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giovedì 13 dicembre 2012

COME T'INVENTO UNA FAVOLA



Caro Pasuco, 

amico mio: t'invito a Paulilatino, per venire a scoprire 
come s'inventa una favola
scritta a più mani da eruditi nel corso di trecento anni


ATOBIOS DE PAULE 2012 
Rassegna di eventi culturali 
Comune di Paulilatino             Guilcier Real Paulilatino
Sabato 22 Dicembre 2012 ore 17,30 – Locali ex ISOLA
Storia, paleoclimatologia, geologia  e spostamento di popoli nel mediterraneo   sul finire   del II millennio a. C.
Presentazione del libro
L’IRA DEGLI DEI
e  I “POPOLI DEL MARE”
Coordinamento: Associazione Guilcier Real
Presentazione: L’autore Maurizio Feo
Sarà presente il direttore scientifico della C.S.C.M. Editrice, Giacobbe Manca.
Introduce l’evento l’assessore alla cultura, intervento  finale del sindaco



“…non soltanto archeologia e storia, ma anche altro: per esempio, le maggiori novità al riguardo ci sono giunte negli ultimi anni da due discipline – geologia e paleoclimatologia – che ci hanno permesso di modificare di molto le nostre posizioni stantie sull’argomento…”
“….Sono stati rappresentati in modo scorretto per circa trecento anni: predoni organizzati in un’alleanza internazionale; marinai guerrieri inarrestabili che – inventando una guerra lampo impossibile per i mezzi logistici di allora, avrebbero distrutto città, regni ed imperi di quasi tutto il mondo conosciuto e creato una crisi economica di tale portata da determinare il passaggio dall’uso del bronzo a quello del ferro. Inverosimile. Il fatto più incredibile è che i cosiddetti Popoli del Mare – dopo avere conquistato facilmente paesi ricchi e produttivi – subito li abbandonavano inspiegabilmente, per fuggire a bordo delle proprie navi verso paesi inventati sulla base di “assonanze……..” 


Ti prometto che ci saranno 
parole, colori e suoni,
le parole saranno mie, 
i colori saranno quelli - inventati - dei copricapi  dei popoli del mare, 

i suoni saranno quelli delle divertenti e non scientifiche assonanze che sarebbero dovute servire per identificarli.

quindi non tradirò certamente la filosofia fondante di questo WeBlog.
TI ASPETTO.

mercoledì 18 luglio 2012


Caro Pasuco, oggi userò le parole, per spiegare un po’ meglio l’olfatto e gli odori. E questo forse spiegherà come sia nata un’espressione popolare della lingua italiana, che implica sia la vista, sia l’olfatto, associate a creare una capacità cognitiva immediata, che chiamiamo anche “sesto senso”.




“A lume di naso”.


Tra i diversi sensi, sono sempre stati più considerati la Vista e l’Udito come i principali. Tatto, Gusto ed Olfatto hanno sempre avuto un ruolo secondario. Anche se le classifiche di merito assegnano il primato e la sequenza in modo variabile, l’olfatto è sempre stato poco considerato dalla Cultura Occidentale.

Solo per fare un esempio: Lucrezio (De Natura Rerum, libro IV)  Assegna 230 versi alla vista, 110 all’udito, 60 al gusto e solo 32 all’olfatto, lasciando ultimo il tatto con 10.

Eppure, l’olfatto doveva essere importante, anche solamente nel passato non troppo lontano, quando tutte le attività industriali non intrudevano nella nostra vita quotidiana ed essa era profumata dagli odori naturali e da quelli delle poche attività umane, tra cui quelle più moleste venivano relegate fuori della città (ad esempio la puzzolentissima concia delle pelli).
- Se pensiamo all’antica Roma, ad esempio, essa doveva essere piena d’odori molto più intensi (oggi sono coperti dai fumi d’idrocarburi combusti e dal consumo di copertoni, dall’inquinamento industriale), tra cui quelli alimentari, delle fulloniche - lavanderie quelli dell’urina (senz’altro: gli effluvi provenivano da quella degli animali adibiti ai carri, alla macina e anche da quella umana, scaricata liberamente per strada, oppure abbondantemente raccolta nelle foriche - latrine), quelli del fieno tagliato, i vari olezzi del mercato e quelli della folla del Foro, quelli dei bracieri d'inverno.

Forse anche per questo i Latini consideravano l’olfatto un senso che non può essere tradito: le famose oche del Campidoglio non dettero l’allarme perché videro, oppure udirono i Galli. Lucrezio ci riporta che le oche ne percepirono l’odore.[1]

Naturalmente, l’olfatto – per potere servire a qualche cosa – presuppone l’odore, dal quale non può prescindere.

Sono numerosi gli esempi dell’olfatto “latino” trattato come un utile strumento d’indagine: esso compare persino in alcune gustose commedie di Plauto[2] ed è persino accostato alle capacità oracolari e divinatorie. “Sagax” è definito un buon naso ed è quindi, per definizione, il cane. La sagacitas è la fine capacità di seguire un’indagine delicata ed avveduta, con metodo e precisione, fino alla sua felice conclusione, proprio come un cane segue la sua traccia sul terreno e nell’aria.[3]

Tra il puzzare e l’essere troppo profumati esiste però un giusto mezzo, raccomandato dai Latini Plauto, Cicerone, Marziale, Seneca: in sintesi, “odora bene chi non odora affatto”.
Ma l’olfatto, allora, aveva molta più importanza di oggi, è vero: non a caso il vocabolo “ignaro” (colui che ignora) è fatto risalire a “sine naribus” (senza narici). Perché , per gli antichi, annusare (saperlo fare) equivaleva a sapere.





Fonte principale:

Isabella Tondo
Università di Palermo
Via Abruzzi 1
I – 90144 Palermo 
Da: “A lume di naso. Per una Storia Antica dell’Olfatto” - I QUADERNI DEL RAMO D’ORO ON-LINE
n. 2 (2009), pp. 101-110




[1] Lucrezio (4.6890-683): “Humanum longe praesentit odorem, Romuidarum arcis servator candidus anser”, “Fiutando di lontano l’odore dell’uomo, la candida oca salvò la rocca della prole di Romolo”
[2] “Miles Gloriosus”, (vv. 1255-1259); “Curculio” (v. 110).
[3] Numerosi autori latini fanno questo (abituale) parallelo: Festo, Quintiliano, Lucrezio, Plinio, Cicerone, Valerio Massimo.