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domenica 1 febbraio 2015

Dal 'Manifesto Sardo': "Identità"




 Identità

1 febbraio 2015


di  Giulio Angioni

Le identità si potrebbero un po’ paragonare al vino, buono quando è buono: ma non sempre, tanto che è meglio un astemio che un alcolista. Migliore ancora sarebbe paragonarle a misture plurime ben dosate, per dire che, dovendo scegliere, come spesso accade, si può rivelare migliore la commistione della differenziazione, l’omologazione meglio del radicamento, il globale meglio del locale, il meticciato meglio della genuinità, il bastardume meglio del più rigido pedigree. Ma la storicizzazione a posteriori e più ancora l’uso attuale dei sentimenti elementari come quelli identitari sono cose difficili, che però non possono restare nell’ovvio indisturbato. Cinquant’anni fa, anticipando lo “sguardo cosmopolita” alla Ulrich Beck (2004), Antonio Pigliaru, pensando all’identità sarda, ha scritto che bisogna evitare sia l’etnicismo ristretto (lui scriveva regionalismo chiuso) sia il cosmopolitismo di maniera, cioè sradicato e quindi inservibile come supporto al comprendere e all’agire pratico-politico.
Scegliere, come suggerisce Amartya Sen, una sorta di ragionata via di mezzo è difficile, ma è anche ovvio e necessario almeno allo studioso, anche quando la via di mezzo esponga al rischio di essere malvisto sia dagli entusiasti che dagli scettici delle varie identità. Come probabilmente accadeva, per esempio, negli ambienti risorgimentali dell’Italia del secolo scorso, guai a proclamarsi prima di tutto lombardi o siciliani piuttosto che italiani. Oggi in Italia siamo avanti sulla via del sentire al contrario, nel bene e nel male. Chi ricerca su questo tema si sporca le mani, o meglio ci impegna il cuore e altri organi interni e spesso rischia di venire alle mani, perché spesso si è implicati esistenzialmente anche quando si cerca solo di capire, di studiare, di distinguere e di unificare, mentre intorno si levano vessilli e si proclamano slogan che invocano certezze su questo terreno che diciamo dell’identità, territorio quanto mai incerto, mutevole, problematico, ma più congeniale allo scontro e all’affronto piuttosto che al confronto, alla pretesa di certezza piuttosto che al dubbio e all’ipotesi, all’esame, all’analisi, alla raccolta e alla discussione di dati intersoggettivi di ricerca.
Nella foresta intricata di discorsi anche solo italiani recenti intorno all’identità ci sono ampie radure e vie che vi conducono. C’è soprattutto una convergenza su due idee importanti: il carattere processuale dell’identità, sempre in flusso e in riaggiustamento più o meno rapido; e il carattere di solito plurale delle identità in cui si è implicati sia individualmente sia collettivamente; con la complicazione che invece è bisogno o pretesa di molte forme di identità la rivendicazione di unicità e di contenuti immutabili e perenni, la proclamazione dell’irrinunciabilità a essere sempre stati quel si vuole continuare a essere per sempre. Sono molti gli scritti che mettono in guardia contro i pericoli o i mali dell’identità – uno per tutti in Italia, il provocatorio Contro l’identità di Francesco Remotti (2001) – discorsi innescati soprattutto da fenomeni gravissimi come i genocidi jugoslavi o africani, passando per i fondamentalismi religiosi o di altro genere fino ai leghismi padani.
Anche l’economista Amartya K. Sen ha più volte trattato del problema dei risvolti negativi dell’identità, preoccupandosi di individuare le modalità per intendere, sentire e quindi vivere razionalmente in nuovo modo l’identità, che e gli sottopone alla ragione, in un periodo della storia del mondo in cui i conflitti identitari sono numerosi, massicci e violenti e innescano dibattiti dove le vedute di Sen si inseriscono in presa diretta con vicende in corso. Sen non può non impegnarsi in una critica dura di certi comportamenti, ma anche non prendere sul serio vedute come quelle notorie di Samuel Huntington, che da subito dopo la fine della divisione del mondo nei due blocchi contrapposti, ragionando forse meglio del Francis Fukuyama che riproponeva il mito de La fine della storia e l’ultimo uomo (1992), sosteneva allora che “sotto la spinta della modernizzazione, la politica planetaria si sta ristrutturando secondo linee culturali. I popoli e i paesi con culture simili si avvicinano. Le alleanze determinate da motivi ideologici o dai rapporti tra le superpotenze lasciano il campo ad alleanze definite dalle culture e dalle civiltà. I confini politici vengono ridisegnati affinché coincidano con quelli culturali… Le comunità culturali stanno sostituendo i blocchi della Guerra Fredda e le linee di faglia tra civiltà stanno diventando le linee dei conflitti nella politica globale”.
Criticando questa visione di scontro di civiltà, Sen si preoccupa di individuare i caratteri culturali, e quindi anche geopolitici mondiali, in particolare della cultura occidentale rispetto a quella islamica, ma rifiutando il metodo di classificazione per civiltà, come fa l’approccio similare di altri studiosi che “dividono le popolazioni locali in gruppi conflittuali, con culture diverse e storie distinte, che tendono, in modo quasi ‘naturale’, a produrre inimicizia reciproca”.
Nel saggio Identità e violenza, Amartya Sen esamina le teorie sull’identità e il loro rapporto con la violenza nel mondo e introduce anche la questione del multiculturalismo, un atteggiamento forse troppo genericamente ‘progressista’, in uso in America e in Europa nell’elaborazione di politiche socio-culturali per la convivenza di culture differenti, emersa con l’incremento delle interazioni globali e dei movimenti migratori di massa nel mondo contemporaneo. Ma al multiculturalismo, avverte Sen, esistono sostanzialmente due approcci nettamente distinti: l’uno “si concentra sulla promozione della diversità come un valore in sé”, l’altro “sulla libertà di ragionamento e di decisione, e celebra la diversità culturale nella misura in cui essa è liberamente scelta (per quanto possibile) dalle persone coinvolte”.
I presupposti teorici di questi due approcci sono da ricercare soprattutto nel “modo di vedere gli esseri umani”. Ci sono coloro, come i cosiddetti comunitaristi, che classificano gli esseri umani in base alle tradizioni, più spesso in base alla religione, “ereditate” dalla comunità in cui si è nati, perché ritiene che queste formino una sorta di identità se non innata, più forte di qualsiasi altra. Nella teoria comunitarista le scelte e le preferenze razionali sono ritenute secondarie rispetto all’inculturazione, alle dinamiche di incorporazione dei tratti culturali, delle tradizioni socialmente apprese dal e nel gruppo di appartenenza, dell’identificazione con i valori e i modi di vita assunti tramite una ‘consapevolezza spontanea’, non dipendente da riflessione esplicita e che trascende la consapevolezza. Ci sono coloro, invece, come gli universalisti, che, secondo Amartya Sen, considerano gli esseri umani come “individui dalle tante affiliazioni e associazioni, sulla cui importanza e priorità sono loro stessi a dover prendere una decisione (e ad assumersi le responsabilità che derivano da una scelta ragionata)”. Per gli universalisti quindi la scelta razionale individuale è preliminare e prioritaria rispetto a qualunque influenza socio-culturale.
Come i presupposti teorici, anche le pratiche multiculturaliste nei paesi occidentali sono differenti: ci sono coloro che praticano un multiculturalismo esclusivo o escludente, cioè ‘lasciando in pace’ gli individui di origine culturale differente, e coloro invece che praticano un multiculturalismo inclusivo cercando di coinvolgere nel progresso socio-politico ed economico del paese coloro che appartengono a culture diverse o minoritarie. Vede bene Sen quando considera la prima pratica solo una pseudo-forma di multiculturalismo, molto diffusa in questi tempi, che egli preferirebbe definire “monoculturalismo plurale”, perché legata ad una concezione delle culture come “compartimenti stagni” che debbono rimanere separati, senza tenere in conto la “libertà culturale” dei suoi componenti. Si tratta quindi di una teoria sostanzialmente riduzionista, che tende a ignorare o a non tenere in debito conto che tutti abbiamo più identità, più affiliazioni o appartenenze, che riguardano non solo la religione o l’etnia, ma anche la classe sociale, il genere, la lingua, la professione e così via.
La questione del multiculturalismo, che sembrò inizialmente la soluzione alla convivenza stretta nel mondo ormai globalizzato, in realtà nasconde, ma non più di tanto, un’idea di cultura stereotipa, cristallizzata. In questo libro si è utilizzato spesso il concetto di cultura antropologico ormai parte del linguaggio quotidiano, notando varie definizioni, e qui notiamo ancora che la cultura così connessa all’identità (individuale e sociale insieme) privilegia un’immagine sostanzialista di dinamiche e pratiche sociali più o meno complesse, fluide e messe in discussione. Non si ha infatti una sola cultura di appartenenza, ma si è partecipi di più collettività e contesti culturali, dalla famiglia all’ecumene, con confini fluidi e labili che paiono addensarsi in una unica e continua linea d’ombra solo in momenti di eccessi identitari.
Gli ‘eccessi’ il più delle volte nascondono e sono il prodotto di conflitti di potere per il controllo delle risorse. La distinzione stessa fra Occidente e il resto del mondo, costruita retoricamente in buona parte sul primato delle democrazie occidentali, nasconde agli occhi delle masse non una concezione banalmente etnocentrica, ma la legittimazione delle azioni di guerra e di pace per il controllo e lo sfruttamento economico delle risorse globali e locali a beneficio di pochi e a detrimento dei più, che a livello mondiale ha portato alla divisione gerarchica fra paesi ricchi (consumatori del 78% delle risorse della Terra) e paesi poveri (nei quali si trova circa l’80% della popolazione mondiale), fra ‘primo mondo’ e ‘terzo mondo’, fra paesi sviluppati o industrializzati e paesi sottosviluppati, con il gradino di passaggio dei cosiddetti ‘paesi in via di sviluppo’.
Per tornare infine al tema, caro a Sen, della “necessità di dare il giusto riconoscimento al ruolo della scelta razionale nel pensiero identitario”, e quindi dell’importanza della scelta razionale nelle nostre affiliazioni, va adeguatamente rilevato che le nostre scelte individuali possono essere non di rado in parte o del tutto confliggenti con le identità e affiliazioni che nolenti o volenti ci vengono proiettate dagli altri, che siano singoli o gruppi più o meno dominanti. L’identità è non di rado l’immagine più o meno stereotipata che le istituzioni oggettivano in carte di soggiorno, di riconoscimento o di identità, quando pure questo accade e non si è relegati nel limbo sempre più popolato delle non-persone, un ambito subumano e disumano in cui sono gettati razionalmente esseri umani di ogni età e sesso, ‘clandestini’ e lavoratori ‘in nero’, una volta varcati i confini di quella parte del mondo che detiene i mezzi di produzione nel vasto mondo globalizzato odierno, una volta varcati i confini venuti meno quasi solo per merci e capitali.

Nell’immagine: Salvatore Fiume, identità.


venerdì 16 maggio 2014

DISINFORMAZIA IDENTITARIA

Sardegna, c’è un tesoro archeologico
nel santuario dei Giganti di pietra
Una distesa di reperti comincia a venire alla luce: a supportare il lavoro sul
campo il georadar dell’Università di Cagliari, l’unica al mondo a possederlo

NICOLA PINNA
CABRAS (ORISTANO)

Ci sono cinquantaseimila indizi che rendono ottimisti i ricercatori. Sulle tavole elaborate dagli esperti di geofisica appaiono come puntini rossi, ma in realtà si tratta di strade, muri, tombe e forse altre statue.

Nel santuario (quale?) dei giganti (enfasi identitaria: non sono giganti) di Mont’e Prama (è il nome sardo di una collina), sulla costa occidentale della Sardegna, c’è una grande scoperta archeologica ancora da completare. In una collina che si affaccia sul mare di Is Arutas e sullo stagno di Cabras, nel cuore della penisola del Sinis, stanno venendo fuori i resti di un grande e sontuoso santuario (è ancora da vedere: non anticipiamo le conclusioni) nuragico (e come lo hai datato? Considera che anche le statue non sono affatto datate come ‘nuragiche’) e di una necropoli collegata. Nello stesso luogo in cui sono tornate alla luce le statue di guerrieri, arcieri e pugilatori (una “baggianata”, secondo tutti i ricercatori seri) che hanno rivoluzionato le teorie sulla storia del Mediterraneo (quali teorie, esattamente? E – soprattutto – nelle menti di chi, esattamente?), c’è una distesa di reperti che ora comincia a venire alla luce. Ci lavora da tre giorni un pool di studiosi delle Università di Cagliari e Sassari, insieme ad alcuni disoccupati del paese e a un gruppo di detenuti del carcere di Oristano.  

Dodicimila giorni dopo la prima scoperta gli scavi sono ricominciati, ma stavolta gli archeologi non partono da un casuale ritrovamento come quello fatto nel 1974 da un contadino che preparava la semina. Il suo aratro aveva portato in superficie una pietra troppo diversa da tutte le altre ed è così che si è riusciti a recuperare i 28 giganti (eccesso di enfasi, ancora: non sono giganti) che solo da due mesi sono in mostra. Stavolta, a supportare il lavoro sul campo, c’è un’indagine realizzata con il georadar dell’Università di Cagliari, l’unica al mondo a possedere uno strumento di questo genere (questa è una grossa bugia: già nel 1978 fu usato in Inghilterra per riparare le perdite del Reservoir Frankley (http://en.wikipedia.org/wiki/Frankley_Reservoir). Una sorta di scanner con le ruote che ha fatto la radiografia del terreno e ha consentito di vedere che a pochi metri di profondità, in un’area vasta almeno sei ettari, c’è qualcosa di molto strano (‘strani’ possono definirsi i normali resti archeologici, quando desideri fortemente vendere il tuo giornale!).  

Gli studiosi le chiamano anomalie, ma in altre parole si tratta di strutture o materiali che non sono né naturali né compatibili con le caratteristiche geologiche dell’area (di solito i reperti archeologici possiedono la pervicace caratteristica di non rientrare nella definizione di 'caratteristica geologica'). Ad osservare con attenzione le elaborazioni grafiche, poi, si nota che le conformazioni rilevate dal georadar sembrano proprio strade e grandi edifici. «Quella che abbiamo eseguito a Mont’e Prama è la stessa ricerca che in Marocco ci ha consentito di scoprire l’anfiteatro romano di Volubilis e il tempio di Ercole a Lixus», racconta il professor Gaetano Ranieri, ordinario di geofisica applicata all’Università di Cagliari, nonché ex docente al Politecnico di Torino. «Per ora abbiamo analizzato soltanto sei ettari e abbiamo trovato tanti indizi che ci fanno pensare che esistono strutture di grande interesse archeologico: di certo non si tratta di conformazioni geologiche – aggiunge – A vedere i nostri rilievi penso che ci sarà da scavare per molti anni: sarebbe bello che qui venissero a lavorare gli esperti delle più prestigiose università del mondo».  

La storia mitica (che – manco a dirlo – non è affatto scientifica!) dei giganti di Mont’e Prama, le più antiche e più grandi statue (non è affatto così: non sono le più antiche: sono della stessa epoca di tutta la grande statuaria Italica antica, né pìù, né meno!) realizzate nel bacino del Mediterrano, ha già attirato l’attenzione di molte università e la curiosità dei giornali di mezza Europa. Ora tutti si chiedono cosa nasconda la terra che circonda il sito già scavato negli anni Settanta. Qualcuno (chi, esattamente?) parla della più grande scoperta archeologica dell’ultimo secolo. «Sicuramente grandiosa – dice con prudenza Raimondo Zucca, ordinario di storia romana all’Università di Sassari e coordinatore dello scavo – In quest’area ipotizziamo di ritrovare i resti di un grande santuario collegato a un villaggio nuragico (ammesso che Zucca lo abbia detto, questo è un uso troppo disinvolto del vocabolo “nuragico”: per fortuna di seguito si riprende e fornisce la data presunta corretta  - VIII a. C.  - che non è ‘nuragica’) molto ricco che poteva permettersi di realizzare grandi statue ornamentali. Nella zona – spiega Zucca – c’era una pluralità di insediamenti, organizzati probabilmente sulla base della gerarchia economica. C’era, insomma, una sorta di federazione a cantoni. Il santuario, secondo la nostra ipotesi, era stato realizzato intorno all’VIII secolo avanti Cristo, in un’epoca in cui si era già smesso di costruire i nuraghi, (appunto!) con l’intenzione di celebrare la grandiosità del villaggio. Le statue che abbiamo recuperato sono le più antiche in assoluto».  

Di quel misterioso e sfarzoso tempio intanto è venuta fuori qualche traccia già nel primo giorno di scavi: due blocchi di arenaria che apparentemente non hanno alcun significato ma che per gli archeologi sono elementi tipici dei templi di età nuragica (ma per favore!) 

Gli altri segreti (!!!!) sono ancora nascosti nella grande cassaforte del Sinis.  


mercoledì 30 aprile 2014

IDENTITA' SARDA


Juanne Maria Angioy, un grande esempio; a differenza di quanto segue...



Da: "La Nuova Sardegna - Oristano"

del 23 Aprile 2014

Carta d’identità “sarda”: arrestato

Obbligo di firma per un ex vincitore del Palio di Siena: alla polizia ha mostrato un documento della Repubrica de Sardinnia

articolo
di Elia Sanna
ORISTANO.

Quando gli agenti della questura gli hanno chiesto i documenti, non ha esibito la classica carta d’identità. Quella che ha mostrato agli agenti era diversa, peccato che non fosse valida e che questo gli sia costato l’arresto. Alla richiesta dei poliziotti ha risposto esibendo una carta d'identità della Repubrica de Sardinnia.

Una decisione che dev’essere stata agevolata anche dal troppo alcol che aveva in corpo e che gli ha fatto perdere la calma. Ha infatti reagito, minacciato e oltraggiato uno degli agenti. Per Damiano Anello, 58 anni, residente ad Oristano, conosciuto come Damasco, nomignolo con il quale aveva corso niente meno che al Palio di Siena, è scattato l'arresto che l’ha poi portato nella cella di sicurezza della Questura. L’ultima tappa, ieri mattina, è stato il tribunale dove è iniziato il processo per direttissima con la convalida del fermo e l’obbligo di firma deciso dal giudice su richiesta del pubblico ministero Paolo De Falco.

Le notti brave di Damiano Aniello erano iniziate alla vigilia di Pasqua all’interno di un locale nel centro città. L’ex fantino, vincitore dell’edizione del 1978 del palio più famoso del mondo, aveva alzato il gomito oltre misura e stava importunando, secondo quanto è emerso dalle indagini della polizia, alcuni clienti all'interno del locale notturno. Quando sono arrivati gli agenti delle Volanti, Damiano Aniello non ha voluto mostrare i documenti di riconoscimento e solo dopo diversi tentativi ha mostrato alla polizia un’inutile carta d’identità della Repubrica de Sardinnia, in qualità di appartenente ad una associazione di indipendentisti.

Come se non bastasse l’ex fantino ha minacciato e offeso gli stessi poliziotti. Non è stato facile farlo salire sulla volante, ma alla fine lo sforzo degli agenti ha avuto successo. L’indipendentista, così si è proclamato, è stato quindi portato in questura per gli accertamenti.
Il funzionario gli ha contestato i reati di resistenza e oltraggio, cosa che gli è costata la notte nella cella di sicurezza.
Ieri mattina Damiano Aniello è stato poi accompagnato in tribunale per la direttissima. Dopo aver convalidato il fermo il giudice l’ha scarcerato e gli ha imposto la misura cautelare dell’obbligo di firma.

La notizia dell’arresto dell’ex fantino ha destato stupore e indignazione nel gruppo di indipendentisti sardi del quale fa parte. All’interno del gruppo della Repubrica de Sardinnia, Damiano Aniello viene considerato come una persona tranquilla e nessuno ha creduto al fatto che potesse essere ubriaco.

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Come ottenere una carta d'identità sarda:

1) Andare sul sito indicato di seguito e seguire tutte le istruzioni


2) Pagare sul c.c. indicato nel sito IT29 M076 0104 8000 0100 9278 985 ed intestato al tesoriere pro tempore Pes Sergio la somma di lire 15 (+ 3 per spese postali).

Consiglierei - comunque - un comportamento più simile a quello dell'Angioy.
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Mi hanno informato - immediatamente - anche di quest'altra stranezza (ringrazio l'amico Andrea Ghiani per avermi fornito la notizia, che mi era sfuggita):
Viene da chiedersi che cosa stia accadendo a certi soggetti in Sardegna...

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Targa falsa? “No, è del Regno Sovrano di Gaia”


L’incredibile caso capitato alla polizia municipale di Sassari comincia con un’auto parcheggiata in via Zanfarino: denunciato il proprietario, un imprenditore

    di Nadia Cossu16/Aprile/2014
    SASSARI. Non poteva passare inosservata quella sigla RSG nella targa di una Peugeot parcheggiata in via Zanfarino. E infatti venerdì ha catturato l’attenzione della polizia municipale di Sassari. “Che Paese è?” La curiosità viene soddisfatta subito dopo quando i vigili in servizio danno un’occhiata più approfondita e leggono: Regno Sovrano di Gaia. Aggrottano le sopracciglia. Ma non è ancora finita: la stessa identica scritta compare nel contrassegno dell’assicurazione esibito “regolarmente” nel parabrezza dell’auto.
    Il provvedimento scatta subito: la macchina viene caricata su un carroattrezzi e trasferita nel deposito del comando della polizia municipale. La seconda sorpresa arriva ieri mattina quando tre persone – tra cui il proprietario dell’auto – si presentano negli uffici chiedendo spiegazioni sul sequestro del veicolo: “La targa è falsa – rispondono gli agenti – così come sono falsi il tagliando assicurativo, il certificato di proprietà, il libretto”. I tre sembrano quasi cadere dalle nuvole: “Non sono falsi, li ha rilasciati il Regno Sovrano di Gaia”.
    Stupore e imbarazzo dilagano nei corridoi del comando di via Carlo Felice. A quel punto vengono chieste loro le generalità e in un primo momento si rifiutano di fornire il nome di battesimo. Non solo. Alla domanda: “Dove siete residenti?” rispondono: “Nel pianeta terra”. E nulla di più. Facile immaginare l’espressione sul volto dei vigili urbani che si trovano a dover gestire una situazione certamente fuori dalla routine. Ce n’è quanto basta per inviare tutto alla Procura della Repubblica di Sassari.
    Il proprietario della Peugeot, un imprenditore sassarese, viene denunciato per falsificazione di targa, contraffazione dell’assicurazione e generalità false. Cosa ci sia dietro tutto questo non è proprio semplice da spiegare. Le tre persone in questione ritengono di non far parte dello Stato italiano, di conseguenza non ne riconoscono le leggi.
    Davanti agli agenti hanno tentato con una incredibile convinzione di far valere le proprie ragioni considerato che la loro filosofia di vita si basa su scelte che non hanno bisogno di autorizzazioni, sul libero scambio o una moneta complementare “di tua scelta e valore, comunemente accettata”. Qualsiasi cosa è sempre meglio che “continuare a essere schiavo del sistema e delle banche illegittime, pignorate, che hanno ingannato l’umanità per secoli”. Intanto, però, all’imprenditore sassarese libero dalla schiavitù imposta dallo Stato italiano è stata confiscata la macchina. Non è nemmeno escluso che tenti di riaverla indietro, magari facendo ricorso alla giurisdizione del Regno Sovrano di Gaia.