martedì 31 dicembre 2013

CHAPTER IV






 Terra dei Mucchi di Pietre, cap IV


4. Lèkere.


La strada dell’altopiano li portò subito fuori dal villaggio, sno­dan­dosi agilmente tra gli ostacoli del terreno ed adden­trandosi presto tra i grandi carpini neri, le roverelle, i lecci e le altre querce seco­lari del bosco. Qui, gli unici rumori udibili intorno si ridussero presto al discontinuo tamburellare ottuso degli zoccoli e a qualche variegato richiamo di uccello.
Un grosso cervo, con im­ponenti palchi, scartò e fuggì via davanti a loro a raggiungere le sue femmine, sicuramente nascoste più in là, con qualche piccolo.
Do­po poco, un minaccioso cinghiale maschio, tutto nero, con enormi e minacciose difese li guardò interdetto da una balza poco lonta­na, come indeciso sul da farsi: poi d’im­provviso si voltò, per aprirsi con gran rumore una strada nella macchia più fitta...

Norax, nel suo procede­re assente e trasognato, ebbe quasi l’impressione che nulla potesse distoglier­lo dal suo compito, né uomo, né bestia feroce. Sorrise tra sé di quella piacevole sensazione e qualche tempo dopo stava ancora sor­ridendo, seguendo i propri pensieri, quando Lèkere - senza neanche guardarlo - li interruppe, dicendo: “Ma se dovessimo incontrare un orso, la penseresti diver­samente, visto che quello non cercherebbe solo tuberi di ciclamino o radici di palma na­na”.
Sorpreso e al tempo stesso un po’ umiliato per quella inaspettata e curiosa intrusione nei suoi pensieri, Norax ri­spose imbronciato: “Non ci sono orsi qui, né tanto meno palme nane”. Ma Lèkere, sorridendo e scostando dal viso lunghe ciocche di capelli neri che andavano a coprirle gli occhi, ribatté: “Ci sono, invece, an­che se gli orsi vengono malvolentieri così vicino allo scoperto, in una zona del bo­sco così frequentata, e sono rari i tratti aperti e sabbiosi che possano accogliere le palme nane. Ma quan­do un giorno avre­mo più tempo, in un’altra occasione, ti mostrerò gli uni e le altre. Perché ricordati, Norax, qualunque cosa avvenga, noi due avremo altri giorni insieme”.

Era inutile discutere con Lèkere: la ragione era sem­pre sua. Non per protervia o per ingiustizia, però: Norax sapeva che, in qualsiasi ragionamento, in qualsiasi dubbio da sciogliere, le risposte, le soluzioni e le opinioni di Lèkere erano sempre quelle più giuste, più adatte e più sicure.
Per una magia che era già insita nel suo nome stesso, Lèkere sape­va che cosa era giusto; sapeva dove trovare l’ac­qua nella terra e quanto a lungo sarebbe piovuto; sape­va leggere nella mente e nel cuore di uomini ed animali e poteva confonderli o dar loro il coraggio. Ella riusciva a leggere, nell’acqua del pozzo sacro, i segni del cielo per ogni cosa: la data per le semine e per l’inizio delle altre stagioni, così come i periodi fausti per i matrimoni e per le altre feste. Le sue conoscenze erano ancor più vaste di quel che si potesse attribuirle e sicuramente ciò che ella non sapeva leggere, o non conosceva già, riusciva co­munque ad indovinare, non sempre facilmente, attraverso procedimenti segreti. Se poi esistesse real­mente qualche cosa al di là della portata dei suoi poteri, nessuno era in grado di dirlo: ella lo nascondeva bene dietro i suoi occhi grandi e profondi e con un ineffabile sorriso malizioso...
Lèkere era, da anni, la Bithia di Tal-Ur.
Se pure altre ve n’erano state prima, come certamente altre ve ne sarebbero state dopo, era lei che - a giudizio unanime - aveva pieno diritto a questo nome e a questo ruolo. Per lei pellegrini ed intere famiglie venivano da lontano, durante tutto l’anno, fino a Tal-Ur, cercando aiuto e conforto e di fatto trovandolo. Sicu­ramente, anche le sue arti avevano contribuito ad aumentare la fama del Grande Sa­cerdote: in quale misura, non era dato sapere ai mortali...
Ma la notizia dei prodigi ope­rati nel Grande Circolo di Tal-Ur si spingeva molto al di fuori dell’altopiano: da una parte fino a tutta la Costa vicina, e dall’altra ben oltre il lago lungo, fino alle genti della montagna e forse oltre ancora. Sicuramente, il suc­cesso commerciale di Mago-Twrshna - il mercato sul grande fiume navigabile - era dovuto proprio alla vicinanza di Tal-Ur e a lui, il Grande Sacerdote dai molti nomi oscuri, che portava la luce nel buio...

Certo, Lekere di Tal-Ur non era famosa nel Mondo intero così come lo era la Pizia di Delfi. Ma tutto ciò che Lekere riusciva a fare, lo faceva per quelle stupefacenti doti, che gli dei le avevano generosamente elargito alla nascita e che probabilmente si sarebbero ripresi per sempre, alla sua morte.
Invece, la Pizia di Delfi aveva sempre bisogno di ricevere in sé il fiato del Dio Apollo per ogni oracolo che le venisse richiesto. Infatti, questa era soltanto un debole essere umano, che restava terribilmente esausto dopo la prova suprema della comunione col dio...
La Pizia sedeva sull’epithema concavo posto in cima all’alto tripode oracolare. Nuda, a gambe divaricate, ella riceveva i vapori che salivano verso di lei dal di sotto, attraverso una profonda spaccatura della terra. E non provava vergogna alcuna, perché questo le era richiesto dal Dio. Né i sacerdoti, né gli uomini, né altri la guardavano con desiderio, perché ciò sarebbe stato un sacrilegio.
E questo prodigio proseguiva, fino a quando la Pizia, ormai totalmente rapita e riempita dal Dio Sole, rendeva finalmente manifeste le sue rivelazioni, sollecitata dalle domande ansiose dei fedeli.
Preda della violenta forza divina, ella si doveva spesso aggrappare al sacro arbusto d’alloro, che tremava e stormiva tutto, allora, insieme con lei. Ella ne masticava le foglie amare e talvolta un rivolo di bava verde le sfuggiva da un angolo della bocca. Intanto parlava, con un eloquio lento, con una voce spaventosa, pronunciando frasi ermetiche ed incomplete, difficilissime a capirsi, interrotte da urla di gioia, gemiti spaventati e parole monche o completamente oscure.
Spesso, la Pizia restava profondamente segnata da quell’esperienza estrema. La comunione con il Dio Pizio la consumava rapidamente. A volte, ne moriva. E allora si rendeva necessario trovare un’altra eletta, che fosse gradita agli dei e potesse sostituirla degnamente in quel compito prezioso...

Lèkere, lei no, non faceva ricorso a nulla di simile. Almeno, nessuno aveva mai raccontato di spettacoli così impressionanti, che la riguardassero. Sembrava piuttosto che la dimestichezza con i poteri divini conferisse a Lèkere una profonda sicurezza, una serenità che ella sapeva infondere anche agli altri. La fama di Tal-Ur si accresceva per i prodigi ed i misteriosi poteri che le si attribuivano...
E alla fama di Tal-Ur, almeno in parte, in fondo era dovuta anche la dipartita di Norax dalle città marinare con la richiesta di adozione presso la Vera Gente.
Ciò era accaduto solo dopo quell’infelice giorno di lutto, in cui egli aveva subito la perdita dei genitori nel naufragio presso lo scoglio del Mal Vento, da cui soltanto lui si era salvato, tremante e bagnato come un pulcino, orfano e solo.
Le parole di Lèkere interruppero nuovamente il corso dei suoi pensieri, come se lei potesse veramente leggerli: “Ma non volevo certo rattristarti così Norax, né indurti a lugubri pensieri: pensa invece al viaggio avventuroso che ti attende dopo avere compiuto questo, e che ti permetterà di vedere altre genti, altri costumi, altri paesaggi sulla costa dove sorge il sole!”.
Gli occhi di Lèkere brillarono di entusiasmo e gli parlarono di coraggio e di avventura, riflettendo il sole che ormai era basso nel cielo e che li illuminava meglio, tra il primo diradarsi degli alberi.
Lèkere indossava una veste lunga di lino grezzo ed un mantello viola scuro. Non si copriva mai il capo e il volto con veli o panni, come invece spesso facevano le altre donne: oggi non portava neanche l’alto cappello appuntito, distintivo della casta sacerdotale, che le sarebbe stato di impiccio. Il sole illuminava di luce rossastra il disegno che lei portava ricamato sul petto: una colomba bianca posata tra le corna di un toro, sulla cui fronte campeggiava una familiare doppia ascia. Era un motivo caro a Ennin, la Grande Madre a cui ella doveva i suoi misteriosi poteri e per conto della quale li dispensava con amore sulla sua gente...
Ormai percorrevano un tratto più brullo di altopiano, quasi privo di piante alte, e capricciosi refoli di aneto e rosmarino presero a titillare le loro narici mentre trotte­rellando lasciavano alla loro sinistra la strada per Mago-Twrshna ed alla loro destra quella per la cava delle pietre sacre. Qua e là si aprivano, ora più spesso, delle valli profonde in cui la vegetazione era fitta e alta e nel cui fondo si indovinavano - o si udivano scorrere - dei rigagnoli. Alcune valli erano ampie e accoglienti, altre strette e inaccessibili, ma tutte erano selvaggiamente belle, in qualche modo inquietanti e sempre struggentemente profumate...
Norax sapeva che perfino i cacciatori vi si avventuravano prudentemente in gruppi o in catene, tenendosi continuamente l’un l’altro a portata di voce o di flauto - essi stessi evitando le valli più pericolose.
Perdersi poteva significare non tornare mai più a casa.
Nessun cervo poteva avere tanto valore. Se esso riusciva ad imboccare incolume certe ripide strade, pericolose ed impervie, sarebbe stato graziato. Sfuggendo con furbizia alle laboriose reti di robusto lino, alle sibilanti fionde di cuoio ed agli imponenti archi - intrecciati di legno, tendini e d’osso - avrebbe meritato il dignitoso rispetto del cacciatore ed il risparmio della vita.
“Ecco” - disse a un certo punto Lèkere, indicando una valle più ampia, nella quale un sentiero adesso appena riconoscibile sceglieva di inoltrarsi, scendendovi capriccioso - “Ecco la tua strada, Norax: al guado passa sulle pietre, io ti dico, anche se ti bagnerai fino alla vita; diffida dell’erba troppo verde intorno. Dopo il guado, la strada sarà più grande e più in piano. Forse incontrerai qualche pastore che sposta le greggi. Se sarai fortunato, qualcuno su di un carro ti renderà più spedito e più comodo il viaggio. E poi, il bagaglio si assesta nell’andare: sei partito aglio, non tornare cipolla... Nulla ti accadrà ad impedire che ci si incontri ancora, se sarai saggio e attento come puoi esserlo, Norax: così io ti dico adesso e così sarà”. E con queste ultime parole di avvertimento e di augurio la Bithia Lèkere dai grandi occhi magici e profondi lo baciò appena sulle labbra e subito dopo lo lasciò solo.
Norax restò, confuso ed euforico, a guardare la sagoma tozza dei muli e quella snella della maga, mentre andavano via, gradatamente scomparendo nell’ovattato silenzio e nella lontananza dell’immenso altopiano, dirigendosi verso il lato scuro del tramonto, verso compiti diversi dai suoi, per uno stesso fine.