Visualizzazione post con etichetta PITTAU. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta PITTAU. Mostra tutti i post

sabato 24 maggio 2014

Scritte sui nuraghi

 Ricevo - e volentieri pubblico - questo gustosissimo ed interessante intervento del
  Professor Pittau sull'argomento "Scrittura protosarda". (il grassetto ed il colore
 sono    mie aggiunte). Per quanto si possa essere più o meno completamente d'accordo
 con   quanto egli scrive, non si può negare che l'atteggiamento e l'approccio siano
 razionali e logici e come tali vadano apprezzati. Grazie, professore.


SCRITTE NUMERALI SUI NURAGHI

articolo di M.Pittau

Per quanto mi risulta, è stato Ettore Pais - però su indicazione di Filippo Nissardi - il primo studioso a segnalare, nel suo saggio Sulla civiltà dei Nuraghi e lo sviluppo sociologico della Sardegna  (1909- 1911), l'esistenza di segni grafici nel nuraghe Losa di Abbasanta e precisamente in un masso orizzontale, sistemato all'inizio e a sinistra della scala circolare. Ed egli scrisse di ritenere che quei segni grafici fossero contemporanei alla costruzione proprio del grandioso nuraghe e che inoltre appartenessero a una scrittura primitiva degli antichi Sardi o Protosardi.

Di recente si sono fatti avanti alcuni dilettanti, i quali hanno ritenuto anch'essi che si tratti di segni grafici di una supposta “scrittura nuragica”. Essi hanno riempito numerosi siti internet con una serie enorme di considerazioni pseudolinguistiche e pseudoarcheologiche, le quali in realtà sono del tutto prive di valore scientifico. Si sono anche contraddetti vistosamente, dato che all'inizio avevano parlato di “scrittura nuragica” totalmente ed esclusivamente tale, dopo hanno finito col compararla e connetterla con quasi tutte le scritture degli antichi popoli del Vicino Oriente.

Io mi sono interessato a lungo del problema della conoscenza e dell'uso da parte dei Nuragici della scrittura, dato che ho sempre considerato una autentica sciocchezza la tesi messa in giro e spesso ripetuta della “civiltà illetterata” dei Nuragici. E in vista di questo mio interesse al problema ho fatto anche una ricca raccolta di segni che nei nuraghi, nelle tombe di gigante e nel vasellame nuragico potessero risalire proprio ai Nuragici. Alla fine però ho concluso la mia ricerca, quando mi sono sentito in grado di affermare che: 
I) Non è mai esistita una scrittura propriamente ed esclusivamente nuragica; 
II) I Nuragici hanno effettivamente conosciuto e adoperato la scrittura, ma facendo uso prima dell'alfabeto fenicio, poi di quello greco e infine quello latino (cfr. M. Pittau, Storia dei Sardi Nuragici, Selargius,  2007, § 24; M.Pittau, Il Sardus Pater e i Guerrieri di Monte Prama I appendice, I ediz. 2008, II ediz. 2009, Sassari, EDES).

Venendo ai segni incisi nel masso della scala interna del nuraghe Losa di Abbasanta, io escludo che si tratti di segni grafici, cioè di lettere di una scrittura,  e dico invece, oggi per  la prima volta, che si tratta di “segni numerali” incisi dai costruttori del nuraghe, a mano a mano che lo costruivano.

La costruzione del più semplice dei nuraghi richiedeva molto tempo, mesi, anni e perfino decenni. Sono pertanto dell'avviso che ciascuna delle aste verticali della scritta del nuraghe Losa indichi un anno intero, mentre i più corti segni diagonali, che si congiungono ai primi, indichino i mesi. La costruzione del nuraghe Losa dunque ha richiesto probabilmente 23 o 24 anni (tale sembra il numero delle aste, più alcune frazioni di mesi), che è una somma di anni che ben si adatta alla costruzione del grandioso edificio. È appena il caso di ricordare che anche numerose chiese cristiane, soprattutto in epoca medioevale, hanno richiesto anni, decenni e perfino secoli per essere portate a termine.
Ecco la foto del masso coi segni numerali e i loro verosimili disegni:











 Si comprende abbastanza facilmente il motivo della incisione della “scritta numerale” nel
  masso di inizio della scala interna del nuraghe: la scritta fu iniziata all'atto della prima 
costruzione del nuraghe e fu di anno in anno accresciuta e aggiornata a mano a mano che 
la costrizione andava avanti.  Si comprende pure la ragione per la quale i costruttori 
scelsero quel posto nascosto dell'edificio: si trattava di evitare che la scritta fosse guastata
 dai numerosi visitatori del grande edificio di culto.


Sempre nel nuraghe Losa, in un masso esterno del muraglione di settentrione, a livello di fondazione, il Pais ha segnalato anche l'esistenza di segni simili a quelli visti. In più egli ha visto il disegno di un fallo, che però io non ho mai riscontrato. Non mi sento di dire nulla su questa serie di segni: dico solamente che la prima scritta molto verosimilmente risale all'epoca della fondazione del grande nuraghe, mentre questa seconda potrebbe essere successiva anche di parecchio tempo.




Sempre su indicazione di Filippo Nissardi il Pais ha segnalato pure l'esistenza di una scritta similare in un masso di destra dell'ingresso del nuraghe Bara o Succoronis, fra Macomer e Sindia. Eccone la fotografia, non chiara sia per il muschio della roccia, sia per la sua posizione quasi orizzontale.  Ed accanto il probabile disegno:






A mio avviso anche questa è un “scritta numerale”, che segna gli anni occorsi per costruire il nuraghe.

Per concludere ricordo che fino a un cinquantennio fa, quando molti pastori non sapevano leggere né scrivere, erano soliti segnare la quantità di latte che versavano al caseificio facendo particolari tacche su un piccolo ramo d'albero fatto a bastone.

Massimo Pittau

www.pittau.it

venerdì 31 gennaio 2014

BACCO IN SARDEGNA

L’anatolico Bacco in Sardegna


230px-Michelangelo_Caravaggio_007di Massimo Pittau. Pure il culto di un’altra divinità molto famosa, anch’essa di origine anatolica e assai probabilmente lidia, risulta entrato nella Sardegna antica e addirittura allunga le sue propaggini nella Sardegna attuale, Bacco, il dio del vino. Oltre che sicuri ritrovamenti archeologici relativi a questo dio\1\, molto notevole è in Sardegna la venerazione di uno strano santo cristiano Bakis (latinizzato in Bachisius), del quale non si trova alcuna notizia nel Martyrologium Romanum. Esso dovrebbe corrispondere a uno dei tre santi che dalla Bibliotheca Sanctorum sono ricordati col nome di Bacco e che sarà arrivato in Sardegna durante la dominazione bizantina\2\. Senonché, per ragioni linguistiche e per ragioni etnografiche si intravede abbastanza chiaramente che la figura e il nome di questo santo cristiano si sono inseriti e fusi sincretisticamente con quelli del precedente dio pagano del vino.
Sul piano linguistico infatti c’è da precisare che il nome sardo Bakis non corrisponde esattamente alla forma greca né a quella latina del nome di Bacco, mentre corrisponde meglio alla forma lidiaBaki-. Ed anche i suoi diminutivi sardi Bakilli, Baghilli, Bakkillodde corrispondono esattamente al lidio bakillis = «bacchico», con un suffisso che sicuramente è anche tirrenico e protosardo.
Sul piano etnografico innanzi tutto molto notevoli e perfino stupefacenti sono alcune raffigurazioni che si trovano nella chiesa di Bolotana (NU) dedicata al suo patrono santu Bakis e terminata appena nel 1594: sulla facciata esterna e anche nei capitelli dei pilastri interni si trovano in bassorilievo figure di danzatori, uomini e donne, e i maschi hanno i genitali scoperti.
Oltre a ciò, al culto di santu Bachis è connessa la credenza di donne che sarebbero possedute o invasate dal santo e come tali sarebbero considerate e visitate dalle altre donne con devozione; ed è un ricordo abbastanza evidente delle Baccanti o Menadi possedute o invasate dal dio Bacco\3\.
Ma ancora più interessante e quasi incredibile era un’usanza documentata fino a poco più di 50 fa in alcuni villaggi della Barbagia (Olzai e Mamoiada): in occasione dell’impianto di una nuova vigna, al quale venivano invitati tutti i parenti e amici del padrone, costui, alla fine della giornata di lavoro, veniva preso di forza e sottoposto anche a grossolani scherzi a carico dei genitali. Dopo, legato strettamente e adornato di edera, di foglie di altre piante e di fiori campestri, veniva trascinato a casa sua, dove la moglie procedeva al “riscatto del prigioniero” con una prima offerta di vino e di dolci ai sequestratori. La festa poi terminava con una abbondante cena fino a tarda notte con canti e risa. Ebbene, in questa usanza è facile trovare stringenti connessioni col racconto del rapimento del giovane Bacco da parte di pirati “tirreni” (non si trascuri questo particolare!), racconto tramandato dallo pseudo-omerico Inno a Bacco, nel quale si ha pure la più antica citazione dei Tirreni\4\. Anche in questo racconto infatti risulta che da una parte Bacco viene preso a forza e legato strettamente all’albero della nave, dall’altra i pirati tirreni procedono al rapimento in vista di un “riscatto” da chiedere ai genitori del rapito. La sua liberazione poi avviene con una serie di prodigi, quando i legami che lo avvincono all’albero della nave si mutano in tralci di vite e di edera e in fiori\5\.
Infine è notevole un bronzetto nuragico rinvenuto ad Ittiri (SS) che raffigura un individuo col fallo eretto (itifallico) e che suona il flauto doppio, di probabile origine lidia, simile alle launeddas sarde, l’antichissimo flauto triplice: si tratta chiaramente di uno dei Satiri o Sileni, pur’essi itifallici e suonatori di flauti, che facevano parte del corteo di Bacco. La presenza di questi esseri mitologici nella Sardegna antica è probabilmente confermata anche dal toponimo odierno Silenu di Ploaghe (SS)\6\.
Note
\1\ Cfr. Spano G., Culto di Bacco in Sardegna, nel «Bullettino Archeologico Sardo», 1987, III, pgg. 97-100. È notevole e significativo che, sia pure con riferimento all’epoca romana, siano state trovate in Sardegna ben 9 statuine di Bacco e 3 di Baccanti; cfr. Meloni P., La Sardegna Romana, Sassari 1990, II ediz., pg. 395.
\2\ Cfr. Biblioteca Sanctorum, Roma 1962, II, pg. 687; Socii Bollandiani, Bibliotheca Hagiographica Latina, Bruxelles 1900-1901; Idem, Bibliotheca Hagiographica Graeca, 1968. E poiEnciclopedia Cattolica, Roma 1949, s. v.; De Felice Emidio, I nomi degli Italiani, Venezia 1982, pg. 271; Idem, Dizionario dei Nomi Italiani, Milano 1986, pg 84, s. v. Bachisio.
\3\ Si veda l’importante studio di Italo Bussa dedicato a santu Bakis nei “Quaderni Bolotanesi”, num. 37, pgg. 114-149, del quale però io non condivido tutte le conclusioni.
\4\ Inno a Bacco, 7, 8 (pg. 66 dell’edizione di A. Baumeister).
\5\ Cfr. LISNE 43-44; LELN 66-70.
\6\ Cfr. Arias P. E., Satiri e Sileni, nell’«Enciclopedia dell’Arte antica classica e orientale», Roma 1966, vol. VII; Pittau M., LELN, pgg. 61-63.***
Immagine: Bacco rappresentato da Michelangelo Merisi da Caravaggio.

sabato 2 novembre 2013

Residui sardi di Antiche lingue mediterranee

NOMI  PROTOSARDI DI PIANTE

di M. Pittau

Gran parte della fitonimia greca e latina, cioè dei nomi delle piante greci e latini, non è di origine indoeuropea, ossia non appartiene al patrimonio lessicale delle lingue indoeuropee, di cui anche il greco antico e il latino facevano parte. 
La spiegazione di questo importante fenomeno linguistico è abbastanza facile: quando gli antenati indoeuropei dei popoli greco e latino si trasferirono, tra l’IV e il II millennio avanti Cristo, dall’area geografica situata fra gli Urali e il Mar Caspio nel bacino del Mediterraneo, vi trovarono numerose piante “mediterranee” - tra cui l’olivo e la vite - che essi non conoscevano affatto, ragion per cui furono costretti a chiamarle coi medesimi vocaboli con cui le chiamavano le popolazioni mediterranee che li avevano preceduti sia in Grecia che in Italia. E per questa precisa ragione i linguisti hanno preso a chiamare quei fitonimi pregreci e prelatini, cioè non indoeuropei, “fitonimi mediterranei”.
Ebbene, anche su questo importante campo della linguistica storica, la Sardegna gioca un ruolo assai importante: essa infatti è come un grande deposito di materiale fitonimico “mediterraneo”, che conserva nel lessico della sua lingua sia come appellativi prelatini sia come relitti toponomastici pur essi prelatini.
L’importanza della documentazione lessicale che la Sardegna è in grado di presentare, deriva anche dal fatto che tale documentazione spesso offre una forte conferma alla ipotesi che un certo fitonimo greco oppure latino sia effettivamente “mediterraneo”. Ed è per l’appunto per questo motivo che la fitonimia e la toponimia prelatine della Sardegna rivestono una notevole importanza nel quadro degli studi linguistici del Mediterraneo antico: l’Isola conserva la più ricca testimonianza della lingua o delle lingue di quelle popolazioni mediterranee.
C’è da precisare in linea generale che la toponimia di una regione, ossia il patrimonio dei suoi nomi di luogo, è nella sua grande maggioranza costituita da fitonimi. La ragione di questa circostanza sta nel fatto che, nello strettissimo rapporto che legava l’uomo antico – molto più di quello delle civiltà cittadine moderne – col territorio in cui viveva, le piante erano l’elemento primo e principale che egli notava e da cui egli dipendeva in maniera vitale. Molto più degli animali, sia perché questi erano molto meno numerosi delle piante, sia perché essi si muovevano ed anche scappavano, cosa che invece le piante non potevano fare.
In tutte le parti abitate del mondo pertanto si deve dare per scontato che la maggioranza dei toponimi o nomi di luogo indicano altrettanti fitonimi o nomi di piante. Subito dopo viene l’elemento «acqua», nelle sue modalità di sorgenti, pozzi, pozze d’acqua, paludi, ruscelli e fiumi.
Ovviamente quasi tutti questi fitonimi e toponimi sardi o, meglio, “protosardi”, sono attestati nelle zone più conservative della Sardegna, la Barbagia e l’Ogliastra.
Presento adesso il caso di alcuni fitonimi protosardi – da me individuati di recente - i quali mostrano non soltanto di essere prelatini e “mediterranei”, ma si connettono con altrettanti fitonimi greci o latini.


arbisa (Lula), arvisa (Galtellì), frissa, frisa, frísia «inula vischiosa, ceppita» (Cupularia viscosaL., Inula viscosa Ait.); (Dorgali) vrissa «tasso barbasso» (Verbascum thapsus L.); "forse preromano" per il Wagner (DES I 547), per noi relitto protosardo da confrontare col grecoáphrissa «dracontea, serpentaria» (Arum dracunculus L.) (finora privo di etimologia; GEW, DELG, NPRA 7). Forse è da chiamare in causa anche il toponimo Arbistia (Seulo). Per il vero il fitonimo sardo era già conosciuto nella sua forma di frissa, ma le varianti arbisa, arvisa, da me individuate, sono chiaramente più vicine alla base originaria (OPSE 101, DILS, LISPR;diversamente dal NPS 89).


fruscru, fruscu, frúschiu, frúsciu, vrúsqinu, grúspiu, gruspis, grúspinu «pungitopo» (Ruscus aculeatus L.); mela 'e frúschiu (Nùoro), meledda gríspina (Dorgali) «bacca del pungitopo»;fúscuru «frutto della rosa selvatica» (Santu Lussurgiu); relitto protosardo, da confrontare - non derivare - col lat. ruscus, bruscus, pruscus, finora privo di etimologia (DELL, NPRA 209, 221).Le forme del fitonimo con la f- potrebbero derivare dal fitonimo latino, le altre (barbaricine) no assolutamente (errano DES I 553, 595; NPS 223).

isteli (Orgosolo), isteli, ispeli (Dorgali), ispéliu, ispellu (Bitti, Nùoro, Siniscola) «piombaggine»(Plumbago europaea L.; pianta che per le sue proprietà caustiche era usata contro i porri, le verruche, i vermi delle piaghe degli animali e inoltre per stordire i pesci nei fiumi e catturarli); toponimi Istelà (Pattada), Istelái (Bitti), Istellái (Nule), Istel(l)ái (Orani), Istelathi (Lodine),Istelias (Ussassai), Istellatzè(i) (Gavoi); (I)Stelennoro, Istellenore (Orani), Istelothe (Dorgali),Isteddoli (Pattada); relitto protosardo, da confrontare col greco stelís «vischio» (Viscum albumL.) (finora di etimo ignoto; NPRA 249). Le due piante convergono nel fatto che venivano adoperate per catturare prede.
siore «muschio delle pietre» (Fonni); toponimi Bruncu Sioreo (Fonni), Sioru (Turri), Siorus(Gonnosnò/Sini): probabilmente relitto protosardo, per il quale però non ho trovato alcun riscontro in altre lingue conosciute.


Golori, Goloriqovo, Golorispái (Ollolai), Goloriche (Orani), Golóriqa (Oliena), Golóriqe(Ovodda); Golorighe, Goloritzè (Baunei) (suffissi, suffissoidi e ossitonia): relitti protosardi, da confrontare – non derivare – col lat. colorus (CGL 3, 557, 29), cholorus (621, 47), a sua volta col greco kollourís «malva selvatica» di diverse varietà (NPRA 71) (di etimo incerto; DELI2 s. v.collirio).


Tortolì [pronunzia locale e della zona Tortoil(l)í, Tortollíe, Tortoelíe, Tortuelí(e), Turtulía](Comune di T.). Già per via della sua vocale finale accentata (ossitonia), con la vocale paragogica mobile, si può asserire con buona sicurezza che il toponimo è protosardo (cfr. Alá, Azzanì, Barì, Belvì, Bidonì, Buddusò, Gonnosnò, Lodè, Oviddè, Senorbì, Soddì, Tiriddò, Torpè, ecc.); esso è da confrontare con gli altri toponimi Tertíl(l)o (Nùoro), Trottoíl(l)e (Busachi). Ciò premesso dico che è probabile che i toponimi Tortolí, Tertíl(l)o, Trottoíl(l)e siano da connettere col fitonimo greco tórdylon «tordil(i)o» (Tordylium officinale et apulum L.) (NPS 168), finora privo di etimologia (NPRA 262) (corrige NPC, DILS II).

Quest’altro fitonimo si caratterizza non come “mediterraneo” in generale, bensì come “tirrenico” in particolare:
arthizone «crisantemo coronario» (Chrysanthemum coronarium L.) (Gavoi): relitto protosardo, da confrontare col lat. caltha coronaria, che deriva dall'etrusco kautám «maggiorana, antemide», glossa greco-etrusca (ThLE 418) = lat. oculum solis, da confrontare coi fitonimi toscani calta «occhio di sole», còta «antemide» (margheritone assomigliato, in molte lingue, per la sua forma e colore, appunto al sole) (tutti già prospettati come di origine etrusca; DEI) ed inoltre da confrontare con l’etrusco Cautha, Kavtha «Cata», dea del Sole. Per la connessione fra il fitonimo protosardo e quello etrusco è da supporre una forma originaria *qalth+-izone (con un suffisso diminutivo protosardo) (manca nei NPS, DES, DILS).
Bibliografica essenziale con le relative sigle adoperate:
DEI
 Battisti C.- Alessio G., Dizionario Etimologico Italiano, I-V, Firenze 1950-1957.
DELG Chantraine P., Dictionnaire Étymologique de la Langue Grecque - Histoire des mots, I-II, Paris 1968-1980, edit. Klincksieck.
DELI Cortelazzo M.- Zolli P., Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, Bologna, I-V, 1979-1988; DELI2 II ediz. a cura di M. Cortelazzo e M. A. Cortelazzo, col soprattitolo Il nuovo etimologico, 1999.
DELL Ernout A. - Meillet A., Dictionnaire Étymologique de la Langue Latine, IV édit., IV tirage, Paris 1985.
DES Wagner M. L., Dizionario Etimologico Sardo, I-III, Heidelberg 1960-1964 (la ristampa fatta in seguito a Cagliari è da usarsi con grande cautela a causa dei numerosi refusi tipografici).
DILS Pittau M., Dizionario della Lingua Sarda - fraseologico ed etimologico, I vol., Cagliari 2000, II vol. 2003, E. Gasperini Editore.
GEW Frisk H., Griechisches Etymologisches Wörterbuch, I-III, II ediz., Heidelberg 1973, Carl Winter Universitätsverlag.
LISPR Pittau M., La Lingua Sardiana o dei Protosardi, Cagliari 2001, E. Gasperini Editore.
NPC Pittau M., I nomi di paesi città regioni monti fiumi della Sardegna - significato e origine, Cagliari 1997, ristampa 2004, E. Gasperini Editore.
NPRA
 André J., Les nomes de plantes dans la Rome antique, Paris 1985.
NPS Paulis G., I nomi popolari delle piante in Sardegna, Sassari 1992.
OPSE Pittau, M., Origine e parentela dei Sardi e degli Etruschi - saggio storico-linguistico, Sassari 1996, C. Delfino Editore.
ThLE Thesaurus Linguae Etruscae, I Indice lessicale, Roma 1978; I Supplemento, 1984; Ordinamento inverso dei lemmi, 1985; II Supplemento, 1991; III Supplemento, 1998, Consiglio Nazionale delle Ricerche.

Massimo Pittau

giovedì 19 settembre 2013

SARDI E NO*.



Il prof Luigi Amedeo Sanna 
(Abbasanta, OR, 1939), è stato un ottimo insegnante di lettere e per tale motivo è ancora ricordato con stima ed affetto da numerose annate di fedeli e riconoscenti studenti, (1) oltre che professionalmente molto stimato dai colleghi che hanno avuto il piacere di conoscerlo nel corso della sua pluriennale attività. Attualmente, risulta essere valido docente di “Storia della Chiesa Antica” e “Storia della Chiesa in Sardegna”, presso l’Istituto di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Oristano. La sua produzione intellettuale ha spaziato su vari campi della realtà sarda presente e passata.(2)
Egli ama definirsi epigrafista. Un’ opinione che risulterebbe, a detta di molti, un po’ controcorrente…
Ora, stupisce non poco che il professore spesso e volentieri si trasformi (quasi seguendo il copione del famoso romanzo: “Lo strano caso del dottor Jekyll e Mr Hyde” - Robert Louis Stevenson,1886, Londra) in una persona affatto diversa. 
Si giunge obbligatoriamente alla medesima conclusione enunciata con amarezza dal dott. Jekyll: « Sia sul piano scientifico che su quello morale, venni dunque gradualmente avvicinandomi a quella verità, la cui parziale scoperta m'ha poi condotto a un così tremendo naufragio: l'uomo non è veracemente uno, ma veracemente due. »
Infatti, l’esimio prof. L. A. Sanna lascia spesso il posto al suo doppio, meglio noto come ‘Giggi Sanna’, che ostenta atteggiamenti verbalmente aggressivi, indulge in frequentazioni elettive molto discutibili per il suo curriculum e predilige una produzione ‘pseudoscientifica’ che è recisamente messa al bando dagli intellettuali veri, accademici e no.(3) La lista di coloro che dichiarano la propria bassissima considerazione circa il suo operato si va allungando sempre di più.(4) Alcuni di questi parlano di “persona caduta nei raggiri di qualche falsario”, mentre altri sono molto più espliciti nei loro giudizi. Questa situazione è molto pericolosa, per chi abbia un passato dignitoso da difendere. L’illustre carriera professionale può essere, sì, usata a propria difesa con indignazione per qualche tempo, ma non può essere costantemente portata a giustificazione di una produzione attuale che appare inficiata dalla presenza d’elementi mediocri ed estranei, apparentemente reclutati nelle birrerie, non sardi ed intrusi nell’argomento a loro sconosciuto dell’ipotetica lingua nuragica scritta.
Il nostro di questo si rende ben conto, infatti è attento a non contraddire in modo troppo diretto quelli che ancora possono dargli qualche lustro istituzionale: ad esempio, le sue ‘ricerche’ sulla lingua nuragica scritta gli hanno permesso fin qui d’identificare con regolarità il tetragramma sacro “Yahweh” in Sardegna, circa 2000 anni prima che questo comparisse in Medio Oriente. Questa saggia linea di condotta è, probabilmente, orientata a mantenere il perfetto accordo con le prevedibili preferenze dell’Istituto Religioso per il quale egli tuttora insegna e lavora. Un buon esempio di diplomazia, più che d’indipendenza intellettuale: ma, si sa, ‘ognuno tenimm' famiglia’.
Il professore è incorso, probabilmente, in alcuni errori.
1) Ha considerato come veri alcuni reperti archeologici che tali non sono.
Tra questi rientrano gli ormai famosi reperti detti ‘Ciottoli di Allai’, per i quali è ancora in corso ed aperta la questione legale: i diretti interessati non sono autorizzati a parlarne. Il professore figura nelle file dei testimoni a favore della difesa.
In tempi ‘non sospetti’, come si suol dire, il prof Massimo Pittau dichiarò di essere stato avvicinato da qualcuno che cercò di ottenere 20.000 euro per detti cittoli. Oggi quel qualcuno si difende adducendo di non essere stato mai veramente in grado di valutare l’autenticità di quei reperti, che egli casualmente trovò.(5) Ma anche in questo caso, come si dovrebbe  qualificare (o squalificare) il tentativo di venderli alla cifra di 20.000 euro?
- Oltre ai ciottoli, esistono i precedenti delle fantomatiche ‘Tavolette di Tzricottu’. Le tavole sono comparse solamente in fotografia e mai dal vero. Ne esiste solamente una – anche se non si sa dove si trovi e i sostenitori della veridicità sostengono siano 4 o 5 – consistente in uno stampo medioevale per il cuoio, contente segni piuttosto simmetrici a scopo decorativo. Il prof Sanna, in questo caso caduto in evidente errore interpretativo (che egli non ammette, ndr), ha creduto ravvisarvi una lingua cuneiforme: sarebbe il primo caso al mondo di lingua scritta che curiosamente riesce ad essere simmetrica nel suo risultato finale scritto. Questa tesi risale al 1996 (“Omines” di G. Atzori e G. Sanna), circa 17 anni fa. Potrebbe essere anche considerata un errore di gioventù se gli autori si fossero ravveduti: Atzori purtroppo è deceduto e Sanna appartiene a quella categoria di pensatori che non commette mai errori. Per brevità si tralasciano i casi di altre scritte sarde in cui fatti ed opinioni seguono schemi paralleli...
2) Si è affiancato alcuni collaboratori che certamente non sono al suo livello, laddove egli era ed è invece un ottimo conoscitore delle lingue classiche greco e latino (oltre che un ottimo insegnante delle stesse: e le due cose non sempre vanno d’accordo, come molti possono bene testimoniare!) ed un buon conoscitore delle lingue antiche, per suo lungo interesse personale approfondito negli anni con le proprie indubbie capacità d’indagine intellettuale. Questi collaboratori, invece, si sono intrufolati nell’intimo di una materia che non è la loro, che non gli appartiene e che – alla fine – non possono conoscere come il professor Sanna. A solo titolo d’esempio: come si configura la signora Aba Losi, (seppure una eccelsa foto-biologa parmense di fama internazionale), nel campo della presunta antica lingua sarda scritta? Come può credere il prof. Sanna, di acquistare maggiori portanza e credibilità scientifica accompagnandosi a siffatta ‘esperta’? In realtà, purtroppo, egli ne esce molto ridimensionato nella considerazione di tutti (che – si ricorda – è già bassa di per sé).
3) Ha recentemente dato credito ad alcuni reperti incisi - fuori contesto e quindi poco credibili - che una turba di conoscenti, ammiratori e seguaci hanno voluto sollecitamente sottoporgli gratuitamente. Forse, in questa circostanza egli è stato incauto e la cattiva esperienza dei ciottoli di Allai non è stato deterrente sufficiente al suo invincibile entusiasmo per la tesi della 'lingua nuragica scritta', che tanto gli sta a cuore per motivi identitari e culturali. Ha ormai collazionato con cura un gran numero di reperti, convinto che il numero (non la qualità), prima o poi, convincerà i suoi detrattori ottusi e miopi: la loro resa è prossima.
4) Dopo essere stato estromesso con biasimo da sedi ‘ufficiali’ (come ad esempio gli successe ad Olbia, in cui non potrà ormai altro che comparire in salette private e sottoscala), ha tentato di farsi accogliere in altri ambienti illustri e perciò si è rivolto agli amici. Gli amici, si sa, sono generosi fino all’autolesionismo. E così fu accolto all’Università di Sassari, in un ‘seminario’ che non aveva alcunché di archeologico, ma figurava come sponsorizzato dall’Archeologia Sassarese; non aveva molto di generalmente medico, ma offriva crediti agli studenti in medicina; non aveva granché di scientifico, ma si teneva addirittura in un'Aula della Facoltà di Medicina (non nell’Aula Magna, come alcuni hanno erroneamente riferito) dell’Università di Stato. Molti considerano l’episodio un miserevole sotterfugio mirato all'uso improprio del bene pubblico, per fini auto-promozionali; Sanna lo considera una grande vittoria personale e della Verità della Scienza. Il fatto ha generato polemiche, causato a tutti grande e generalizzato imbarazzo e fastidio, a spese del Rettore, dell’Istituto e di una stimata e valida specialista neurologa che si è, un po' incautamente, prestata all’invito dell’amico fidato. 

5) Sanna ha radunato intorno a sé un gruppo di 'estimatori' che si potenziano e si incoraggiano reciprocamente nel loro blog, in una specie di esercizio continuo di riaffermazione dell'autostima. Si raccontano l'un l'altro quanto sono bravi, si complimentano per quanto bene essi comprendano ogni argomento rispetto a tutti gli altri, che manco a dirlo, sono tutti in errore (specialmente gli accademici accozzati ed incapaci, ma anche i critici di qualsiasi provenienza)... Nel blog si alternano notizie vere e credibili ad altre molto meno vere e credibili, secondo l'ormai collaudata tecnica per vendere la merce di dubbia provenienza. Già l'uso di questo metodo dovrebbe indurre il lettore a ponderarne i contenuti. Sicuramente, anche questo 'biglietto da visita' non giova affatto alla fama trascorsa del professor Sanna.

6) Il più grande errore del Sanna è certamente quello di non sottomettere i suoi lavori a quella revisione paritaria che è più nota sotto il termine inglese di 'peer review'. (Viene quasi il sospetto che abbia già tentato questa strada, ma che non esistano riviste scientifiche disposte a dare spazio ai suoi lavori, oppure che non esistano esperti della materia epigrafico/archeologica che vogliano abbassarsi a 'mettersi alla pari con lui': ma certamente questo è solamente un pensiero malevolo). 
Eppure, sarebbe questa la strada giusta per fare sì che si creda ad una 'lingua Nuragica scritta': altre lingue del passato furono tradotte contemporaneamente e separatamente da diversi studiosi che ebbero a convergere su un'unica traduzione: perché non si fa anche con il 'Nuragico'?
7) Il carattere del professore, infine, è quello che conosciamo: egli è irruente, generoso e talvolta si lascia trasportare dalla foga e dalla passione per la propria tesi, fino ad aggredire verbalmente con intolleranza i propri critici in modo spazientito, talché non sembra proprio esprimere per intero il garbo discreto del british gentleman. Inoltre, tale foga certamente non giova al suo fisico di settantaquattrenne un po' sovrappeso. Ma in fin dei conti il professor Sanna è interamente e profondamente sardo e tenacemente abbarbicato alle proprie orgogliose radici regionali, come tutta la sua produzione – scientifica e no (6) – dimostra convincentemente fino ad oggi; perché mai, dunque, dovrebbe avere modi da british gentleman? Sarebbe, quello, un atteggiamento non vero, un falso, cosa che – come tutti sappiamo – egli detesta.

8) Non può infine sfuggire ad una domanda (che gli è stata più volte rivolta, ma alla quale si ostina caparbiamente a non rispondere, in modo poco 'british' e molto sardopastorale): "Lei ha sostenuto la veridicità di reperti archeologici artefatti (ricordiamo che lei è laureato in Lettere ed in Archeologia). Si rende conto, professore, che così facendo, esistono solamente due possibilità? O lei si è sbagliato in modo fragoroso, oppure è colluso con i falsari. Quale delle due sceglie, dato che non ne esiste una terza?". Anche questa volta cadrà nel vuoto e rotolerà tra epiteti coloriti ed urla di lesa maestà.
A jackass, nothing else but.


Si giunge fatalmente alla medesima conclusione enunciata con amarezza dal dott. Jekyll: “Sia sul piano scientifico che su quello morale, venni dunque gradualmente avvicinandomi a quella verità, la cui parziale scoperta mi ha poi condotto a un così tremendo naufragio: l'uomo non è veracemente uno, ma veracemente due.”




* Si fa presente che la forma 'Sardi e NON', che alcuni preferirebbero, è errata, in Italiano. Infatti, si può dire 'Sardi e no', oppure 'Sardi e non sardi'. Tertium non datur, Sanna, anche se fa male.
(1) Liceo Ginnasio de Castro, Oristano, 1967-1998, circa 31 anni di onorata carriera.
(2) Storia della Sardegna, Letteratura sarda, Predicazione sarda, presunta lingua nuragica scritta.
(3) Sanna direbbe: “accademici e non”. Strano che un professore di lettere non conosca la forma italiana corretta…
(4) Includendo ormai – tra gli altri e sempre più numerosi – il professore di lingue Massimo Pittau, l’archeologo Rubens D’Oriano, l’archeologo Raimondo Zucca e molti, moltissimi altri, tra cui – seppure indegnamente – persino l’autore di questo blog.
(5) L’accusa  sostiene che egli li abbia piuttosto costruiti con le proprie mani e non trovati: che egli sia quindi un ‘tombarolo’ ed un falsario, ma questo è da provare.
(6) Sanna direbbe, anche qui: “scientifica e non”. La sua conoscenza del sardo, si assicura, è nettamente superiore a quella dell’Italiano.

mercoledì 18 settembre 2013

Also Known As Giggi

ALLAI

Riposto questi due interventi - della Nuova Sardegna e del Prof. Pittau (al quale furono chiesti 20.000 euro) - per doveroso aggiornamento di chi non fosse sintonizzato con le cose sarde passate volentieri di soppiatto. Ci tengo a dire che l'udienza di Luglio dovrebbe essere stata rinviata e che pertanto il processo non è ancora concluso. L'esimio prof Luigi Amedeo Sanna, aka Giggi Sanna, figura probabilmente dalla parte della difesa, per vecchio debito d'amicizia ed antica militanza tra gli amici dell'imputato...
ALLAI 





Reperti donati, non erano veri

Nuovi testi al processo per falsificazione di materiale archeologico

    “Quei reperti non sono autentici”. 
    Si è allungata la lista dei consulenti dell’accusa che ha confermato la falsità attribuita ai reperti archeologici di Allai dalla Soprintendenza. Il caso era scoppiato quando l'imputato, Armando Saba, si era reso protagonista di un ritrovamento lungo le sponde del Tirso. Dieci reperti che aveva giudicato essere di epoca etrusca e per questo motivo donati al nascente museo di Allai, con conseguente ipotesi dell'arrivo di un finanziamento. L'uomo ora si trova a processo di fronte al giudice monocratico Antonio Enna per falsificazione di reperti archeologici e detenzione di materiale archeologico non regolarmente denunciato, accusato dal pubblico ministero Daniela Muntoni di aver fabbricato lui stesso la serie di reperti al centro della vicenda della donazione al nascente museo di Allai, spacciati per risalenti all'epoca etrusca.
    Ieri, chiamato a deporre dall’accusa, ha confermato la non autenticità dei dieci reperti anche il rettore dell’Università di Sassari, Attilio Mastino, in qualità di professore di Storia romana.

     La tesi della difesa, sostenuta dall’avvocato Giovanni Paolo Meloni, è invece differente e prova a puntare sulla possibilità che si tratti sì di un falso storico, ma di epoca più recente. Motivo per il quale Saba, analizzandoli, non ha avuto a disposizione le basi conoscitive adatte per valutarne l’originalità o meno. Saba li avrebbe quindi solo rinvenuti, ma non contraffatti. L’elenco degli esperti chiamati a esprimersi sui dieci reperti si allungherà alla prossima udienza del 17 luglio, data del rinvio nella quale verrà sentita l’archeologa sassarese, Daniela Rovina. (c.c.)
    13 giugno 2013

    giovedì 14 febbraio 2013


    SCRITTURA NURAGICA E FALSI.







    Falsificazioni sulla cosiddetta "scrittura nuragica"


    di Massimo Pittau


    In Sardegna c’è una attenzione vivissima e quasi morbosa per la civiltà nuragica. Questa attenzione deriva dal fatto che, almeno in una forma in buona parte inconsapevole, i Sardi sanno o “sentono” di avere a che fare col periodo più importante e più glorioso dell’intera storia della Sardegna. Per questo motivo di fondo tutti i Sardi sono istintivamente portati a simpatizzare con chi sostiene che anche i Nuragici avevano una loro “scrittura nuragica nazionale”.
    Una ventina di anni fa nel nuraghe Tzricottu del Sinis è stata trovata una targhetta metallica che, in una delle sue facce, porta chiarissimi “disegni ornamentali”, simili ad arabeschi.Intervennero due amanti di cose sarde, insegnanti medi, i quali dichiararono al pubblico che quei disegni in realtà erano i segni di una “scrittura nuragica”, mai conosciuta e riconosciuta prima.
    Intervenne subito un archeologo il quale dimostrò – in modo del tutto convincente - che quella targhetta risale non all’epoca nuragica, bensì a quella bizantina e faceva parte dell’armatura di un militare.
    Ovviamente c’era stato dunque un grosso abbaglio da parte dei due insegnanti. Uno di questi – anche per tentare di stornarlo da sé – andò avanti con la sua tesi pubblicando anche un libro nel quale c’è pure il disegno di altre tre targhette simili alla prima, ma anche lievemente differenti. Senonché, a mio fermo giudizio, queste altre targhette non sono altro che veri e propri “falsi”. Esse infatti non fanno altro che seguire il disegno della prima, ma con lievi variazioni interne. E si tratta chiaramente di un “falso” fanciullesco, dato che presuppone che la seconda targhetta contenga una iscrizione sovrapposta a quella della prima, la terza targhetta contenga una iscrizione sovrapposta a quella della seconda e della prima, la quarta targhetta una iscrizione sovrapposta a quella della terza, della seconda e della prima. E tutto ciò presuppone un gioco di inserimenti di iscrizioni che non potrebbe trovare posto neppure nei giochi di in una rivista di enigmistica. Che queste ultime targhette siano altrettanti “falsi” è dimostrato pure dal fatto che esse non sono state mai mostrate ad alcuno.


    Messisi sulla strada ormai aperta delle “falsificazioni”, alcuni individui hanno finito con l’avere anche fastidi giudiziari rispetto a ciottoli fluviali che sarebbero stati trovati sulla riva del Tirso e che presenterebbero segni di scrittura etrusca.
    Da qualcuno di questi individui, per telefono e senza farsi riconoscere, io ho avuto una offerta di fotografie contenenti“iscrizioni etrusche” (ormai si sapeva che io mi interessavo a fondo di “lingua etrusca”). Io non abboccai, dato che sono ben al corrente del fatto che fioriscono in Toscana, in Umbria e nel Lazio settentrionale, “falsari di oggetti etruschi” che offrono agli acquirenti ignari, e questi oggetti tanto più sono apprezzati se riportano scritte anch’esse “false”. Io feci al mio interlocutore anonimo alcune domande sulle supposte “iscrizioni etrusche” e compresi subito che ero di fronte a un inganno e a un tentativo di imbroglio. Per il quale il mio interlocutore aveva chiesto la modica somma di 20 mila euro…


    Ma la strada delle “falsificazioni archeologiche e linguistiche” pure in Sardegna era stata ormai aperta, favorita immensamente anche dal ricorso al disponibilissimo “internet”. E infatti da una decina di anni in qua furoreggiano, soprattutto in qualche blog ospitale ed interessato, numerose riquadri di alfabeti e figure di scritte nuragiche, fornite delle necessarie lunghe didascalie. Si tratta però di “falsi”, nient’altro che di “falsi”, ripresi dai numerosissimi siti dell’internet, che possono ritrovare e riscontrare tutti coloro che sappiano e abbiano la pazienza di interrogare a dovere i generosi siti internet.
    Però ovviamente questi “falsi” sono sottoposti al cambio di connotati, nel senso che possono appartenere ad una delle numerose lingue del mondo antico, ma, mutatis mutandis, sono presentati come “alfabeto o scrittura dei Nuragici”. Quando è opportuno le figure originali di scritture orientali subiscono qualche spostamento o inversione o ritocco; tutte operazioni che nel computer si possono effettuare con estrema facilità e senza lasciare alcuna impronta digitale…
    È possibile scoprire questi “falsi” ed anche evitare facili imbrogli a proprio danno? Sì, è possibile in questo semplice modo: invitare i propositori di queste “scritte nuragiche” a presentare la fotografia di un bronzetto o vaso nuragico che risulti esposto in uno dei numerosi musei archeologici della Sardegna e che dunque sia stato ufficialmente riconosciuto come “reperto autentico” dagli archeologi autorizzati. Poi farsi mostrare la esatta corrispondenza di segni incisi in quei bronzetti o vasi con le lettere di quello che i propositori dicono essere l’”alfabeto nuragico”, corrispondenza anche di sole 5 o 6 lettere appena.
    Se questa dimostrazione di “corrispondenza di segni ad altrettante lettere” non fanno, i propositori in questione sono nient’altro che “falsari”, falsari della buona fede dei Sardi.
    E approfitto dell’occasione per mettere in guardia i Sardi, amanti della nostra storia, dai “falsari di oggetti nuragici”, anche forniti di “segni di scrittura nuragica”, che ormai circolano numerosi anche in Sardegna.
    Sono stato chiaro sulle modiche somme che richiedono agli ingenui che siano disposti ad acquistarli?

    martedì 10 settembre 2013

    LE FORME DELL'ACQUA



    Due immagini delle Terme sulfuree di Saturnia: la piscina attrezzata dell'Hotel (sopra)
    ed una delle numerosi parti 'libere' (sotto).
    Ricevo, e subito volentieri pubblico, questa dissertazione illuminante dal prof. Massimo Pittau su un vocabolo che non può che risultare gradito e sollecitare curiosità professionale ad un urologo.  Si parte dal nome di una località del centro Italia (Saturnia, sede di notissime ed abbondanti fonti termali), per poi fare un brevissimo excursus transnazionale ed infine ritornare in Sardegna. Spero anche agli altri non dispiaccia: è godibilissimo.


    Etruschi Urina, uri, vri; 

    Svizzero e Sardo Uri; 

    Basco ur

    Di Massimo Pittau.

    Per l'Etruria antica è storicamente documentata una città di nome Urina od Aurina, la quale quasi certamente corrisponde alla odierna Saturnia. Nelle iscrizioni etrusche compare parecchie volte l'antroponimo URINATE/I, VRINATE/I, che è evidentemente un etnico che significava «nativo-a di Urina».
    Il significato che era al fondo del toponimo Urina si può con grande probabilità e verosimiglianza ricostruire richiamando l'appellativo lat. urīna, che è di origine ignota, ma che è già stato prospettato come di origine etrusca (Ernout 31; vedi però DELI, AEI, DES, Etim). Ebbene, questo appellativo oltre e prima che il significato di «liquido della minzione», ne aveva uno più generale, quello di «acqua». Infatti il lat. urina significava anche «liquido seminale» ed il verbo derivato urinari significava «tuffarsi nell'acqua, nuotare ed affogare nell'acqua» e il sostantivo urinator significava «palombaro, sommozzatore».
    Indicato il significato principale ed originale del lat. urina in quello di «acqua, liquido», mi sembra che da ciò si possa trarre la conseguenza che il significato effettivo della citta etrusca di Urina fosse quello di «fonte, fontana» e pure quello di «abbeveratoio». Si deve infatti escludere totalmente che il suo significato fosse quello di «liquido della minzione», per la ragione che mai i suoi abitanti avrebbero accettato per la città da loro abitata il significato di «urinatoio» e per i suoi abitanti Urinati quello di «urinatori».

    Tre forti conferme a quanto sto prospettando vengono da alcuni vocaboli etruschi che compaiono scritti sul dorso di vasi.
    *In primo luogo è il vocabolo URIAΘI che fa parte della iscrizione dell'arhyballos Poupé (purtroppo finora tradotta solo in alcuni vocaboli). A mio avviso in questa iscrizione, che quasi certamente era beneaugurante per il donatario, URIAΘI è un locativo (URIA-ΘI) che significa «nel liquido» (cioè nel vino contenuto nel vaso) oppure «nella bevuta o azione del bere».
    *In secondo luogo segnalo che altri vocaboli etruschi, scritti pur'essi su vasi, URE, URI, VRE, VRI sembrano all'imperativo e sembrano significare «bevi!», con un invito fra amici a brindare alla reciproca salute.
    *Infine faccio riferimento alla circostanza che la città etrusca di Urina è documentata anche come Aurina e che l'alternanza del dittongo [au] con la vocale semplice [u] è un fatto fonologico ben conosciuto nella lingua etrusca. Ebbene al fine di chiarire questa variante Aurina richiamo l'altro verbo lat. (h)aurire, orire (finora di origine ignota), il quale significava «bere». Dunque il significato di «acqua» con quello strettamente connesso di «bere» viene ancora una volta confermato appieno.

    Di passaggio richiamo anche la Valle Aurina, in Val Pusteria, nella zona dei toponimi etruschi Varna, Vipiteno e Velturno (LIOE), dove anche sono arrivati gli Etruschi secondo una nota testimonianza di Livio.

    Un'altra città etrusca di nome Uri è storicamente documentata per l'antica Campania. Questo toponimo si connette chiaramente al già visto Urina e questo secondo sembra essere il diminutivo del primo. Dunque con notevole verosimiglianza Uri significava «fonte, fontana», mentre Urina significava propriamente «piccola fonte o fontanella». Però capita di frequente in molte lingue che il valore del diminutivo cada del tutto sul piano semantico, limitandosi ad essere soltanto un fatto fonologico formale. Pertanto sia Urina che Uri potevano significare ugualmente «fonte, fontana».
    Alla città etrusca Uri della Campania antica corrisponde innanzi tutto il nome Uri del noto cantone della Svizzera, dove pure sono arrivati gli Etruschi alla ricerca di minerali [molto probabilmente lo stesso antico etnico Helvetii può derivare dall'etr.-lat. HELVE-helvus «giallastro», avendo pertanto il significato di «(Uomini) Biondi»; LIOE 36]. E corrisponde esattamente anche il nome di un villaggio sardo Uri situato vicino a Sassari. Questo toponimo trova riscontro in almeno altri sette Uri, esistenti in Sardegna nei territori di Nulvi, Oschiri, Osilo, San Vito, Sarule, Sennori, Simaxis.
    Secondo tre linguisti, J. Hubschmid (Mediterrane Substrate, Bern 1960, 75-76), G. Alessio (RIL, LXXIV, 732) M. L. Wagner, La Lingua Sarda, pg. 281) il toponimo sardo Uri potrebbe corrispondere al basco ur «acqua».
    A favore di questa ipotesi etimologica io aggiungo che la radice ur(r)- da una parte si trova in numerosi idronimi sardi, dall'altra è diffusa in tutta l'Isola, per cui è abbastanza probabile che effettivamente significasse «acqua» e anche «fonte, fontana» e pure «abbeveratoio». C'è infatti da considerare che in una terra perennemente sitibonda, come è ed è stata la Sardegna, il conoscere le fonti, anche col loro nome, era una questione veramente importante e perfino essenziale per la vita degli uomini e dei loro bestiami.

    Presento qui di seguito l'elenco - certamente non completo - di questi toponimi e idronimi, tutti di evidente matrice sardiana o protosarda come dimostrano i vari suffissi e suffissoidi da cui sono caratterizzati: Uralái (Irgoli), Uralla (Albagiara, fontana e rivo), Urasa (Solarussa, rivo), Urasala (Sorradile), Urassala (Scano M.), Urau (Cuglieri, fontana), piskina d'Urea (CV XIII 7), Uredda (Siamanna), Uréi (Laconi, canale), Urele (Baunei), Flumini Uri (San Vito), Úrighe (Birori), Urulu (Orgosolo, sorgente), Roja Urossolo (Ortueri, canale), Urotzo (Sorradile, sorgente), Uruspa (Sorso); Uraressi, Urei, Ures(s)a, Uri, Urieke, Urule (CSPS); Urasanna, Uria, Urosolo, Urri, Urrolo, Urru (CSMB), Ures (CSLB), Urri (Orani).


    Dunque gli etruschi uri, vri, ure, vre, Uri ed 

    (A)Urina, lo svizzero Uri, il (proto)sardo Uri e i

    numerosi toponimi e idronimi connessi, e infine il

    basco ur convergono tutti sul significato 

    primitivo e principale di «acqua».


    Di questa quadruplice convergenza linguistica a me sembra che l'unica possibile spiegazione sia questa: la base ur «acqua» è ascrivibile al sostrato linguistico “mediterraneo” ed essa si è conservata, in maniera indipendente l'una dall'altra, nella Penisola italiana, in Svizzera, in Sardegna e in Iberia, come ritengo di avere dimostrato, in un mio recente scritto, per altre 6 basi etrusche, (proto)sarde e basche (La lingua dei Protosardi e quella dei Baschi, in internet).