martedì 2 luglio 2013

Donna e Medicina

La donna nella storia della medicina

di Corrado Petrocelli
Magnifico Rettore, Università di Bari


Nel settembre del 1812 James  Stuart Barry si laureò in medicina all’Università di Edimburgo. Nel volgere di pochi anni divenne un famoso chirurgo militare, seguì le truppe britanniche in Africa, nei Caraibi, a Malta e in Crimea, nel 1857 fu nominato ispettore generale degli ospedali  canadesi. Barry si conquistò la fama di medico capace e brillante, sebbene assai eccentrico ed effeminato. La piccola statura e la voce dai toni acuti non gli risparmiarono critiche e dileggi, cui prontamente rispondeva a colpi di fioretto, fino alla corte marziale. Soltanto dopo la morte la verità fu scoperta: James Stuart Barry era in realtà Miranda Barry, una timida signora inglese che per tutta la vita si era travestita da uomo pur di potere esercitare la professione medica. Ma anche dopo la morte Miranda Barry fu vittima del pregiudizio che negava ad una donna la possibilità di esercitare la professione di chirurgo, per giunta di chirurgo militare. Le autorità di polizia chiusero, una volta per tutte, il caso della sua identità dichiarando che si trattasse di un uomo. Il dossier che la riguardava scomparve misteriosamente, senza lasciare tracce. La storia di Miranda Barry non è un’eccezione, ma solo uno degli episodi di un costume inveterato. Racconta Igino che ad Atene, nel IV sec. a.C., alle donne era interdetto per legge ogni accesso agli studi medici e alla pratica terapeutica. Questo divieto fu attivo per molto tempo, durante il quale numerose donne morivano di parto e di malattie agli organi riproduttivi, perché per pudore impedivano agli uomini di aiutarle a partorire o di curarle. Una fanciulla, di nome Agnodice, eluse il divieto, si travestì da uomo ed andò ad Alessandria per studiare ostetricia con Erofi lo, il noto medico e anatomista. Ritornata ad Atene, esercitò brillantemente la professione, sempre vestita da uomo. Palesava la sua vera identità solo al cospetto della donna da curare. I medici ateniesi si ingelosirono a tal punto del successo del “nuovo collega” da accusarlo di «corrompere le mogli»: secondo il capo di imputazione le donne avrebbero simulato la malattia per farsi avvicinare dallo sconosciuto e abile taumaturgo o, meglio, dall’accorto quanto improbabile seduttore. Quando, poi, i giudici dell’Areopago si riunirono, il verdetto iniziale fu di colpevolezza; a quel punto Agnodice si sfi lò la veste e rivelò la sua vera identità. Ancor di più i medici insistettero nell’opera di diffamazione: era colpevole sia in quanto donna sia perché aveva esercitato sotto falso nome. Stava per essere condannata a morte quando una delegazione di aristocratiche si presentò ai giudici, accusandoli di essere nemici del genere umano: impedivano alle donne di procreare e perpetuare la specie (Hyg. Fab. 274). La protesta delle matrone funzionò e così ad Agnodice fu accordato il permesso di esercitare la professione. Anche la legge fu cambiata: le donne poterono studiare medicina e svolgere attività terapeutiche, ovviamente solo con pazienti di sesso femminile. Le rimostranze delle aristocratiche ateniesi non rappresentavano alcuna rivendicazione di specie. Si trattò soltanto di un accorato appello sulla base di esigenze di natura biologica. Il pensiero filosofico del tempo, infatti, ripartiva nettamente il genere umano nei due elementi, maschile e femminile. Tra questi l’elemento femminile rappresentava una generazione a parte, successiva e degradata. Fu Aristotele e la sua scuola a definire i caratteri della diversità dell’elemento femminile in un complesso di carenze: la  donna ha un cervello di dimensioni inferiori, un numero minore di suture craniche – necessarie alla massa cerebrale per aerare ed adempiere alla sua naturale funzione – una voce più debole, una massa muscolare meno possente. Carattere peculiare di questa deficienza è uno stato di debolezza che prende forma in una creatura imperfetta, inferiore. Come il bambino, la donna ha “un’anima senza autorità”; a differenza del bambino, che la acquisisce diventando adulto, la donna ne è priva per sempre. Tra i fenomeni biologici che regolano la sopravvivenza del genere umano, nascere donna è “teras”, un prodigio mostruoso; l’organismo femminile è solo un abbozzo, come quello di un bambino, ma contrariamente a questo non ha alcuna speranza di raggiungere la perfezione. Nella generazione della specie il corpo femminile è un’anomalia che reca impresso il marchio dell’impotenza, in quanto incapace di generare da sola perché materia sorda e senza forma. È come una tavoletta, che non ha significato fino a quando lo stilo non vi traccia, incidendoli, dei segni, parole e frasi, ma è anche un campo, sterile se non arato, o un forno, utile solo a cuocere un cibo introdotto e preparato da altri. Nell’immaginario metaforico degli antichi la donna assume i caratteri del passivo o dell’incompiuto, rappresentando così un’anomalia, ma un’anomalia finalizzata, che rientra nei piani della natura per perpetuare la distinzione tra maschi e femmine funzionale alla trasmissione della specie. Ebbene, a dispetto della sopravvivenza plurimillenaria di concezioni misogine, nelle quali sono gli uomini a scrivere di scienza, anche le donne hanno fatto, come continuano a fare, scienza. Ne scopriamo l’esistere e l’agire attraverso gli sparuti lasciti che la tradizione – una tradizione originata da uomini e governata da uomini – quasi per errore serba, attraverso poco più che nomi, riferimenti impliciti, memorie che assumono sovente il tono della condanna, se impossibilitate a chiudersi nel silenzio. A cominciare dagli albori del pensiero occidentale, che prende forma nell’opera di Omero. Nell’“Iliade” incontriamo Agamede, figlia del re degli Epei, che assiste i feriti sul campo di battaglia nella piana di Troia e non è un’infermiera improvvisata, ma un vero e proprio medico «che conosceva tutti i rimedi, quanti la terra vasta produce» (Il. XI,740-741). E la stessa Elena, nota per essere la sciagurata causa della guerra di Troia, è in realtà anche una guaritrice provetta: ha studiato medicina in Egitto con Polidamna, il cui nome signifi ca «colei che sottomette molti mali». La notizia non desta stupore, perché l’Egitto, spiega Omero, «produce moltissimi rimedi, molti buoni e molti cattivi; lì ognuno è medico, esperto al di sopra di tutti gli uomini, perché discendono tutti da Pèone, il medico degli dèi» (Od. IV,227-232). In Egitto anche le donne praticavano la professione medica. Studentesse e docenti da ogni parte del Mediterraneo frequentavano le scuole di medicina a Sais ed Eliopoli. Nel tempio di Sais si legge questa iscrizione: «Sono venuta dalla scuola di medicina di Eliopoli e ho studiato alla scuola delle donne di Sais, dove le divine madri mi hanno insegnato a curare le malattie». Ad Eliopoli studiarono anche Mosé e la moglie Zipporah nel 1.500 a.C., epoca in cui la regina medico della XVIII dinastia, Hatshepsut, condusse una spedizione alla ricerca di piante offi cinali. Alcuni papiri medici egizi riportano questioni di ginecologia, che anche nel bacino del Nilo era la specialità più praticata dalle donne. Nel papiro di Kahun sono descritte diagnosi di gravidanza, ipotesi sul sesso del nascituro, condotte osservando attentamente il volto della madre (se verde, sarebbe stato un maschio…), studi sulla sterilità. Le chirurghe, poi, effettuavano parti cesarei, operavano tumori e curavano fratture.Da fonti epigrafiche e documentarie sappiamo che anche le città greche ospitavano donne medico e chirurgo. Ad Ippocrate si attribuisce la fondazione di una scuola di ostetricia e ginecologia nell’isola di Kos, alla quale però non erano ammesse studentesse; queste, invece, frequentavano la scuola concorrente, quella di Cnido, sulla costa dell’Asia minore. Ma anche ad Ippocrate era noto il valore dei rimedi botanici scoperti dalle antiche guaritrici. Tra queste prime donne medico esperte in erboristeria v’era Artemisia, potente regina di Caria, che, si diceva, conosceva le proprietà terapeutiche di tutte le piante offi cinali. La medicina fu l’unica scienza costantemente coltivata nell’Impero romano e quella medica fu forse l’unica professione aperta anche alle donne, che mai, è opportuno ricordare, raggiunsero uno statuto professionale lontanamente paragonabile a quello rivestito nella società romana, almeno fi no al XIX secolo. A Roma le donne medico, pur occupandosi prevalentemente di gravidanze, parti e malattie ginecologiche, andarono ben oltre il campo dell’ostetricia e studiarono rimedi anche per altre malattie. Negli ospedali erano condotte, come schiave, donne medico provenienti dalla Grecia, anch’esse depositarie del sapere scientifico greco nella stessa maniera in cui lo erano i loro colleghi uomini. Aristocratiche romane furono attive nei luoghi di cura ed esercitarono privatamente la professione, pure con discreto successo. Plinio il Vecchio ricorda Salpe di Lemno, esperta in oftalmologia, e Olimpia di Tebe, nota ginecologa. Con Galeno collaborava Antiochis, che si specializzò nelle artriti e nelle malattie della milza. Forse non è del tutto infondata la voce che circolava sul loro conto, e cioè che Galeno avesse copiato da Antiochis non pochi rimedi terapeutici. Ugualmente famose erano Elefantide di Lemno o Laide. Di costoro apprendiamo qualche notizia dai cenni, inevitabilmente impietosi e diffamanti, sparsi nelle opere di Galeno, come in quelle di Sorano di Efeso o nella “Storia Naturale” di Plinio il Vecchio. Elefantide scrisse trattati di medicina e insegnò a Roma. Si diceva che fosse così bella da fare lezione nascosta dietro una tenda per non distrarre gli studenti. Pari  fama aveva Laide. Plinio non è molto generoso nei confronti di entrambe, se descrive le loro pratiche terapeutiche in questi termini: «a quelle notizie contraddittorie che Laide ed Elefantide hanno tramandato circa il potere abortivo del carbone ottenuto dalla radice del cavolo o del mirto o della tamerice, se spento in quel sangue, come pure alle dicerie da loro messe in giro quale quella che le asine non concepiscono per altrettanti anni quanti sono i chicchi di orzo contaminati da quel sangue che hanno ingerito, e a quante cose paradossali o in contrasto tra loro le due autrici hanno pubblicato, l’una garantendo la fecondità con gli stessi espedienti indicati dall’altra per la sterilità, è meglio proprio non credere» (Nat. XXVIII,23.81, trad. U. Capitani). Scribonio Largo, medico alla corte di Claudio, compilò un elenco dei rimedi medici di cui era venuto a conoscenza sia a Roma che durante i suoi viaggi al seguito dell’imperatore. Tra questi cita le prescrizioni di donne illustri quali Messalina, la terza moglie di Claudio, o Livia, moglie di Augusto, o Ottavia, la sorella, o Giulia, la fi glia. Giovanni Ruellio, che nel 1529 pubblicò il “De compositione medicamentorum” di Scribonio, sosteneva come queste esponenti della famiglia imperiale fossero ai loro tempi famose nella pratica medica tanto quanto lo stesso Galeno. Tra le donne che scrissero di ginecologia, ma anche di dermatologia e cosmesi, considerate branche della stessa disciplina, la più importante fu sicuramente Cleopatra, vissuta a Roma nel II sec. d.C. Il suo trattato, il “De Geneticis”, fu ampiamente utilizzato almeno fi no al VI sec. d.C., quando si confuse con l’opera di un certo Muscius. Fu poi più volte ricopiato ed attribuito ad altri autori, ovviamente tutti uomini. Stessa sorte toccò all’opera della contemporanea Aspasia, specializzata in ostetricia, ginecologia e chirurgia. Il suo scritto fu attribuito ad un uomo, di nome Aspasio, oppure si credeva che “Aspasia” fosse il titolo di un testo perduto sulle malattie femminili, ideato forse in omaggio alla più nota Aspasia di Mileto compagna di Pericle, realizzato, ovviamente, da un uomo. Quelli di Cleopatra ed Aspasia non furono casi isolati. Il problema dell’attribuzione, strettamente legato alla possibilità di ammettere la presenza delle donne in ambito scientifico, si impone per ogni tentativo di investigare il ruolo femminile nelle diverse branche della scienza. Ne è emblematico esempio il caso di Trotula, una delle “mulieres Salernitanae” cui dobbiamo molti dei meriti nella rinascita del sapere medico e nel rinnovato interesse per la scienza degli antichi Greci. Del trattato più importante a lei attribuito, il “De passionibus mulierum curandorum”, noto come “Trotula maior”, anche medici del nostro tempo non mancano di evidenziare i meriti: «Il trattato conserva in ogni pagina il tocco gentile della donna medico. È ricco di senso comune e pratico, molto aggiornato per quei tempi: infatti è assai avanzato rispetto allo standard dell’XI secolo in chirurgia e anestesiologia così come nella cura della madre e del bambino e nel periodo postpartum. Nessun libro di tale levatura era mai stato scritto e lo sarebbe stato per secoli» (Kate Hurd-Mead, Trotula, «Isis» 14, 1930, p. 364). Le prescrizioni del “Trotula maior” stupiscono per la loro attualità, per esempio nell’enfatizzare l’importanza dell’igiene, della dieta bilanciata e dell’esercizio fisico, come anche nell’attenzione agli effetti dello stress. L’ampia diffusione del trattato rende complicato ogni tentativo di individuarne con precisione i caratteri originari. Come ’opera di Cleopatra, anche lo scritto di Trotula fu ricopiato diverse volte, altrettante plagiato. Raramente il nome dell’autrice compare, sia nei manoscritti che nelle prime edizioni a stampa, sovente è trasformato nell’equivalente maschile Trottus, talvolta in altri nomi, come Eros o Erotiano. Eros era il medico di Giulia, fi glia di Augusto, che aveva scritto un trattato di ginecologia e di cosmesi, Erotiano il medico di Nerone o di Marco Aurelio, autore di un commentario alla ginecologia ippocratica. La confusione fu probabilmente originata dal fatto che le opere di entrambi furono stampate all’incirca negli stessi anni del “Trotula maior”. Chiaramente l’attribuzione era priva di fondamento: sia Eros che Erotiano erano vissuti secoli prima di molte delle fonti citate da Trotula, eppure gli storici sfruttarono queste incongruenze per attribuire la composizione dell’opera a un uomo, un medico salernitano. Ma fu solo nel XIX secolo che uno storico della medicina, Karl Sudhoff, tentò di sbarazzarsi, e una volta per tutte, di Trotula e delle “mulieres Salernitanae”. Secondo Sudhoff quelle donne non erano affatto esperte in medicina, bensì solo levatrici ed infermiere; per questo mai sarebbero state in possesso di quelle cognizioni di chirurgia così evidenti esposte nel trattato. Il nome? Trotula era nome molto comune a Salerno all’epoca in cui risale l’opera. Nessuna meraviglia destava l’associazione di un nome comune femminile con un trattato avente per argomento principale l’ostetricia. Sull’equanime giudizio degli storici dell’Ottocento gravava ancora il retaggio della facile ironia con cui gli uomini dell’Età dei Lumi mettevano alla berlina le “medichesse” da salotto. Scrivono i fratelli de Goncourt: «La passione per la medicina è quasi universale in questa società, frequente è la pazzia per la chirurgia. Pure molte donne imparano a maneggiare il bisturi. Altre sono invidiose della contessa De Voisenon. Costei aveva appreso dai medici che frequentavano il salotto della nonna qualcosa dell’arte della guarigione e praticava le sue cure tra gli amici, cioè su tutti quelli su cui oteva mettere le mani. Ma anche l’anatomia è tra le maggiori passioni femminili. Infatti una giovane signorina, la contessa di Coigny, era talmente appassionata di questo orribile studio che non viaggiava mai senza portare con sé sul sedile della carrozza un corpo da dissezionare».E sottintendono: con la stessa frivola civetteria con cui avrebbe portato un libro da leggere o un ricamo da ultimare. Ma i de Goncourt non avevano conosciuto Mary Wortley Montagu, l’elegante e coraggiosa lady inglese che, nella prima metà del Settecento, condusse esperimenti importanti sul vaiolo, la malattia che aveva ucciso più di 60 milioni di persone in tutto il mondo, più di 45.000 nelle isole britanniche. Lady Mary non fu soltanto una brillante cultrice di scienza, fu anche una delle donne più affascinanti del tempo, fi n da giovane nota per la sua erudizione, per lo spirito arguto e per la forza d’animo, ma soprattutto per le battaglie condotte in nome dell’emancipazione femminile, «con una lingua da vipera e una penna affilata come un rasoio», precisano le cronache del tempo. Nel gennaio del 1753 scriveva alla figlia, a proposito dell’educazione da impartire alla nipote, che la bambina avrebbe dovuto «nascondere qualunque cultura con la stessa sollecitudine con cui avrebbe celato di essere storpia o zoppa; far mostra di scienza serve soltanto ad attirare su di lei l’invidia, e di conseguenza l’acredine più inveterata, di tutti gli sciocchi e le sciocche, che rappresenteranno certamente almeno un terzo delle sue conoscenze». Era la consapevolezza di vivere in una società misogina a dettarle, parola per parola, quelle considerazioni. Cominciava a diffondersi per tutta Europa, e fi n oltre il XIX secolo, un movimento di pensiero teso a dimostrare, sulla base di pretese verità scientifi che, l’inferiorità cognitiva delle donne, in particolare che le donne fossero biologicamente e intellettualmente inadatte all’attività scientifica. Era troppo tardi: da più parti le istanze di una scienza al femminile rivendicarono il loro ruolo nella società, e non già unicamente nell’esercizio della professione, quanto piuttosto nel più ampio campo dell’istruzione e della ricerca. Eppure, nella più patriarcale delle culture antiche anche le donne studiavano medicina. Frequentavano regolarmente, accanto ai loro colleghi uomini, la Scuola di Baghdad. Parliamo delle donne medico nell’Islam. Non sono ricordate nelle cronache occidentali, ma sappiamo della loro esistenza grazie ai racconti de “Le mille e una notte”. Per narrare la storia di Tawaddud Shaharazad impiega 26 notti. Tawaddud era schiava di Ab alHusn, signore di Baghdad. Per salvare se stessa e il suo padrone dalla destituzione, Tawaddud offrì il suo talento di medico in cambio di un’enorme somma di denaro. Alla corte del califfo furono così convocati scienziati e medici da ogni parte del paese, tali e tanti da poter mettere alla prova le virtù della fanciulla. A un medico che la interrogava su questioni di fisiologia, la schiava descrisse l’apparato circolatorio e osseo, gli organi interni, le relazioni dei quattro elementi con i quattro umori. Parlò dei sintomi delle malattie enfatizzando l’importanza di una dieta equilibrata e disquisendo con padronanza contro l’usuale pratica del salasso. Citò Galeno a memoria e rispose a tutte le domande che le furono poste, passando poi lei stessa ad interrogare il medico, che replicò frustrato: «O Signore dei Fedeli, ti chiamo a testimone: questa fanciulla è più istruita di me in medicina, non posso misurarmi con lei». Il califfo pagò ad Abu al-Husn una somma di denaro di gran lunga superiore a quella richiesta e offrì alla schiava la possibilità di soddisfare qualunque desiderio. Tawaddud chiese soltanto di poter coltivare gli studi di medicina accanto al suo signore, alla corte del califfo. Fu accontentata. A dispetto di ogni orgogliosa e legittima rivendicazione, che affiora ora prepotente ora dimessa nell’evoluzione del pensiero scientifico, la storia della segregazione della medicina al femminile resta pur sempre lunga, ancora tutta da scrivere. Proprio quando moriva Miranda Barry, il dottor James con il quale abbiamo inaugurato le nostre riflessioni, Elizabeth Garret Anderson, già infermiera al Middlesex Teaching Hospital, completava i suoi studi di anatomia e chirurgia. Ma ogni qual volta superava con successo i suoi esami, le veniva consigliato di non comunicare a nessuno i brillanti risultati ottenuti. E quando, nel giugno del 1861, un illustre docente pose agli studenti delle domande cui solo Elizabeth seppe rispondere, gli uomini presenti le chiesero di abbandonare l’aula. Fu quindi bandita dalle altre lezioni ed espulsa dall’Ospedale di Londra. Riuscì ugualmente ad intraprendere la carriera di chirurgo e fu a fianco di Sophia Blake nella “battaglia di Edimburgo”, un episodio tanto significativo quanto isolato nella storia delle donne e della medicina. E che merita la nostra attenzione. Un gruppo di donne tentò l’ammissione alla Scuola di medicina di Edimburgo, organizzandosi in un percorso formativo appositamente studiato per loro. Sfortunatamente furono più brave degli uomini e così i loro colleghi, considerandole una minaccia, le denunciarono per frode. In tribunale, e poi in appello, in Parlamento, le donne persero. La maggior parte del gruppo si trasferì in Svizzera per laurearsi a Berna e tornò qualche anno dopo in Irlanda, dove fondò una propria Università, la “London School of Medicine for Women”. Finalmente l’ordine dei medici irlandese si arrese e decise di ammetterle all’esame di abilitazione. Alla fine l’obiettivo fu raggiunto, la vittoria strappata. Ma fu solo una tappa di un cammino duro e difficile, una battaglia di una guerra lunghissima, combattuta a prezzo di sacrifici e lotte. Per secoli, ancora ai nostri giorni.
BIBLIOGRAFIA
1. Alic M., Hypatia’s Heritage. A History of Women in Science from Antiquity to the Late Nineteenth Century, London 1986. Trad. it. L’eredità di Ipazia. Donne nella storia delle scienze dall’antichità all’Ottocento, a c. di D. Minerva, Roma 1986.
2. Aristotele. Le parti degli animali. Riproduzione degli animali, a cura di M. Vegetti e D. Lanza, Roma-Bari 1973.
3. Bayon H.P., Trotula and the Ladies of Salerno: A Contribution to the Knowledge of the Transition between Ancient and Mediaeval Physick, «Prooceedings of the Royal Society of Medicine» 33, 1940, pp. 471-475.
4. Benton J., Trotula, Women’s Problems, and the Professionalisation of Medicine in the Middle Ages, «Bulletin of the History of Medicine» 59, 1985, pp. 30-53.
5. Cosmacini G., L’arte lunga. Storia della medicina dall’antichità a oggi, Roma-Bari 1997.
6. Duby G. – Perrot M., Storia delle donne in Occidente, I-V, Roma-Bari 1990-2002.
7. Dubois P., Il corpo come metafora. Rappresentazioni della donna nella Grecia antica, Roma-Bari 1990.
8. De Goncourt E. – de Goncourt J., La donna del XVIII secolo, a cura di F. Sgarbati Bosi, Palermo 2010.
9. Goodwather L., Women in Antiquity: An Annotated Bibliography, LondonMetuchen 1975.
10. Hamilton G., Trotula, «Modern Philology» 4, 1906, pp. 377-380.
11. Igino. Miti, a cura di G. Guidorizzi, Milano 2000.
12. Le mille e una notte, a cura di M. Jevolella, trad. di A. Dominicis, Milano 1984.
13. Omero. Odissea, pref. di F. Codino, versione di R. Calzecchi Onesti, Torino 1963.
14. G. Plinio Secondo. Storia naturale, traduzione e note di U. Capitani e I. Garofalo, Torino 1986.

15. Du Preez H.M., Dr. James Barry: The Early Years Revealed, «South African Medical Journal» 98, 2008, pp. 52-58.