est Sud Est, Don Giovanni di Muravera (R. Ledda 1985, p. 267) verso Sud Sud Ovest; infine, il Monte Turno di Castiadas (R. Ledda 1985, p. 96) verso Ovest.
Superando la perimetrazione su base provinciale e ridefinendo le aree di omogeneità, si possono restringere i nuraghi in due insiemi principali, idealmente separati a livello geografico dalla linea che corre tra Riola Sardo e Baunei. Nel centro-sud dellIsola (comprendendo tutta la provincia di Cagliari e parte di quelle di Oristano e di Nuoro) il 33% dei nuraghi è orientato verso Sud Est, il 27% verso Sud, il 20% verso Sud Sud Ovest, ma solo il 12% verso Sud Sud Est. Oltre, naturalmente, ai soliti rari casi particolari.
Invece, nel centro nord il 49% dei casi registrati è orientato verso Sud Est, il 23% verso Sud, il 12% verso la direzione intermedia Sud Sud Est, con pochi esemplari diretti verso altre direzioni.
Che spiegazione dare a questo turbine di dati? Rimanendo in un ambito scientifico, non si può certo contemplare la vecchia dottrina che vedeva nei nuraghi degli antichi osservatori astronomici, o comunque costruiti seguendo i percorsi celesti del sole, della luna e di alcune stelle. Le tesi archeoastronomiche erano molto cervellotiche, e, come tali, contrastavano con limpostazione che lepistemologo Karl Popper suggeriva per la ricerca scientifica: la soluzione più vicina alla verità è sempre quella banale, la più semplice.
Nell'atto straordinariamente importante del costruire, come tutta la storia delle costruzioni umane insegna, l'uomo ha sempre inseguito l'idea di forgiare un'opera che, col minor dispendio di energie e di risorse, risolvesse nel miglior modo possibile l'indispensabile bisogno di avere un riparo, un rifugio, con tutti i comfort che le conoscenze tecniche dell'epoca gli permettevano. Fondare un edificio secondo rigide disposizioni planimetriche affinché si possa rimarcare da una certa apertura un certo fenomeno astronomico che ogni anno si verifichi in un unico giorno su 365, è pura imbecillità. Si rasenta la follia se si ripete lo stesso schema sette od ottomila volte, quanti sono i nuraghi. Come non avrebbe avuto ragionevolezza losservazione dei lunstizi maggiori, fenomeno rarissimo che si verifica ogni 18-19 anni, in unepoca in cui, come evidenziano i resti scheletrici umani nelle tombe di giganti, la speranza di vita si arrestava ai 25-30 anni.
Probabilmente i Nuragici avevano qualche cognizione cosmologica, ma non certo molto sofisticata, poiché certe dottrine raffinate erano figlie di conoscenze matematiche e tecniche evolute, legate alla pratica della scrittura, riconosciute per le civilizzazioni sviluppatesi in Mesopotamia, in Egitto, in Cina o nello Yucatan. È abbastanza evidente, invece, che la collocazione sul territorio di un edificio è sempre derivata da problematiche strettamente tecniche e dallutilità pratica. Se, al contrario, si vuole congelare in unarea un qualsiasi allineamento, non è necessario accumulare centinaia di tonnellate di pietrame: bastano due menhir conficcati al suolo.
La prudenza in questo campo di ricerca è d'obbligo, anche perché a partire dagli anni 90 nuove metodologie di analisi, tra cui le Reti Neuronali Artificiali basate sulla logica fuzzy (o sistemi Neuro-Fuzzy), hanno permesso di accertare che molte ipotesi archeoastronomiche sono abbagli colossali (M. Codebò 1998). Nel 1974 l'astronomo americano John Eddy annunciò che la grande Ruota della Medicina - una struttura megalitica costruita da popolazioni native americane sulla Bighorn Mountain (Stati Uniti) - sarebbe servita per l'osservazione di alcune stelle (1974, p. 1035). Le sue tesi vennero confermate e ampliate nel 1980 da un altro studioso, Jack A. Robinson (1980).
Riesaminando le loro ricerche mediante un software neuro-fuzzy si è poi appurato che gli allineamenti trovati nel sito dai due ricercatori americani guardano in realtà da un'altra parte e hanno ben poco a che vedere con le stelle da loro proposte. Inoltre, essi avevano errato sia nella datazione del monumento (di ben 200 anni!), che nell'osservazione dell'azimut. In altre parole, il sito non ebbe mai alcun significato archeoastronomico, ma fu edificato seguendo parametri di tutt'altro genere (M. Codebò, 1998). Niente male per uno dei più famosi siti archeoastronomici del mondo, da sempre citato, insieme a Stonehenge e a Newgrange, in tutti i libri sull'argomento.
È abbastanza chiaro che la superficialità nella preparazione scientifica e le fantasticherie devono lasciare il passo alla serietà nella ricerca e alla necessaria prudenza nelle affermazioni. Ferme restando le analisi sugli orientamenti, ma non superando l'analisi neuro-fuzzy, tutte le affermazioni astronomiche su nuraghi e tombe di giganti sono state collocate dagli stessi studiosi del settore nell'ambito della fantarcheologia.
Massimo Rassu
L'AUTORE.
L'ingegner Massimo Rassu
svolge la libera professione
nel campo dell'architettura e dell'urbanistica.
maxrax@tiscali.it











































segue didascalia
LA TORRE CENTRALE DEL NURAGHE ARRUBIU DI ORROLI (NU) -UNO DEI PIÙ GRANDI DELL'ISOLA - NON HA LA SCALA PER SALIRE ALTERRAZZO.
segue didascalia
SARDEGNA, DISTRIBUZIONE DEI NURAGHI PER TIPOLOGIA DI SCALA.
segue didascalia
ORIENTAMENTO DEI CORRIDOI D'INGRESSO DI NURAGHI "A THOLOS" (sinistra: Sardegna centro-settentrionale; destra:Sardegna centro-meridionale) .


BIBLIOGRAFIA
F. Amadu 1978, Ozieri, Sassari.
Archeosystem 1990, Consorzio Archeosystem, Progetto I nuraghi, Milano.
R. Caprara et alii 1996, Archeologia del Territorio. Territorio dell'Archeologia, Sassari.
M. Codebò 1998, Problemi generali dell'indagine archeoastronomica, in Atti del 1o seminario di archeoastronomia, Genova 22 febbraio 1997, Roma 1998.
G. Dore 2001, I nuraghes a scala sussidiaria, in Sardegna Antica, n. 20, 2001, pp. 38-41.
G. Dore 2002, I nuraghes a scala sussidiaria, in Sardegna Antica, n. 21, 2002, pp. 35-37.
J.A. Eddy 1974, Astronomical alignment of the Big Horn Medicine Wheel, in Science, n. 18.
A. Forci & R. Relli 1999, Brocche e fiasche di età nuragica nell'Antiquarium Arborense di Oristano, in Quaderni della Sovrintendenza Archeologica, n. 16, Cagliari, pp. 81-97.
R. Ledda 1985, Censimento archeologico del territorio del Comune di Muravera, Quartu Sant'Elena.
T. Leoni 2003, Samatzai, sa storia nosta, Samatzai.
G. Lilliu 1962, Nuraghi. Torri preistoriche della Sardegna, Cagliari 1962.
G. Lilliu 1982, La civiltà nuragica, Sassari.
G. Manca 1983, Tipi di nuraghi, tecnica costruttiva e spunti cronologici, in Sardigna Antiga, 1-2, Nuoro, pp. 18-20.
G. Manca 1995a, Nuraghi: tecniche costruttive, in Sardegna Antica, n. 7, Nuoro, pp. 18-22.
G. Manca 1995b, Premessa critica, in A. M. Centurione, Studi recenti sopra i Nuraghi e loro importanza, Nuoro 1995.
G. Manca 1996, I nuraghi del Guilcieri e il Perra di Sedilo, in Sardegna Antica, n. 11, pp. 19-23.
G. Manca 2002, Bonarcado Antica. Archeologia del territorio, Nuoro.
G. Manca & Zirottu G. 1999, Pietre magiche a Mamoiada, Nuoro.
A. Moravetti 2000, Ricerche archeologiche nel Marghine-Planargia, Sassari.
J.H. Robinson 1980, Fomalhaut and Cairn D at the Big Horn and Moose Mountain Medicine Wheels, in Archaeaoastronomy Bull. Center for Archaeoastronomy, pp. 15-19.
R. Sequi 1985, Nuraghi. Manuale per conoscere 90 grandi torri megalitiche della Sardegna, Cagliari.
G. Struglia 1989, I nuraghi di Quartu, Quartu Sant'Elena.
G. Ugas 1987, Un nuovo contributo per lo studio della tholos in Sardegna. La fortezza di Su Mulinu-Villanovafranca, in "Nuragic Sardinia and the Mycenaean world", B.A.R. International Series, vol. 387, Oxford, pp. 77-128.

giovedì 19 dicembre 2013

"Il Popolo dei Nuraghi"


“Sì, forse il seme più remoto e più vero di questa tristezza, della nostra tristezza - perché anch’io, sardo, l’avverto dentro di me e l’ascolto come un’ospite assidua del cuore - è proprio in quella Patria perduta, in quegli altopiani erbosi, in quelle foreste popolate di animali selvatici, in quelle vergini pianure, in quelle riviere incontaminate dall’invasore, in quel paradiso donde fummo scacciati, ma dove è rimasto il cuore della nostra stirpe. E’ nell’indipendenza stroncata brutalmente un giorno dalla barbarie straniera e non più veramente riacquistata”.





                                                          Da    

                                   “Il  Popolo  dei  Nuraghi”                                                    
                                                          di     Marcello  Serra  

Lessi questa frase molti - troppi, ormai - anni fa. Mi colpì profondamente, perché dice moltissimo con pochissime, accorate parole. Ne scrissi un libro. Un libro ragazzino e sognante, in adorazione, appunto, di un sogno bambino: "la Terra dei Mucchi di Pietre".