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lunedì 3 giugno 2013

UNIONE SARDA: SENTENZA ETERNIT

Benché sin dal 1962 fosse noto in tutto il mondo che la polvere di amianto, generata dall'usura dei tetti e usata come materiale di fondo per i selciati, provoca una grave forma di cancro, il mesotelioma pleurico (oltre che alla classica asbestosi), a Casale Monferrato (Alessandria), Cavagnolo (Torino), Broni(Pavia) e Bari la Eternit e la Fibronit continuarono a produrre manufatti sino al 1986 (1985 per Bari e 1992 per Broni), tentando di mantenere i propri operai in uno stato di totale ignoranza circa i danni (soprattutto a lungo termine) che le fibre di amianto provocano, al fine di prolungare l'attività dello stabilimento e quindi accrescere i profitti.

Morti d'amianto, 18 anni a Schmidheiny
Risarcimento da 30 milioni per Casale

Morti d'amianto, 18 anni a Schmidheiny Risarcimento da 30 milioni per CasaleLA PROTESTA

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Diciotto anni di reclusione per disastro doloso. E' la sentenza di condanna nei confronti di Stephan Schmidheiny, ex manager dell'Eternit e unico imputato rimasto a rispondere del reato di disastro doloso e omissione di cautele antinfortunistiche per la strage dell'amianto.
La multinazionale è accusata di aver provocato circa 3.000 vittime, tra morti e malati, nei 4 stabilimenti italiani di Casale Monferrato (riceverà 30,9 milioni di indennizzo), Cavagnolo, Rubiera e Bagnoli. Schmidheiny in primo grado era stato condannato a 16 anni. Gli sono stati contestati i reati dal 1977 in poi, mentre la parte precedente è prescritta.


LACRIME  E COMMOZIONE - La condanna é stata pronunciata alle 15.30 in un'aula gremita di pubblico e di parenti delle vittime. Sono oltre 2000 infatti le parti offese costituite parte civile per aver contratto mesotelioma pleurici e malattie da amianto come l'asbestosi dopo aver lavorato o vissuto nei comuni di Casale Monferrato, Cavagnolo, Bagnoli e Rubiera. La sentenza estende la responsabilità dell'imputato anche per le vittime di Bagnoli e di Rubiera, per cui invece in primo grado era stata dichiarata l'intervenuta prescrizione.


DUE ANNI IN PIU' - due anni in più rispetto alla pena inflitta in primo grado sono stati inflitti al 

magnate svizzero di 66 anni, unico imputato rimasto al processo Eternit dopo la morte, avvenuta il 21 maggio scorso, del barone belga Louis De Cartier De Marchienne, a 92 anni. In ogni caso, non avrebbe commesso il fatto prima del 1966. Il giudice Alberto Oggè ha anche stabilito la revoca nei suoi confronti delle sanzioni accessorie e civili, e di quelle civili per la Etex. Entrambi, Schmidheiny e De Cartier De Marchienne, erano stati condannati a 16 anni, il 13 febbraio 2012, per disastro doloso permanente e omissione dolosa di misure antinfortunistiche. Il pg Raffaele Guariniello aveva chiesto 20 anni di pena.


RISARCIMENTI - Nei risarcimenti alle parti civili spicca quello stabilito per il comune di Casale Monferrato, quello più colpito dalla strage della multinazionale dell'amianto con almeno metà delle vittime complessive: la Corte d'Appello ha sancito un risarcimento di 30,9 milioni di euro, a fronte dei 25 stabiliti in primo grado. Ha destato invece stupore il mancato riconoscimento all'Inail che, come sottolinea nicola pondrano presidente del fondo vittime dell'amianto, aveva già promosso azioni di recupero molto dispendiose.Alla Regione Piemonte sono stati attribuiti 20 milioni.

Poi, 100 mila euro per ogni sindacato ammesso come parte civile e 70 mila euro per le associazioni ambientaliste wwf e legambiente. Per i familiari delle vittime sono stati riconosciuti 30 mila euro ciascuno.


LA SENTENZA NEL DETTAGLIO - Per quanto riguarda Schmidheiny, il giudice ha stabilito che il periodo in cui gestì la Eternit va dal giugno del '76, per gli stabilimenti di Casale (Alessandria), Cavagnolo (Torino) e Bagnoli (Napoli) e dall'80 per quello di Rubiera (Reggio Emilia), e arriva fino al giugno dell'86 per Casale e Cavagnolo, fino all'85 per Bagnoli, fino all'84 per Rubiera.

L'imputato è stato quindi assolto per il periodo che va dal giugno del '66 al '76 per non aver commesso il fatto. Resta penalmente responsabile per gli anni seguenti. La lettura del dispositivo è proseguita con l'elenco dei risarcimenti alle numerose parti civili.


IL SUPER RISARCIMENTO - Ammonta a 30,9 milioni di euro la somma che la Corte d'Appello di Torino ha accordato al Comune di Casale Monferrato con la sentenza del processo Eternit. Nella città della provincia di Alessandria la multinazionale dell'amianto aveva il suo stabilimento italiano più importante, e il numero delle vittime è più elevato che altrove.







domenica 17 febbraio 2013

Shardana, Stiglitz, Unione Sarda?



 
Ma i balentes Shardana non abitavano qui.

Alfonso Stiglitz (Archeologo)
Uno dei miti più profondamente radicati nel nostro immaginario quotidiano è quello degli “Shardana dal cuore ribelle”, balentes ante litteram, portatori di un ribellismo permanente, al quale gli ideologi colonialisti (consapevoli o meno) condannano la Sardegna e le altre terre: nobili, ribelli e sconfitti.
Agenzie di viaggio, marchi commerciali, modelli di scarpe, libri di successo, società per lo studio della genetica, sono tutti portatori di quel nome e propagatori di una lettura ideologica della storia. Ma è una storia vera? Chi erano veramente gli Shardana?
Mentre da noi si continuano a ripetere gli stereotipi di un secolo fa, basati su una lettura credulona dei testi propagandistici dei faraoni, in Vicino Oriente gli archeologi scavano i luoghi delle gesta degli Shardana e degli altri “popoli del mare”, fornendoci dati oggettivi sulla loro vita quotidiana, mostrandoci sempre più come  niente avessero a che fare con la Sardegna.
I popoli del mare. I testi dei faraoni ci hanno fatto credere a un’invasione che, tra il XIII e il XII sec. a.C., avrebbe causato un vero crollo di civiltà nel Vicino Oriente: palazzi micenei, città (Ugarit), regni (Ittiti) tutti spazzati via dal maglio di questi barbari devastatori. Oggi a quella invasione dei “popoli del mare” nessuno, salvo i distratti e qualche nostalgico, crede più; d’altra parte nessuno crede più al vecchio racconto ottocentesco di una storia fatta di invasioni e migrazioni, è stata cancellata quella degli Hyksos, non è mai esistita quella degli Amorrei e forti dubbi abbiamo su quella dei Dori. Lo stesso nome “popoli del mare” è frutto di un’errata lettura, come ha mostrato Sergio Donadoni negli anni ’60, sarebbe meglio tradurre “i barbari della pirateria” che, all’epoca, era un’attività commerciale aggressiva e antistatale, ma lontana dalle invasioni.
Shardana nel Vicino Oriente. Se abbandoniamo la propaganda faraonica (e le nostre esaltazioni pseudosardiste) e ci rivolgiamo ai dati concreti, vediamo che gli Shardana sono presenti nel Vicino Oriente, a Biblo e a Ugarit, secoli prima della presunta invasione. A Ugarit una decina di documenti giuridici li mostrano pienamente integrati nella compagine sociale della città tanto da condividerne la lingua, la cultura e, finanche, i culti; uno di loro si chiama Mutbaal, tipico nome semitico che significa “dono di Baal”, e ci fa sapere che il padre era un devoto della principale divinità cananea.
Shardana in Egitto. Nello stesso Egitto i papiri amministrativi ci restituiscono un’immagine degli Shardana pienamente integrati e stanziati nel centro e nel sud del paese, ma non nella costa. Pagano le tasse, possiedono terreni da coltivare, hanno servitori, contadini e pastori alle proprie dipendenze; di loro conosciamo il nome, almeno una settantina tra uomini e donne. Di uno, Pagezef, vediamo il volto mentre offre un voto a Harashef, il dio di Eracleopoli, nel Medio Egitto. Non a caso qualche studioso si chiede se il termine Shardana indichi un etnico o una funzione (militare o mercenario)
La ceramica micenea. Si parla tanto della ceramica “micenea III C”, che è considerata la ceramica dei “popoli del mare”, ebbene, gli studi condotti negli ultimi anni hanno permesso di precisare che essa è connessa con i Filistei e non con gli Shardana o gli Shekelesh; ciò significa che i frammenti di quella ceramica trovati in Sardegna attestano relazioni commerciali con mercanti levantini tra i quali dovevano esserci Filistei. Questo dato è rafforzato anche dal rinvenimento di un frammento di sarcofago filisteo, databile tra XI e X sec. a.C., a Neapolis nel golfo di Oristano e da altre attestazioni.
La Sardegna è il crocevia di movimenti commerciali marittimi di cui essa è protagonista, soprattutto negli ultimi secoli del II millennio (per intenderci quelli dei pozzi sacri, dei santuari e dei grandi villaggi del Bronzo Finale) e i primi del I millennio; tra i mercanti che passano qui a commerciare ci sono Micenei, Ciprioti, Filistei, Aramei, Siriani, Fenici, ma non Shardana; finora non è stato trovato niente di loro. E i commercianti nuragici che navigano nel Mediterraneo hanno lasciato oggetti a Creta, in Sicilia e poi in Spagna e in Italia, ma non nei luoghi Shardana (Ugarit, Biblo, Acco e dintorni, Egitto).
Nuragici in Israele. Si è detto che è stata trovata una fortezza nuragica in Israele, nel sito di el-Ahwat, ma i raffronti portati dallo scavatore, A. Zemer, sono molto generici e anacronistici; si è proposto, infatti, di confrontare i corridoi della fortezza con quelli dei “nuraghi a corridoio”. In altre parole un gruppo di nuragici della fine del XIII sec. avrebbero importato in Israele non le tecniche costruttive loro, ma quelle dei loro lontani antenati; mi sembra, francamente, inverosimile. D’altra parte non è stato trovato alcun elemento culturale nuragico, neanche un coccio: l’unico frammento ceramico portato come esempio, in realtà, non ha nulla di nuragico. Allo stesso modo gli scavi nel centro di Acco (Israele) e nel suo territorio e nella fortezza di Tell es-Saidiyeh (Giordania), connessi con gli Shardana, 
hanno restituito una cultura materiale molto diversa da quella della Sardegna.
Egiziani in Sardegna. Si è detto che la Sardegna è ricca di oggetti egiziani derivanti, appunto, dagli Shardana. È una favola ottocentesca nata al momento della scoperta delle grandi tombe puniche e romane di Cagliari e Tharros, dalle quali, è vero, provengono numerosi amuleti, scarabei e gioielli egiziani o egittizzanti. Ma si tratta dei normali oggetti di corredo dell’età fenicio-punica e romana, che si rinvengono in tutte le loro necropoli, ovunque nel Mediterraneo.
Bronzetti e navicelle. I bronzetti e le navicelle votive databili tra il X e il VII sec. a.C. sono stati confrontati con i bassorilievi egiziani di XIII sec. a.C. Si è notata la rassomiglianza degli elmi cornuti, degli scudi rotondi e delle spade lunghe. Peccato che gli stessi elementi siano presenti nel Vicino Oriente in epoca contemporanea e anche più antica e che l’appicagnolo sugli elmi, presente in quelle terre, sia assente nei bronzetti nuragici.  Non solo, gli Shardana si presentano perfettamente rasati, anche i capelli, oppure con barba, baffi, folta chioma e orecchino; i bronzetti (e le statue) nuragici sfoggiano eleganti capigliature a trecce. Le navicelle, poi, sono completamente diverse, lo si vede ad esempio dalle prue e dalle poppe delle navi dei rilievi egiziani che, invece, sono molto simili a quelle raffigurate nei vasi tipo Miceneo IIIC, probabilmente filistee.
I porti Shardana. Si favoleggia di città sommerse in Sardegna. È una leggenda metropolitana che deriva da un’errata lettura fatta molti anni fa di alcune foto aeree di Nora e Tharros. Decenni di ricerche archeologiche e geologiche nei due centri hanno dimostrato che non esistono città sommerse; quei pochi resti sotto costa derivano dall’erosione costiera e dall’innalzamento del livello del mare, di circa 50 cm, avvenuto dopo l’età romana Non esistono città Shardana in Sardegna, può dispiacere ma i dati concreti sono più chiari dei sogni: Cagliari, Nora, Sulci, Tharros e le altre sono città fenicie, sorte da originari scali fenici in aree occupate da villaggi nuragici.
Il nome Sardegna. L’accostamento dei due nomi, Shardana e Sardegna, si basa sulla loro assonanza e questo, da solo, dovrebbe mettere in guardia dai facili entusiasmi. In realtà la radice Serd/Sard è diffusa in tutto il Mediterraneo e non è così distintiva (a meno che non si voglia pensare, come qualche appassionato fantasioso fa, a una sorta di razza dominante l’intero Mediterraneo e oltre, di cui non sarebbe però rimasta alcuna traccia materiale: fantasmi, cioè). Va ricordato, peraltro, che il nome Sardegna è utilizzato per la prima volta dai Fenici e che, come faceva notare il buon Pausania, non ha niente a che vedere con i nuragici.
Si potrebbe continuare a lungo, ma mi pare già chiaro che quella degli Shardana e della Sardegna è una leggenda metropolitana, alimentata in buona parte da una male indirizzata volontà di nobilitare la nostra storia, quasi ci si vergognasse di essa e fosse necessario nasconderla dietro il paravento di “nobili miti” fondanti. Ma la nostra identità non ha bisogno di miti “patacca”, essa nasce da una lunga storia di incontri (pacifici o meno) che ha prodotto quello che siamo, dei meticci portatori di tante belle culture.
Alla domanda “e gli Shardana ?” mi sto abituando a rispondere “no, grazie, siamo sardi”.

da un articolo di Alfonso Stigliz, comparso su Unione Sarda 02.01.2006 



N.B. In grassetto le parti non pubblicate nell’Unione

Toro Androcefalo di Su Casteddu de Santu Lisei (Nule)