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sabato 10 ottobre 2015

Lo vedi? Là c'è Marino...


Il Sindaco Marino in due anni:
1) ha chiamato la Guardia di Finanza il primo giorno che si è insediato
2) ha risparmiato 120 milioni ogni anno solamente confrontando le spese allegre del comune con i prezzi di mercato come, per esempio, pagare 4800€ ogni pc ai soliti noti
3) ha portato e continua a portare al Procuratore Pignatone tutta la documentazione in possesso dell’Amministrazione comunale consentendo così di dare una svolta importante alle indagini di Mafia Capitale.
4) ha chiuso Malagrotta dopo 30 anni evitando così pesantissime sanzioni dall'Europa e tornando ad accedere nuovamente ai fondi europei
5) Ha indetto un bando internazionale per la raccolta rifiuti portando ad oggi la differenziata al 43% (prima non esisteva)
6) ha riaperto i cantieri della metro C, nel 2013 la talpa era ferma, in 2 anni ha 21 fermate in più
7) ha identificato un nuovo centro per i rifiuti, a settembre apre Rocca Cencia per la trasformazione dell'umido a impatto zero e senza odori
8) ha messo a capo dei vigli un poliziotto facendo infuriare quella lobby potentissima dei vigili, gli ha tolto i privilegi, li ha denunciati il 31/12 e ha messo la turnazione dei dirigenti comunali.
9) ha cacciato l'AD di AMA poi arrestato con Mafia Capitale
10) ha cacciato in ATAC tutti gli assunti da Alemanno imbucati in ufficio e li ha mandati a fare i controllori
11) ha messo un magistrato alla trasparenza
12) ha mandato le ruspe a Ostia liberando gli accessi al mare dove da anni TUTTI facevano finta di non sapere che comandava la mafia degli Spada e dei Fasciani...
13) ha, in soli 6 mesi portato all 90% il raddoppio della Prenestina (in 6 ANNI avevano realizzato solo il 40%)
14) ha pedonalizzato i fori e il tridente.
15) ha eliminato i camion bar dal centro storico restituendo Roma al suo fascino naturale.
16) ha valorizzato i fori con le luci del premio Oscar Vincenzo Storaro e gli spettacoli multimediali di Piero Angela e Paco Lanciano in attivo già dal primo anno.
17) ha riportato in attivo il teatro dell'opera.
18) ha portato ingenti investimenti nella cultura anche da parte dei privati.
19) ha fatto rimuovere migliaia di cartelloni abusivi e ha vietato le pubblicità a sfondo sessista.
20) Sta pagando circa un miliardo di debiti che si è ritrovato appena insediato.
21) ha fatto il bilancio di previsione a inizio anno e non alla fine o addirittura l'anno successivo come avveniva in precedenza.
22) ha stabilito nuove regole più stringenti per il bando degli appalti e l'affidamento di lavori pubblici.
23) ha portato alla riduzione del tempo di apertura degli sportelli della metro, riducendo così il numero di ingressi senza biglietto.
24) ha sperimentato (sulla linea B1) la timbratura del biglietto in uscita dalla metro come ulteriore incentivo a timbrarlo.
25) ha comprato nuovi cassonetti della spazzatura, che quelli che abbiamo ora sono in leasing a un prezzo astronomico.
26) ha sostituito l'illuminazione della città con le lampadine al LED.
27) ha previsto per l'estate il rifacimento delle principali arterie stradali.
28) ha finanziato il progetto per la realizzazione del GRAB (poi bloccato dall'ultimo assessore Esposito)
29) ha ristrutturato tutta una serie di monumenti (Colosseo, Fontana di Trevi, Barcaccia, Piazza 4 Fontane, ecc.).
30) ha varato un nuovo piano per i ripetitori con lo scopo di ridurre l'inquinamento da elettrosmog.
31) creato per la prima volta il registro unioni civili, trascrizione matrimoni tra persone omosessuali contratti all'estero, progetti contro il bullismo omofobico.
32) ha finalmente varato un nuovo PGTU.
33) ha messo 300 spazzini in più nelle strade
34) ha messo il gps alle spazzatrici (Prima non avevano nemmeno un percorso stabilito da percorrere)
35) ha indetto una gara europea trasparente mettendo 1000 nuovi appartamenti a disposizione dell'assistenza alloggiativa temporanea
36) ha cancellato 20 milioni di potenziali metri cubi di cemento per 160 proposte di nuove urbanizzazioni che si sarebbero riversati su 2300 ettari di Agro romano.
37) ha cancellato altri 5 milioni di metri cubi di cemento, all’Ex Snia, al Casilino
38) ha revocato la delibera sulla valorizzazione delle caserme e ridotto i volumi in altre delibere come quella della ex fiera, da 93 mila mq a 67.500 mq.
39) ha individuato 743 occupanti di case pubbliche sprovvisti dei titoli per
abitarle perché occupanti abusivi, oppure proprietari di immobili o con redditi superiori ai limiti.
E si potrebbe andare ancora avanti. È vero, Marino è un incapace, incapace di scendere a compromessi con i delinquenti, li manda in galera cercando di restituire Roma ai romani

venerdì 24 aprile 2015

Bianco Splendente.

La bimillenaria Piramide Cestia (Nota a Roma solamente come: "la Piramide") è stata restaurata ed è tornata al suo pristino bianco splendore di gloria, grazie ad un progetto di finanziamento costato circa due milioni di euro... 






La Piramide, dopo il restauro  [Credit: ANSAmed] 


La tomba in stile egiziano  (una leggenda popolare la voleva smontata, trasportata dall'originario Egitto e poi ricostruita a Roma!) di Gaio Cestio, generale d'epoca augustea, ha riaperto al pubblico nel corso della settimana scorsa, al termine di un lavoro di restauro 
che era iniziato nel marzo del 2013.

Una foto di prima del restauro.



Il mago della moda giapponese Yuzo Yagi, fondatore del progetto, si è dichiarato soddisfatto: "E' una cosa straordinaria restituirla alla città esattamente come era 2.000 anni fa", riferendosi ai risultati del lavoro condotto da due donne, Rita Paris e Maria Grazia Filetici, direttrici della Soprintendenza Archeologica Italiana, che hanno diretto i lavori.

Secondo la Paris, la piramide (che misura 36,5 metri in altezza, 120 piedi) fu costruita in 330 giorni in marmo bianco di Carrara.  Il lavoro di restauro ne ha richiesti 327 (75 in meno di quanto previsti inizialmente).
Yagi ha donato i due milioni di euro perché fossero attuate tutte quelle tecniche - innovative e no - per la rimozione di vegetali parassiti, la protezione della facciata marmorea, la stabilizzazione dei pannelli, la prevenzione di futuri possibili danni e la costruzione di una rampa d'accesso per disabili.
In Giappone il bianco è il colore del lutto: non a caso, forse, Yagi ha fatto la sua scelta, che si conforma fortemente ai gusti tradizionali giapponesi per il colore di una tomba e combina necessità paesaggistiche della Capitale con marketing e pubblicità. Una scelta intelligente.

Il restauro era veramente necessario, dopo anni ed anni di trascuratezza e di danni ambientali da fumi, smog, vibrazioni da traffico, abbandono. Non hanno certo giovato alla piramide l'essere inglobata nella cinta delle mura medievali, i furti d'arte perpetrati nel corso del Medioevo e neppure il 'restauro' della metà del XVII secolo. Nel XIX secolo la piramide è stata usata unicamente come utile punto d'incontro dai romani indifferenti ("Ce vedemo alla piramide!")

    Umberto Vattani, presidente della Italy-Japan Foundation, era presente all'inaugurazione unicamente per inviti,  insieme a Francesca Barracciu, Benedetto Della Vedova, ed il soprintendente per l'eredità culturale capitolina Francesco Prosperetti, oltre naturalmente al sindaco Ignazio Marino. 

Naturalmente, la domanda che tutti hanno posto a Yagi è stata: "Finanzierà il restauro di altre opere italiane?". Il mago della moda ha risposto saggiamente con un sorriso: "Abbiamo una lunga lista di finanziamenti doverosi per riparazione di siti danneggiati dallo Tzunami in Giappone, ma sarò felice di potere ritornare qui negli anni a venire"."  

 [Aprile 21, 2015]


lunedì 27 ottobre 2014

DOMUS AUREA

La Domus Aurea di Roma riaprirà la domenica.

Dopo sei lunghi anni, la Domus sarà riaperta al pubblico solo nel fine settimana, per permettere agli archeologi di continuare i loro lavori (inclusi in un programma di 4 anni) lungo la settimana, che prevedono l'apertura di nuove aree della Domus stessa.


Ai visitatori saranno inoltre spiegate le tecniche di restauro impiegate (che possono anche essere seguite on line sull'Internet).

E' stato annunciato lo scorso venerdì, dai portavoce del Ministero dei Beni Culturali, che saranno necessari 31 milioni di euro per il completo restauro.

La Domus si estendeva inizialmente per una superficie di circa tre campi da calcio, ma i suoi giardini avevano un'estensione molto maggiore: la costruzione dell'intero ricchissimo complesso aveva richiesto l'abbattimento di moltissime modeste costruzioni degli abitanti stessi di Roma (che anche per questo motivo odiavano Nerone e sparsero la voce del famoso incendio provocato da lui). Alla sua morte, in segno di disprezzo e di 'damnatio memoriae' la casa fu abbattuta e sepolta. Anche per queti motivi ora si trova sotto terra e solo una piccola parte di essa è oggi visitabile.
La Domus Aurea fu aperta al pubblico nel 1999, ma alcuni crolli ne consigliarono ripetutamente la chiusura per motivi di sicurezza.

Nel nuovo progetto, per cui la direttrice dei lavori, Fedora Filippi, chiede la partecipazione della cittadinanza, saranno messi in sicurezza e ridisegnati anche i giardini pubblici soprastanti alla villa.


Nero’s Domus Aurea to reopen on Sunday in Rome 




The remains of the Domus Aurea, or Golden House, the opulent villa that the Emperor Nero built for himself in the center of Rome, will reopen to guided visits on Sunday six years after it was closed because of collapses and safety concerns. 




Part of the Domus Aurea in Rome, which will reopen to guided tours on Sunday  
[Credit Fabio Campana/European Pressphoto Agency] 


The visits will take place on weekends so that archaeologists and restorers can continue to work on the four-year project, which will open new areas of the monument. Visitors can tour the work site and learn about techniques used in the restoration, which can be followed online. 

Culture Ministry officials on Friday announced a campaign to help raise the 31 million euros ($39 million) needed for the restoration. 

Only a small amount of the villa remains visible; it once covered an area as large as three soccer fields. 

“This has been a tenacious and silent restoration,” the culture minister, Dario Franceschini, told reporters on Friday. 

“As people strolled in the gardens above, below ground, dozens of people continued the restorations.” 
The villa first opened to the public in 1999, but it was closed several times after collapses. It then closed for the long term in 2005 but restorations continued, stymied partially by infiltrations of water and roots from the garden that covers the structure. 

In the new project, the garden would be redesigned to safeguard the building. 

“We don’t want people to think that we’ve resolved all the problems of the Domus Aurea,” said Fedora Filippi, the scientific director of the site. 

“But we wanted to explain to people what we’re doing so that they can participate.” 


Author: Elisabetta Povoledo | Source: Arts Beat/NY Times [October 24, 2014]

domenica 3 agosto 2014

CALCIO D'AGOSTO

Il calcio d'agosto è il calcio d'agosto, si sa...

Non conta nulla...

Non vuol dire niente...


La torta dello scudetto andrà comunque alle candidate che già conosciamo... 
Roma, Napoli, Juventus,
Fiorentina... 



Ma intanto... che ne dici di uno spuntino a PhiladelPhia?

"VENI, VIDIC, VICI"
(cit.: la Rosa)



mercoledì 5 marzo 2014

NOMEN URBIS

La Città Eterna ha un nome semitico?
Da sempre gli storici si sono chiesti l’origine del nome Roma, e hanno dato vita a molte ipotesi



Le lingue dell’Occidente, italiana e latina comprese, appartengono alla famiglia delle lingue indoeuropee, ciò sulla base della prevalente incidenza nel lessico di parole appartenenti a tale gruppo. I linguisti, per ciò che concerne gli idiomi europei, parlano di etimi di provenienza indoeuropea e di provenienza da area «mediterranea». Con questa ultima allocuzione si devono intendere tutte quelle parole che, non trovando idonea collocazione in area indoeuropea, derivano per differenza da altri ceppi linguistici (semitici, camito-semitici eccetera). Sino ad epoche relativamente recenti era opinione diffusa, in ambiente scientifico, considerare l’area mediterranea una sparuta minoranza, tale da non inficiare l’assioma mai ritenuto confutabile di appartenenza alla famiglia giapetica delle lingue dell’Occidente, sia quelle in uso nel linguaggio corrente che quelle oramai estinte come la latina. Negli ultimi decenni ulteriori e più approfondite ricerche, alla luce dei grandi progressi in campo archeologico, ma ancor più in quello linguistico1, hanno modificato alquanto il quadro d’insieme, o meglio i rapporti di incidenza, in seno alle lingue dell’Occidente, tra gli etimi indoeuropei e quelli provenienti dall’area mediterranea. Martin Bernal addirittura parla di un livello di equità tra i ceppi indoeuropei e quelli di origine semitica e camito-semitica2. Ove ciò fosse vero diventerebbe arduo l’affermare ancora che le lingue dell’Occidente siano indoeuropee, bisognerebbe parlare a tal punto di lingue «miste» o con un appellativo di recente conio «nostratiche», appartenenti cioè alla vastissima area «euro-afro-asiatica». Le  percentuali di cui parla lo studioso inglese appaiono forse eccessive ma è indubitabile che le percentuali di parole che si riteneva di origine indoeuropea si vanno man mano assottigliando in favore dell’area mediterranea. Sarebbe troppo arduo e complesso, in tal sede, operare ad ampio raggio uno screening sull’argomento, mi limiterò pertanto in queste brevi note soltanto nel porre in esame il più celebre e famoso toponimo latino che si riteneva di probabile provenienza giapetica, od almeno del tutto estraneo all’area semitica e/o camito-semitica e cioè il nome della Città Eterna, Roma. Al di là delle leggende legate all’origine di Roma e del suo nome così come ci sono descritte nelle opere dei vari Tito Livio, Ovidio o Virgilio e che in virtù proprio di quell’alone di leggenda che permea le stesse, non possono esser prese in seria considerazione, il fatto che detto toponimo non ha mai trovato un chiaro e idoneo riscontro in area indoeuropea ha costantemente creato, tra gli studiosi, perplessità circa l’origine di questo nome, il cui etimo pertanto finisce per perdersi nella notte dei tempi. Tra i tanti rammento il grande linguista italiano Bruno Migliorini il quale espresse alcuni dubbi circa l’origine della parola, dichiarando il «problema tuttora aperto». Comunque una ipotesi che egli formulò e che, a dire il vero, lui stesso dichiarò non sufficientemente lapalissiana nella sua formulazione3, farebbe risalire la parola all’etrusco «Rumel(e)na» alias «Ruma» latinizzato in «romilius» esprimente il concetto di «mammella» e da qui Romolo, il leggendario fondatore di Roma figlio di Rea Silvia. Su tale orientamento anche i linguisti Giovanni Battista Pellegrini e Carla Marcato, seppur con lievi sfumature divergenti4. La ipotetica radices etrusca della parola esprimente il concetto di «mammella» è sempre risultata poco convincente sia se collegabile alla leggenda di Romolo e Remo allattati dalla lupa capitolina e sia se adducibile alla forma di mammella del Colle Palatino secondo la «remota» ipotesi del Migliorini5. Alcuni linguisti, favorevoli alla radices indoeuropea, fanno risalire la parola a sreu/ruo, dal greco ρέω (√sscr. Sru)6, esprimente il significato di «scorrere»/«fluire» e concetti analoghi. L’allusione è naturalmente ascrivibile al fiume Tevere che appunto attraversa la città. Tale indirizzo appare anch’esso scarsamente attendibile in quanto l’etimo di che trattasi non trova ulteriori riscontri in area italica. Al reddere ad rationem il prevalente orientamento dei linguisti è comunque indirizzato nel far risalire il nome all’etrusco Ruma. L’etrusco è una lingua «nostratica» o per «filogenesi» al pari del basco o dell’albanese, un idioma pertanto che non trova apprezzabili affinità con gruppi più complessi come l’indoeuropeo, l’altaico eccetera. Da qui la difficoltà incontrata dagli etruscologi nella comprensione di una lingua che presenta scarse affinità comparative. Una serie di molteplici indizi attestano che questo popolo sviluppò una certa espansione commerciale arcaica in regioni al di fuori dell’Etruria propria. Reperti attestano tracce di insediamenti dovuti presumibilmente a scambi commerciali nell’area padana, in quella campana, Corsica, Genova, nella Gallia Meridionale, nell’isola di Egina e soprattutto, per ciò che concerne la presente ricerca, a Cartagine (una tessera hospitalis)7. Ma soprattutto le rovine di Pyrgi8 mettono in evidenza stretti contatti etrusco-punici che dovettero lungamente esistere tra le due sponde del Mediterraneo. Com’è intuibile queste popolazioni dovettero ob torto collo, proprio in virtù dei frequenti contatti intercorsi, assimilare in una qualche misura il lessico dell’una e dell’altra. Forse le popolazioni etrusche presero in prestito dall’idioma semitico dei Punici pochi elementi, almeno sulla base di quanto sino ad oggi si è potuto riscontrare, ma sicuramente un certo numero di parole fu acquisito nel tempo dagli stessi. Il semitico dei Punici è strettamente imparentato con il proto-cananeo in uso in epoche arcaiche (II-III millennio avanti Cristo) nelle zone della Fenicia corrispondenti all’attuale Libano. Fatte queste debite premesse, rese indispensabili onde fornire un contesto quanto più chiaro possibile sulla problematica di che trattasi, torniamo alla parola Roma, alias Ruma. La parola cananea9 Råmåh esprime il significato di «cittadella», «località alta», «altura» e concetti analoghi, in ebraico ר מה traslitterato Rmh. Il Bernal sostiene che questa parola fu presa in prestito dagli Etruschi, soprattutto nelle zone litoranee del litorale romano, Tarquinia eccetera, cioè quelle aree maggiormente interessate ai contatti e scambi di natura commerciale etrusco-punici10. Ora bisogna tener presente che Roma sorse e si sviluppò sui famosi sette colli ed a quei tempi le costruzioni, di qualsiasi natura fossero, probabilmente ab origine il più delle volte degli accampamenti tendati, risaltavano in particolar misura sulle alture ed erano pertanto ben visibili dal litorale romano piatto, soprattutto alla foce del Tevere. Il Bernal sulla base di queste considerazioni ritiene estremamente plausibile che il termine Råmåh stesse ad indicare il toponimo di zona sopraelevata, alta rispetto al litorale, tenendo altresì presente che il valore semantico di questa parola esprime anche il concetto di cittadella. Da rimarcare inoltre la corrispondente parola egiziana antica rmc, traslitterato Rma, corrispondente all’ebraico Rwm, anch’essa con radice cananea, esprimente il concetto di «località alta»11. Di analogo avviso sono i linguisti americani  Levine e Brown12, i quali al contrario, escludono che la parola ebraico misnaitica ed aramaica Rumē derivi dallo stesso etimo cananeo, essendo quest’ultima certamente derivata dal greco Ρώμη. Il Bernal fa inoltre rilevare che la vocale masoretica rappresentata dal suono /å/, come comunemente si è sempre supposta la lunga /ā/, al contrario rappresenta una vocalizzazione tra /a/ e /o/13. Che il nome della Città Eterna, a mio avviso, abbia attinto il suo etimo da un lessico semitico appare una ipotesi estremamente confortante, più della prevalente corrente indirizzata sul concetto di «mammella»14 con l’allusione al mitico allattamento dei gemelli Romolo e Remo. Questo mito, che permea la leggenda della nascita di Roma, è frutto della tradizione ancestrale e dell’enfasi immaginatoria dei Romani e pertanto tale deve restare ad una indagine sul piano scientifico. Partendo dal presupposto che la lingua dei Latini era diversa dalla etrusca e pertanto scarsamente comprensibile dagli stessi, non si può escludere che i creatori del mito della nascita di Roma si siano rifatti all’appellativo usato dagli Etruschi per indicare la loro città, parola che per mera e fortuita assonanza fonetica indicava anche il sostantivo «mammella», rendendo così compatibile questo valore semantico ai fatti leggendari a noi ben noti. Restando con i piedi per terra appare contra più verosimile che il toponimo inizialmente si sia rifatto, allorché si incominciò a sviluppare un agglomerato urbano sui sette colli, ad un termine con cui gli Etruschi solevano indicare quella città, probabilmente nemica perché estranea alla loro civiltà, che sorgeva ed era visibile sulle alture capitoline. Comunque, al di là di queste personalissime considerazioni, il toponimo della Città Eterna, pur restando un rebus ancora irrisolvibile e che resterà tale forse per sempre, si presta ora a possibili, verosimili e piùconcrete considerazioni etimologiche, che sino a poco tempo fa erano da considerarsi del tutto impensabili.
 
 
Note 

1 Si basti pensare alla scoperta di lingue come l’egiziano antico (idioma camito-semitico), l’akkadico (semitico) eccetera, scoperte che hanno dischiuso le conoscenze di un mondo sino a poco tempo fa quasi del tutto sconosciuto.
2 M. Bernal: Atena Nera, edizioni Est 1997.
3 B. Migliorini: Sull’origine del nome di Roma, Firenze 1928.
4 G. B. Pellegrini e C. C. Marcato: Dizionario di Toponomastica, Garzanti Editore.
5 Di analogo avviso, cioè sostenitori dell’etimo Ruma alias «mammella», i linguisti A. W. Schlegel e F. Kortüm.
6 L. Rocci: Vocabolario Greco-Italiano, edizioni Dante Alighieri 1983, pagina 1639.
7 Confronta M. Crisofani: Introduzione allo studio dell’etrusco, Olschki Edizioni 1991.
8 Pyrgi era il porto di Caere, importante città etrusca (attestata anche con il nome greco Πΰργοι).
9 Il proto-cananeo e suoi derivati è un idioma appartenente al gruppo del semitico occidentale.
10 Per approfondimenti confronta M. Bernal: Black Athena – The Afroasiatic Roots of Classical Civilization, III Volume (The linguistic evidence), Rutgers Un. Press, 2006, pagina 181 e seguenti.
11 Confronta E. A. W. Budge: An Egyptian Hieroglyphic Dictionary, Dover Publ. New York 1978, Volume I, pagina 424 B.
12 Confronta S. Levin: The Indo-European and Semitic Languages, State Un. of N.Y., Albany 1971; J. P. Brown: Literary Contexts of the Common Hebrew-Greek Vocabulary, in Journal of Semitic Studies 1968; S. Levin e J. P. Brown: The Ethnic Paradigm as a Pattern for Nominal Forms in Greek and Hebrew, in General Linguistics 1986.
13 Confronta Bernal, The Afroasiatic Roots…
14 Ancor meno la ipotesi di sreu/ruo (scorrere) per quanto indicato in precedenza.

martedì 4 marzo 2014

ACEA - 3


danni cutanei dell'arseniosi

Concentrazione dell'arsenico nell'acqua degli acquedotti (di una parte del Lazio)

Sembra una trama per un film di seconda serie.

Di quelli a basso costo.

Solo che è la realtà: ed il cittadino sa già - per lunga e sofferta esperienza sulle proprie carni (leggi: portafoglio) che non potrà assolutamente essere a 'basso costo', come si conviene ad un film di serie B.

Intanto, è già partita la caccia all'acqua minerale: il quartiere di Primavalle ne sa qualche cosa, con l'assalto ai supermercati. Scene che il Manzoni, oppure Shakespeare descrissero bene: la folla è una bestia incontenibile.

La Società ACEA ha già pubblicato - nei propri siti (vedi) - comunicati ragionevoli che doverosamente invitano alla calma.

Alcuni giornali, ed anche telegiornali nazionali e locali, hanno espresso timore per una possibile minaccia piuttosto precisa e - a detta di alcuni di loro - non comunicata per tempo, anche se nota da mesi ed in alcuni casi da anni.

Sappiamo che i 'fogliacci' devono vendere a qualunque costo e che spesso non offrono un servizio, bensì un disservizio fatto di manipolazione dell'opinione pubblica e di strumentalizzazione dei 'Media' per scopi talvolta iniqui.

Ecco: viene per l'appunto il forte sospetto che sia in atto una guerra, scatenatasi 'improvvisamente' (ma questo è il punto di vista dell'opinione pubblica, che era all'oscuro di tutto), per motivi politici ed economici.

Si sta naturalmente cercando il capro espiatorio, al quale attribuire ogni colpa antica e recente, secondo copione.

Vedremo nelle prossime settimane se ciò è vero: la prova sarà data dall'immancabile rientro di ogni stato d'emergenza ('erroneamente' segnalato e certamente 'molto esagerato' dai mezzi di comunicazione), non appena il vero (e probabilmente unico) colpevole sarà stato dato in pasto al pubblico, per acquietarne la giusta collera.

Immediatamente, l'acqua di Roma tornerà cristallina.


Locandina del famoso film "ARSENICO E VECCHI MERLETTI"
grottesco, surreale, completamente fuori della realtà: esattamente come l'attuale situazione - non solo idrica - Romana ed Italiana in genere...









ACEA - 2


Acqua: a Roma tra le migliori in Italia, è buona ed è sicura
Foto Nasoni BigIl giudizio complessivo è ottimo, l’acqua di rubinetto di Roma è buona ed è sicura ed è una delle migliori d’Italia. A dirlo è Altroconsumo che ha condotto una ricerca sulle acque potabili e casalinghe italiane. La ricerca è stata presentata questa mattina a Palazzo Valentini dall’associazione di consumatori, la prima e la più diffusa in Italia con 300mila soci.
Secondo la ricerca, che ha coinvolto 35 città, l'acqua di Roma, il cui prelievo é stato fatto in piazza San Pietro, ha qualità e varietà di sorgenti e secondo i parametri qualitativi: qualità dell'acqua (presenza di calcio, durezza, fluoruri, solfati), inquinanti e presenza dei metalli risulta essere una delle migliori italiane. Anche la presenza di pesticidi è sotto i limiti di legge mentre sono assenti sia i solventi che i metalli. "Dell'acqua di casa di Roma – ha dichiarato Silvia Castronovi di Altroconsumo - ci si può fidare, è buona e sicura".
La notizia è stata subito ripresa dai principali quotidiani italiani. Sul sito del Corriere della Sera, in apertura della pagina di cronaca di Roma accanto alla foto di uno dei caratteristici nasoni, il titolo è “Buona come l'Acqua”.
Proprio per far conoscere la qualità dell’acqua distribuita nella capitale, Acea, in collaborazione con Acea Ato 2 e LaboratoRi, ha realizzato da tempo la Carta dell'Acqua del Comune di Roma . Un vero e proprio documento di identità in cui sono elencati i parametri chimici della preziosa risorsa distribuita nella capitale attraverso 5.600 chilometri di condotte e le caratteristiche di qualità conformi al decreto legislativo 31/2001, entrato in vigore nel 2003. La carta dell’acqua potabile garantisce impegno, trasparenza e qualità del servizi offerti e contiene tante informazioni utili.
Tra le principali caratteristiche riportate sul documento, la sicurezza igienica garantita dall’assenza di indici microbiologici; il livello di mineralizzazione tale da determinarne la gradevolezza e il basso contenuto di sodio e nitrati. Ogni anno, LaboratoRi esegue per conto di Acea Ato 2 circa 250.000 analisi che attestano la qualità dell’acqua di Roma fino al punto di consegna, il contatore generale.
Acea ha realizzato anche la mappa dei nasoni del Centro storico, un opuscolo tascabile dalle dimensioni di una card con testi in italiano e in inglese. Riporta su un lato notizie utili sulle fontanelle, la Carta di identità sull’acqua potabile di Roma  e alcuni cenni storici sui nasoni.

fonte: ACEA

Acea e l’area Idrica
Il Gruppo Acea è il primo operatore italiano nel settore idrico con 8,6 milioni di abitanti serviti, 760 milioni di metri cubi di acqua potabile venduta, 852 milioni di metri cubi di acque reflue depurate e oltre 1 milione e 160 mila controlli sulla risorsa potabile. Gli investimenti nel 2012 sono stati pari a 224 milioni di euro.

Il Gruppo gestisce il servizio idrico integrato a Roma e Frosinone e nelle rispettive province ed è presente in altre aree del Lazio, in Toscana, Umbria e Campania. La Società completa la qualità dei servizi offerti con la gestione sostenibile della risorsa acqua e il rispetto dell’ambiente.

Grazie all'esperienza acquisita nei decenni, l'Azienda ha sviluppato un know how all'avanguardia nella progettazione, costruzione e gestione dei sistemi idrici integrati: dalle sorgenti agli acquedotti, dalla distribuzione alla rete fognaria, alla depurazione. Particolare rilevanza è dedicata ai servizi di laboratorio. A Roma, dove è stata promossa – primo caso in Italia -  la carta di identità dell’acqua potabile, Acea esegue ogni anno circa 250.000 analisi sulla preziosa risorsa. 


ACEA - 1


04/03/2014 06:03

AFFONDO

La scure di Marino sulle aziende. È l’ora di Acea

L’Assemblea capitolina mette all’angolo la giunta: consiglio straordinario sul Salva Roma

MALTEMPO, MARINO RIFERISCE IN AULA - FOTO 1

Lo aveva capito lo stesso Marino che una quidicina di giorni fa aveva precisato che il cambio dei vertici Acea era «fuori dai radar»; così come il coordinatore della maggioranza in Aula Giulio Cesare, Panecaldo, era stato "costretto" a entrare a gamba tesa circa una settimana fa richiamando diversi e autorevoli consiglieri comunali del Pd troppo dediti a note stampa su una società quotata in borsa.
Curioso dunque che la nota del sindaco in cui si rendono pubbliche comunicazioni da sempre tenute riservate sino all’eventuale approvazione, proprio per non creare dannose e inutili fibrillazioni di mercato, esca proprio nel giorno in cui la capigruppo ha deciso all’unanimità di indire un Consiglio straordinario sul Salva Roma per il 13 marzo. Non sarà una seduta normale ma aperta agli interventi dei rappresentanti istituzionali, delle categorie produttive e sociali della città. In quella stessa sede la maggioranza proporrà un pacchetto di misure anticrisi. Un piano straordinario, insomma, per far fronte a una situazione straordinaria dal punto di vista economico, certamente, ma anche e soprattutto politico. E sì perché dopo le incredibili vicende del Salva Roma, l’altolà del Pd al suo sindaco, i lacci imposti dal governo Renzi sul nuovo decreto per ridare ossigeno alle casse capitoline, occorre adesso definire da una parte un bilancio «lacrime e sangue» e dall’altra un piano di ristrutturazione dell’intero apparato amministrativo. E in questo l’Assemblea capitolina, già protagonista negli ultimi otto mesi di un braccio di ferro con una giunta sin troppo solitaria, ha deciso di tracciare la via. Con il consenso delle opposizioni per provare, almeno, a uscire da un momento delicatissimo. I tagli ai quali sarà costretto Marino implicano una compattezza politica decisiva, anche o soprattutto per il riassetto proprio delle partecipate. 
Zètema, Palaexpo, Farmacap (per la quale il consigliere del Misto Dinoi propone la vendita del 40%), secondo le indicazioni del nuovo decreto, potrebbero (o meglio dovrebbero) essere messe in liquidazione. 
Un passo traumatico per una parte della politica romana, che pensa forse di "consolarsi" con la fetta più grossa, quella appunto dell’Acea. Fuori dal Campidoglio, più precisamente a piazza Affari, gli schemi tuttavia sono decisamente diversi.


Autore: Susanna Novelli 

lunedì 9 settembre 2013

3 MUSEI TRANQUILLI - ROMA

3 Quiet Museums in Rome


Nadia Shira Cohen for The New York Times
Left to right: the Museo di Palazzo Doria Pamphilj, Centrale Montemartini and Museo delle Anime dei Defunti.


One of the joys of Rome is its ability to make you feel as if there is a place that has spent centuries accumulating layers of beauty and history, patiently waiting just for you to arrive.
Mapping the Museums




Nadia Shira Cohen for The New York Times
Velázquez’s portrait of Pope Innocent X at the Museo di Palazzo Doria Pamphilj.


Even when the city is filled with tourists shuffling behind their guides’ upheld umbrellas, even when the summer heat is at its most intense, there are sites where you can enjoy Rome’s cultural riches in relative comfort. For those who tire of jostling for enough space to fling a coin into the Trevi Fountain, or who, lining up outside the Colosseum, find themselves wondering if the lines at Disney World might have been shorter, Rome offers plenty of opportunities to escape the crowds. I find refuge in its museums as fascinating and rewarding, if not necessarily as spectacular, as any of the must-see spots on the traveler’s itinerary.
Of course, there are many other sublime places in this ancient city where you can find solitude and isolation. In the thick shade of the Protestant Cemetery, you can commune in privacy with the spirits of Keats, Shelley and the other bright stars of art and literature buried along its serene, well-tended paths. The temperature drops even further at the Basilica of San Clemente, where you can descend to the mysterious underground vaults and winding tunnels that, in the third century, were used as a sanctuary where the cult of Mithras convened to worship an image of a god slaying a bull.
Rome, though, is known for its museums, which can provide a meditative, unhurried way to take in the city through its works of art. And Rome has hidden gems that even the most intrepid travelers may not stumble across. On a recent visit, I was once again delighted by three rarely visited museums, each of which could hardly be more different from the others. What they share is beauty, oddity, charm, the possibility of privacy and the welcome freedom from having to make a reservation, as you do at the Galleria Borghese, or from having to join the crowds trudging up the steps of the Piazza del Campidoglio to see the Capitoline collections.
Conveniently located between the Piazza Navona and the Piazza Venezia, the Museo di Palazzo Doria Pamphilj lets you leave the pedestrians overflowing the narrow sidewalks of the Via del Corso and the traffic buzzing past — and step into a peaceful setting, a Baroque palace whose walls are covered with art. During the two hours that my husband and I spent there on a sunny morning in late May, we were entirely alone but for the museum guards, two other couples and a trio of Japanese university students.
Though it was restored in 1996, the palace gives the sense of not having changed much since the 18th century, when the Pamphilj family moved in, installed and added to the collection that Prince Camillo Pamphilj had begun curating a century before. Of the more than 700 paintings and sculptures on display, perhaps the most famous is Velázquez’s portrait of Pope Innocent X as a stern, intimidating figure, a portrait so highly individualized and so persuasively authentic that one can easily believe the story that its subject remarked, “It is too true!” Nearby is Bernini’s marble bust of the same pope — looking considerably less ferocious and more preoccupied than scary.
The collection includes two Caravaggios: the seductive and swooning “Penitent Magdelene” as well as his beautiful “The Rest on the Flight Into Egypt,” which will return to the museum this month after a summer on loan to a temporary exhibition. There are canvases by Hans Memling, Titian, Rubens, Guercino, Correggio, Claude Lorrain, Tintoretto and Lorenzo Lotto. But you may have to persevere to discover them amid the hundreds of paintings done by less-well-known artists, canvases hung salon style and covering nearly every inch of wall space. You can, if you wish, let the helpful audio guides included with the price of admission usher you from room to room, or else you can buy the little booklet (a bargain at 1 euro, about $1.30) that lists the paintings by gallery and by number.
Alternatively, you can locate the Velázquez and the Bernini (easy to find) and the Caravaggios (only slightly more challenging) and then surrender to the experience of seeing art the way it was shown for centuries before the advent of the modern museum’s more restrained and spare approach to exhibition design. Surrounded by the Doria Pamphilj’s simultaneously wild and stately exuberance, its frescoed ceilings, glittering chandeliers, heroic tapestries, flocked wallpaper, mirrors in rococo frames and walls encrusted with gold, you can have the pleasure and fun of stepping back into the past and entering a world in which privilege, wealth, eclecticism and good taste (the Pamphilj family appears to have had a special fondness for paintings featuring large groups of animals) combined to produce a more old-fashioned — and increasingly rare — method of enjoying art.

The way I most like to experience the museum is to forget about seeking out the “name” painters and focus on paintings I like — only afterward checking the booklet to see who created them. In that way you can more deeply appreciate work with which you are only vaguely acquainted; on this visit, I was profoundly moved by the canvases of Annibale Carracci, who was one of Caravaggio’s rivals. Better yet, you can discover artists with whom you are entirely unfamiliar but whose work speaks to you in a very personal way, as does the setting in which they are shown; this time, I was particularly struck by the gentle landscapes of Herman van Swanevelt and by Filippo Napoletano’s lurid vision of demons and monsters in hell.

Nadia Shira Cohen for The New York Times
A woman prays inside the church that houses the Museo delle Anime dei Defunti.
Mapping the Museums





Nadia Shira Cohen for The New York Times
Centrale Montemartini houses a collection of classical Greek and Roman sculpture in a former electric power station.

The smallest, by far the strangest, and in my experience, the least likely museum in Rome at which you are likely to meet another visitor is the Museo delle Anime dei Defunti, alternately known as Museo delle Anime del Purgatorio, in Sacro Cuore, said to be the city’s only neo-Gothic church. On the banks of the Tiber, not far from the Castel Sant’Angelo, the church borders the residential Prati neighborhood, which I like for the Parisian ambience of its stately apartment buildings and for its specialty grocery shops where you can join the Romans deciding between varieties of artisanal honey and salumi brought in from the provinces.
The museum’s name can be translated roughly as the museum of souls in purgatory. The legend is that in 1897 the church suffered a fire in one of its chapels, after which the priest saw the face of a soul in pain — an image that the flames had scorched into the wall behind the altar. (A photo of this image can be viewed in the museum.) The priest naturally came to the conclusion that the face belonged to one of the unquiet dead desperate to get in touch with the living, and he began to make a collection of objects that proved his theory. The tiny collection (an exhibit occupying one wall of a side chapel) offers documentary evidence of cases in which the dead used fire to make their wishes known — to persuade their family and friends to say more prayers for them and thus hasten their release from purgatory. Included in the collection are hand- and fingerprints scorched into a variety of humble objects: a sleeve, a chemise, a prayer book, a pillow, a nightcap, an apron. There is also a photocopy of a 10-lire bank note left by a deceased priest to pay for extra Masses to be said for his soul. Wall texts, translated into several languages, explain the particular circumstances that surrounded each of these unearthly visitations.
One online tourist site describes the museum as “of oddball interest only.” But I find this intimate and peculiar collection to be powerfully affecting and touching. And it will certainly give you something to tell your friends at home, who may have visited the Sistine Chapel but are far less likely to have discovered the Museum of Souls in Purgatory.
Our cabdriver had never heard of the Centrale Montemartini, and when he called into his dispatcher, the voice squawking over the radio had no idea where it was, either. In fact it’s not terribly hard to find — a brief bus ride or a somewhat longer walk along the Via Ostiense from the Ostiense train station, which lies at the base of the Aventine Hill and at the edge of the Testaccio neighborhood.
With its magnificent collection of classical Greek and Roman sculpture housed in a former electric power station built just after the turn of the 20th century, the museum ingeniously brings together the aesthetic of two eras widely separated by time — and persuades you that these two very distant and dissimilar groups of objects were made to be shown with (and complement) each other.
Opened in 1912, the thermoelectric plant, founded by the Franco Tosi Company, grew throughout the 1920s as more of Rome became electrified; various theories have been offered to explain why it remained in operation through World War II, when other plants and factories were destroyed. In 1997, the Greek and Roman sculptures were moved from the Capitoline Museums in central Rome to the industrial space to create more room in the city’s older museums. Later it was decided to make the Centrale Montemartini (named after Prof. Giovanni Montemartini, the City Councilor for Technology during the factory’s early years) a permanent installation for these acquisitions from the Capitoline Museums — to celebrate, and take advantage of, the striking ways in which the heavy, dark machinery contrasts with, and highlights, the delicacy and whiteness of the stone statuary.
Centrale Montemartini is a museum of industrial archaeology in itself. Much of the plant’s original interior has been preserved; furnaces, pipes, conduits, scaffolding, ladders, metal balustrades, condensers, wrenches and gauges remain. Consequently, strolling through the museum feels rather like navigating the interior of a gorgeously sculptural Art Deco turbine — a churning engine of modernism full of classical masterpieces that are as serene as the machinery is propulsive.
In the hall of columns is an extraordinary sculpture of a woman with a small child at her side and a baby in her arms, another of Orpheus surrounded by animals, and a striking portrait of the Emperor Augustus, as well as several Roman mosaics depicting fish and birds. In one hall is a gorgeous funerary sculpture of a rather grizzled middle-aged man and his much younger, beautiful wife. In the Machine Room are full figures and portrait busts, sections of a (431 B.C.) Temple of Apollo, and fragments from the colossal statue of the Goddess of Fortune that was originally in Rome’s Largo Argentina.
In the final room is an enormous mosaic of a hunt scene from the fourth century A.D. You can climb a staircase to a platform for a more comprehensive aerial view of the chaotic, detailed, beautifully rendered — and gory — image of a hunter spearing a wild boar while his frenzied dogs snarl at their prey. Not far away is a tranquil and extraordinary lovely statue of a muse, possibly Polymnia, wrapped in a shawl, leaning on a column. Nearby sat a young woman, a visitor to the museum, alone, studying the statue. She remained there for the entire length of our visit — undisturbed, contemplative, peaceful, enjoying the sort of experience that one can have in these less heavily populated but nonetheless remarkable secret corners of Rome.

lunedì 13 maggio 2013

Ipotesi: Tempio di Quirino sotto Palazzo Barberini

Palazzo Barberini oggi.

Roma, trovato il tempio di Quirino: «E' sotto Palazzo Barberini»


PER APPROFONDIRE tagroma, archeologia, quirino
di Laura Larcan



Fino ad oggi l’ipotesi più accreditata lo collocava sotto i giardini del Palazzo del Quirinale. Ma il Tempio del dio Quirino, il grandioso monumento sorto sul colle «Quirinalis» che affonda le sue origini nell’età della fondazione di Roma e ricostruito da Cesare e poi da Augusto, giacerebbe invece sotto Palazzo Barberini. Ne è sicuro il famoso archeologo e divulgatore di storia romana Filippo Coarelli che oggi comincerà il suo nuovo ciclo di lezioni al Museo nazionale romano di Palazzo Massimo alle Terme, diretto da Rita Paris, per illustrare le sue più recenti ricerche che fanno il punto su una serie di scoperte frutto delle campagne di scavo almeno degli ultimi vent’anni.

GLI SCAVI

«La localizzazione del Tempio di Quirino sarà uno dei temi cruciali delle nuove lezioni - annuncia Filippo Coarelli - Il complesso monumentale sta proprio sotto Palazzo Barberini e non certo sotto i giardini del Quirinale. È d’accordo con me anche Adriano La Regina (ex soprintendente archeologico, ndr.) e si può dimostrare», ribadisce lo studioso. Gli indizi chiave, come racconta Coarelli, sono emersi dallo studio dei risultati ottenuti da una serie di scavi, alcuni storici (risalenti al 1901), altri più recenti e ancora inediti, che hanno consentito all’archeologo di ricomporre come un puzzle il cuore dello straordinario monumento: «Il tempio va collocato tra via Barberini e via delle Quattro Fontane», ribadisce Coarelli. Durante i lavori per l’adeguamento dell’ingresso alla galleria d’arte di Palazzo Barberini , venero riportate alla luce possenti murature (oltre ad una serie di ambienti in parte affrescati), identificabili oggi con le sostruzioni del grande podio-platea del tempio che sorgeva sul colle primitivo del Quirinale. E porzioni delle imponenti fondamenta del tempio sarebbero riscontrate anche sul lato di via Barberini.

LA MAPPA
Per Coarelli la mappa del tempio è tutta da ribaltare. Anche perchè nel 2007 proprio al Quirinale si apriva una mostra «Cercando Quirino», con cui l’ illustre archeologo Andrea Carandini presentava i risultati delle indagini col georadar condotte nei giardini del Quirinale e ricostruiva il Tempio esattamente sotto il palazzo presidenziale. Per Coarelli, invece, i resti individuati sotto la Casa degli italiani avrebbero tutt’altra identità: «Lo scavo del traforo nel 1901 rimise in luce una fetta di gigantesca struttura residenziale identificabile, grazie al ritrovamento dei tubi con epigrafi, a Plauziano il famoso suocero dell’imperatore Caracalla». Secondo le fonti, è sulla sommità del «Quirinalis» (uno dei quattro colli primitivi che formeranno il grande Quirinale) che venne edificato il Tempio di Quirino.

E’ noto che nel 293 a.C. il console Lucio Papirio Cursore ordinò la fondazione nel sito di un tempio dedicato al dio Quirino, ed è molto probabile che lo costruì su un santuario più antico risalente alle popolazioni sabine che in età arcaica occupavano il colle. L’unica raffigurazione ce la offre un rilievo in marmo (II sec.) rinvenuto a piazza Esedra nel 1901 (oggi nei depositi di Palazzo Massimo). A descriverlo è l’architetto Vitruvio (ordine dorico con doppio colonnato, circondato da un portico). Eppure la sua posizione rimaneva col punto interrogativo. «Il mons Quirinalis, il Quirinale primitivo non poteva stare oltre via delle IV Fontane», chiarisce Coarelli. Quindi il tempio si sarebbe dovuto sviluppare verso largo S. Susanna.

Fonte: il Messaggero Romano.