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venerdì 7 febbraio 2014

Uomo Moderno vs. Neanderthal


Circa due milioni di anni fa, le due linee genetiche che avrebbero portato da una parte allo scimpanzè e dall’altra all’uomo, si separarono.[1]

Presumendo – secondo una valida deduzione logica – che il primo ipotetico antenato umano avesse capacità di linguaggio simili a quelle di una scimmia, si può anche desumere che le distintive capacità di linguaggio umane si siano evolute negli ultimi 6 milioni di anni.

Uno dei metodi usati legittimamente è quello di esaminare le modifiche anatomiche sviluppatesi nel corso del tempo lungo la linea evolutiva dell’uomo.
Anche se non sappiamo quale realmente fosse l’aspetto dei nostri antenati, possiamo bene immaginare che essi apparissero molto più ‘scimmieschi’ di noi. Le differenze distintive tra uomo e scimmia si produssero gradulamente, ma possiamo riconoscere almeno tre momenti principali.

1) Il primo momento fu la comparsa del ‘bipedalismo’: la capacità di camminare in posizione eretta su due soli arti. Si suppone che questo sia avvenuto molto presto: circa 4.500.000 anni fa, dato che già è osservabile nell’Ardipithecus, che definiamo ‘ominide’. Si discute circa le ragioni che condussero al bipedalismo. Una delle (multiple) ragioni potrebbe essere la necessità di muoversi rapidamente su pianure cespugliose. Le dimensioni del cervello rimanevano piccole e gli strumenti che gli ominidi sapevano creare erano poco o niente: il che relega tra le teorie errate quella di Darwin per cui gli strumenti furono creati quando le mani rimasero più libere.

2) Il secondo grande momento fu quello dell’incremento delle dimensioni del cervello: poche centinaia di centimetri cubici nelle australopitecine, 600-700 cc in Homo Habilis, (il primo membro del nostro genus), 800-1.200 cc in Homo Erectus. Gli ominidi iniziarono ad usare strumenti durante l’esistenza di Homo Habilis, circa 2,3 milioni di anni fa. Probabilmente, l’incremento di pensiero determinato dalla creazione di strumenti causò un ulteriore aumento delle dimensioni encefaliche.
Questi ominidi con grandi encefali sarebbero stati gli antenati anche dei Neanderthal: sappiamo che questi ultimi possedevano encefali più grandi di quelli dell’uomo anatomicamente moderno (in media circa il 10%). Questo fatto lascia comprendere che – almeno in questo caso – le dimensioni non sono tutto: evidentemente è l’uso che si fa di un organo a stabilirne la vera efficienza. Probabilmente, l’uomo anatomicamente moderno aveva connessioni neuro-neuronali più veloci ed efficienti.

3) Probabilmente, il terzo momento topico fu lo sviluppo di un linguaggio complesso, che   permetteva una migliore (più veloce, più accurata) trasmissione delle notizie, una corretta trasmissione verticale ed orizzontale delle acquisizioni e quindi una maggiore produzione di strumenti migliori, una superiore organizzazione di ogni attività, rispetto al Neanderthal. Definiamo questo fenomeno – rilevato anche archeologicamente – l’acquisizione di un ‘comportamento moderno’: dovrebbe essere comparso circa 50.000 anni fa. Dovrebbe essere stata anche l’arma definitiva, che avrebbe messo con le spalle al muro l'uomo di Neanderthal, consegnando il globo alla nostra genia.


[1] Questo si ottiene contando il numero didifferenze in nucleotidi tra i geni di uomo e di scimpanzè, e usando il ritmo delle mutazioni, che è noto, al fine di calcolare per quanto tempo le due linee genetiche abbiano potuto divergere.

giovedì 6 febbraio 2014

Linguaggio: non solo parole.

"Gianni è andato a piedi a casa dalla spiaggia".

E' una frase semplice.
Ci dice moltissime cose, tutto ciò che dobbiamo sapere circa le località interessate e la sequenza (prima la spiaggia, poi la casa), la modalità di svolgimento dell'azione (a piedi).
In realtà, suggerisce che Gianni sia ancora in casa: è lì che dobbiamo cercarlo, se vogliamo vederlo.

Quindi, la frase non è poi così semplice come sembra a prima vista.

Se si cercasse di trasmettere le stesse informazioni con frasi di due parole, la cosa diventerebbe molto difficile.
"Gianni spiaggia", Gianni cammina", "Gianni Casa": non è esattamente la stessa cosa.

L'uomo di 50.000 anni fa iniziò ad elaborare il linguaggio, con i primi tentativi sintattici che oggi sembrano così 'semplici'. Probabilmente, furono proprio questi primi passi linguistici che permisero - malgrado lo sterminio dovuto alla glaciazione (1) - di sopravvivere e di espandersi su tutti i continenti. 
Di avere la superiorità sul Neanderthal, che era arrivato prima, aveva un cervello più grande (10%), era più robusto e parlava anch'egli (ma probabilmente 'non aveva molto da dire', non avendo elaborato un linguaggio complesso). Il fatto che il Neanderthal non abbia modificato i propri 'attrezzi' per circa un milione di anni la dice lunga sulle sue capacità intellettive.
L'espansione dell'Uomo Moderno, infatti, avvenne successivamente al 'grande salto in avanti' (come Jared Diamond definisce la transizione avvenuta nel Paleolitico Superiore) delle funzioni intellettive dell'uomo moderno.

Ed eccoci qua, con il linguaggio evoluto: la più grande rivoluzione nella Storia dell'Uomo.

(1) Si calcola che l'intera popolazione umana fosse allora ridotta addirittura a circa solo 2.000 unità: i dati sono genetici ed archeologici  (Spencer Wells, "Deep Ancestry" - Genographic Project - 2006)

lunedì 23 settembre 2013

Perché il linguaggio è unicamente umano?

Why is language unique to humans?


New research published today in Journal of the Royal Society Interface suggests that human language was made possible by the evolution of particular psychological abilities. 

Why is language unique to humans?
A mural in Teotihuacan, Mexico (ca. 200 AD) depicting a person emitting a speech scroll from his mouth, symbolizing speech [Credit: Daniel Lobo/WikiCommonjs]
Researchers from Durham University explain that the uniquely expressive power of human language requires humans to create and use signals in a flexible way. They claim that his was only made possible by the evolution of particular psychological abilities, and thus explain why language is unique to humans.

Using a mathematical model, Dr Thomas Scott-Phillips and his colleagues, show that the evolution of combinatorial signals, in which two or more signals are combined together, and which is crucial to the expressive power of human language, is in general very unlikely to occur, unless a species has some particular psychological mechanisms. Humans, and probably no other species, have these, and this may explain why only humans have language.

In a combinatorial communication system, some signals consist of the combinations of other signals. Such systems are more efficient than equivalent, non-combinatorial systems, yet despite this they are rare in nature. Previous studies have not sufficiently explained why this is the case. The new model shows that the interdependence of signals and responses places significant constraints on the historical pathways by which combinatorial signals might emerge, to the extent that anything other than the most simple form of combinatorial communication is extremely unlikely.

The scientists argue that these constraints can only be bypassed if individuals have the sufficient socio-cognitive capacity to engage in ostensive communication. Humans, but probably no other species, have this ability. This may explain why language, which is massively combinatorial, is such an extreme exception to nature’s general trend.

Authors: Thomas C. Scott-Phillips and Richard A. Blythe | Source:  The Royal Society [September 18, 2013]

mercoledì 4 settembre 2013

Linguaggio & fabbricazione di utensili

Language and tool-making skills evolved at same time


Lo stato della ricerca , presso l'Università di Liverpool  porta a concludere che  il cervello sfrutta le medesime capacità per il linguaggio e per la costruzione di utensili: pertanto le due capacità umane potrebbero essersi evolute contemporaneamente. 

Research by the University of Liverpool has found that the same brain activity is used for language production and making complex tools, supporting the theory that they evolved at the same time.

Language and tool-making skills evolved at same time
Three hand axes produced by participants in the experiment. Front, back
and side views are shown [Credit: University of Liverpool]
I ricercatori dell'Università hanno controllato l'attività cerebrale di 10 esperti lavoratori della pietra (scheggiatori) sia mentre producevano un utensile, sia mentre affrontavano un test del linguaggio.

 Researchers from the University tested the brain activity of 10 expert stone tool makers (flint knappers) as they undertook a stone tool-making task and a standard language test.

Misurato il flusso ematico durante l'attività.

Brain blood flow activity measured

E' stato misurato il flusso ematico cerebrale  dei partecipanti, durante ambedue le attività, usando un ecodoppler grafia funzionale transcranica, che normalmente si impiega per valutare l'eventuale danno cerebrale post traumatico o pre operatorio.

 They measured the brain blood flow activity of the participants as they performed both tasks using functional Transcranial Doppler Ultrasound (fTCD), commonly used in clinical settings to test patients’ language functions after brain damage or before surgery.

I ricercatori hanno ottenuto pattern cerebrali correlati per ambedue le attività, il che suggerisce che ambedue sfruttano le medesime aree cerebrali. Il linguaggio e la capacità di produrre utensili di forma voluta dalle pietre sono attività considerate caratteristiche esclusivamente umane, che hanno avuto un'evoluzione di milioni di anni.

The researchers found that brain patterns for both tasks correlated, suggesting that they both use the same area of the brain.  Language and stone tool-making are considered to be unique features of humankind that evolved over millions of years.

Language and tool-making skills evolved at same time
The brain activity of an experienced flint-knapper is monitored using a
Transcranial Doppler Ultrasound, as he works the stone
[Credit: University of Liverpool]
Darwin fu il primo a suggerire  che l'uso di strumenti ed il linguaggio potessero essere andati incontro ad un'evoluzione contemporanea, in quanto entrambe le capacità dipendono  da una complessa pianificazione e dalla coordinazione di differenti azioni, ma fino ad oggi non si era data una prova convincente di questa possibilità.

Darwin was the first to suggest  that tool-use and language may have co-evolved, because they both depend on complex planning and the coordination of actions but until now there has been little evidence to support this.

Il dottor  Georg Meyer, del Dipartimento di psicologia Sperimentale sostiene  "Questo è il primo studio sul cervello che metta direttamente a confronto la confezione di manufatti complessi ed il linguaggio".

Dr Georg Meyer, from the University Department of Experimental Psychology, said:  “This is the first study of the brain to compare complex stone tool-making directly with language.

La manifattura di strumenti ed il linguaggio evolvettero parallelamente.

Tool use and language co-evolved

"Il nostro studio ha correlato i pattern del flusso ematico  nei primi 10 secondi  dall'inizio del compito, in ambedue le attività. Questo dimostra che ambedue le attività sono dipendenti dalle stesse aree cerebrali  ed è coerente con la teoria per cui la costruzione di strumenti complessi di pietra ed il linguaggio si evolvettero contemporaneamente e condividono analoghi percorsi nel cervello".

 “Our study found correlated blood-flow patterns in the first 10 seconds of undertaking both tasks.  This suggests that both tasks depend on common brain areas and is consistent with theories that tool-use and language co-evolved and share common processing networks in the brain.”

La dott.sa Natalie Uomini del Dipartimento di archeologia (Classics & Egiptology)  conferma che nessuno prima aveva misurato l'attività cerebrale mentre il soggetto costruiva uno strumento: si tratta di una prima volta, sia per la psicologia, sia per l'archeologia.

Dr Natalie Uomini from the University’s Department of Archaeology, Classics & Egyptology, said: “Nobody has been able to measure brain activity in real time while making a stone tool. This is a first for both archaeology and psychology.” 
I risultati sono pubblicati su  PLoS ONE.

The findings have been published in the journal PLoS ONE.

Source: University of Liverpool [September 02, 2013]

mercoledì 3 luglio 2013

Linguaggio

Il linguaggio è la capacità dell'uomo di comunicare per mezzo di un codice complesso, cioè una lingua. Spesso con linguaggio ci si riferisce in generale a un sistema di comunicazione: si veda "linguaggio animale", "linguaggio del corpo", "linguaggio dei computer", "linguaggio dei fiori".[1]
schema di comunicazione (sec. Schulz.)


Il linguaggio è una prerogativa dell'uomo, senza di esso, probabilmente, non sarebbe tale. Non esiste infatti in nessun altro essere vivente un linguaggio simile per complessità e livello di elaborazione.
Esistono due differenti teorie sull'origine del linguaggio umano,
-      la prima che parla del linguaggio come innato,
-      l’altra come una abilità appresa.
Un'altra incertezza è se le tante lingue moderne derivino da una sola comune lingua originaria (ipotesi monogenetica) oppure da diversi e vari ceppi primordiali (ipotesi poligenetica). Non c’è dubbio, comunque, che le lingue esistenti sono il risultato di un processo di differenziazione avvenuto nel corso dei millenni.
A sostegno della teoria dell'origine sociale (quindi, appresa) del linguaggio, vi fu il caso clamoroso del "ragazzo selvaggio" scoperto nel 1828 in Francia, che per i primi dodici anni di vita era vissuto allo stato brado, unicamente a contatto con gli animali. Nonostante tutti gli sforzi dell'équipe dello psicologo Jean Marc Gaspard Itard, il "selvaggio dell'Aveyron" non fu in grado di articolare null'altro che qualche parola. Gli esperti conclusero che nella formazione dell'intelligenza e del linguaggio, la socializzazione e l'interazione con l'ambiente sono fondamentali dal primo giorno di vita.[2]
Il primo a dimostrare che il linguaggio rappresenti una risorsa importante nello sviluppo intellettivo, vista la sua funzione mediatrice tra l'ambiente e l'essere umano, fu Ivan Pavlov, che effettuò lunghi studi ed esperimenti sulle percezioni e rappresentazioni mentali, oltre che sulle elaborazioni dei segnali, dai quali si formano i concetti.
Importanti ricerche in questo ambito furono realizzate da Jean Piaget, il quale sostenne la presenza di due fasi fondamentali di sviluppo: la prima è quella del linguaggio egocentrico (0-6 anni), costituito, per lo più, da ecolalie e monologhi, animismo e attribuzione ai nomi degli oggetti di una concretezza non reale; la seconda fase si espande nel linguaggio sociale, che prevede dialoghi e comunicazioni bilaterali.
Bernstein elaborò la teoria che indicava nello stretto legame fra ambiente (familiare) e orientamento, influenzato dal ceto e dalla tipologia professionale, il tipo di linguaggio, forbito, ricco oppure povero e concreto, sviluppato dagli individui.[3]
Noam Chomsky afferma che le analogie strutturali che si riscontrano nelle varie lingue, fanno ritenere che vi sia una grammatica universale innata fatta di regole che permettono di collegare il numero limitato di fonemi che gli organi vocali della specie umana sono in grado di produrre. I biologi evoluzionisti hanno avanzato una teoria, che darebbe un fondamento evolutivo alla predisposizione umana alla lingua, basandosi su due concetti:
1.  In primo luogo, tengono conto dei vantaggi evolutivi e quindi presuppone una naturale selezione della specie umana che era in grado di comunicare a scapito degli ominidi precedenti.
2.  In secondo luogo, si tiene conto di come dei disturbi grammaticali che si riscontrano in alcuni individui siano a carattere ereditario e quindi abbiano fondamento genetico.

Tipi di linguaggio
Linguaggio verbale 
Linguaggio orale: la forma orale è caratterizzata da precisissime sequenze articolatorie, a carico soprattutto di bocca, faringe e laringe, che realizzano sofisticati programmi motòri (prassie verbali) provenienti dalla corteccia cerebrale (principalmente le aree motorie e pre-motorie del lobo frontale sinistro). Questi gesti (gestures) articolatori comprendono il contorno intonativo e l'accento di forza (stress), dipendenti principalmente dall'aria espiratoria controllata dalla muscolatura toracica. Può essere presente anche un accompagnamento gestuale, realizzato in genere da braccia e volto (movimenti che originano da aree diverse, sullo stesso lobo frontale sinistro). La comprensione del linguaggio orale avviene, per il tramite del sistema uditivo, nelle zone temporali e temporo-parietali della corteccia cerebrale, prevalentemente nell'emisfero sinistro.
·         Linguaggio scritto: la forma scritta — secondaria e dipendente da quella orale in tutte le culture — è ugualmente imperniata su prassie articolatorie, ma realizzate tipicamente dalla mano destra (nel caso si usino matita o penna). In individui destrimani è ancora dalla corteccia motoria sinistra che originano i programmi motori. La comprensione della forma grafica avviene nelle aree corticali associative dell'emisfero sinistro (presumibilmente nell'area di Wernicke, o nelle sue vicinanze).
·         Linguaggio comune: è il linguaggio, sia orale che scritto, prevalente in una determinata comunità di persone.
Il linguaggio di ogni individuo cambia registro a seconda dell’interlocutore o degli interlocutori che ha di fronte.
·         linguaggio privato/pubblico; Il linguaggio privato è meno attento alla correttezza delle forme grammaticali sintattiche, fa molta più attenzione ai segnali non verbali di approvazione/disapprovazione degli interlocutori. Quello pubblico, invece, è molto formale/impersonale sia perché non è rivolto a una serie di persone ben individuate, sia perché richiede un maggiore controllo lessicale/grammaticale.
Vygotskij sottolinea la differenza tra:
·         Linguaggio privato: può contenere un numero (comunque limitato) di ripetizioni, parole senza senso che ha funzione di modulazione del carattere nel bambino e man mano si apre agli altri.
·         Linguaggio sociale: è quello utilizzato con altre persone; a 4 anni il bambino padroneggia la quasi totalità degli allofoni, dei fonemi e delle regole grammaticali (morfosintattiche) della propria lingua madre, sia in produzione sia in comprensione.

Linguaggio non verbale 
L'uomo possiede, oltre a un linguaggio verbale assai articolato, diversi linguaggi non verbali che si possono esprimere con movimenti del corpo, soprattutto delle braccia e della faccia. Vi sono inoltre degli atteggiamenti para-linguistici (intonazione, pianto, riso, sbadiglio, sospiro, interruzione), che servono, da soli o insieme al linguaggio orale, a esprimere le proprie emozioni.
Tra i linguaggi non verbali sono da prendere in considerazione anche l'uso dello spazio (una stanza più grande a una persona più importante, il tenere a distanza una persona in segno di rispetto o starle vicino in segno di confidenza) e la postura, oltre anche all'utilizzo di certi artefatti, come abiti e cosmetici che molto spesso servono più delle parole.
Un importante linguaggio non legato alla capacità di sentire o di parlare è la lingua dei segni. Essa è una vera e propria lingua naturale: esperimenti di neurolinguistica dimostrano che la lingua dei segni coinvolge le stesse aree cerebrali di una lingua naturale.
1.    ^ Giorgio Graffi, Le lingue e il linguaggio. Introduzione alla lingusitica, Milano, Bologna, Il Mulino, 2002.
2.    ^ "Psicologia dello sviluppo ed educazione" di Orsola Coppola, ediz. SImone, Napoli, 1999 (pag.140 - voce "Le ricerche sul linguaggio verbale")
3.    ^ "Psicologia dello sviluppo e educazione" di Orsola Coppola, ediz. SImone, Napoli, 1999 (pag.140 - voce "Le ricerche sul linguaggio verbale").


sabato 15 giugno 2013

L'Altitudine influenza il Linguaggio?

Does altitude affect the way language is spoken?

Language is formed by giving meaning to sounds and stringing together these meaningful expressions to communicate feelings and ideas. Until recently most linguists believed that the relationship between the structure of language and the natural world was mainly the influence of the environment on vocabulary. Now, a new study published in the June 12 edition of PLOS ONE shows that there is a link between geographical elevation and the way language is spoken.

Does altitude affect the way language is spoken?
Plot of the locations of the languages in the sample. Dark circles represent languages with ejectives, clear circles represent those without ejectives. Clusters of languages with ejectives are highlighted with white rectangles. For illustrative purposes only. Inset: Lat-long plot of polygons exceeding 1500 m in elevation. Adapted from Figure 4 in [8]. The six major inhabitable areas of high elevation are highlighted via ellipses: (1) North American cordillera (2) Andes (3) Southern African plateau (4) East African rift (5) Caucasus and Javakheti plateau (6) Tibetan plateau and adjacent regions [Credit: Caleb Everett, associate professor of anthropology in the College of Arts and Science at the University of Miami]
The study reveals that languages containing ejective consonants are spoken mainly in regions of high elevation. Ejectives are sounds produced with an intensive burst of air, and are not found in the English language.

The findings show that 87 percent of the languages with ejectives included in the study are located within 500 km of a region of high elevation on all continents. The findings also indicate that as elevation increases, so does the likelihood of languages with ejectives.

"This is really strong evidence that geography does influence phonology—the sound system of languages," says Caleb Everett, associate professor of anthropology, in the College of Arts and Sciences at the University of Miami and author of the study. The study is titled "Evidence for Direct Geographic Influences on Linguistic Sounds: The case of ejectives."

An area of high elevation is defined as exceeding 1500m above sea level. Most of the inhabitable high altitude areas of the world are found in six regions, including the North American Cordillera; the Andes and the Andean altiplano; the southern African plateau; the plateau of the east African rift and the Ethiopian highlands; the Caucasus range and Javakheti plateau; and the Tibetan plateau and surrounding plateaus.

For this project, Everett analyzed the locations of about 600 representative languages, of the 7000 or so languages of the world. Ninety two of this sample had ejectives. He utilized the World Atlas of Linguistic Structures—the most comprehensive survey of linguistic sounds. Everett imported the coordinates of these languages into the geographic software of Google Earth and ArcGIS v. 10.0, then superimposed the locations of these sound systems on the world's landscape to analyze the patterns.

The results show a strong correlation between high altitude and the presence of ejectives in languages on, or near, five of the six major high altitude regions on earth where people live. The relationship is difficult to explain by other factors, according to Everett.

"I was really surprised when I looked at the data and saw that it correlated so well," Everett says. "It really does not rely very much on my interpretation, the evidence of a relationship between altitude and language is there."

According to the results, the only region with high elevation where languages with ejectives are absent is the large Tibetan plateau and the adjacent areas. People of this region have a unique adaptation to high altitude that may account for this fact.

"Ejectives are produced by creating a pocket of air in the pharynx then compressing it." Everett says. "Since air pressure decreases with altitude and it takes less effort to compress less dense air, I speculate that it's easier to produce these sounds at high altitude."

To make these sounds, the body uses air that is not pulmonic, this may reduce the amount of air exhaled from the lungs and decrease dehydration in high altitudes, the study suggests.

Previous studies have shown that Tibetan people breathe at a faster rate than other high altitude populations. This is believed to be an adaptation to the climate and results in a reduction of the effects of hypoxia in high altitude.

The findings show an interesting pattern between elevation and ejectives appearing on all major land masses and reflecting a positive correlation between the two. Everett is now looking at other possible connections between geography and the way language is spoken.

Source: University of Miami via EurekAlert! [June 12, 2013]

lunedì 13 maggio 2013

Un'Antenata Comune ai Linguaggi Eurasiatici


Esiste un' Antenata Comune a tutti i Linguaggi Eurasiatici


Le Ultime ricerche dall'Università di Reading dimostrerebbero che le popolazioni umane che vivevano in Europa 15.000 anni fa potrebbero avere usato alcune forme verbali in comune (includenti parole del tipo: io, tu, noi, uomo, corteccia), che in alcuni casi  sarebbero riconoscibili ancora oggi. 


Deep common ancestry of Eurasiatic languages

Deep common ancestry of Eurasiatic languages
Usando modelli statistici  i ricercatori hanno previsto che alcune parole fossero destinate a cambiare così lentamente nel corso di lunghissimi periodi di tempo, tanto da conservare tracce delle loro antenate perfino per 10.000 o più anni. Queste parole indirizzano la ricerca verso l'esistenza di un albero linguistico complesso, che unirebbe sette tra le maggiori famiglie linguistiche dell'Eurasia.  [Fonte: Pagel et al. 2013]
A mezzo modelli statistici, il professor  Mark Pagel (biologia dell'evoluzione) e la sua Equipe hanno ipotizzato e descritto la permanenza pressoché invariata di alcuni vocaboli di grandissima antichità, dopo periodi anche lunghissimi (diecimila e più anni), grazie alla loro lentissima variabilità nel tempo. 
Sarebbero proprio queste parole che fanno deporre per l'esistenza di un super albero familiare linguistico che di fatto unisce insieme  sette  delle maggiori famiglie linguistiche dell'Eurasia: Indo-Europeo, Uralico, Altaico, Kartvelico, Dravidico, Chuckchee-Kamchatkiano ed Eskimo-Aleutino.

Precedentemente i linguisti si sono basati unicamente sullo studio di suoni condivisi tra i vocaboli, allo scopo di identificare quelli che eventualmente possono avere un comune antenato arcaico (ad esempio: il Latino Pater e l'Inglese Father).  Una delle difficoltà di questo metodo è che due parole possono essere anche solo casualmente composte da suoni simili, per via delle limitazioni vocali e fonetiche della razza umana (esempi: notte e botte, team e cream).

Allo scopo di risolvere questo problema, la squadra del prof Pagel  ha osservato e dimostrato che esiste un sottordine nutrito di parole d'uso comune in ciascuna lingua, che hanno la proprietà di restare in uso molto più a lungo nel tempo delle altre.  La squadra ha quindi usato questo metodo di ricerca, per valutare comparativamente parole di lingue differenti, che possiedono suoni comuni e che hanno molte più probabilità di non essere simili solo per effetto del caso. 

Il professor Pagel, della Scuola di Scienze Biologiche della University of Reading,  sostiene che  il modo in cui noi usiamo alcuni gruppi di parole nel linguaggio quotidiano è in realtà ancora patrimonio comune di tutte le lingue parlate oggi. A questi gruppi pare appartengano di diritto i numerali, i pronomi, alcuni particolari avverbi: si tratta di vocaboli che - tutti - sono aggiornati e modificati solo molto più lentamente dei restanti vocaboli. La loro emi-vita linguistica può anche essere di molte migliaia di anni.
Come regola di bottega, si potrebbe affermare che le parole usate nella lingua d'ogni giorno più di una volta ogni mille parole possiedono da sette a dieci volte di più, rispetto alle altre parole, la possibilità di appartenere alle lingue dei nostri antenati nella super-famiglia Euro Asiatica.  

Le precedenti ricerche del professor Pagel  sull' evoluzione dei linguaggi umani hanno ricostruito uno schema  di come si siano sviluppati i nostri circa 7.000 linguaggi ad oggi. Ha identificato gli schemi comuni tra le differenti lingue nel modo di usare il linguaggio stesso ed ha  puntualizzato il motivo per cui alcune parole hanno successo, mentre altre diventano più o meno rapidamente obsolete e vengono dimenticate.  
Questo è stato ottenuto con stime statistiche sulla frequenza e sui ritmi di sostituzione lessicale in una gamma di lemmi nei linguaggi indoeuropei diversi. 
La variazione nei ritmi di sostituzione rende con evidenza i lemmi più comuni in queste lingue come candidati ideali per stimare il grado di divergenza tra singole paia di esse.  

Articolo d'origine del presente post: 

"Ultra-conserved words point to deep language ancestry across Eurasia"