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domenica 8 giugno 2014

PADRE, nell'Aramaico della Galilea


The Lord’s Prayer in Galilean Aramaic

The Lord’s Prayer is with little debate the most significant prayer in Christianity. 
Although many theological and ideological differences may divide Christians across the world, it is a prayer that unites the faith as a whole.
Within the New Testament tradition, the Prayer appears in two places. The first and more elaborate version is found in Matthew 6:9-13 where a simpler form is found in Luke 11:2-4, and the two of them share a significant amount of overlap.
The prayer’s absence from the Gospel of Mark, taken together with its presence in both Luke and Matthew, has brought some modern scholars to conclude that it is a tradition from the hypothetical Q source which both Luke and Matthew relied upon in many places throughout their individual writings. Given the similarities, this may be further evidence that what we call “Q” ultimately traces back to an Aramaic source.
Looking at the underlying Greek text of both sources, and working from what is generally accepted as the earliest form of the prayer, the following unfolds in translation back into Galilean Aramaic:


Abba, [1]
Father,
Yithqadash sh‘mak.
May thy name be holy.
Tethe malkuthak.
May thy kingdom come.
Teh’wey ra’uthak.
May thy will be done.
Pitthan d-çorak [2] hav lan yomden.
Give us today our usual bread.
w-Shbuq lan hobenan. [3]
And forgive us our debts / sins.
Hek ‘anan sh‘baqin l-haibenan.
As we forgive our debtors.
w-La ‘ul lan l-nisyon.
And lead us not into temptation.
Amen.
Keep in mind that this rendition is a work in progress and will continue to be refined (as any effort in reconstruction should be).




An Overview of Semitic Languages

Here is a map of most of the Semitic languages (both living and dead) roughly arrayed out by how they are related to one another. It’s still a work in progress, but it’s amazing to see how many dialects are out there for languages we usually think of as monolithic.

mercoledì 5 marzo 2014

NOMEN URBIS

La Città Eterna ha un nome semitico?
Da sempre gli storici si sono chiesti l’origine del nome Roma, e hanno dato vita a molte ipotesi



Le lingue dell’Occidente, italiana e latina comprese, appartengono alla famiglia delle lingue indoeuropee, ciò sulla base della prevalente incidenza nel lessico di parole appartenenti a tale gruppo. I linguisti, per ciò che concerne gli idiomi europei, parlano di etimi di provenienza indoeuropea e di provenienza da area «mediterranea». Con questa ultima allocuzione si devono intendere tutte quelle parole che, non trovando idonea collocazione in area indoeuropea, derivano per differenza da altri ceppi linguistici (semitici, camito-semitici eccetera). Sino ad epoche relativamente recenti era opinione diffusa, in ambiente scientifico, considerare l’area mediterranea una sparuta minoranza, tale da non inficiare l’assioma mai ritenuto confutabile di appartenenza alla famiglia giapetica delle lingue dell’Occidente, sia quelle in uso nel linguaggio corrente che quelle oramai estinte come la latina. Negli ultimi decenni ulteriori e più approfondite ricerche, alla luce dei grandi progressi in campo archeologico, ma ancor più in quello linguistico1, hanno modificato alquanto il quadro d’insieme, o meglio i rapporti di incidenza, in seno alle lingue dell’Occidente, tra gli etimi indoeuropei e quelli provenienti dall’area mediterranea. Martin Bernal addirittura parla di un livello di equità tra i ceppi indoeuropei e quelli di origine semitica e camito-semitica2. Ove ciò fosse vero diventerebbe arduo l’affermare ancora che le lingue dell’Occidente siano indoeuropee, bisognerebbe parlare a tal punto di lingue «miste» o con un appellativo di recente conio «nostratiche», appartenenti cioè alla vastissima area «euro-afro-asiatica». Le  percentuali di cui parla lo studioso inglese appaiono forse eccessive ma è indubitabile che le percentuali di parole che si riteneva di origine indoeuropea si vanno man mano assottigliando in favore dell’area mediterranea. Sarebbe troppo arduo e complesso, in tal sede, operare ad ampio raggio uno screening sull’argomento, mi limiterò pertanto in queste brevi note soltanto nel porre in esame il più celebre e famoso toponimo latino che si riteneva di probabile provenienza giapetica, od almeno del tutto estraneo all’area semitica e/o camito-semitica e cioè il nome della Città Eterna, Roma. Al di là delle leggende legate all’origine di Roma e del suo nome così come ci sono descritte nelle opere dei vari Tito Livio, Ovidio o Virgilio e che in virtù proprio di quell’alone di leggenda che permea le stesse, non possono esser prese in seria considerazione, il fatto che detto toponimo non ha mai trovato un chiaro e idoneo riscontro in area indoeuropea ha costantemente creato, tra gli studiosi, perplessità circa l’origine di questo nome, il cui etimo pertanto finisce per perdersi nella notte dei tempi. Tra i tanti rammento il grande linguista italiano Bruno Migliorini il quale espresse alcuni dubbi circa l’origine della parola, dichiarando il «problema tuttora aperto». Comunque una ipotesi che egli formulò e che, a dire il vero, lui stesso dichiarò non sufficientemente lapalissiana nella sua formulazione3, farebbe risalire la parola all’etrusco «Rumel(e)na» alias «Ruma» latinizzato in «romilius» esprimente il concetto di «mammella» e da qui Romolo, il leggendario fondatore di Roma figlio di Rea Silvia. Su tale orientamento anche i linguisti Giovanni Battista Pellegrini e Carla Marcato, seppur con lievi sfumature divergenti4. La ipotetica radices etrusca della parola esprimente il concetto di «mammella» è sempre risultata poco convincente sia se collegabile alla leggenda di Romolo e Remo allattati dalla lupa capitolina e sia se adducibile alla forma di mammella del Colle Palatino secondo la «remota» ipotesi del Migliorini5. Alcuni linguisti, favorevoli alla radices indoeuropea, fanno risalire la parola a sreu/ruo, dal greco ρέω (√sscr. Sru)6, esprimente il significato di «scorrere»/«fluire» e concetti analoghi. L’allusione è naturalmente ascrivibile al fiume Tevere che appunto attraversa la città. Tale indirizzo appare anch’esso scarsamente attendibile in quanto l’etimo di che trattasi non trova ulteriori riscontri in area italica. Al reddere ad rationem il prevalente orientamento dei linguisti è comunque indirizzato nel far risalire il nome all’etrusco Ruma. L’etrusco è una lingua «nostratica» o per «filogenesi» al pari del basco o dell’albanese, un idioma pertanto che non trova apprezzabili affinità con gruppi più complessi come l’indoeuropeo, l’altaico eccetera. Da qui la difficoltà incontrata dagli etruscologi nella comprensione di una lingua che presenta scarse affinità comparative. Una serie di molteplici indizi attestano che questo popolo sviluppò una certa espansione commerciale arcaica in regioni al di fuori dell’Etruria propria. Reperti attestano tracce di insediamenti dovuti presumibilmente a scambi commerciali nell’area padana, in quella campana, Corsica, Genova, nella Gallia Meridionale, nell’isola di Egina e soprattutto, per ciò che concerne la presente ricerca, a Cartagine (una tessera hospitalis)7. Ma soprattutto le rovine di Pyrgi8 mettono in evidenza stretti contatti etrusco-punici che dovettero lungamente esistere tra le due sponde del Mediterraneo. Com’è intuibile queste popolazioni dovettero ob torto collo, proprio in virtù dei frequenti contatti intercorsi, assimilare in una qualche misura il lessico dell’una e dell’altra. Forse le popolazioni etrusche presero in prestito dall’idioma semitico dei Punici pochi elementi, almeno sulla base di quanto sino ad oggi si è potuto riscontrare, ma sicuramente un certo numero di parole fu acquisito nel tempo dagli stessi. Il semitico dei Punici è strettamente imparentato con il proto-cananeo in uso in epoche arcaiche (II-III millennio avanti Cristo) nelle zone della Fenicia corrispondenti all’attuale Libano. Fatte queste debite premesse, rese indispensabili onde fornire un contesto quanto più chiaro possibile sulla problematica di che trattasi, torniamo alla parola Roma, alias Ruma. La parola cananea9 Råmåh esprime il significato di «cittadella», «località alta», «altura» e concetti analoghi, in ebraico ר מה traslitterato Rmh. Il Bernal sostiene che questa parola fu presa in prestito dagli Etruschi, soprattutto nelle zone litoranee del litorale romano, Tarquinia eccetera, cioè quelle aree maggiormente interessate ai contatti e scambi di natura commerciale etrusco-punici10. Ora bisogna tener presente che Roma sorse e si sviluppò sui famosi sette colli ed a quei tempi le costruzioni, di qualsiasi natura fossero, probabilmente ab origine il più delle volte degli accampamenti tendati, risaltavano in particolar misura sulle alture ed erano pertanto ben visibili dal litorale romano piatto, soprattutto alla foce del Tevere. Il Bernal sulla base di queste considerazioni ritiene estremamente plausibile che il termine Råmåh stesse ad indicare il toponimo di zona sopraelevata, alta rispetto al litorale, tenendo altresì presente che il valore semantico di questa parola esprime anche il concetto di cittadella. Da rimarcare inoltre la corrispondente parola egiziana antica rmc, traslitterato Rma, corrispondente all’ebraico Rwm, anch’essa con radice cananea, esprimente il concetto di «località alta»11. Di analogo avviso sono i linguisti americani  Levine e Brown12, i quali al contrario, escludono che la parola ebraico misnaitica ed aramaica Rumē derivi dallo stesso etimo cananeo, essendo quest’ultima certamente derivata dal greco Ρώμη. Il Bernal fa inoltre rilevare che la vocale masoretica rappresentata dal suono /å/, come comunemente si è sempre supposta la lunga /ā/, al contrario rappresenta una vocalizzazione tra /a/ e /o/13. Che il nome della Città Eterna, a mio avviso, abbia attinto il suo etimo da un lessico semitico appare una ipotesi estremamente confortante, più della prevalente corrente indirizzata sul concetto di «mammella»14 con l’allusione al mitico allattamento dei gemelli Romolo e Remo. Questo mito, che permea la leggenda della nascita di Roma, è frutto della tradizione ancestrale e dell’enfasi immaginatoria dei Romani e pertanto tale deve restare ad una indagine sul piano scientifico. Partendo dal presupposto che la lingua dei Latini era diversa dalla etrusca e pertanto scarsamente comprensibile dagli stessi, non si può escludere che i creatori del mito della nascita di Roma si siano rifatti all’appellativo usato dagli Etruschi per indicare la loro città, parola che per mera e fortuita assonanza fonetica indicava anche il sostantivo «mammella», rendendo così compatibile questo valore semantico ai fatti leggendari a noi ben noti. Restando con i piedi per terra appare contra più verosimile che il toponimo inizialmente si sia rifatto, allorché si incominciò a sviluppare un agglomerato urbano sui sette colli, ad un termine con cui gli Etruschi solevano indicare quella città, probabilmente nemica perché estranea alla loro civiltà, che sorgeva ed era visibile sulle alture capitoline. Comunque, al di là di queste personalissime considerazioni, il toponimo della Città Eterna, pur restando un rebus ancora irrisolvibile e che resterà tale forse per sempre, si presta ora a possibili, verosimili e piùconcrete considerazioni etimologiche, che sino a poco tempo fa erano da considerarsi del tutto impensabili.
 
 
Note 

1 Si basti pensare alla scoperta di lingue come l’egiziano antico (idioma camito-semitico), l’akkadico (semitico) eccetera, scoperte che hanno dischiuso le conoscenze di un mondo sino a poco tempo fa quasi del tutto sconosciuto.
2 M. Bernal: Atena Nera, edizioni Est 1997.
3 B. Migliorini: Sull’origine del nome di Roma, Firenze 1928.
4 G. B. Pellegrini e C. C. Marcato: Dizionario di Toponomastica, Garzanti Editore.
5 Di analogo avviso, cioè sostenitori dell’etimo Ruma alias «mammella», i linguisti A. W. Schlegel e F. Kortüm.
6 L. Rocci: Vocabolario Greco-Italiano, edizioni Dante Alighieri 1983, pagina 1639.
7 Confronta M. Crisofani: Introduzione allo studio dell’etrusco, Olschki Edizioni 1991.
8 Pyrgi era il porto di Caere, importante città etrusca (attestata anche con il nome greco Πΰργοι).
9 Il proto-cananeo e suoi derivati è un idioma appartenente al gruppo del semitico occidentale.
10 Per approfondimenti confronta M. Bernal: Black Athena – The Afroasiatic Roots of Classical Civilization, III Volume (The linguistic evidence), Rutgers Un. Press, 2006, pagina 181 e seguenti.
11 Confronta E. A. W. Budge: An Egyptian Hieroglyphic Dictionary, Dover Publ. New York 1978, Volume I, pagina 424 B.
12 Confronta S. Levin: The Indo-European and Semitic Languages, State Un. of N.Y., Albany 1971; J. P. Brown: Literary Contexts of the Common Hebrew-Greek Vocabulary, in Journal of Semitic Studies 1968; S. Levin e J. P. Brown: The Ethnic Paradigm as a Pattern for Nominal Forms in Greek and Hebrew, in General Linguistics 1986.
13 Confronta Bernal, The Afroasiatic Roots…
14 Ancor meno la ipotesi di sreu/ruo (scorrere) per quanto indicato in precedenza.

domenica 22 settembre 2013

Carammare



Un giorno ventoso,
 carammare*.

Siparietto (Frassica direbbe 'Nanetto', storpiando la parola "aneddoto", senza riferimenti all'altezza fisica o alla bassezza morale di alcuno) di vita sarda di totale fantasia, riferito da un gentleman inglese - su una rivista peer review -  durante una pennichella postprandiale a base di inusitati (per lui) cibi indigesti, favorenti arteriosclerosi ed aterosclerosi (casu martzu et similia), con la convinzione che il vino sardo d'alta gradazione (o l'abbardente) possa funzionare da solvente per la placca ateromasica e da vasodilatatore per ridurre l'ipertensione. Ogni riferimento a persone realmente ancora per un po' in vita è da ritenersi del tutto casuale.

Personaggi ed interpreti, in ordine d'apparizione ed in colori naturali: 

ISSO: l'Ipse Dixit aristotelico, per Antonomasia (ma anche per Alessandra ed Anastasia).
Incauta ed ingenua partecipante: un'ingenua e gentile persona di buon senso, che vorrebbe credere, ma proprio non ci riesce.
Pensiero Inespresso: uno che sa bene come sono andate le cose, ma non parla: è il vero responsabile di quanto accade. In realtà, solamente un sospensorio stracciato per l'idrocele dell'Ipse Dixit.
Confusione Generale: è l'iniziale confusione semplice, che con il tempo, e per assenza di interventi da parte di chi di dovere, è riuscita a scalare tutti i gradi gerarchici, fino a quello di Generale.
Si ringraziano sentitamente per il 'cammeo': Gigi Sanna degli Istentales, esempio di vero sardo, e Roberto Vecchioni, esempio di vero professore. Due persone che - loro sì - si occupano di problemi veri.

istentales-ft-roberto-vecchioni_isola-ribelle.mp3

ISSO: “… Allora, segguittemi legiaddri in questo ambiente sconesso diettro alla spiaggia, dovve vi mostrerò antiche tracce di scritura nuraggica. E che nessuno si provvi neanche a pensare di fare il bagno, che lo fulmino. Ecco: questo qui, che vedete che sembra una esse, invece è un serpentello, cioè una ‘N’, che si pronuncia ‘nur’: è la scrita più semplice che c’è nel Nuragico (pensate il resto! ndt) Bisogna sapere molte altre cosse, per andare oltre le aparenze. Mi capite o non? Anche molti studiosi academici incorrono in errore e non comprendono queste cosse che io invece capisco benissimo e per questo ve le sto spiegando. Questa sembra una ‘P’, ma in realtà è un resh… Perché si gratta lei? Ho detto resh, non rash, stia buono… Si tratta di segni che risalgono a 3300 anni fa, dovvete cappire che i significati sono in qualche modo slitati in sensi diferenti: non c’entra con il Romano” (per ‘romano’ s'intende il Latino ndt).
INCAUTA ED INGENUA PARTECIPANTE: “Ma scusi se la interrompo: un conto è trovarlo almeno su un nuraghe, ma così: all’aperto, in mezzo a nulla? Come si fa a …”.
ISSO: “Eh, aspetti un momento: è vero che una provva non è mai abbastanza, ma vi farò veddere molte altre provve, molti altri doccumenti molto interesanti, e se mi seguirette state certi che alla fine capirette tutto: questi sono segni Cananaici”.
PENSIERO INESPRESSO PER CODARDIA DI UN ALTRO PARTECIPANTE: (Eppure, mio cugino materno Peppineddu Sirigu ha passato qui tutte le estati, con la fidanzata Rita Antonia Valentina Murreddu. Vuoi vedere che…?).
ISSO, IMPERTERRITO: “Un falsario avrebbe potuto fare questi segni, indubbiamente, in qualsiasi momento (la settimana scorsa no, per un impegno, ndt). Ma siccome le lettere sono inserite in quadratini, non possono essere false.” 
PENSIERO INESPRESSO CIRCA IL MESSAGGIO SUBLIMINALE: (Quindi, cari amici, se volete essere creduti, inserite le vostre lettere nei quadratini, proprio come si fa nelle parole crociate. Mi avete capito o non?).
ISSO: “E poi, provate pure a prendere una pietra qualunque e a scolpirci sopra e vedrete che non ci riuscirete a fare questi segni proprio così”.
CONFUSIONE GENERALE: (Reclutamento per? Istigazione a?).
P.I.: (Ma poi: perché ‘falsario’? Peppineddu voleva bene davvero a Antonia: si sono anche sposati! Hanno tre figli! Sono come due puzones...)
ISSO: “Comme vedette, prima, a destra, c’è una ‘A’, che non è una A, bensì è l’ideograma del toro rovesciatto.
P.I.:(Ma se Peppineddu è sempre stato fedele ad Antonia! Che cosa insinua custu scimpru? Quasi quasi lo mando a...)
ISSO: Questa scritta, quindi, se la leggiamo da destra a sinistra, come si faceva con il Semittico significa: “la luce del toro che muore”.
(Si leva un "oh" di tristezza delusa dall’auditorio agropastorale, al pensiero del povero animale morente).
Perché qui c’era la ‘Porta del sole’: i tedeschi vennivano in vacanza qui proprio il 21 di giugno e si prendevano le scotature, per prolungatta fotoesposizione. La luce è quella del barbecue  con cui arostivano le bistecche del toro. È tutto chiaro o non?”.
INCAUTA PARTECIPANTE: “Scusi, ma il professore, dov’è?”
ISSO: “Come dov’è? Sono io”.
I.P.: “Ma, dai: tu sei Giggi Sanna, quello degli Istentales, no? Io stavo cercando il prof. Vecchioni che hai invitato a cantare qui! Tra l’altro, devo dirti che con barba e berritta stavi molto meglio: almeno si vedeva meno la faccia. Vuoi un Kaf, che fa dimagrire un po'?”.

* Per i non sardi: 
Cara = viso
Carammare, Cara a mare = con il volto rivolto al mare, guardando il mare. E' chiaro o non?
Puzone = uccello, non anche nel senso di genitali maschili (per quello c'è pilloni). I Puzones sono una rappresentazione tradizionale tipica sarda, di due uccelli affrontati, spesso con lo stesso ramoscello nel becco.

martedì 26 febbraio 2013

Origini Semitiche



Alfabeto Fenicio con 'spiegazioni' grafiche della possibile origine dei singoli caratteri. Le forme con asterisco sono quelle che rispondono al principio 'acrofonico' (la lettera si identifica con l'iniziale dell'oggetto inizialmente rappresentato).




ALEF  -  è un nome ricostruito per indicare la prima lettera dell’alfabeto Cananeo, che però è stato trasmesso ad alfabeti successivi (Fenicio Alef, Siriano Alaf, Ebraico Alef, ed Arabo Alif). Esso rappresentava un suono consonantico, ma in Greco divenne Alfa ed in Latino A, ambedue vocali. Il segno grafico deriva dalla parola Semito-occidentale per ‘Bue’ e la forma stessa della lettera discende dal Glifo Proto-Sinaitico basato sul geroglifico che dipinge una testa bovina con le corna. È anche stata formulata l’ipotesi (A. Gardiner) che il geroglifico Egizio dell’avvoltoio fosse usato per rappresentare il medesimo suono, recentemente messa in dubbio.
Possiede un intenso valore rappresentante l’unicità di Dio.

BET (Beth, Beh, Vet) è la seconda lettera di molti alfabeti Semiti. Il suo significato è ‘casa’ (geroglifico:) in varie lingue semitiche (Arabo bayt, Accadico bitu, o betu, Ebraico bayit, Fenicio byt, tutti derivanti dal Proto-Semitico bayt). Ha originato le lettere greca Beta e latina B. Il valore numerico è due, in gematria: è il primo segno della Torah, a significare che ne esistono due parti, quella scritta e quella orale.

GIMEL – è la terza lettera degli alfabeti Semiti. Si pensa che possa derivare da un precedente segno non attestato Proto Cananeo per descrivere o il manico di una fionda o un bastone da lancio (quindi, un’arma). Essa ha dato origine alla Gamma greca ed alla C latina. Bertrand Russel formulò l’ipotesi che la lettera rappresentasse  l’immagine convenzionale di un cammello. Il valore numerico è tre.

DALED, (Dalet, Daleth, Ashkenazi Dales) è la quarta lettera degli alfabeti Semiti (Fenicio, Aramaico, Ebraico, Siriano, Arabo) derivante da un glifo degli alfabeti della media Età del Bronzo che era il Dalt (‘porta’) e che in seguito divenne il geroglifico rappresentante appunto una porta. Ha dato origine alla Delta Greca ed alla D latina.  Simboleggia il numero quattro.
Nel Giudaismo è utilizzata per fare riferimento a Dio, in modo non sacro, mentre He è usato più frequentemente e possiede un significato più formale. Anche Gimel è usato con questo scopo, ma molto raramente.
Graficamente, Daled è il disegno della parte superiore delle porte Egizie che disegnava un triangolo di 3 lati e comprendendo l’architrave formava un angolo, che nelle costruzioni sacre era di 144 gradi.
Questa lettera proviene dal disegno di un antichissimo attrezzo, la “squadra”.


HE – è la quinta lettera di molti alfabeti Semiti. Ha dato origine all lettera greca Epsilon e alla latina E. Rappresentava inizialmente una consonante, ma in Latino Greco, Cirillico assunse un suono vocalico. In Gematria, He assume il valore numerico 5 e quindi, usato all’inizio degli anni Ebraici il valore di 5.000.
Graficamente, essa è sempre stata caratterizzata da 3 linee parallele come ad indicare la staccionata di un recinto
Nel Giudaismo è utilizzata spesso per indicare il nome di Dio (significa: Hashem = ‘Il Nome’) e costituisce un espediente per riferirsi a Dio senza pronunciarne il nome.

WAW
(Vau, Vav) è la sesta lettera degli alfabeti semiti. Il suo significato letterale è piolo, uncino, lancia. Il suo valore numerico matematico è sei. 
Il geroglifico egizio da cui deriva rappresenta un uomo in preghiera con le mani alzate.  Si è trasformata nel greco F e Y e nel Latino F, V, U, W e Y.

ZAYIN
(Zain, Zayn, Zay) è la settima lettera degli alfabeti semitici. Da esso discendono la Z greca Etrusca e Latina. La lettera fenicia sembra descrivere un’arma, forse una spada. (ne derivano nell’Ebraico biblico il termine spada ed il verbo ferire, mentre nell’Ebreo moderno il termine pene ed un verbo, volgare per rapporto sessuale). Il valore numerico è sette.

HET (Khet, Kheth, Chet, Cheth, Heth) è il nome ricostruito dell’ottava lettera del Proto-Cananeo, passata poi negli alfabeti Semiti, incluso il Berbero. In Greco ha dato origine all’Eta, in Latino all’ H ed è passata graficamente immodificata nell’Etrusco. La forma del segno discende originariamente da un geroglifico indicante un ‘cortile’ ( ) forse denominato ‘hasir’ negli alfabeti del Medio Bronzo e risalente a ’Hayt’, nome ricostruito per una lettera indicante ‘filo, trama’. Il valore simbolico in gematria è quello di otto, che è anche simile alla sua forma grafica.

TET (Teth) è la nona lettera di molti alfabeti semiti. Ha dato origine alla lettera greca theta. La lettera Fenicia significa ‘ruota’, ma è possibile che derivi da un glifo della Media Età del bronzo (‘tab’) significante ‘buono’ (tav in Aramaico e tov in Ebraico, tayyib in Arabo moderno), forse tutti derivanti dal geroglifico nfr ‘buono’.
In gematria rappresenta il numero nove; se seguito da un apostrofo: novemila.

IOD (Yodh, Yud, Jod, Jodh) è la decima lettera di molti alfabeti Semiti, che ha prodotto lo Iota in greco e la I in latino. Si pensa abbia avuto origine da un pittogramma di una mano attraverso una forma Proto-Semitica “yad” che potrebbe essere correlata al geroglifico Egizio rappresentante un braccio  () . In gematria rappresenta il numero dieci. Due Yod di seguito rappresentano il Dio Adone, ciò che si ottiene egualmente bene con il Tetragramma (‘le quattro lettere’). Dato che è proibito agli israeliti pronunciare o scrivere per intero per intero il Tetragbramma, il termine è in genere sostituito da ‘Adone’. Yod è la lettera più piccola e compare in molti modi ed esempi nella Gabbala anche il suo significato numerico, importante nel Giudaismo, contribuisce a questo.

KAF (Kaph) è l’undicesima lettera degli alfabeti Semiti e ha dato origine a K greco e latino.  Deriva più probabilmente da un pittogramma indicante il palmo della mano (sia in Ebraico sia in Arabo moderno la parola kaph significa ‘palmo’, ‘presa’ con la mano). In gematria, il significato è 20. Raramente anche 500.

LAMED (Lamedh) è la dodicesima lettera deglo alfabeti Semitici (Lam in Arabo). La lettera Fenicia ha dato origine al greco Lambda ed al latino L. In gematria, simboleggia il numero trenta. Insieme alla lettera Vav sta per i 36 giusti che salvano il mondo dalla distruzione.

MEM (Meem, Mim) è la tredicesima lettera degli alfabeti Semitici. Ha dato origine al Greco M (mu) ed al latino M. Si pensa derivi dal segno geroglifico Egizio per acqua ( ), semplificandolo e dandogli il suono del vocabolo Fenicio per ‘acqua’ (mem), che a sua volta derivava dal Proto Semitico. In gematria mem simboleggia il numero quaranta. Il vocabolo assume anche molti altri significati, in epoche, contesti e luoghi differenti.

NUN (pronunciato talvolta  ‘nunu’) è la quattordicesima lettera dell’alfabeto semitico. Ne derivano il greco N (nu) e la N latina. Si pensa che il segno derivi dal pittogramma di un serpente (la parola Ebraica per serpente ‘nachash’ inizia con un Nun, in Aramaico ‘nun’ significa proprio serpente) oppure un’anguilla. Alcuni hanno ipotizzato la presenza di una forma geroglifico per ‘pesce’, dato che in Arabo ‘nun’ significa pesce o balena. La lettera Fenicia, quindi, fu chiamata ‘Nun’, pesce, ma il glifo si è sempre ipotizzato discendere da un’ipotetico termine Proto-cananeo nahs, ‘serpente’, basandosi sull’Etipoe e su un geroglifico di serpente. In Arabo moderno, nahs significa ‘ cattiva fortuna’. Il suo valore in gematria è di cinquanta.

SAMEKH  E’ la quindicesima lettera di molti alfabeti Semiti: ha dato origine alla lettera greca Xi ma non esiste un equivalente Latino. Le sue origini non sono chiare. La lettera Fenicia potrebbe infatti essere la continuazione di un glifo degli alfabeti del Bronzo Medio, oppure essere basato su di un geroglifico Egizio rappresentante il piolo di una tenda, o qualche altro tipo di supporto. Il suo valore in Gematria è sessanta.
Samekh e Mem formano l’abbreviazione per l’Angelo della Morte, il cui nome in Ebraico è Samaele.
Nel capitolo 32 dell’Esodo si legge che le tavole della Legge erano scolpite ‘su ambo le facce’: questo fatto viene in genere interpretato dal Talmud di Gerusalemme come una iscrizione trapassante la pietra e quindi come un miracolo, in quanto la parte interna del Samekh (che realizza un cerchio, in Ebraico) sarebbe dovuto cadere dalle tavole. Il Talmud di Babilonia lo spiega invece con la differente grafia dell’alfabeto Paleo-Ebraico.

AYIN (‘Ayin) è la sedicesima lettera di molti alfabeti Semiti. Il nome della lettera deriva dal Proto-Semitico ‘Ayn’, Occhio : anche la lettera Fenicia aveva una forma di occhio, derivando dal geroglifico i’r che possiede esattamente la medesima forma ( ). Dalla lettera Fenicia derivarono il greco Omicron ed il latino O, che rappresentano vocali. In gematria, il simbolo è 70.

PE è la diciassettesima lettera di molti alfabeti Semiti, che ha dato origine al greco Pi ed al latino P. Sembra essere originata dal pittogramma di una bocca (in Ebraico: pe, in Arabo: fam). In gematria, il valore simbolico è ottanta.

SADE (Tsade, Saddi, Sad, Tzadi, Sadhe, Tzaddik) è la diciottesima lettera di molti alfabeti Semiti.  Se ne presentano numerose varianti. Ha dato origine a segni di lettere Greche (San e forse Sampi) ed Etrusche, ma non Latine. L’origine del segno non è chiaro: possibilmente deriva da un glifo del Medio bronzo rappresentante una pianta, forse di papiro. Il suo valore numerico matematico è 90.

QOF (Qoph, Qop, Kof, Qaf) è la diciannovesima lettera di molti alfabeti Semiti. Si attribuisce ad essa il valore di Q, oppure K ed il suo valore in gematria è 100. Si pensa che il segno nasca inizialmente da quello di un ago per cucire, sulla base di glifi Paleo Ebraici. Crea un po’ di confusione l’omofonia con il vocabolo ‘scimmia’.  

RESH è la ventesima lettera degli alfabeti semitici. Nella gran parte di essi, si tratta di un segno molto simile al Dalet. (la somiglianza ha dato origine a doppie grafie, ad esempio di alcuni nomi di regnanti). Il vocabolo Fenicio ha dato origine al Rho greco (P) e alla R latina. Il pittogramma  di una testa, derivante dal proto-Semitico Rais sembra sia all’origine del segno alfabetico. Forse il Semitico orientale Ris era il rendimento fonetico del Sumero cuneiforme ‘testa’ in Accadico. Il suo valore simbolico in gematria è 200.

SHIN (Sin, Sheen) è la ventunesima lettera di molti alfabeti Semiti e letteralmente significa ‘tagliente’, acuminato. Ha dato origine al Sigma greco ed alla S latina. Secondo W. Albright, il glifo Proto-Sinaitico era basato su di un dente. L’Enciclopedia Giudaica ricorda che originariamente si trattava dell’immagine di un arco composito. La storia e l’evoluzione delle sibilanti dal proto-sinaitico alle successive lingue semitiche è piuttosto complicata, in quanto esistono già nella forma più antica cinque differenti forme di ‘s’.
In gematria Shin rappresenta il 300.
Il segno Egizio rappresentava un arco composito non teso, stante ad indicare la funzione dell’arco di trasportare la freccia da un luogo all’altro.

TAW (Tav, Taf) -  è la ventiduesima  ed ultima lettera degli alfabeti semitici. Sembra che la sua origine sia in un segno a croce, oppure ad asterisco, forse indicante una firma. Il suo uso letterario nella Torah è quello di una ferita. Il suo valore numerico matematico nella gematria è quattrocento). Nel giudaismo, Tav è l’ultima lettera della parola ‘verità’ (emet, composta della prima lettera Alef, l’intermedia, Mem e l’ultima lettera Tav dell’alfabeto: a significare che la Verità comprende tutto, include ogni cosa). Shequer, invece, che significa menzogna, è composta della diciannovesima, ventesima e ventunesima lettera: a significare che la bugia è di strette vedute, piccola ed incompleta.