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sabato 2 novembre 2013

Sardità

Atros contos beros!


Altre storie vere di banditi


 sardi.
Salvatore     Stochino







Reblogged from 'Rosebud', 
blog di 
Rina Brundu.

Samuele Stochino: lui era il re! Che nella cucina rosata, quando la nonna raccontava le sue storie, non si sentiva una mosca volare. Che anche “i grandi” spalancavano le orecchie e spingevano la sedia verso il focolare. Che la zia buttava altre frasche sul fuoco e le lingue rossastre si incendiavano come zolfo fuso a contatto con l’aria. Che lo zio si “svegliava” di botto e i suoi occhi azzurri, bellissimi, prendevano a brillare. Strano. Che lui, lo zio, le storie della nonna le aveva sempre ammirate ma quando si trattava di Samuele era tutto un altro paio di maniche: lui, infatti, lo aveva incontrato di persona, milioni di anni fa. Che quella sera d’inverno del 1923, nell’ovile perduto tra le vallate del Gennargentu, era una sera come le altre: pioveva e soffiava il vento. Che quando i cani avevano preso ad abbaiare non si era visto nessuno anche se poi Stochino e Piricu Marongiu, moschetto spianato, si erano materializzati davanti. Che a Samuele gli avevano appena rubato i maiali e voleva sapere chi era stato. Che, disse, li avrebbe messi tutti quanti a sa “giura” e non voleva sentire ragioni. Che dalla sua bisaccia tirò fuori un libro avvolto in un panno bianco e pretese che ciascuno dei pastori presenti vi mettesse la mano destra sopra e giurasse che non gli aveva rubato i maiali e che non avesse “consigliato” ad un altro di farlo. Che il primo pastore assicurò: “Deo giuro ca non apo furau ne consigiau” e Samuele mosse oltre. Che il secondo pastore ripetè: “Deo giuro ca non apo furau ne consigiau” e Samuele mosse oltre. Che quando Samuele si fermò davanti a lui e lo vide bambino lo risparmiò. Che quando sa cerimonia de sa giura terminò Samuele e Piricu si allontanarono nel buio della notte per non tornare mai più. Che, dicevano, Samuele aveva un senso dell’onore tutto suo e rispettava gli onesti. Che quando lo zio terminava di raccontare la sua storia un silenzio pesante cadeva nella cucina rosata e pareva quasi di udire i fiocchi di neve bianca posarsi sul mantello immacolato che, fuori dalla porta, era già diventata la strada. Che non era raro che subito dopo io uscissi in cortile e guardassi verso su Monte ‘e sa Furca e mi domandassi quanti banditi vi stessero bandiando proprio in quel momento. Che mio malgrado io Samuele lo ammiravo: ammiravo il suo coraggio quando aveva difeso la sua donna dai soprusi del reuccio locale, quando aveva risolto che era meglio latitare, quando aveva sepolto l’amata morta in un qualche picco inaccessibile o canyon impenetrabile destinato a restare tomba nascosta. Per sempre. Che Samuele era un mito legato a doppio spago con l’essenza stessa della nostra sardità e quei nodi non si potevano sciogliere a piacimento. Che già quando si parlava di Mesina l’atmosfera cambiava. Che c’erano gli elicotteri dei carabinieri e dei cacciatori-di-Sardegna che ci ronzavano continuamente in testa con le mille storie dei facoltosi continentali rapiti all’affetto delle loro famiglie. Che quelle storie non ci piacevano proprio e non ci rappresentavano. Che le ragioni della latitanza di Samuele erano state altre, o almeno così ci piaceva di credere. Perché anche noi avevamo bisogno di miti e le montagne di Sardegna non ne conoscevano altre che non fossero quelle dei suoi figli più ribelli. Che nelle regioni interne di quell’isola bellissima re e regine, preti e prelati, quando non avevano deciso che sarebbe stato piùprudente fare marcia indietro, c’erano venuti solo per rubare. Depredare. Portare vie decime, balzelli, tasse, imposte, tributi, pedaggi e trattenute varie. Che nel tempo hanno tentato finanche di cancellare il ricordo di quell’altra Sardegna selvaggia e irriverente e per renderlo presentabile hanno creato le proloco e gli uffici del turismo, tutti insieme appassionatamente alla ricerca della nostra sardità perduta. Che la sardità non è un’opzione-trendy: vive con te mentre cammini per strada e ti gusti, o sopporti, a seconda delle circostanze, la vita. Che guardandoti indietro ti rendi conto che in fondo non ti è mai servito altro e, nei casi migliori, è destinata a morire con te.

mercoledì 7 agosto 2013

LIBRI LETTI - 1

Ho letto un libro interessante, anche se certamente non è una novità, né è affatto recente:  Giovanni Tolu, Storia di un bandito sardo, raccontata da lui medesimo (all'autore del libro, che è un giornalista: Enrico Costa, sardo anch'egli).

Si tratta (oltre che della storia del più famoso, forse, tra i banditi sardi e certamente anche dell' ultimo di essi) di un genuino spaccato della società Sarda del 1850 - e di riflesso di quella anche Italiana - che mostra quale grande, inimmaginabile, stupefacente possibilità di movimento avesse un bandito in quell'epoca in Sardegna. 
Grazie alla sincera ammirazione di pastori e 'barracelli', oltre che di comuni abitanti dei vari paesi (che oggi le autorità definirebbero come 'fiancheggiatori').

Non tace il disagio della vita raminga, solitaria ed alla macchia: e certamente parte della collaborazione doveva certamente essere dettata da paura (chi negherebbe un pasto o un letto ad un bandito armato di coltellaccio, di fucile e di pistole, che in più non ha nulla da perdere, perché è già condannato a morte?). 
Sorprendentemente, ci porta in un mondo di superstizione, di fede nella realizzazione dei sogni, di ignoranza e di analfabetismo, di paura di spie e delatori, di armi che devono essere montate al momento dell'uso e che con altissima probabilità faranno 'cilecca'.
Ci descrive sacerdoti buoni, che pure si dedicano alle arti delle fattucchiere (le 'ligature') e di sacerdoti cattivi, che assoldano traditori ed assassini, veri e propri 'bravi' di manzoniana memoria.
Ci mostra un poco edificante ritratto delle forze dell'ordine italiane, sempre temute, anche se discretamente inefficaci e pavide, rappresentate più spesso dagli odiati carabinieri, informati dai delatori e sempre pronti ad attribuirsi meriti non propri.

La figura di Giovanni Tolu ne esce come quella di un vero uomo, coraggioso e saggio a modo suo, purtroppo perseguitato da uno strano destino crudelissimo e beffardo, genuinamente ammirato dal popolo Italiano (non solamente dai Sardi) che ne pretende l'assoluzione, padre affettuoso e premuroso di una figlia generosa persino con la madre che l'aveva abbandonata prima e riavvicinata infine solo per motivi d'interesse. 

Il libro - a mio vedere - è ben argomentato, documentato e scritto, anche se nello stile un po' desueto di quasi due secoli fa. Riserva due colpi di scena finali - che mi esimo dal raccontare, naturalmente - uno dei quali, in qualche modo, spiega il vero motivo per cui il Tolu diventò un bandito. 
L'altro, sembra in fondo una punizione divina, quasi biblica, per colui che - pur cercando di essere quanto più possibile 'giusto' e di non fare del male a chi non gliene aveva fatto per primo - in fin dei conti aveva ucciso, o dovuto uccidere per autodifesa, numerose persone.

Insomma, caro amico mio: se non lo hai letto, te lo consiglio vivamente.