Archeologia
sarda, tra mito e realtà.
Quando finì il periodo nuragico? Non c’è consenso comune
sulla risposta, che potrebbe, però, essere in qualche rapporto con il vocabolo
italiano “Sardigna”. Con esso s’indicava un luogo suburbano
in cui relegare i residui di macellazione e che oggi definisce, all’interno di
un macello, un locale destinato a carni infette non commestibili, tornato
tristemente d’uso comune per via dell’epizoozia detta “mucca pazza”.
Tutt’oggi, una zona di Firenze, fuori porta S. Frediano, si chiama Sardigna,
dall’antico uso di gettarvi in Arno le carcasse di quadrupedi. La più
verosimile connessione è attraverso la presenza, in Sardegna, di un’endemia
malarica da tempi molto antichi e della sua identificazione con una zona
malsana.
Già i romani applicavano il famigerato
trasferimento
punitivo in Sardegna,
che però allora non comportava soltanto l’allontanamento dalle sedi centrali
privilegiate di potere, bensì anche un forte rischio statistico di contrarre la
più grave forma di malaria perniciosa. Quest’ultima era spesso mortale per i
Latini, che non erano protetti
dalla malattia, a differenza dei nativi dell’isola.
Tra le misure arcaiche per difendersi dalla malattia, rinveniamo quella di
accendere grandi fuochi con legna resinosa di conifere, allo scopo di purificare l’aria, che in realtà doveva essere efficacissimo,
allontanando gli insetti. Oggi sappiamo che il calore del fuoco ed il fumo, da
qualsiasi barbecue o falò valgono
bene all’uopo. Altri rimedi empirici della medicina popolare sarda, più
recenti, sembrano molto meno raccomandabili: decotto di biondella, eucalipto, petali di rosolaccio, cimonida, gramigna e arrù crabio, talvolta con l’aggiunta di fichi secchi e miele per
ottenerne uno sciroppo.
Non si possiedono prove certe sul reale impatto che la malaria ebbe sulle
popolazioni antiche. L’andamento naturale della malattia è caratterizzato da
periodi alterni di recrudescenza e remissione nell’ambiente non protetto, con
effetti che possono essere devastanti su una popolazione.
Alcuni autori hanno
formulato l’ipotesi che il declino di varie civiltà - Etrusca, Magno Greca e
Sarda - sia stato almeno in parte determinato dalla malaria, seppure in epoche
diverse.
Per l’Etruria, lo spopolamento avrebbe avuto inizio già nel VII secolo a. C.
per durare sino all’anno mille della nostra era.
L’ipotesi di un rapido declino malarico della civiltà nuragica è interessante e
teoricamente possibile, ma non è stata chiaramente documentata. L’indebolimento
della popolazione potrebbe averne minato le capacità di difesa.
È senz’altro
possibile che l’introduzione del ferro nel 1000 a.C. sia stata un fattore determinante
del declino nuragico.
Non mancano altre e più affascinanti teorie: ad esempio, quella che
identificherebbe la Sardegna con Atlantide. La parte meridionale dell’isola
sarebbe stata spazzata da onde di maremoto, che avrebbero distrutto tutte le pareti
a sud-est dei nuraghi del Campidano, seppellendo nel limo Barumini fino alla
sua scoperta. La creazione dei miti non si arresta
mai, è vero. Se un giorno si rinvenissero tracce stratigrafiche inconfutabili,
o altri documenti, comprovanti che la Sardegna è stata Atlantide, le colonne
d’Ercole sono state in Sicilia
e la Tartesso tutta d’argento non si trovava in Spagna, bensì nascosta da
qualche parte nel Sulcis, a molti di noi, ammettiamolo sinceramente, non
dispiacerebbe affatto… Per il momento, però, è bene non volar troppo alti. La
zona che ha subito un destino maggiormente compatibile con quello della mitica
Atlantide è l’isola vulcanica di Thera Santorini, nell’Egeo a nord di Creta.
Studi comparativi d’accrescimento dendrocronologico su alberi estremamente
longevi, stratigrafici dei ghiacci polari, di alcuni archivi cinesi, permettono
di stabilire la data della distruzione dell’isola di Thera attorno al 1628 a.C..
Forse, infine, Platone semplicemente inventò di sana pianta - nei suoi dialoghi Crizia e Timeo -
la perfezione d’Atlantide (potente, civile e sacra a Poseidone, più grande
della Libia e dell’Asia), spinto anche dal rimpianto per l’abbandono del suo
maestro Socrate e per i suoi insegnamenti. L’eruzione di Thera fu,
probabilmente paragonabile o maggiore di quella del vulcano Tambora (1815,
92.000 morti) e quindi molte volte superiore a quella, più famosa perché ebbe
testimoni occidentali, del Krakatoa (1883, 36.000 morti). Un disastro di
portata globale lascia – piuttosto che chiacchiere neo-catastrofiste – tracce
ben evidenti.
Tuttora non esiste consenso su questioni, anche
fondamentali, riguardanti il prezioso patrimonio archeologico sardo. Gli
archeologi considerano un’indebita ingerenza ogni tentativo d’intromissione in
quello che loro vedono come un proprio campo esclusivo. Non v’è dubbio alcuno
che ciò sia giustissimo in alcuni casi, ma sia un atteggiamento francamente
sbagliato e controproducente, se assunto nei confronti d’altri seri
specialisti. A questo proposito si può di passaggio ricordare che fu un
architetto inglese d’origine greca, Michael Ventris, a
decifrare l’antico Lineare B; un commerciante avventuriero tedesco, Schliemann, scoprì e scavò
Troia (seppure con metodi molto poco ortodossi ed animato da un ego mitomane); un subacqueo sportivo, Henry Cosquer, ha scoperto l’ingresso della più
antica grotta preistorica dipinta (più antica di quella di Lascaux). Nessuno di
costoro era un archeologo, ma l’indiscussa rilevanza, anche archeologica, del
loro apporto alla cultura è più che evidente. Per restare più vicini a noi, si
potrà rilevare come la lingua etrusca abbia cessato di essere un mistero quando
finalmente a tradurlo non sono più stati gli archeologi, bensì gli esperti di
lingue: oggi n’abbiamo una conoscenza forzatamente incompleta, ma soltanto i
commercianti ciarlatani parlano ancora di “sfinge etrusca”. Ad onore del vero,
esistono sicuramente numerosissimi casi di segno contrario, in cui l’intervento
di un archeologo avrebbe permesso di salvare patrimoni inestimabili: per
brevità si può citare il caso della recente distruzione dei giganteschi Budda
rupestri afgani da parte di fanatici religiosi. Se da un lato l’atteggiamento
di chiusura è criticabile perché controproducente, quello d’apertura
indiscriminata lo è anche di più, perché antiscientifico.
D’altro canto, è opportuno che l’archeologia diventi meno ingessata, accogliendo nei suoi metodi di ricerca specialisti
d’altre discipline, in un clima di collaborazione sicuramente benefico, ai fini
dei risultati. Si obietterà che ipotizzare tutto questo sia facile e bello,
mentre altra cosa è il trasformarlo in realtà
. Nella pratica, però, abbiamo di fronte agli occhi studi di monumenti
stranieri che di per sé costituiscono un costante rimprovero per il nostro
mondo scientifico: si pensi a Stonehenge. Il sito è stato studiato in modo approfondito, nel corso degli anni.
Sono sicuramente stati commessi alcuni errori
concettuali, che vanno considerati fisiologici in qualsiasi studio, che
prosegua per tentativo ed errore. Di Stonehenge si è calcolato con buon’approssimazione
il numero d’ore lavorative necessario per la costruzione; sono state scelte con
spirito critico le più verosimili tra le varie funzioni astronomiche
ipotizzate; sono state vagliate le possibili tecniche costruttive con metodi
sperimentali; è stato definito l’arco d’anni d’utilizzazione; se ne conoscono
le varie fasi evolutive nel tempo, dal primo cerchio in legno fino alle
modifiche strutturali tardive. E’ vero che, parallelamente, si è sviluppata la
falsa mitologia ossianico-druidica,
ma con scarsa incidenza, oggi, a fronte della mole degli studi. Il risultato,
di questo differente atteggiamento, è che Stonehenge (con gli altri coevi
monumenti megalitici inglesi ed i woodhenges) è comunque più conosciuto in
campo internazionale, di quanto non siano i monumenti sardi, molto più
numerosi, almeno altrettanto mirabili, molto più vari, ma colpevolmente molto
meno studiati. Se ci riferiamo ad esempio ad un nuraghe, ebbene possiamo
affermare che oggi non possediamo, al riguardo, alcun’idea definitiva di consenso comune
su di esso. Non sappiamo quanto tempo
richiedesse la sua costruzione, giacché non abbiamo stabilito in modo preciso
la tecnica edilizia, né si sono condotti seri esperimenti in merito. Non
sappiamo chi fosse preposto alla
costruzione (maestranze itineranti specializzate ben pagate? artigiani locali e
liberi, presenti in ogni comunità? se schiavi, come con leggerezza talvolta si dice, quali? e perché
schiavi e di chi? Non è stata
descritta una credibile società sarda arcaica). Inutile entrare nel ginepraio
della finalità funzionale del nuraghe, su cui è fiorita un’ormai troppo lunga
diatriba per anni, che tuttora vede ufficialmente vincente la tesi di gran
lunga meno convincente.
Non si conosce con certezza la loro data di costruzione, né si sono stabiliti
dei precisi limiti di tempo tra i quali essi avrebbero avuto vita e fortuna.
È giustificata, ancora oggi, una domanda che non dovrebbe più esserlo: come sono stati datati i nuraghi? Quel famoso trave
ligneo incastrato nella cupola centrale del nuraghe di Barumini
è stato o non è stato usato per una datazione al C14 e dendrocronologica?
Simili mortificanti considerazioni possono farsi per le tombe dei giganti, per
i pozzi sacri e - in special modo - per lo “ziqqurat” di Monte d’Accoddi. Da
ciò, tra l’altro, deriva che i nuraghi sono poco noti nel mondo e perfino nella
penisola italiana, mentre Monte d’Accoddi è sconosciuto persino a molti sardi.
In tale situazione, come garbatamente fa notare G. Manca, quasi tutto si può
impunemente affermare, senza troppo temere smentite, circa il passato della
Sardegna. Purtroppo, è proprio quello che accade, da sempre.
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Il Santuario di Monte d’Accoddi: le
vicende moderne del tempio hanno inizio con la donazione allo Stato di un’amena
collinetta, alta dieci metri circa.
Sita a 11 km da Sassari, sulla strada per Porto Torres. La donazione, da
parte dell’allora senatore Antonio Segni, fu accompagnata dalla raccomandazione
di cercarvi quel qualcosa che certamente
vi si celava, probabilmente un nuraghe. L’archeologo Ercole Contu fu scelto
dalla soprintendenza e si avvalse della mano d’opera d’una cinquantina di
detenuti, “prestati” dal carcere dell’Asinara. La costruzione rinvenuta fu
coraggiosamente definita una piramide a gradoni, di tipo mesopotamico. Fu rinvenuto un “obelisco” (menhir) di quasi quattro metri e mezzo, abbattuto,
ed un lastrone ovale di oltre tre metri, su sostegni di pietra, di sicuro
significato sacrale (altare, simbolo solare). I risultati degli scavi furono
accolti con freddezza ed i lavori abbandonati fino al 1979, quando l’ormai
sovrintendente Contu affidò nuovi lavori a Santo Tiné, docente d’archeologia di
Genova. Fu descritta la “stanza rossa” (un locale rettangolare, di pietre
cementate con malta, con pareti e
pavimento dipinti d’ocra rossa), fu rinvenuta una stele di poco più di un metro
raffigurante una divinità femminile, sita in cima al monumento, sul lato
opposto alla rampa d’accesso. L’interpretazione che ne fu data fu la seguente:
prima del 2400 a.C. esisteva un sito megalitico di tipo mediterraneo (menhir e
altare); dopo accadde qualche cosa,
per cui fu costruito un “posto alto”, con rampa d’accesso laterale, sormontato
da un tempietto in muratura cementata e dipinta. Vi fu una distruzione col
fuoco, di cui sono state riconosciute le tracce. Seguì una ricostruzione con
sopraelevazione fino a dieci metri d’altezza, che inglobò la vecchia rampa
laterale, rendendo necessaria una rampa frontale, lunga quarantadue metri,
larga tredici. Probabilmente, in cima al nuovo posto alto si trovava un altro
tempio, di cui, però, non è rimasta traccia. La presenza di una batteria
antiaerea durante l’ultima guerra non ha certo aiutato. Tutt’intorno, si sono
rinvenuti numerosi idoletti femminili, definiti del tipo cicladico e centinaia di migliaia di conchiglie, accumulate in
piccoli pozzetti votivi, segno di un lungo periodo di fortunata devozione al
sito. Gli archeologi sono estremamente prudenti nel formulare qualsiasi
tentativo d’ipotesi, per non incappare nel ridicolo bruciante d’una pubblica smentita.
Anche il termine Ziqqurat è pronunciato timidamente. Ma, infine, ci si
chiederà, di che cosa si tratta?
Certamente di una costruzione edificata da uomini, che
devono pertanto avere avuto idee umane, mezzi reali, motivazioni valide e
necessità che noi conosciamo bene, perché in massima parte le condividiamo,
oggi, con i nostri antenati di allora. Anche se oggi possediamo, in più,
acquedotti ed elettrodotti. La cesura culturale con l’ambiente circostante è
chiara, tanto da far presupporre la disponibilità di una certa forza che la
garantisse. Analogamente, le tracce di distruzione con il fuoco permettono di
ipotizzare l’uso della forza, forse nel corso di una reazione violenta da parte
dei nativi. La mole del lavoro è notevole, il che presuppone una discreta
quantità di mano d’opera. La motivazione, non trattandosi di una tomba, è più
probabilmente di culto religioso e, forse, simbolica e richiede la presenza di
un rappresentante del culto, oltre che di un architetto (forse nella stessa
persona). La popolazione d’origine degli edificatori, perciò, è almeno
organizzata in Chefferie, se non già in Stato. La tecnica edilizia, molto
avanzata per l’epoca, rende giustizia al successivo nome di “
punto di
passaggio” che i naviganti Eubei dettero
all’isola, ma
permette anche di ipotizzare che i nuovi venuti possedessero altre perle
preziose nel loro bagaglio culturale e che le divisero con gli indigeni.
Dovremmo cercarle. Perché non considerare autoctoni questi costruttori? Perché
se lo fossero stati, probabilmente non avremmo soltanto un Altare di Monte
d’Accoddi, ma più d’uno, magari in differente stato di conservazione e non
coevi, similmente a come accade per i nuraghi. Ciò equivale ad affermare – con
un certo coraggio – che un numero imprecisato (ma discretamente elevato) di
stranieri (includenti militari, operai e individui di rango più alto, dotati
d’istruzione e di motivazioni religiose), di più probabile provenienza
asiatico-egea, sbarcarono (o naufragarono?) circa quattromilacinquecento anni
fa presso Platamona (?), si stabilirono lontano dalla costa, costruirono un
tempio a gradoni (e un villaggio) e vi si stabilirono per un tempo ignoto, ma
presumibilmente lungo. Lentamente, poi, scomparirono, forse per la malaria (?)
e non ebbero più la capacità d’imporre i propri costumi differenti da quelli
dei nativi. In Beozia esiste un altro tempio a gradoni: la tomba d’Anfione e
Zetos, primi mitici fondatori di Tebe.
Si tratta di un posto molto venerato in tempi classici, che risale al III
millennio a. C. (pressoché coevo all’altare di Monte d’Accoddi) e che fu
purtroppo depredato prima di essere sistematicamente studiato.
Altre numerose costruzioni a gradoni esistono ancora in Sicilia, ma è stato
dimostrato che sono molto tardive, risalendo ad un’azione di spietramento dei terreni, effettuato dagli agricoltori negli
ultimi tre secoli.
Monte d’Accoddi, certamente, non è frutto di spietramento: costituisce
un’eccezione mondiale ed un mistero, che la Sardegna conserverà fino ad un
nuovo studio più fortunato, deciso, completo e comparativo, oppure per sempre.
Si devono fornire anche suggerimenti, non solo critiche,
si dirà. Ebbene: in Sardegna non sono stati condotti studi archeologici
incrociati con marcatori culturali, quale la matematica, per citarne almeno
uno. È necessaria una digressione, che possa illustrare meglio la proposta.
Non sembra esistere una convincente spiegazione per la
quale i Babilonesi avessero adottato il 60 come base per la loro numerazione.
Tutte le lingue indoeuropee adottano il medesimo metodo, per contare;
possiedono una serie di parole molto simili per esprimere i numeri. Sembra che
il sistema decimale derivi dall’uso delle dita delle mani. E’ stata formulata
l’ipotesi che l’origine del sistema babilonese con base 60 fosse astronomica, con
la rappresentazione dell’anno come 6 giorni per 60, ma non è certo
.
Sicuramente, però, 60 è una quantità conveniente
a scopi commerciali. E’ scomponibile in un gran numero di fattori (2,
3, 4, 5, 6, 10, 12, 15, 20, 30) e pertanto semplifica le suddivisioni in misure
più piccole, senza l’uso di più complessi numeri frazionari. Il fatto che il
sistema di conteggio indoeuropeo (su base decimale) si sia in seguito
affermato, ha qui poca importanza e probabilmente, è in diretto rapporto con il
successo che le lingue indoeuropee hanno avuto sulle altre. Ciò che di
babilonese è rimasto, ad esempio, è il sistema posizionale, per cui noi sommiamo le unità con le unità, le
decine con le decine, le centinaia con le centinaia, adottando un sistema che
letteralmente “pensa” per noi e
ci rende più facile il conto. E’ qualcosa di semplice, che sembra quasi
automatico, oggi, ma che sarebbe totalmente impossibile con i numeri
romani (ad esempio, si provi a sommare XIX
e XVI mettendoli in colonna, o come si preferisce). I babilonesi introdussero
anche una notazione particolare (prima uno spazio vuoto, poi un punto) col
significato di “zero”.
Prescindendo dalla minore versatilità specifica delle
popolazioni, si deve ammettere che “
il senso del numero” esiste già persino nel mondo animale
e ovviamente nell’uomo, prima ancora di acquisire quella capacità d’astrazione
con cui lo rappresenta graficamente e lo elabora.
In civiltà molto primitive, esistono soltanto vocaboli per esprimere il
concetto di uno, due e molti.
Anche in molte lingue europee sopravvivono i vocaboli primo e secondo,
che non corrispondono ai rispettivi uno, due; da terzo in poi, invece, la corrispondenza tra numerali ed
ordinali è completa. Ciò dimostrerebbe che le parole uno e due
appartengono ad un’epoca molto anteriore, corrispondente ad una matematica più
primitiva e naturale, che però ha lasciato tracce culturali. Una concezione più
primitiva e limitata del contare è probabilmente presente nelle parole che
indicano specificamente alcuni oggetti, quali ad esempio: un paio di braccia, una coppia di pernici, un duetto musicale. Un concetto analogamente arcaico potrebbe
essere espresso dal sardo “unu kemu” (= una manciata, quattro, cinque?).
La lunga digressione serve per sostenere meglio quanto
segue. Si potrebbero considerare sotto questo punto di vista anche i reperti
“nuragici” e “prenuragici”, misurandoli e pesandoli accuratamente e valutandoli
matematicamente o altrimenti e confrontandoli con reperti simili d’altre zone.
I sassi levigati artificialmente, del peso di “circa” 500 grammi e di “circa”
un chilo e mezzo, (reperiti in diversi nuraghi, ad esempio il “Santu Antine” e
tuttora di significato ignoto); i 17 ‘lingotti’ di rame, di circa 30 kg (o
talenti
a forma di pelle bovina, ox hide
ingots), marcati con lettere minoiche, e
definiti di provenienza egea , non potrebbero – insieme con altri reperti,
forse - rappresentare frazioni o multipli d’unità di un antico sistema di
misura? Lo studio in tal senso potrebbe rivelarsi una ricerca con esito ultimo negativo,
ma potrebbe anche inaspettatamente offrire interessanti novità culturali sulla
civiltà antica della Sardegna e sulla sua provenienza. A questo proposito sono
interessanti direzioni di ricerca
le possibili misure lineari nuragiche,
ipotizzate molto credibilmente su base antropometrica, proposte da alcuni, in
particolare la yarda megalitica. Anche l’asserzione della conoscenza
pratica, da parte dei costruttori di
nuraghi, del teorema di Pitagora,
meriterebbe maggiori indagini. Si dovrebbe, però, iniziare una sperimentazione
programmatica: risolvendo un problema che è, prima di tutto, di disposizione
mentale verso la materia di studio.
La mistificazione è di casa nella Storia, perché il potere
non può, né sa prescindere dalla manipolazione dei fatti, spesso complicandosi
o scontrandosi con vari nazionalismi, conservatorismi ed irredentismi. Il
potere crea sempre un’ideologia per proteggersi da spinte centrifughe,
ricorrendo anche alla religione, fino dai tempi delle prime Chefferie. Non può
stupire che la Sardegna, impigliata nelle trame sognanti del mito fino a tempi
ormai storici, n’esca soltanto a fatica e soltanto per giustificare le più
strumentali millanterie da condottieri militari stranieri di vario genere.
L’avvenuta e
completa conquista cartaginese
è oggi spesso negata per motivi d’orgoglio nazionalistico; la capillarità anche culturale della conquista romana è rifiutata
per lo stesso motivo, anche se l’unicità del neosardo la testimonia in modo
definitivo ed incontrovertibile. Il sincretismo religioso che ha fatto
indossare panni cristiani a preesistenti divinità pagane è passato sotto
doveroso silenzio, nelle sedi dei martirologi di antichi santi con nomi
nuragici. Qualcuno
ostinatamente sostiene che le navi sarde fossero munite di alettoni, che
permettevano una velocità superiore alle navi normali.
Invece le navi sarde, essendo costruite in legno, non potevano avere alettoni,
perché questi ultimi, sottoposti a stimolazioni meccaniche, avrebbero
danneggiato il fasciame e determinato il naufragio del vascello. La presunta somiglianza tra le navi bipropre degli antichi Sardi
ed il tardo Drakkar Vichingo, unitamente all’inesistente somiglianza tra gli elmi cornuti e crestati dei
Sardi e quelli che erroneamente si attribuiscono ai Vichinghi (che invece non
li ebbero mai, nella loro storia), ha fatto parlare e persino scrivere di
fantasiosi contatti tra le due popolazioni. Si tratta di mitogenesi recente, molto cara all'Armata Brancaleone dei fantarcheologi.

L’episodio leggendario che si racconta intorno al
castello
di Posada, possiede
tutte le caratteristiche della beffa arguta di repertorio, di sapore medievale.
Il castello era sotto assedio da parte di pirati musulmani, come più volte
può essere successo, data la posizione invitante. La situazione era difficile
per ambedue le parti, assediati ed assedianti, a causa della scarsità di scorte
alimentari. Ecco che dal castello parte un fitto volo di piccioni, alcuni dei
quali facile preda degli arcieri arabi. Ma ecco l’amara sorpresa: i piccioni
hanno il gozzo pieno di fave e ciò può soltanto significare che il cibo non
scarseggia nel castello, se gli occupanti possono permettersi di trattare così
bene persino i piccioni. Gli arabi non intuiscono il trucco disperato degli
assediati e credono di non avere speranze di conquista: prendono il largo, risparmiando
così l’estenuato borgo fortificato, che da allora si chiamò il Castello della
fava. Sicuramente una favola affascinante,
anche se di maniera, che deve essere stata copiata a più riprese e attribuita
ai posti più disparati, nel tempo.
Ben diversa e più dura la realtà dei fatti: sappiamo infatti dai resoconti
storici,
dalla distribuzione dei cognomi
e dalla genetica che gli
abitanti di vari insediamenti più ameni ma più esposti (Siniscola, Torpé) si
ritirarono verso zone più produttive e più sicure dell’interno, per sfuggire
ora alla malaria, ora ai saraceni, oppure alle carestie ed al sovrappopolamento.
Le realtà umane, purtroppo, sono talvolta misere, spesso addirittura noiose e
sempre molto meno reboanti di come si vorrebbe, ma possiedono genuine misure
umane, le uniche compatibili con il Vinciano Canone dell’Uomo: è ingiusto ed
ingeneroso non riconoscere la vera dignità là dove ce n’è di cristallina,
soltanto perché appartiene a semplici uomini normali, che ubbidiscono alla
legge di gravità, dell’invecchiamento biologico e a tutte le altre leggi
fisiche del mondo reale.
Lo stemma dei quattro mori fu trasformato, dall’insipienza
burocratica ed indifferente di una tipografia statale Sabauda, in una crudele
metafora dello stato coloniale dell’isola. I quattro turbanti che incoronavano
i re mori, sconfitti da Pietro il Grande d’Aragona, divennero sottili bende
sugli occhi di semplici servi. Il simbolo glorioso della vittoria militare sul
campo divenne, più tardi, l’amara espressione di resa di una terra povera e
tradita da troppi falsi programmi di Rinascita. Ora rappresenta, ai più, un
esempio umoristico involontario di questo genio dell’uomo per la mitogenesi,
oppure è un segno rabbioso ed incompreso, graffiato sul granito per monito e
per protesta. Ma il turista col naso spellato e soprattutto ogni giovane sardo, dovrebbero conoscere anche la
verità: quello è proprio il simbolo intorno al quale i fantaccini della Brigata
Sassari comprarono con il sangue alla Sardegna un antico vessillo, un tempo straniero
e male accetto, ma ormai tutto sardo, di diritto, e sacro. Erano pastori,
artigiani, operai e contadini, che impararono a vivere (e, per l’appunto, a
morire) insieme, sotto quel simbolo e non vorrebbero certo restituirlo, né
cambiarlo con altri, oggi: ecco finalmente un mito positivo, ancora vivo
tutt’oggi, che parla di valori nazionali condivisi e che può essere d’esempio
buono, affinché la Sardegna prosegua da sé sul sicuro cammino di crescita che
da qualche tempo ha intrapreso, da sola. Forza paris, in
questo contesto, suona come un rispettoso e dovuto omaggio ed un augurio, per nulla arrogante, né fuori luogo...
Jung ebbe a dire: “Non si può invertire il giro della
ruota e tornare a credere per forza ciò di cui si sa che non è. Ma si può
provare a render conto del significato dei simboli”. Questo può applicarsi vantaggiosamente anche alla tradizione
dell’isola, oltre che al metodo della psicanalisi. I sardi, oggi, devono
tentare di render conto di quei simboli controversi – miti, favole, leggende –
che potranno ormai sembrare confusi e forse incomprensibili, ma che possiedono
un profondo significato per il solo fatto di essere esistiti, di essere stati
creati per errore, o per esigenza, o addirittura per caso. Soprattutto,
di essere stati creduti veri dai nostri padri.
Un’isola in un mare
di simboli. Nella sua travagliata storia millenaria e nella semplice e
ricca tradizione popolare, la Sardegna è, infatti, intrisa di simboli d’ogni
specie, grazie proprio al conservatorismo isolano che quei simboli ha fino ad
ieri gelosamente custoditi dall’ingerenza forestiera, e dal logorio del tempo,
per tramandarli con fiducia ai propri figli. Questi ultimi li ricevevano con
rispetto timorato e quasi rituale, ossequiando il detto: “
Osserva il comando
di tuo padre, non disprezzare l’insegnamento di tua madre”.
Questo comportamento, unito al perdurante scarso popolamento dell’isola, ha
così permesso ancora oggi agli studiosi di rinvenire, ben conservate, numerose
reliquie del passato, che altrove il passaggio irrispettoso dell’uomo ha
guastato e manomesso e che nuove inutili mode hanno cancellato per sempre,
anche nel ricordo degli anziani. Un Mito
buono, tradizionale, antico, è realmente esistito. Va correttamente
interpretato. Esso ci spiega perché siamo diventati quelli che siamo oggi e da
dove siamo partiti, seguendo sentieri spinosi e contorti, che sono solo nostri.
Esistono poi miti cattivi e
falsi, frutto di recenti contaminazioni, d’interpretazioni sciatte o troppo
entusiaste, di mistificazioni volutamente fuorvianti, ideati soltanto per
abbindolare un compratore… Oggi, quasi ci si vergogna dei propri antichi
costumi sardi, dei miti e persino dell’accento, come di cose polverose e
vecchie, da relegare pudicamente in sa credda, se non addirittura da bruciare senza rimpianti,
perché ormai sorpassate. Sempre meno giovani sardi sono sardi “veri”, con tutta
la dignità e la piena memoria del proprio essere sardi.
Alcuni non parlano, né scrivono il sardo. S’imitano comportamenti non sardi,
prendendo avidamente dall’esterno, prima se non solo, i difetti e
le superficialità più evidenti e deteriori, in un processo lento ma inesorabile
d’amalgama con il futile e l’effimero, perdendo così, col tradirlo, un grande
patrimonio inestimabile e unico, fragile ed antico.