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giovedì 27 febbraio 2014

La nave Argo in mostra



Il museo della città di Volos ospita una mostra al fine di valorizzare la nave Argo, la mitica nave che viaggiò da Iolco al Mar Nero per il Vello d'Oro, spinta da 50 rematori e dalla vela. Oltre al concorso internazionale, Volos ospiterà una replica della nave, che al momento è ormeggiata nel suo porto.
La nave potrà essere un Mito, ma riflette una probabile realtà storica: i commerci greci con le coste orientali del Mar Nero erano realmente molto proficui. Inoltre, il mito del Vello d'Oro potrebbe essersi originato dal metodo usato per intrappolare - dall'acqua dei fiumi, le pagliuzze d'oro che la corrente portava dalle vene aurifere a monte: il grasso naturale del vello di montone le tratteneva e permetteva di recuperarle. Naturalmente, un vello tutto d'oro era il sogno di buona fortuna di ogni cercatore...


Greek museum hosts replica of Argo ship 



A museum in the port city of Volos in eastern Greece will host the replica of Argo, the legendary ship propelled by 50 oars-men and sail on which according to Greek mythology, Jason and the Argonauts sailed from Iolcos to the Black Sea to retrieve the Golden Fleece. 



Replica of the Argo [Credit: ANSA] 


The city of Volos is hosting a competition for projects on the ”Creation of a museum to value the ship of Argo.” The application deadline for those wishing to take part in the competition expired at the beginning of the month.  The 68 projects sent from architects in Greece and Italy as well as other countries, will be evaluated next spring and then construction work will begin. Currently, the replica of the ship – inaugurated in 2007 and entirely built with traditional methods and materials used at the time like oak, beech, pine, ash and fir wood (for the mast and oars) – is still at the port of Volos, in the gulf of Pagassitikos, for students and tourists who want to go on board and discover the story of its mythical trips. ”But Argo, which is owned by Volos, doesn’t just aim to be an attraction for tourists,” said Deputy Mayor Fotis Lambrinidis, who is in charge of technical services at the municipality of Volos. ”This ship represents for us an element of culture, a real symbol of our city. The objective of the competition we called as a first concrete step for the creation of a museum to valorise Argo, is to gather proposals for the creation of a thematic museum to turn the contemporary Argo into a monument, presenting its history through myth and historical elements connected to it,” concluded Lambrinidis. 

Source: ANSA [February 25, 2014]

martedì 2 luglio 2013

Archeologia Sarda e Mito




  Archeologia sarda, tra mito e realtà.

di Maurizio Feo


Quando finì il periodo nuragico? Non c’è consenso comune sulla risposta, che potrebbe, però, essere in qualche rapporto con il vocabolo italiano “Sardigna”. Con esso s’indicava un luogo suburbano in cui relegare i residui di macellazione e che oggi definisce, all’interno di un macello, un locale destinato a carni infette non commestibili, tornato tristemente d’uso comune per via dell’epizoozia detta “mucca pazza”[1]. Tutt’oggi, una zona di Firenze, fuori porta S. Frediano, si chiama Sardigna, dall’antico uso di gettarvi in Arno le carcasse di quadrupedi. La più verosimile connessione è attraverso la presenza, in Sardegna, di un’endemia malarica da tempi molto antichi e della sua identificazione con una zona malsana.
Il paludismo, o malaria deriva dal lat. Mala aria “cattiva aria”, “aria malsana”, perché si credeva che, oltre che dai piccoli insetti armati d’aculei (già Columella, nel suo De re rustica, ascrisse la malattia ad animaletti “aculei armata”), la malattia fosse causata da esalazioni mefitiche tipiche delle paludi. Varrone (I,12) riteneva responsabili “corpuscoli” che si introducevano attraverso la cute e le vie respiratorie, seguito in questa teoria da Lucrezio, nel suo De rerum natura, IV, 110. Così come Febris e Mefitis erano divinità italiche, correlate con la febbre malarica e con i miasmi che la causavano (palus vitanda est…propter pestilentia vel animalia inimica quae generat. Columella, De re rustica, I, 7), così gli accessi febbrili (is callenturas) si determinavano in rapporto ai miasmi (is fragus maus), anche nella credenza sarda. Ciascuno era responsabile di una malattia: si riteneva che il respirare l’aria polverosa, camminando dietro ad un gregge, determinasse la malaria. Oggi sappiamo che, in tal modo, è più probabile contrarre un’echinococcosi oppure una malattia di Lyme (rispettivamente da tenia echinococco e da puntura di zecca).
Già i romani applicavano il famigerato trasferimento punitivo in Sardegna[2], che però allora non comportava soltanto l’allontanamento dalle sedi centrali privilegiate di potere, bensì anche un forte rischio statistico di contrarre la più grave forma di malaria perniciosa. Quest’ultima era spesso mortale per i Latini, che non erano protetti dalla malattia, a differenza dei nativi dell’isola[3]. Tra le misure arcaiche per difendersi dalla malattia, rinveniamo quella di accendere grandi fuochi con legna resinosa di conifere, allo scopo di purificare l’aria, che in realtà doveva essere efficacissimo, allontanando gli insetti. Oggi sappiamo che il calore del fuoco ed il fumo, da qualsiasi barbecue o falò valgono bene all’uopo. Altri rimedi empirici della medicina popolare sarda, più recenti, sembrano molto meno raccomandabili: decotto di biondella, eucalipto, petali di rosolaccio, cimonida, gramigna e arrù crabio, talvolta con l’aggiunta di fichi secchi e miele per ottenerne uno sciroppo[4]. Non si possiedono prove certe sul reale impatto che la malaria ebbe sulle popolazioni antiche. L’andamento naturale della malattia è caratterizzato da periodi alterni di recrudescenza e remissione nell’ambiente non protetto, con effetti che possono essere devastanti su una popolazione. 
Alcuni autori hanno formulato l’ipotesi che il declino di varie civiltà - Etrusca, Magno Greca e Sarda - sia stato almeno in parte determinato dalla malaria, seppure in epoche diverse[5]. Per l’Etruria, lo spopolamento avrebbe avuto inizio già nel VII secolo a. C. per durare sino all’anno mille della nostra era[6]. L’ipotesi di un rapido declino malarico della civiltà nuragica è interessante e teoricamente possibile, ma non è stata chiaramente documentata. L’indebolimento della popolazione potrebbe averne minato le capacità di difesa. 
È senz’altro possibile che l’introduzione del ferro nel 1000 a.C. sia stata un fattore determinante del declino nuragico[7]. Non mancano altre e più affascinanti teorie: ad esempio, quella che identificherebbe la Sardegna con Atlantide. La parte meridionale dell’isola sarebbe stata spazzata da onde di maremoto, che avrebbero distrutto tutte le pareti a sud-est dei nuraghi del Campidano, seppellendo nel limo Barumini fino alla sua scoperta[8].  La creazione dei miti non si arresta mai, è vero. Se un giorno si rinvenissero tracce stratigrafiche inconfutabili, o altri documenti, comprovanti che la Sardegna è stata Atlantide, le colonne d’Ercole sono state in Sicilia[9] e la Tartesso tutta d’argento non si trovava in Spagna, bensì nascosta da qualche parte nel Sulcis, a molti di noi, ammettiamolo sinceramente, non dispiacerebbe affatto… Per il momento, però, è bene non volar troppo alti. La zona che ha subito un destino maggiormente compatibile con quello della mitica Atlantide è l’isola vulcanica di Thera Santorini, nell’Egeo a nord di Creta. Studi comparativi d’accrescimento dendrocronologico su alberi estremamente longevi, stratigrafici dei ghiacci polari, di alcuni archivi cinesi, permettono di stabilire la data della distruzione dell’isola di Thera attorno al 1628 a.C.[10]. 
Forse, infine, Platone semplicemente inventò di sana pianta - nei suoi dialoghi Crizia e Timeo - la perfezione d’Atlantide (potente, civile e sacra a Poseidone, più grande della Libia e dell’Asia), spinto anche dal rimpianto per l’abbandono del suo maestro Socrate e per i suoi insegnamenti. L’eruzione di Thera fu, probabilmente paragonabile o maggiore di quella del vulcano Tambora (1815, 92.000 morti) e quindi molte volte superiore a quella, più famosa perché ebbe testimoni occidentali, del Krakatoa (1883, 36.000 morti). Un disastro di portata globale lascia – piuttosto che chiacchiere neo-catastrofiste – tracce ben evidenti[11].
Tuttora non esiste consenso su questioni, anche fondamentali, riguardanti il prezioso patrimonio archeologico sardo. Gli archeologi considerano un’indebita ingerenza ogni tentativo d’intromissione in quello che loro vedono come un proprio campo esclusivo. Non v’è dubbio alcuno che ciò sia giustissimo in alcuni casi, ma sia un atteggiamento francamente sbagliato e controproducente, se assunto nei confronti d’altri seri specialisti. A questo proposito si può di passaggio ricordare che fu un architetto inglese d’origine greca, Michael Ventris, a decifrare l’antico Lineare B; un commerciante avventuriero tedesco, Schliemann, scoprì e scavò Troia (seppure con metodi molto poco ortodossi ed animato da un ego mitomane); un subacqueo sportivo, Henry Cosquer, ha scoperto l’ingresso della più antica grotta preistorica dipinta (più antica di quella di Lascaux). Nessuno di costoro era un archeologo, ma l’indiscussa rilevanza, anche archeologica, del loro apporto alla cultura è più che evidente. Per restare più vicini a noi, si potrà rilevare come la lingua etrusca abbia cessato di essere un mistero quando finalmente a tradurlo non sono più stati gli archeologi, bensì gli esperti di lingue: oggi n’abbiamo una conoscenza forzatamente incompleta, ma soltanto i commercianti ciarlatani parlano ancora di “sfinge etrusca”. Ad onore del vero, esistono sicuramente numerosissimi casi di segno contrario, in cui l’intervento di un archeologo avrebbe permesso di salvare patrimoni inestimabili: per brevità si può citare il caso della recente distruzione dei giganteschi Budda rupestri afgani da parte di fanatici religiosi. Se da un lato l’atteggiamento di chiusura è criticabile perché controproducente, quello d’apertura indiscriminata lo è anche di più, perché antiscientifico[12]. D’altro canto, è opportuno che l’archeologia diventi meno ingessata, accogliendo nei suoi metodi di ricerca specialisti d’altre discipline, in un clima di collaborazione sicuramente benefico, ai fini dei risultati. Si obietterà che ipotizzare tutto questo sia facile e bello, mentre altra cosa è il trasformarlo in realtà[13] . Nella pratica, però, abbiamo di fronte agli occhi studi di monumenti stranieri che di per sé costituiscono un costante rimprovero per il nostro mondo scientifico: si pensi a Stonehenge. Il sito è stato studiato in modo approfondito, nel corso degli anni. Sono sicuramente stati commessi alcuni errori[14] concettuali, che vanno considerati fisiologici in qualsiasi studio, che prosegua per tentativo ed errore. Di Stonehenge si è calcolato con buon’approssimazione il numero d’ore lavorative necessario per la costruzione; sono state scelte con spirito critico le più verosimili tra le varie funzioni astronomiche ipotizzate; sono state vagliate le possibili tecniche costruttive con metodi sperimentali; è stato definito l’arco d’anni d’utilizzazione; se ne conoscono le varie fasi evolutive nel tempo, dal primo cerchio in legno fino alle modifiche strutturali tardive. E’ vero che, parallelamente, si è sviluppata la falsa mitologia ossianico-druidica[15], ma con scarsa incidenza, oggi, a fronte della mole degli studi. Il risultato, di questo differente atteggiamento, è che Stonehenge (con gli altri coevi monumenti megalitici inglesi ed i woodhenges) è comunque più conosciuto in campo internazionale, di quanto non siano i monumenti sardi, molto più numerosi, almeno altrettanto mirabili, molto più vari, ma colpevolmente molto meno studiati. Se ci riferiamo ad esempio ad un nuraghe, ebbene possiamo affermare che oggi non possediamo, al riguardo, alcun’idea definitiva di consenso comune su di esso. Non sappiamo quanto tempo richiedesse la sua costruzione, giacché non abbiamo stabilito in modo preciso la tecnica edilizia, né si sono condotti seri esperimenti in merito. Non sappiamo chi fosse preposto alla costruzione (maestranze itineranti specializzate ben pagate? artigiani locali e liberi, presenti in ogni comunità? se schiavi, come con leggerezza talvolta si dice, quali? e perché schiavi e di chi? Non è stata descritta una credibile società sarda arcaica). Inutile entrare nel ginepraio della finalità funzionale del nuraghe, su cui è fiorita un’ormai troppo lunga diatriba per anni, che tuttora vede ufficialmente vincente la tesi di gran lunga meno convincente[16]. Non si conosce con certezza la loro data di costruzione, né si sono stabiliti dei precisi limiti di tempo tra i quali essi avrebbero avuto vita e fortuna[17]. È giustificata, ancora oggi, una domanda che non dovrebbe più esserlo: come sono stati datati i nuraghi? Quel famoso trave ligneo incastrato nella cupola centrale del nuraghe di Barumini[18] è stato o non è stato usato per una datazione al C14 e dendrocronologica? Simili mortificanti considerazioni possono farsi per le tombe dei giganti, per i pozzi sacri e - in special modo - per lo “ziqqurat” di Monte d’Accoddi. Da ciò, tra l’altro, deriva che i nuraghi sono poco noti nel mondo e perfino nella penisola italiana, mentre Monte d’Accoddi è sconosciuto persino a molti sardi. In tale situazione, come garbatamente fa notare G. Manca, quasi tutto si può impunemente affermare, senza troppo temere smentite, circa il passato della Sardegna. Purtroppo, è proprio quello che accade, da sempre.
 Il Santuario di Monte d’Accoddi: le vicende moderne del tempio hanno inizio con la donazione allo Stato di un’amena collinetta, alta dieci metri circa.  Sita a 11 km da Sassari, sulla strada per Porto Torres. La donazione, da parte dell’allora senatore Antonio Segni, fu accompagnata dalla raccomandazione di cercarvi quel qualcosa che certamente vi si celava, probabilmente un nuraghe. L’archeologo Ercole Contu fu scelto dalla soprintendenza e si avvalse della mano d’opera d’una cinquantina di detenuti, “prestati” dal carcere dell’Asinara. La costruzione rinvenuta fu coraggiosamente definita una piramide a gradoni, di tipo mesopotamico. Fu rinvenuto un “obelisco” (menhir) di quasi quattro metri e mezzo, abbattuto, ed un lastrone ovale di oltre tre metri, su sostegni di pietra, di sicuro significato sacrale (altare, simbolo solare). I risultati degli scavi furono accolti con freddezza ed i lavori abbandonati fino al 1979, quando l’ormai sovrintendente Contu affidò nuovi lavori a Santo Tiné, docente d’archeologia di Genova. Fu descritta la “stanza rossa” (un locale rettangolare, di pietre cementate con malta, con pareti e pavimento dipinti d’ocra rossa), fu rinvenuta una stele di poco più di un metro raffigurante una divinità femminile, sita in cima al monumento, sul lato opposto alla rampa d’accesso. L’interpretazione che ne fu data fu la seguente: prima del 2400 a.C. esisteva un sito megalitico di tipo mediterraneo (menhir e altare); dopo accadde qualche cosa, per cui fu costruito un “posto alto”, con rampa d’accesso laterale, sormontato da un tempietto in muratura cementata e dipinta. Vi fu una distruzione col fuoco, di cui sono state riconosciute le tracce. Seguì una ricostruzione con sopraelevazione fino a dieci metri d’altezza, che inglobò la vecchia rampa laterale, rendendo necessaria una rampa frontale, lunga quarantadue metri, larga tredici. Probabilmente, in cima al nuovo posto alto si trovava un altro tempio, di cui, però, non è rimasta traccia. La presenza di una batteria antiaerea durante l’ultima guerra non ha certo aiutato. Tutt’intorno, si sono rinvenuti numerosi idoletti femminili, definiti del tipo cicladico e centinaia di migliaia di conchiglie, accumulate in piccoli pozzetti votivi, segno di un lungo periodo di fortunata devozione al sito. Gli archeologi sono estremamente prudenti nel formulare qualsiasi tentativo d’ipotesi, per non incappare nel ridicolo bruciante d’una pubblica smentita. Anche il termine Ziqqurat è pronunciato timidamente. Ma, infine, ci si chiederà, di che cosa si tratta?
Certamente di una costruzione edificata da uomini, che devono pertanto avere avuto idee umane, mezzi reali, motivazioni valide e necessità che noi conosciamo bene, perché in massima parte le condividiamo, oggi, con i nostri antenati di allora. Anche se oggi possediamo, in più, acquedotti ed elettrodotti. La cesura culturale con l’ambiente circostante è chiara, tanto da far presupporre la disponibilità di una certa forza che la garantisse. Analogamente, le tracce di distruzione con il fuoco permettono di ipotizzare l’uso della forza, forse nel corso di una reazione violenta da parte dei nativi. La mole del lavoro è notevole, il che presuppone una discreta quantità di mano d’opera. La motivazione, non trattandosi di una tomba, è più probabilmente di culto religioso e, forse, simbolica e richiede la presenza di un rappresentante del culto, oltre che di un architetto (forse nella stessa persona). La popolazione d’origine degli edificatori, perciò, è almeno organizzata in Chefferie, se non già in Stato. La tecnica edilizia, molto avanzata per l’epoca, rende giustizia al successivo nome di “punto di passaggio” che i naviganti Eubei dettero all’isola[19], ma permette anche di ipotizzare che i nuovi venuti possedessero altre perle preziose nel loro bagaglio culturale e che le divisero con gli indigeni. Dovremmo cercarle. Perché non considerare autoctoni questi costruttori? Perché se lo fossero stati, probabilmente non avremmo soltanto un Altare di Monte d’Accoddi, ma più d’uno, magari in differente stato di conservazione e non coevi, similmente a come accade per i nuraghi. Ciò equivale ad affermare – con un certo coraggio – che un numero imprecisato (ma discretamente elevato) di stranieri (includenti militari, operai e individui di rango più alto, dotati d’istruzione e di motivazioni religiose), di più probabile provenienza asiatico-egea, sbarcarono (o naufragarono?) circa quattromilacinquecento anni fa presso Platamona (?), si stabilirono lontano dalla costa, costruirono un tempio a gradoni (e un villaggio) e vi si stabilirono per un tempo ignoto, ma presumibilmente lungo. Lentamente, poi, scomparirono, forse per la malaria (?) e non ebbero più la capacità d’imporre i propri costumi differenti da quelli dei nativi. In Beozia esiste un altro tempio a gradoni: la tomba d’Anfione e Zetos, primi mitici fondatori di Tebe[20]. Si tratta di un posto molto venerato in tempi classici, che risale al III millennio a. C. (pressoché coevo all’altare di Monte d’Accoddi) e che fu purtroppo depredato prima di essere sistematicamente studiato[21]. Altre numerose costruzioni a gradoni esistono ancora in Sicilia, ma è stato dimostrato che sono molto tardive, risalendo ad un’azione di spietramento dei terreni, effettuato dagli agricoltori negli ultimi tre secoli[22]. Monte d’Accoddi, certamente, non è frutto di spietramento: costituisce un’eccezione mondiale ed un mistero, che la Sardegna conserverà fino ad un nuovo studio più fortunato, deciso, completo e comparativo, oppure per sempre.
Si devono fornire anche suggerimenti, non solo critiche, si dirà. Ebbene: in Sardegna non sono stati condotti studi archeologici incrociati con marcatori culturali, quale la matematica, per citarne almeno uno. È necessaria una digressione, che possa illustrare meglio la proposta.
Non sembra esistere una convincente spiegazione per la quale i Babilonesi avessero adottato il 60 come base per la loro numerazione. Tutte le lingue indoeuropee adottano il medesimo metodo, per contare; possiedono una serie di parole molto simili per esprimere i numeri. Sembra che il sistema decimale derivi dall’uso delle dita delle mani. E’ stata formulata l’ipotesi che l’origine del sistema babilonese con base 60 fosse astronomica, con la rappresentazione dell’anno come 6 giorni per 60, ma non è certo[23]. Sicuramente, però, 60 è una quantità conveniente a scopi commerciali. E’ scomponibile in un gran numero di fattori (2, 3, 4, 5, 6, 10, 12, 15, 20, 30) e pertanto semplifica le suddivisioni in misure più piccole, senza l’uso di più complessi numeri frazionari. Il fatto che il sistema di conteggio indoeuropeo (su base decimale) si sia in seguito affermato, ha qui poca importanza e probabilmente, è in diretto rapporto con il successo che le lingue indoeuropee hanno avuto sulle altre. Ciò che di babilonese è rimasto, ad esempio, è il sistema posizionale[24], per cui noi sommiamo le unità con le unità, le decine con le decine, le centinaia con le centinaia, adottando un sistema che letteralmente “pensa” per noi e ci rende più facile il conto. E’ qualcosa di semplice, che sembra quasi automatico, oggi, ma che sarebbe totalmente impossibile con i numeri romani (ad esempio, si provi a sommare XIX e XVI mettendoli in colonna, o come si preferisce). I babilonesi introdussero anche una notazione particolare (prima uno spazio vuoto, poi un punto) col significato di “zero”.
Prescindendo dalla minore versatilità specifica delle popolazioni, si deve ammettere che “il senso del numero” esiste già persino nel mondo animale[25] e ovviamente nell’uomo, prima ancora di acquisire quella capacità d’astrazione con cui lo rappresenta graficamente e lo elabora[26]. In civiltà molto primitive, esistono soltanto vocaboli per esprimere il concetto di uno, due e molti. Anche in molte lingue europee sopravvivono i vocaboli primo e secondo, che non corrispondono ai rispettivi uno, due; da terzo in poi, invece, la corrispondenza tra numerali ed ordinali è completa. Ciò dimostrerebbe che le parole uno e due appartengono ad un’epoca molto anteriore, corrispondente ad una matematica più primitiva e naturale, che però ha lasciato tracce culturali. Una concezione più primitiva e limitata del contare è probabilmente presente nelle parole che indicano specificamente alcuni oggetti, quali ad esempio: un paio di braccia, una coppia di pernici, un duetto musicale. Un concetto analogamente arcaico potrebbe essere espresso dal sardo “unu kemu” (= una manciata, quattro, cinque?).
La lunga digressione serve per sostenere meglio quanto segue. Si potrebbero considerare sotto questo punto di vista anche i reperti “nuragici” e “prenuragici”, misurandoli e pesandoli accuratamente e valutandoli matematicamente o altrimenti e confrontandoli con reperti simili d’altre zone. I sassi levigati artificialmente, del peso di “circa” 500 grammi e di “circa” un chilo e mezzo, (reperiti in diversi nuraghi, ad esempio il “Santu Antine” e tuttora di significato ignoto); i 17 ‘lingotti’ di rame, di circa 30 kg (o talenti a forma di pelle bovina, ox hide ingots), marcati con lettere minoiche, e definiti di provenienza egea , non potrebbero – insieme con altri reperti, forse - rappresentare frazioni o multipli d’unità di un antico sistema di misura? Lo studio in tal senso potrebbe rivelarsi una ricerca con esito ultimo negativo, ma potrebbe anche inaspettatamente offrire interessanti novità culturali sulla civiltà antica della Sardegna e sulla sua provenienza. A questo proposito sono interessanti direzioni di ricerca le possibili misure lineari nuragiche[27], ipotizzate molto credibilmente su base antropometrica, proposte da alcuni, in particolare la yarda megalitica.  Anche l’asserzione della conoscenza pratica, da parte dei costruttori di nuraghi, del teorema di Pitagora[28], meriterebbe maggiori indagini. Si dovrebbe, però, iniziare una sperimentazione programmatica: risolvendo un problema che è, prima di tutto, di disposizione mentale verso la materia di studio.
La mistificazione è di casa nella Storia, perché il potere non può, né sa prescindere dalla manipolazione dei fatti, spesso complicandosi o scontrandosi con vari nazionalismi, conservatorismi ed irredentismi. Il potere crea sempre un’ideologia per proteggersi da spinte centrifughe, ricorrendo anche alla religione, fino dai tempi delle prime Chefferie. Non può stupire che la Sardegna, impigliata nelle trame sognanti del mito fino a tempi ormai storici, n’esca soltanto a fatica e soltanto per giustificare le più strumentali millanterie da condottieri militari stranieri di vario genere. L’avvenuta e completa conquista cartaginese è oggi spesso negata per motivi d’orgoglio nazionalistico; la capillarità anche culturale della conquista romana è rifiutata per lo stesso motivo, anche se l’unicità del neosardo la testimonia in modo definitivo ed incontrovertibile. Il sincretismo religioso che ha fatto indossare panni cristiani a preesistenti divinità pagane è passato sotto doveroso silenzio, nelle sedi dei martirologi di antichi santi con nomi nuragici[29]. Qualcuno ostinatamente sostiene che le navi sarde fossero munite di alettoni, che permettevano una velocità superiore alle navi normali[30]. Invece le navi sarde, essendo costruite in legno, non potevano avere alettoni, perché questi ultimi, sottoposti a stimolazioni meccaniche, avrebbero danneggiato il fasciame e determinato il naufragio del vascello. La presunta somiglianza tra le navi bipropre degli antichi Sardi ed il tardo Drakkar Vichingo, unitamente all’inesistente somiglianza tra gli elmi cornuti e crestati dei Sardi e quelli che erroneamente si attribuiscono ai Vichinghi (che invece non li ebbero mai, nella loro storia), ha fatto parlare e persino scrivere di fantasiosi contatti tra le due popolazioni. Si tratta di mitogenesi recente, molto cara all'Armata Brancaleone dei fantarcheologi.

L’episodio leggendario che si racconta intorno al castello di Posada[31], possiede tutte le caratteristiche della beffa arguta di repertorio, di sapore medievale. Il castello era sotto assedio da parte di pirati musulmani, come più volte può essere successo, data la posizione invitante. La situazione era difficile per ambedue le parti, assediati ed assedianti, a causa della scarsità di scorte alimentari. Ecco che dal castello parte un fitto volo di piccioni, alcuni dei quali facile preda degli arcieri arabi. Ma ecco l’amara sorpresa: i piccioni hanno il gozzo pieno di fave e ciò può soltanto significare che il cibo non scarseggia nel castello, se gli occupanti possono permettersi di trattare così bene persino i piccioni. Gli arabi non intuiscono il trucco disperato degli assediati e credono di non avere speranze di conquista: prendono il largo, risparmiando così l’estenuato borgo fortificato, che da allora si chiamò il Castello della fava. Sicuramente una favola affascinante, anche se di maniera, che deve essere stata copiata a più riprese e attribuita ai posti più disparati, nel tempo[32]. Ben diversa e più dura la realtà dei fatti: sappiamo infatti dai resoconti storici[33], dalla distribuzione dei cognomi[34] e dalla genetica[35] che gli abitanti di vari insediamenti più ameni ma più esposti (Siniscola, Torpé) si ritirarono verso zone più produttive e più sicure dell’interno, per sfuggire ora alla malaria, ora ai saraceni, oppure alle carestie ed al sovrappopolamento[36]. Le realtà umane, purtroppo, sono talvolta misere, spesso addirittura noiose e sempre molto meno reboanti di come si vorrebbe, ma possiedono genuine misure umane, le uniche compatibili con il Vinciano Canone dell’Uomo: è ingiusto ed ingeneroso non riconoscere la vera dignità là dove ce n’è di cristallina, soltanto perché appartiene a semplici uomini normali, che ubbidiscono alla legge di gravità, dell’invecchiamento biologico e a tutte le altre leggi fisiche del mondo reale.
 
Lo stemma dei quattro mori fu trasformato, dall’insipienza burocratica ed indifferente di una tipografia statale Sabauda, in una crudele metafora dello stato coloniale dell’isola. I quattro turbanti che incoronavano i re mori, sconfitti da Pietro il Grande d’Aragona, divennero sottili bende sugli occhi di semplici servi. Il simbolo glorioso della vittoria militare sul campo divenne, più tardi, l’amara espressione di resa di una terra povera e tradita da troppi falsi programmi di Rinascita. Ora rappresenta, ai più, un esempio umoristico involontario di questo genio dell’uomo per la mitogenesi, oppure è un segno rabbioso ed incompreso, graffiato sul granito per monito e per protesta. Ma il turista col naso spellato e soprattutto ogni giovane sardo, dovrebbero conoscere anche la verità: quello è proprio il simbolo intorno al quale i fantaccini della Brigata Sassari comprarono con il sangue alla Sardegna un antico vessillo, un tempo straniero e male accetto, ma ormai tutto sardo, di diritto, e sacro. Erano pastori, artigiani, operai e contadini, che impararono a vivere (e, per l’appunto, a morire) insieme, sotto quel simbolo e non vorrebbero certo restituirlo, né cambiarlo con altri, oggi: ecco finalmente un mito positivo, ancora vivo tutt’oggi, che parla di valori nazionali condivisi e che può essere d’esempio buono, affinché la Sardegna prosegua da sé sul sicuro cammino di crescita che da qualche tempo ha intrapreso, da sola. Forza paris, in questo contesto, suona come un rispettoso e dovuto omaggio ed un augurio, per nulla arrogante, né fuori luogo...
Jung ebbe a dire: “Non si può invertire il giro della ruota e tornare a credere per forza ciò di cui si sa che non è. Ma si può provare a render conto del significato dei simboli”. Questo può applicarsi vantaggiosamente anche alla tradizione dell’isola, oltre che al metodo della psicanalisi. I sardi, oggi, devono tentare di render conto di quei simboli controversi – miti, favole, leggende – che potranno ormai sembrare confusi e forse incomprensibili, ma che possiedono un profondo significato per il solo fatto di essere esistiti, di essere stati creati per errore, o per esigenza, o addirittura per caso. Soprattutto, di essere stati creduti veri dai nostri padri.

Un’isola in un mare di simboli. Nella sua travagliata storia millenaria e nella semplice e ricca tradizione popolare, la Sardegna è, infatti, intrisa di simboli d’ogni specie, grazie proprio al conservatorismo isolano che quei simboli ha fino ad ieri gelosamente custoditi dall’ingerenza forestiera, e dal logorio del tempo, per tramandarli con fiducia ai propri figli. Questi ultimi li ricevevano con rispetto timorato e quasi rituale, ossequiando il detto: “Osserva il comando di tuo padre, non disprezzare l’insegnamento di tua madre[37]”. Questo comportamento, unito al perdurante scarso popolamento dell’isola, ha così permesso ancora oggi agli studiosi di rinvenire, ben conservate, numerose reliquie del passato, che altrove il passaggio irrispettoso dell’uomo ha guastato e manomesso e che nuove inutili mode hanno cancellato per sempre, anche nel ricordo degli anziani. Un Mito buono, tradizionale, antico, è realmente esistito. Va correttamente interpretato. Esso ci spiega perché siamo diventati quelli che siamo oggi e da dove siamo partiti, seguendo sentieri spinosi e contorti, che sono solo nostri. Esistono poi miti cattivi e falsi, frutto di recenti contaminazioni, d’interpretazioni sciatte o troppo entusiaste, di mistificazioni volutamente fuorvianti, ideati soltanto per abbindolare un compratore… Oggi, quasi ci si vergogna dei propri antichi costumi sardi, dei miti e persino dell’accento, come di cose polverose e vecchie, da relegare pudicamente in sa credda, se non addirittura da bruciare senza rimpianti, perché ormai sorpassate. Sempre meno giovani sardi sono sardi “veri”, con tutta la dignità e la piena memoria del proprio essere sardi[38]. Alcuni non parlano, né scrivono il sardo. S’imitano comportamenti non sardi, prendendo avidamente dall’esterno, prima se non solo, i difetti e le superficialità più evidenti e deteriori, in un processo lento ma inesorabile d’amalgama con il futile e l’effimero, perdendo così, col tradirlo, un grande patrimonio inestimabile e unico, fragile ed antico.










[1] Un’affezione in cui piccole componenti proteiche modificate – dette prioni - si comportano come agenti infettanti, trasmettendo una malattia nervosa bovina, molto simile alla neurospongiosi umana, di Creutzfeld-Jacob.
[2] La traduzione forzata sull’isola di un rilevante numero d’eversivi di religione cristiana, fastidiosi per il potere, ma non così tanto colpevoli da essere condannati ad metalla, o capite, o ad martyria, favorì – tra l’altro - la precocissima cristianizzazione della Sardegna, fatta di una mescolanza di elementi pagani resistenti con quelli cristiani neointrodotti.
[3] Vedi Sard.Ant. # 18, “Orizines”. È una protezione relativa e costosa, ma pur sempre una protezione.
[4] La biondella è l’erythraea centaurum, l’eucalipto è d’introduzione recente, la cimonida non è stata identificata, l’arrù crabio è la smilax aspera o smilace, (più utile in affezioni dermatologiche o come antinfiammatorio).
[5] Celli A. “La malaria nell’antichità” Pisa, 1927 e Toscanelli N. “La malaria nell’antichità e la fine degli Etruschi” Pisa, 1927. Schreiber W., Mathis F. - Infectio, 1987.
[6] La decadenza dell’Etruria è documentata dall’elenco delle città (Tito Livio, Storie) che parteciparono agli approvvigionamenti per la campagna in Africa di Scipione (205 a. C.): i centri di produzione principali non sono più, come nel VI secolo, quelli costieri, bensì tutti dell’interno non malarico.
[7] O direttamente, con l’arrivo di un popolo armato meglio, o con lo spostamento delle rotte commerciali dalla Sardegna ed il conseguente declino economico delle popolazioni dell’isola. Oppure con ambedue i meccanismi, che non escludono la concomitante azione della malaria.
[8] S. Frau, “Le colonne d’Ercole, un inchiesta”. Ed Nur Neon, 2002.
[9] I confini del mondo si sono indubbiamente spostati, nel tempo, come anche il confine del Wild West, erroneamente chiamato, in Italia soltanto, Far West. Quest’ultima espressione non ha alcun significato, in Inglese.
[10] M. Bernal, Black Athena. L’eruzione del vulcano, visibile dalle coste, sarebbe responsabile anche della rappresentazione biblica del Dio di Vendetta: una colonna di fuoco di notte e di fumo di giorno.
[11] Quali, appunto la profonda caldera sommersa di Santorini, oppure il vasto crater lake nell’Oregon meridionale. Inoltre, non a caso “Tsunami” è un termine giapponese: la grande maggioranza dei maremoti avviene nell’Oceano Pacifico. I fondali irregolari e poco profondi del Mediterraneo permetterebbero un maremoto di vaste proporzioni solo nel caso della caduta di un oggetto di 400 metri di diametro: evento che si verifica ogni 100.000 anni circa, nella realtà, ma molto più spesso nella fantascienza…
[12] Un valido esempio d’apertura acritica e non scientifica è dato dalla cosiddetta Fantarcheologia, pericolosissima per via della veste spettacolare con cui è proposta, che la rende di rapida diffusione e difficile da sradicare.
[13] L’organizzazione contemporanea di diversi Istituti Universitari non collegati tra loro, con i loro limiti di competenza ed i loro rapporti interni, spesso complicati; il reperimento e l’acquisizione di molto maggiori fondi necessari ed il loro definitivo orientamento; il superamento di una selva di vincoli regionali, nazionali ed internazionali; la definizione stessa delle gerarchie e della strategia d’azione nello stabilire le priorità e molto altro ancora, costituiscono formidabili problemi, che fino ad oggi hanno evidentemente scoraggiato l’iniziativa proposta.
[14] Fino ad alcuni anni fa si pensava che le pietre blu fossero state portate dall’uomo: intere classi di studenti sono state convinte dai loro professori a rotolare su tronchi pietre di peso simile per chilometri, allo scopo di dimostrarlo possibile. Oggi si pensa che, più economicamente, un ghiacciaio, le abbia portate sul posto del loro utilizzo umano. Le pietre blu erano evidentemente tenute in alta considerazione, tanto da figurare in sepolture di famiglie nobili.
[15] In realtà si tratta di pura fantasia letteraria, iniziata con il cosiddetto “ciclo di Ossian”.
[16] La tesi militarista è tuttora ufficialmente accreditata dagli archeologi. Più verosimile è invece quella multifunzionale, con valenze sacrali (tesi templare), politiche, commerciali e sociali. Ambedue non sono provate. Altre sarebbero possibili. C’è chi propone i nuraghi costieri come punti cospicui per la navigazione. Sicuramente, ci si deve affidare ad un corretto criterio di credibilità competitiva, non al pregiudizio, né all’invenzione.
[17] Tant’è che il periodo nuragico costituisce una specie d’accogliente refugium peccatorum, in cui sistemare alla rinfusa tutto ciò cui non si riesce ad assegnare una più precisa destinazione. Il risultato è un periodo obiettivamente troppo lungo per ospitare un solo tipo di cultura, anche se eccezionalmente longeva.
[18] “Per caso”, secondo una guida del posto. Più credibilmente per reggere una scala lignea secondo altri, tra cui D. Scintu, in “Le torri del cielo”. Il quale si lamenta di non avere potuto misurare Su Nuraxi, per via dei vincoli della Sovrintendenza. Ne ha misurati 350 (circa il 5% del totale), che evidentemente non sono meritevoli di tanta protezione..
[19] Ichnoussa, impropria la traduzione con “orma”. Non esistevano sistemi di rilevamento così sofisticati.
[20] Cadmo ne fu soltanto il secondo mitico fondatore, dopo la sua distruzione.
[21] L’archeologo greco T. Spiropoulos descrive i pochi reperti superstiti alla spoliazione come egiziani e la tecnica costruttiva è assimilata a quella delle più antiche piramidi egizie.
[22] Si tratta della “piramide” di Pietraperzìa, presso Enna e di molte altre, che sono andate in parte o del tutto distrutte per via del rampante abusivismo nella zona perietnea: la più grande – ora distrutta – era la “Torretta del Baruneddu” a Tremestieri. Analogo discorso di potrebbe fare per le Specchie pugliesi.
[23] Altre possibilità prospettate: che si trattasse della fusione di due sistemi; che derivasse da un sistema di pesi e misure usato comunemente e che corrispondesse a sessanta unità, forse nato accidentalmente da una misura standard, rappresentata da un oggetto a noi ignoto, scelto in origine per comodità.
[24] Fu sviluppato intorno al 2000 a. C.: la posizione di ogni numero ne determina parzialmente la quantità, riducendo il numero di notazioni necessario. 123 significa 1 x 100 + 2 x 10 + 3. (In caratteri cuneiformi, sarebbe stato 1x 60 x 60 + 2 x 60 +3, cioè 3723. Il ragionamento su base sessagesimale ci riesce più facile in termini di tempo: 123 è un’ora, due minuti e tre secondi, cioè 3723 secondi, nel sistema decimale).
[25] E’ dimostrato sperimentalmente che gli animali sanno tenere il conto a mente di piccole quantità. È un comportamento innato, come il disfarsi dei gusci d’uovo dopo la schiusa: l’interno del guscio non è mimetizzato e attira il predatore.
[26] Si tratterebbe di “schemi di fissazione”, cioè capacità innate: nessuno ci deve insegnare a ridere, o a piangere, né a comprendere il significato del riso o del pianto di altri. (Il riso sardonico, invece, è un’espressione innaturale e studiata, un tratto culturale, che deve essere appreso dall’ambiente).
[27] Che sarebbero state utilizzate nell’atto d’edificare i nuraghi.
[28] Danilo Scintu, architetto, in “Le torri del cielo”.
[29] Bachis, Sadurru, Lussurgiu, Pilimu, Efis, ed altri ancora: l’argomento merita un articolo a parte.
[30] In genere s’ispirano alla presenza dei piedini presenti in alcune navicelle votive bronzee.
[31] Forse eretto dai giudici di Gallura nel 1200, vi si fa riferimento come castello della fava per la prima volta nella “Carta Pisana” del 1275.
[32] A Tolfa, piccolo centro posto sopra Civitavecchia, si narra che le truppe francesi, inviate dal Papa (in punizione, per il rifiuto dei tolfetani di pagare le imposte) furono demotivate da uno stratagemma ideato da una vecchia tolfetana, di nome Lizzera. Ella precipitò dalla rupe della fortezza assediata dei Frangipane le ultime risorse: un vitello rimpinzato di grano, a dimostrare che le scorte erano abbondanti. In realtà i tolfetani furono sterminati interamente: gli attuali abitanti di Tolfa non sono loro diascendenti. Ultima e più recente imitazione di una favola medievale di maniera: in “Baudolino”, di U. Eco; compare un episodio molto simile, durante l’assedio di Alessandria da parte di Federico Barbarossa.
[33] “Il Castello della fava…” di G. Zirrottu, Sardegna Antica N° 15.
[34] Cavalli Sforza, Zei et al.
[35] A. Piazza et Al.: “Genetic and population structure of four sardinian villages” Ann Hum Genet (1985) 49,47-63.
[36] Nuoro è nata piuttosto recentemente da gruppi umani provenienti da Orosei, Siniscola e Posada. Non è pertanto, per alcun titolo, “l’Atene sarda”, come erroneamente ripetono alcuni.
[37] Proverbi 6,20.
[38] Tra il vestire il costume tradizionale sardo (rifiutando ogni novità esterna) e l’ostentazione del pacchetto punk, piercing & metal (rinnegando l’autentico trascorso sardo) esiste un modo garbato, aggiornato e propositivo d’essere veri sardi, come diversi giovani mostrano d’avere oggi ben compreso.



giovedì 27 giugno 2013

Nascita del Mito.


L’isola in un mare di simboli.

Inizialmente creato per essere creduto, il mito è talvolta basato su elementi reali, ma non è, di fatto, la verità. Ne può rappresentare, anzi, di volta in volta una distorsione, una proiezione onirica, una rappresentazione simbolica, una trasposizione fantastica, un’evasione escapistica, oppure una trasformazione peggiorativa o migliorativa, funzionale ad una tesi di parte. Si deve ammettere che la Sardegna, in verità, non riceve un buon trattamento dalla mitogenesi, antica e recente, che la riguarda.

 A qualcuno piace raccontarla così, su opuscoli per turisti, o persino sui libri: “Gli antichi Sardi erano guerrieri giganteschi e bellicosi, che vivevano in tribù separate, ognuna con il proprio Re-Pastore, sempre in guerra tra loro per il primato. Essi costruirono tombe enormi per i propri eroi (tombe dei giganti), splendidi templi ipogei per le divinità ctonie (i pozzi sacri) e robuste fortezze a tronco di cono (i nuraghi) per reclamare la propria autorità sui rivali. Eruditissimi d’Astronomia, orientarono le loro costruzioni secondo i principali eventi celesti (i solstizi e via dicendo), utili per la loro già florida agricoltura e per le loro multiple attività sociali. Sistemarono enormi catapulte sulle sommità dei nuraghi, con cui lanciavano levigati proiettili sferici, alcuni dei quali sono osservabili al Museo Sanna di Sassari. Dall’interno del nuraghe, a mezzo anguste feritoie semicieche, scoccavano abilmente frecce, da una posizione accosciata, con una traiettoria rasoterra. Una sola sentinella, appostata nella penombra della garitta di guardia, era sufficiente a scoraggiare l’ingresso degli eventuali aggressori.  Così, l’entroterra dell’isola non fu mai violato, né dai Romani, né tanto meno dai Cartaginesi, ed ecco perché Nuoro si staglia orgogliosa, come una vera “Atene Sarda” al centro dell’indomita Barbagia. La marineria Sarda era efficiente e molto progredita per i tempi: possedeva navi sicure e veloci, munite d’alettoni stabilizzatori che permettevano di planare, come si può osservare nei bronzetti che le rappresentano. Sulle loro navi, i Sardi procedettero a campagne commerciali e di conquista: circumnavigarono l’Africa per procurarsi lo stagno, che – assente nel Mediterraneo – gli serviva per realizzare la loro famosa lega del bronzo. Ciò è dimostrato dal fatto che, nel sud dell’Africa esistono costruzioni simili ai nuraghi, che in lingua locale sono chiamate Zimbabwe e che danno perfino il nome ad uno stato. Le campagne di conquista condussero i Sardi nel medio Oriente, dove si rinvengono tuttora alcuni nuraghi presso Al Awat e sul delta del Nilo, dove elessero anche alcuni Faraoni. La truce espressione dei guerrieri sardi divenne presto nota come Riso Sardonico, di cui parla persino Omero nell’Odissea, descrivendo il sorriso di vendetta d’Ulisse: egli inoltre si riferisce ai Sardi come Feaci e all’isola sarda come Scherìa. Infine, l’avanzatissima e splendida civiltà Nuragica fu spazzata via quasi del tutto da un maremoto, il che originò l’affascinante mito d’Atlantide, cui solo erroneamente sono attribuite altre sedi. In attesa di studi stratigrafici che dimostrino questa tesi, l’unica suggestiva prova è data dal fatto che tutti gli elementi di crollo dei nuraghi del Campidano, la regione più gravemente interessata dal fenomeno, si trovano a sud est, proprio sul lato che fu colpito dall’enorme onda marina distruttiva…”. 
Si potrebbe giungere fino alla Sardegna dei giorni nostri, mantenendo lo stesso elevato tenore d’inattendibilità scientifica. 
Qualcuno, infatti, lo fa.
Nel Mito, in generale, confluisce una varia e vasta congerie d’elementi, di diversissime dimensioni, valenza ed importanza, creando le leggende, la fantascienza, la fantarcheologia, i luoghi comuni, le favole morali. Vicende storiche lontane, a lungo romanzate nel passare per generazioni di bocche, entrano nel calderone: gli eroi di Troia, Atlantide, il Diluvio, Dracula.  Alcune componenti sono pregiudizi razziali, oppure spunti d’orgoglio nazionalistico (“I sardi sono tutti piccoli”, “la Barbagia non fu mai conquistata”). Altri elementi provengono da antiche tradizioni o credenze popolari, come il ballo dell’Argia; altri da credenze religiose, come le maschere del carnevale sardo, la proibizione islamica di mangiare la carne di maiale, l’uso sardo di mangiare carne cruda, il fuoco della “tuva”, per S. Antonio. Alcuni elementi sono riconoscibili in usi e costumi trascorsi, ormai dimenticati e ridotti a livello di dicerie, come l’uso di cuocere sotto la cenere, travisato come il forno dell’abigeatario, invece che dell’antico nomade orientale. Altri elementi sono prestiti culturali, ottenuti in vario modo, come ad esempio sono la Sartiglia ed il Vessillo dei quattro mori.  Osservazioni naturalistiche malintese creano i piccoli miti dello struzzo che nasconde la testa nella sabbia, della capra “già condita” di Baunei, della salamandra che sopravvive al fuoco, del geco che è freddo, ma egualmente ustiona la pelle, al contatto. La Fisica Quantistica spiegata al volgo rende credibile la possibilità del viaggio nel tempo, titillando il sempiterno desiderio umano di sconfiggere lo spietato trascorrere degli anni. Facendo leva sui desideri e la credulità umana, entrano in gioco anche scherzi d’ingegno, le “favole metropolitane” (i coccodrilli ciechi nelle fogne di New York; il consiglio dell’arabo immigrato, al passante che gli ha restituito il portafogli smarrito, di non prendere la metropolitana nei giorni successivi, per la sua incolumità), le esagerazioni dei cacciatori (il narvalo, spacciato per un Unicorno equino) ed invenzioni fantasiose (la circumnavigazione nuragica dell’Africa e lo Zimbabwe sardo[1]). Per essere credute, le leggende che vanno a comporre i miti devono essere gradite all’uditorio. Così, spesso si tratta di costruzioni simili, che seguono copioni prestabiliti, esportati un po’ dovunque: tra queste s’annoverano le leggende degli assedi risolti con l’arguzia.

Il mito primitivo si afferma, se incontra i gusti della popolazione per cui/da cui è stato creato. Quindi cresce. Subisce modificazioni che dipendono dal progressivo cambiare dei gusti e dei costumi. Alcuni aspetti particolarmente sgradevoli o cruenti di esso possono divenire elementi criptici, solo per gli iniziati di quelli che diventano riti misterici.  La vasta diffusione territoriale di un mito è funzione, oltre che del suo grado di palatabilità per il pubblico, anche della sua vetustà. I meccanismi per mezzo dei quali essa avviene sono il trasferimento demico, oppure l’imposizione culturale che segue un’invasione militare, oppure un semplice contatto culturale per contiguità. Giunto su nuovi lidi, il mito può essere sostanzialmente modificato, per esigenze culturali o linguistiche (Melqart / Herakles), oppure essere cancellato da cognizioni avverse e conoscenze superiori (oggi non crediamo più che la Fenice rinasca dalle proprie ceneri). Il mito può essere invece conservato, per motivi di gradimento politico religioso (il Graal, i Cavalieri erranti, il castello della Fava, la “punica fides” della propaganda romana, il riso sardanio). Un altro motivo per conservare il mito si ha, infine, quando attecchisce tra popolazioni isolate e poco esposte a continui nuovi apporti (l’Irlanda, i Paesi Baschi, la Sardegna). Quasi tutto ciò che riguarda la Sardegna, in ogni campo, è stato o è tuttora oggetto d’affabulazioni romantiche, di franche mistificazioni interessate, d’involontari fraintendimenti, di superficiali imprecisioni. Il fenomeno non è distintivo della Sardegna, bensì mondiale. Infatti, la creazione di miti è connaturata all’uomo: egli ne crea in ogni campo instancabilmente di nuovi e aggiornati, spesso senza rinnegare quelli più antichi. 

Qualche volta, esiste un certo fondamento di verità, nel mito. La Sindrome di Williams (descritta da un cardiologo neozelandese nel 1961), è determinata da una delezione di un segmento del cromosoma 7, che a sua volta causa una stenosi aortica sopravalvolare di vario grado. La malattia, naturalmente, esiste da molto prima degli studi genetici che hanno permesso d’inquadrarla in modo scientifico. Alcuni genetisti pensano, forse a ragione, che questa sindrome sia stata ispiratrice di fiabe: i pazienti hanno corpi piccoli, per un ritardo di crescita. Possiedono veri volti da gnomo, con nasi piccoli, labbra carnose, mento sfuggente. Il loro QI è inferiore alla norma, essi necessitano di ordine e prevedibilità ambientale, ma hanno anche una grande capacità narrativa, (specialmente marcata nell’Inglese, che è morfologicamente più povero del Francese e dell’Italiano) molta sensibilità, doti musicali singolari: tutte caratteristiche corrispondenti al “Piccolo popolo” degli elfi e dei folletti nordici. Le attuali favole metropolitane per adulti, i racconti per bambini accanto al focolare, le filosofie e le religioni, i pettegolezzi e le superstizioni e perfino alcune tesi scientifiche sono i diversi livelli espressivi dell’instancabile genio dell’uomo per la mitogenesi. Un esempio, su tutti, è la leggenda dei Ciclopi, d’origine probabilmente greca. Recentemente, ne è stata data un’interessante spiegazione: strati geologici anche molto superficiali contenevano i resti numerosi d’elefantini nani[2], spesso affioranti e quindi esposti alla vista dell’uomo, anche senza alcuna attività di scavo. Privato dei tessuti molli, lo scheletro incompleto di un grosso mammifero può, a prima vista, assomigliare molto a quello di un bipede. In particolare, il cranio di un elefante presenta piccole cavità orbitarie laterali, che possono passare inosservate. Invece, il grosso forame centrale per la proboscide dà proprio la forte impressione di un’enorme orbita, fatta apposta per un unico grande occhio rotondo (= ciclope), nella testa di un uomo gigantesco. Si tratta di un mito grande e potente, radicato nella fraintesa evidenza oggettiva dei resti effettivamente visti da alcuni testimoni. Affascinò varie culture, giungendo fino a noi anche per l’alta risonanza dei versi omerici. Questa ricostruzione del mito, così riportata, potrebbe forse non essere completamente veritiera, ma appare verosimile e possiede il pregio di restituire una motivazione diretta ed umana ad una creazione ingenua e fantastica, altrimenti priva d’ogni logica consequenziale che la giustifichi. Un medico di Cagliari[3], ha da poco formulato un’altra ipotesi. Egli sostiene che, nel caso dei cosiddetti ciclopi, non si trattasse altro che di soggetti malati d’OPA (oloprosencefalia), una malformazione su base tossica (da alcaloidi del veratro), che potrebbe essere stata presente già ai tempi d’Omero, dando inizio al mito d’uomini mostruosi e deformi, talvolta con un solo occhio. La Sardegna è terra fertile di miti e leggende: alcuni molto antichi, a riprova della vetustà del bagaglio delle prime popolazioni sarde[4]; altri, più recenti, sono frutto d’incredibili errori, d’ingiustificabili incomprensioni o altro: tutti, in ogni modo, interessanti. V’è solamente l’imbarazzo della scelta, a volere portare soltanto alcuni tra i numerosissimi esempi sardi.

Nomi. E’ stato molto bene illustrato[5] che sia i toponimi, sia i fitonimi, sia gli antroponimi sardi richiedano spesso approfondite spiegazioni non solo etimologiche, (talvolta anche antropologiche, storiche o altro), perché i nomi possano essere interamente compresi, nel lungo percorso che dalla prima origine ne ha segnato lo sviluppo. Il nome dell’Ossidiana costituisce un buon esempio di ciò. Trattasi di una pietra effusiva d’aspetto vetroso e di colore nerastro, più comunemente nota sotto il nome di Liparite, dall’isola siciliana in cui è abbondantissima. In Sardegna è facilmente reperibile nella zona di Monte Arci. In epoca neolitica ebbe grande successo – insieme alla selce dell’Anglona – per la sua facilità a scheggiarsi fornendo raschiatoi, lame di coltello e di bisturi, punte di freccia o di lancia alla vicina Corsica, che ne è priva, e a tutto il bacino del Mediterraneo. Orbene, il termine deriva dal francese obsidienne, ricavato da un’erronea trascrizione del termine latino “obsiana lapis”, con cui Plinio rendeva merito al suo presunto scopritore, Obsio. Secondo Plinio, Obsio avrebbe scoperto il vetro vulcanico in Etiopia. Senza quell’anonimo errore di trascrizione, oggi parleremmo di “obsiana”, oppure di “ossiana”. Si noti come, in ciascun caso, (Lipari o Etiopia) la paternità della pietra sia aprioristicamente negata alla Sardegna. Invece, la storia di tutto il Mediterraneo antico fu fortemente influenzata dalle rotte dei cercatori d’ossidiana sarda, che divennero poi quelle dei cercatori di metalli… La storia dei nomi imparentati con quello proprio dell’isola è altrettanto tormentata quanto quella dell’isola stessa e dei suoi abitanti.
“Sardina” indica un pesce clupeiforme commestibile, molto frequente nei nostri mari, insieme a “sarda” (uno scombride, di dimensioni maggiori) e “sardella” (che oggi si attribuisce, spesso, al prodotto in scatola). Si pensa che i pesci abbiano derivato il loro nome da quello dell’isola, almeno, etimologicamente: pesce della Sardegna. Carta Raspi[6] ha elaborato ipotesi sull’attività di pesca, salatura e commercio, particolarmente favorite dall’ambiente sardo, forse addirittura effettuate dai nativi stessi nei numerosi stagni costieri, non diversamente da come avviene oggi. Può anche darsi che questo abbia originato l’attribuzione del nome, pur se non vi sono prove circostanziate a dimostrarlo. La portanza etimologica del vocabolo ha prodotto numerosi derivati. Nell’Adriatico, l’acciuga si chiama ‘sardone’; ‘sardàra’ è il nome d’una rete per sardine del tipo della menaide; ‘sardena’ è detto un piccolo clupeide, del Garda, simile alla sardina; infine, il ‘sardenaro’ è una rete a strascico per la pesca dei lucci, sempre sul Garda[7]. Ma, nel trarre le deduzioni, si deve prestare attenzione. Anche una danza popolare, che si chiama Sardana e che si ballava in Catalogna (in passato, più frequentemente d’oggi), andando in circolo, con movimento rapido e tenendosi per mano, è stata correlata all’antico popolo dei Sardi. Talvolta si è addirittura attribuito tanto alla migrazione demica (del popolo sardo), quanto a quella dell’elemento culturale, (la danza in tondo), un senso inverso a quello est/ovest, che sembra storicamente più verosimile. Però, la Sardana sembra attestata in Spagna da circa il XVI secolo soltanto e non prima: troppo tardi, quindi, per attribuirla ad una colonizzazione Shardana, come verrebbe istintivamente da pensare. Naturalmente, perciò, la danza Sardana non può essere usata neppure come dato probante dell’origine dei Sardi dalla Spagna, quest’ultima tesi sicuramente smentita dalla Genetica, anche se presente nei miti di fondazione[8]. Il termine sardegnolo (anche sardagnolo e sardignolo e, più anticamente, sardesco) è motivo d’attrito tra isolani e turisti disinformati, per l’improprio uso che questi ultimi ne fanno e che è sentito come spregiativo. Andrebbe riferito ad animali (cavallo, asino di piccola taglia = musmo) per indicarne l’origine o la tipicità sarda. Alla sardesca era detto un tipo di matrimonio che riconosceva alla moglie l’assoluta proprietà dei propri beni, anche dopo la celebrazione delle nozze[9]. Di diritto, invece, sardegnolo è l’attributo descrittivo dell’ormai raro asinello sardo, proprio quello che la ditta Walt Disney prese a modello per il suo ormai ben più famoso cartone animato, di fatto appropriandosene, forse anche involontariamente[10]. Il destino comune delle cose sarde sembra infatti propri questo: esistere, se non da sempre, certamente da molto prima delle rispettive copie spurie di successo, e poi cadere nell’oblio e nell’indifferenza di tutti. I mediocri biscotti industriali che il Regno di Piemonte diffuse come “savoiardi” sul proprio territorio ed in seguito estese a tutto il Regno d’Italia, derivano dalla semplice e ben più genuina ricetta del gustoso “pistoccu”, semplice, antico, mispronunciato e disconosciuto (talvolta venduto come “savoiardo sardo”!).  Analogo destino ha subito il Pecorino Sardo, che ufficialmente non sarebbe preesistente al Pecorino Romano, ma anzi ne sarebbe derivato, per essere stato introdotto dai Romani in Sardegna. Subire il furto di un tratto culturale, ferisce forse anche di più che un furto materiale. Le guide ricordano ai turisti che alcune colonne del Pantheon romano provengono dalla scogliera granitica di Capo Testa. Riconoscimento dovuto, anche se costituisce ormai una semplice curiosità. Ora, si può anche ammettere che i Sardi Pelliti non avrebbero saputo costruire il Pantheon, con quel loro granito. Ma se i Romani avessero davvero insegnato ai Sardi a fare il formaggio, ci sarebbe allora da chiedersi di che cosa questi ultimi abbiano vissuto, per lunghi secoli, prima dell’invasione. Sappiamo che alcuni dei cibi più antichi mai prodotti al mondo sono latticini conservati. Nulla è più cagionevole del latte: con temperature alte va rapidamente a male, se troppo basse gela e si scompone. L’uomo preistorico fu costretto a sperimentare a lungo, prima di trovare un valido sistema di conservazione per quella sua labile ricchezza. Naturalmente, non disponeva di tecniche più avanzate (pastorizzazione, irradiazione, conservazione in gas inerti), pertanto usò quello che aveva: il sale. “Il latte, dice Columella, può essere fatto rapprendere con caglio d’agnello o di capretto, anche se si può usare il fiore di cardo o il lattice di fico… va tenuto al caldo, ma non vicino al fuoco… appena comincia a rapprendersi, va posto in cesti, sotto pesi che ne facciano uscire il siero. Quindi, estratto dalle forme, va messo in ambiente fresco e buio, su tavole pulite e cosparso di sale tritato, in modo da trasudare il proprio umore acido”. Si pensava che i primi derivati del latte fossero quelli Sumeri, di 4500 anni fa. Recentemente, però, sono state rinvenute tracce di latte, yogurt di mucca e formaggio di capra in ciotole di 14 siti in Gran Bretagna, risalenti a 6000 anni fa[11].  Columella, nel suo ‘De re rustica’, asseriva che il Pecorino può anche attraversare il mare. Il che, nel I secolo a.C. ed in assenza di frigoriferi, non è poco e parla a favore della nota “serbevolezza” del pecorino. Virgilio racconta che un’oncia di quel cacio (30 grammi) entra nella razione totale del soldato romano, insieme con una libbra e mezzo di farro (500 grammi), per fare il ‘puls’, progenitore della polenta. I Romani ne hanno parlato e scritto indubbiamente di più, ma i Sardi erano lì fin da prima e senza dubbi conoscevano molto bene le tecniche casearie. Ufficialmente, dato che la Sardegna offre pascoli e pecore adatte alla specifica ricetta del Pecorino Romano, nel XIX secolo la Società Casearia Romana addirittura si trasferì a Macomer in Sardegna, portandovi in seguito anche macchinari moderni ed esperti delle tecniche casearie. Adesso, l’80% della produzione avviene nell’isola, su ricetta attribuita ai romani. In realtà, si dovrebbe ammettere che essa è sarda: nessuno di noi era lì a testimoniarlo direttamente, ma esistono prove indirette. Infatti, molti termini che si rifanno al mondo dell’agricoltura e dell’allevamento, dimostrano che il movimento del know-how tecnico-scientifico relativo avveniva, inizialmente, dalla Sardegna in direzione della penisola e non viceversa[12].  Al riguardo, è sicuramente utile fare una considerazione, per analogia, ad uso degli scettici. Anche per il formaggio, appare più probabile un processo simile a quello della diffusione dell’arco edilizio a tutto sesto, detto “arco romano”. Quest’ultimo già faceva parte del repertorio costruttivo di tutte le popolazioni italiche (e non solo di esse),  ma il potente e ricco stato romano lo adottò, lo fece suo per praticità e bellezza e lo diffuse in modo intensivo nel mondo, che gliene attribuì l’invenzione.  Similmente avviene per il cosiddetto “coppo romano”, per niente romano in origine. Quest’ultimo, anzi, fu poi introdotto in Nord-America dagli Spagnoli, che lo usarono per le loro famose missioni cattoliche. Perciò è conosciuto laggiù con il termine inglese “spanish tile”, cioè coppo spagnolo, proseguendo la catena delle errate attribuzioni. Ma c’è di più. E’ perlomeno curioso il fatto che, accanto a verbi latini, quali intellego o intelligo (intendere) e sentio (avvedersi), esista il verbo latino sardare (sardo, -as, are. Intrans, usato da Nevio e altri), con il significato di comprendere, forse comprendere rapidamente. Si è ipotizzato che si tratti di un vocabolo coniato in seguito all’osservazione della grande propensione dei sardi  per la lingua dei conquistatori latini. M. Pittau, per motivi di precedenza temporale e predominanza culturale, spiega la cosa con il fatto che il Latino abbia molto ricevuto dall’Etrusco. Sostiene inoltre che Etrusco e Paleosardo fossero lingue imparentate tra loro e che, pertanto, la lingua dei conquistatori latino-parlanti dovesse essere di facile apprendimento per i Sardi[13]. Con la sardonia, o sardonica, entriamo nel vivo del discorso sul mito: si tratta di un’erba delle ranuncolacee, (Ranunculus sceleratus, ranuncolo palustre, apiu burdu, erba de ranas) dai fiori piccoli e gialli, velenosissima e non esclusivamente sarda, bensì panmediterranea. Le sue proprietà erano già note in tempi antichi da Romani e Greci. Il nome deriva dal latino sardonia, che viene dal greco sardònion, derivato di sardò. Sembra indiscutibile l’antico e stretto rapporto tra il nome del popolo e quello della pianta, forse rintraccibile nell’etimologia[14]. E’ ovvio che il pensiero corra al vocabolo sardonico, attribuito al riso amaro e di scherno, che conferisce al volto un’espressione cattiva e beffarda, offensiva e provocatoria. Fazio degli Uberti, nel suo Dittamondo, descrisse così in terzine quello che si riteneva fosse l’effetto singolare e malefico dell’erba sardonia:
“Un’erba v’è, spiacevole e villana:
questa, gustata, senza fallo uccide;
e, s’ella è rea, è ancora molto strana
che in forma propria d’un uom quando ride
gli cambia il volto e gli dispone i denti:
siffatto mostro giammai non si vide.”

Un medico senese del XVI secolo, Pietro Andrea Mattioli, racconta che in Sardegna si ricorreva ad una varietà di ranuncolo (Apio rustico o Apium Risum), mescolata a cicuta, per uccidere gli anziani: “Si crede che ridendo muoiono coloro che se lo mangiano…Mangiato questo Apio di Sardegna, fa ritirare tutti i nervi e però in tal modo fa slargare et distendere la bocca, che morendosine chi ne mangia si rassembra nell’aspetto a uno che ride”.
La Medicina s’appropriò il famigerato termine “riso sardonico”, per meglio descrivere quella contrattura spasmodica che l’infezione tetanica può determinare già nei suoi primi stadi, più propriamente detta “trisma” tetanico[15]. Il termine è ripreso dal Vittorini e dal Manzoni, ma già s’incontra in Omero[16] e solo in seguito fu messo in relazione con l’herba sardonia. Il riso sardonico è stato associato a riti di geronticidio praticati - per necessità, forse - nell’antichità. L’ipotesi è che esso rappresentasse l’espressione (obbligata, o generata da orrore spontaneo) durante il rito e che i progenitori dei Sardi lo avessero adottato, impressionando gli osservatori greci con i quali furono a contatto nell’Egeo[17]. In toscano, si dà lo stesso nome ad una pianta delle ombrellifere simile al sedano selvatico (Oenanthe Crocata, in sardo: apiu areste, fenugu de acqua, turgusone, lua), anch’essa velenosa e d’origine esclusivamente sardo-corsa[18]. Nella realtà, però, non sappiamo come stessero le cose. Chi rideva del riso sardanio? I vecchi padri sardi, in sprezzo del proprio morire? I figli mentre li uccidevano, precipitandoli con raccapriccio rituale dalle rupi? I bimbi cartaginesi, immolati nel fuoco del fantomatico e probabilmente inesistente Molk? Il gigante di bronzo, Talo, nel bruciare le proprie vittime appena sbarcate a Creta? Le vittime di Talo, ustionate dal suo corpo bronzeo arroventato? L’incertezza è aggravata dai confusi e velleitari tentativi di spiegazione degli scoliasti[19], che – globalmente – riescono soltanto a dimostrare di non avere già più alcuna precisa memoria dell’origine del mito. Ciononostante, essi hanno avuto buon giuoco cercando connessioni credibili tra il verbo sairein e la forma perfettiva seserenai ed il vocabolo sardanion, tra i Sardi e Creta, tra i Sardi ed i Cartaginesi. La Farmacopea Popolare sarda è da sempre piuttosto ricca: molti sardi sono in grado tuttora di riconoscere l’euforbia (sa lua), la scilla, la digitalis purpurea ed altre erbe o arbusti con attività tossiche, o mediche, o alimentari. Il riso sardonico, però, forse non ha mai avuto – in origine, almeno – alcun vero rapporto con i Sardi e la Sardegna. Lo dimostrerebbero anche altre espressioni meno note, ma del tutto simili.
Il termine “lino sardonico” è riferito alla lavorazione del lino della Colchide, simile a quella egiziana[20]. E’ in ogni modo evidente che non si può attribuire di diritto alla Sardegna ogni vocabolo apparentemente corradicale. Per coincidenza, però, altre omonimie si trovano nella stessa zona: ad esempio, l’Olbia del Mar Nero[21]. Gli scoliasti non hanno cercato una correlazione convincente tra Lino sardonico e Sardegna, anche perché l’argomento è di gran lunga meno eccitante del riso terribile e mortifero. Inoltre, che i Nuragici fossero circoncisi si potrebbe forse crederlo[22], ma che producessero lino egiziano in un’Olbia sul Mar Nero e fossero addirittura negri, è davvero troppo. Il termine “sardonica” definisce una varietà d’agata, pietra preziosa che presenta un’alternanza di zone chiare ad altre, scure, usata come gemma; deriva dal latino Sardonyx, a sua volta dal greco “Onice di Sardi”, riferendosi però – in questo caso - all’antica città Lidia, non all’isola del Mediterraneo. La Sarda è anche un’altra pietra preziosa Lidia, usata anticamente per sigilli, che consiste in un calcedonio marrone rossastro, che si rinviene associata alla corniola.

Origine dei Sardi e della loro Lingua. Di questo già si è detto per esteso[23] in precedenza. Tra le numerose ipotesi vecchie e nuove, alcune semplicistiche e fantasiose, sembra più verosimile quella che ricostruisce a ritroso il percorso degli antichi Sardi fino al mare Egeo, all’isola di Creta e all’odierna Turchia[24], i cui attuali abitanti nulla hanno in comune con quelli antichissimi (né i tratti genetici, né la lingua, che ha la sua culla in una zona centro asiatica). Qualche ipotesi più azzardata si spinge fino a considerare le zone sud Caucasiche, forte anche delle numerose similitudini – su base culturale popolare - tuttora vigenti tra questa zona e l’isola sarda[25]. Gli eventi che hanno portato i Sardi ad essere quelli che vediamo, non sono di facile lettura. I Sardi antichi non uscirono dalla loro ‘culla’ già identici ai Sardi d’oggi, è evidente. In realtà, poi, vi furono più verosimilmente diverse ondate successive, in epoche differenti. Di alcune non è rimasto alcunché, a parte qualche resto osseo archeologico. Una di queste ondate fu più importante, perché dette inizio ad un processo economico, demico e sociale fondamentale, che caratterizza tuttora l’isola. Era composta di un gruppo d’agricoltori e pastori, che possedeva alcuni tratti culturali e genetici (non ancora unici, allora), riconducibili a zone precise. Questo equivale a dire che allora i Sardi erano in tutto simili alle popolazioni dalle quali si erano separati, partendo per il loro destino; non avevano ancora alcunché di unico e distintivo, salvo forse la volontà ed il coraggio d’intraprendere il viaggio. Giunti che furono sull’isola, andarono incontro a quegli eventi geografici, biologici e storici che li trasformarono in quelli che oggi chiamiamo, impropriamente, i Nuragici. Oltre a non essere pienamente dimostrata, questa tesi si presta a qualche critica metodologica. Tra le conseguenze delle continue tensioni e guerre in Turchia, Cecenia, Georgia, Iraq ed Afghanistan vi è, infatti, (oltre a tutto il resto) la chiusura delle frontiere ad ogni tipo di studio e di ricerca sul campo. L’interesse elettivo internazionale si è conseguentemente focalizzato da anni sulla Siria, come nuovo provvisorio paradiso di ricerca archeologica, paleoantropologia, genetica e storica. Non è quindi un caso che i più recenti risultati, in tutti quei campi specialistici di ricerca provengano in misura preponderante da una zona piuttosto ristretta, che potrebbe non essere sufficientemente rappresentativa del quadro totale. Inoltre, le vicende delle popolazioni e dell’ambiente di tutta una vasta area mediorientale sono state così perversamente complesse, da costituire ormai un rebus irrisolvibile.

Un popolo spezzato. Alcuni descrivono così i sardi, dopo la conquista straniera. Tale affermazione, d’indubbio effetto, deve essere rifiutata, per molti motivi. È vero che la conquista mise fine alla storia ed allo sviluppo indipendente dell’isola, così come sarebbe potuta essere e come noi non sapremo mai. Ma è altrettanto vero che i sardo-nuragici furono autori di un singolare miracolo, in una terra che, pur essendo molto diversa da come la vediamo oggi, non offriva quasi nulla. E’ noto che certi ambienti forniscono più materiale, con cui far partire (e condizioni più favorevoli, con cui continuare) il processo agricoltura - tecnologia - ricchezza - scrittura - armi - conquista - sviluppo. In alcune zone del mondo, non si sono mai raggiunti i traguardi dei Nuragici. Ad esempio, la Nuova Guinea, che è estesa come Francia ed Italia insieme, offre molto di più della Sardegna ed è stata popolata molto prima. Infatti, in Guinea approdarono i primi uomini che inventarono, nel mondo, le barche: essi v’introdussero la ceramica, l’allevamento d’animali da cortile e la manifattura dei metalli, ma il progresso, semplicemente, non s’innescò. Analogamente, si può dire di molte altre zone e dei loro popoli, alcuni dei quali furono sterminati, pur vivendo in terre più ricche e fortunate dei Nuragici. A volte, le fortune d’intere masse sono determinate dal capriccio dei pochi che sono al comando, come avvenne per la Cina[26], oppure per il Giappone[27]. Scelte sbagliate possono derivare da motivi religiosi, tradizioni radicate, oppure semplici errori. I sardi furono sconfitti, è vero, ma unicamente dal tempo, o per meglio dire, dalla mancanza di esso, in relazione alla lentezza di sviluppo che l’isolamento e l’ambiente imponevano. Resta loro, comunque, un merito che è al contempo un primato indiscusso: essi dettero inizio alla prima, grande Civiltà della Penisola Italiana, definita da tempo e con merito come “la Perla dell’Occidente Mediterraneo[28]”.
















[1] Il Great Zimbabwe assomiglia ad un nuraghe, costruito con piccole pietre, ma è stato costruito attorno al 900 d.C.
[2] È il Dinotherium Gigantisimum, risalente a 7 milioni d’anni fa, rinvenuto anche in Turchia e a Creta: era un quadrupede più basso di un metro e mezzo, probabilmente erbivoro, si suppone capace di nuotare.
[3] Il tossicologo dott. A. Varcari.
[4] Nel 1867, lo Spano giunse ad offrire (inutilmente) la somma di 1000 lire a chiunque gli portasse uno di questi enormi teschi, di cui anche in Sardegna si parlava e di cui anche G.A Masala scrisse (1803). Da Sard Antica N° 9, 1996: “Il mito dei giganti e il nuragico”, di G. Manca.
[5] M. Pittau,
[6] Storia della Sardegna,
[7] Inoltre, il Greco sardones si riferisce a reti da caccia; il francese sardun a reti da pesca (Pittau, OPSE, 1995, Delfino).
[8] Secondo Pausania e Solino, Norace avrebbe fondato in Sardegna Nora, provenendo da Tartesso in Iberia. Era figlio d’Erizia, nata da Gerione. S’interseca curiosamente con il mito dell’Occidente mitico e di Eracle, che avrebbe rubato le famose mandrie del re iberico e, in un’altra impresa, mirato ai pomi dorati custoditi dalle Esperidi, una delle quali aveva nome Erizia (“La Rossa”).
[9] L’uso più diffuso nella Sardegna barocca sembra essere stato quello di derivazione dal diritto canonico Spagnolo, che dava al marito la proprietà della dote della moglie. L’uso sardo era più sicuro, in caso di fallimento del marito e dava grande importanza alla donna (da Michele Carta, lettura sul periodo barocco nella Baronia, Orosei, 2003).
[10] Il Sardegnolo è comparso per la prima volta in “Pinocchio”: è molto vivace, di piccola taglia, dal dorso grigio e con ventre chiaro, molto diverso, pertanto, dall’asino albino con occhi azzurri dell’isola di Caprera, a maggior rischio d’estinzione.
[11] Richard Evershed, biochimico dell’Università di Bristol, 2001.
[12] Ad es.: da “camu” – il bastoncino/museruola usato per svezzare gli agnelli, deriva “camuso”, per l’aspetto più tozzo che assume il musetto dell’animale. Il Lat. Asinus deriva da Ainu, etc.
[13] Insomma, il Neosardo sarebbe il risultato della romanzizzazione di una lingua Paleosarda che, almeno in alcune sue parti, attraverso l’Etrusco, aveva precedentemente contribuito a formare, o almeno influenzato, il Latino stesso.
[14] Specialmente l’antichità di questo legame sembra legittimare quelle connessioni della Sardegna con l’Egeo e Creta, con il mito di Talo, con il racconto Erodoteo della migrazione, con le vicissitudini dei misteriosi Pelasgi, etc. più autorevolmente descritte in dettaglio altrove (Pittau,).
[15] Si tratta di una contrattura spasmodica dei muscoli masticatori (masseteri, temporali e pterigoidei), con impossibilità di aprire la bocca. Il tetano, o rigor nervorum è una malattia tossinfettiva causata dalla tossina del clostridium tetani, generalmente in seguito a contaminazione di ferite lacero-contuse. La malattia è oggi rara, ma di prognosi tuttora gravissima.
[16] Odissea, XX, 302. Omero, in verità, non fa mai menzione alla Sardegna. È vero che, in seguito, parla di Feaci e della loro terra, la Scherìa, (Od. VI, 204, 270; VII, 36, 81-102,108,328; VIII, 120,247, 253, 262, 380, 390), ma il Mediterraneo offre varie località che possono identificarsi con i luoghi omerici.
[17] M. Pittau: “Origine e parentela dei Sardi e degli Etruschi” Delfino Ed. 1995. Vi sono illustrati gli stretti rapporti tra Kronos, (cui sacrificavano i Sardi), Saturno (i Romani), Satre (gli Etruschi) e la corrispondenza con santu Sadurru.
[18] Come Erba Sardonia, pertanto, è maggiormente indiziata della prima, che è relativamente rara in Sardegna.
[19] Una schiera disomogenea di chiosatori di testi antichi e famosi, alcuni dei quali perduti in originale. Gli “scolii” risalgono ad un lungo periodo che va dal I sec d. C. al XV secolo. Contengono errori degli amanuensi, omissioni, interpretazioni personali, etc.
[20] Storie, II, 105. Erodoto descrive i Colchi come probabili discendenti di militari egiziani, di pelle scura e con capelli crespi, rimasti in quelle terre dopo la conquista di Sesostri, dando per scontato che ne hanno conservato nel tempo memoria, usi e costumi, tra cui la pratica della circoncisione.
[21] Ne esiste anche una in Gallia, fondata dai coloni greci Massalioti. Olbìa, significa in greco: “ la Felice”. Un nome d’uso comune per un fondaco greco, come adesso “la bella Napoli” per una pizzeria.
[22] La circoncisione ebbe una grande diffusione rituale religiosa, come patto d’alleanza tra uomo e divinità, nel lontano passato. In seguito, fu sostituita da altre cerimonie religiose non mutilanti (ad esempio, il battesimo): oggi è limitata ad ebrei e musulmani e, nella medicina, ai casi clinici che la richiedono (fimosi prepuziale, frenulo breve etc).
[23] Vedi S.A. # 18 e 19. “Orizines”.
[24] In cui si trovava l’antica Lidia, con capitale Sardi. La cui pronuncia, però, (sfard) non era omofona con Sardegna.
[25] Alcune sono state descritte in “Orizines”, molte altre sono direttamente note a chi abbia visitato il nord dell’Iran. Le abitudini alimentari, in specie il pane, molto simile al “caresatu”, ma anche la presenza d’altre specialità (formaggi, dolciumi), che non possono essere frutto di mera e semplice improvvisazione, ad es.: “sa corda”, del cui passaggio in Grecia il “cocorezzi” costituisce una prova.
[26] Motivi di potere interni interruppero la navigazione della marineria più avanzata. Distrutta la flotta, anche il commercio e lo sviluppo della società intera ne soffrirono.
[27] La distruzione di tutte le armi da fuoco, voluta per motivi di prestigio personale dagli spadaccini Sho-gun, durò fino a quando gli eventi costrinsero alla loro reintroduzione, per evitare alla nazione di soccombere.
[28] G. Patroni, La preistoria, 1951.