martedì 9 luglio 2013

Guidatore Itagliano





Mi sono spesso domandato che cosa pensino di noi Italiani gli stranieri, guardandoci in quei momenti in cui noi, semplicemente, siamo noi stessi in varie situazioni …
Gli stranieri ci confidano volentieri i loro giudizi positivi sul cibo italiano, nel quale – immodestamente – credo proprio nessuno ci possa battere: in cucina, il nostro comportamento è da 10 pieno certamente.
Ma i parei sono molto più reticenti nell’esprimere pienamente il disappunto di fronte ad altri nostri comportamenti meno esemplari: per esempio, il nostro modo di condurre un’auto…
Ebbene, un giorno ho scambiato a fondo le idee con un americano che mi ha svelato per intero il suo modo di vedere, al riguardo: credo possa esemplificare i possibili punti di vista di vari osservatori. Un americano – in fondo – è pur sempre un prodotto tecnologico di quel mondo AngloSassone che ama seguire le regole, che preordina e standardizza tutti gli eventi, che predilige l’ordine e l’organizzazione e rifiuta ogni forma d’improvvisazione e di individualismo che scardini l’ordine precostituito.
Egli sostanzialmente non comprendeva perché mai un popolo di paciosi tira-tardi, intrallazzatori cervellotici, machiavellici rallentatori di ritmo ed abili ritardatari come regolarmente è –  in quasi ogni attività – pressoché ogni individuo italiano, appena messo di fronte al volante si trasformi in un’incontenibile furia aggressiva, spietatamente animata da un’urgenza irrefrenabile e famelica, più degna di un Tirannosaurus Rex. Una trasformazione del tipo “Dr. Jekyll / Mr. Hyde”.
Vivendo in una grande e pletorica città italiana, il mio amico americano aveva avuto modo di osservare il fenomeno abbastanza a lungo da potere classificare alcune peculiari caratteristiche della nostra guida nazionale, tanto da potere addirittura formulare alcune ‘leggi’ che sembravano dettarne lo svolgimento obbligato, quasi come la Gravità obbliga fisicamente ogni grave a cadere, se privato di un sostegno adeguato.
0) Legge di coordinamento delle attività. È probabilmente più un corollario, che una legge. È forse  il motivo determinante e sottostante a tutto ciò che ne consegue: consiste nel fatto che tutti gli italiani facciano esattamente le medesime cose, sempre ed invariabilmente nelle medesime ore, determinando in tal modo ingorghi di dimensioni  bibliche, che permettono il realizzarsi di interessanti paradossi.
1) Legge di riempimento dello spazio vuoto (legge dell’horror vacui).  È evidente e chiaro che gli Italiani abbiano tutti un’istintiva intolleranza per le file d’attesa ad uno sportello o un botteghino: è infatti molto più creativo e gratificante un capannello caotico, che permette interessanti espressioni antropologiche talvolta innovative.  Questa idiosincrasia si riflette anche nel procedere in automobile. Ovunque esista uno spazio, nel flusso veicolare d’automobili immerse nel traffico, esso va immediatamente riempito: appena se ne forma uno (naturalmente, per errore di uno sventato automobilista distratto!) tutti gli automobilisti che se n’avvedono si fanno un dovere civico assoluto di andare ad occuparlo immediatamente con la propria auto, perché – evidentemente – tutti hanno in odio lo spazio sprecato inutilmente in quel modo. Conseguenza diretta di questa legge, è che – pur esistendo corsie per agevolare gli autisti a restare in fila – gli automobilisti italiani zig-zagano con frequenza elevatissima e ad alta velocità, intrecciando meravigliose ed irripetibili coreografie sull’asfalto, spesso bagnandolo con i propri liquidi organici più nobili.
2) Legge di superamento dell’ostacolo (o dell’apprezzamento dei Valori Artistici). Quando un automobilista italiano si trova davanti un altro veicolo, egli deve assolutamente superarlo. Fa questo per rigorosi motivi estetico artistici, in quanto detto ostacolo gli copre e sciupa la visuale, impedendogli di gustare appieno il panorama in tutto il suo orizzonte. Purtroppo, spesso accade che – dopo il superamento – l’autista del veicolo superato accusi acutamente il medesimo grave problema che aveva motivato il sorpasso e si senta costretto ad un’identica manovra. Conseguenza di tale legge è, più spesso, una serie di fantasiosi duelli rusticani tra autisti fortemente motivati dall’arte e dal paesaggio, che spesso sfociano in varie composizioni di nature morte talvolta anche apprezzabili, seppure ormai in qualche modo di maniera. Forse proprio a questo tipo di rischio, ormai noto, è dovuta la presenza di quegli autisti che – per prudenza caritatevole nei confronti di chi li segue – impedisce ad essi il sorpasso in ogni modo possibile, salvaguardandoli così dal pericolo che tale manovra possa risultare in una produzione artistica di basso livello...

3) Legge del tropismo per la strettoia obbligata (o legge dell’imbuto). Deriva direttamente dalla legge 2): quando la carreggiata si restringe, diventa imperativo – anche per evitare di essere nuovamente superati dal veicolo che si è appena passato – giungere per primi all’imbuto, in modo che, almeno finché dura, si possa restare davanti, e cioè nella posizione massimamente ambita dall’automobilista italiano. Conseguenza di questa legge fisica del traffico italiano è che spesso si tenta di superare anche le più accese fantasie degli scrittori di fantascienza, ignorando altre e precedenti leggi fisiche, quale l’impenetrabilità dei corpi solidi ed altre sciocchezze, tentando invece di forzare la curvatura dello Spazio-Tempo a proprio vantaggio. Molti automobilisti italiani ogni anno riescono realmente a raggiungere efficacemente in tal modo altre zone spazio-temporali: non risulta peraltro che alcuno ne abbia più fatto ritorno.

4) Legge dell’imbuto inverso.  Allorché la carreggiata, terminata la strettoia, riprende le proprie dimensioni originali, (come sventatamente essa talvolta fa) si assiste alla liberazione d’insospettabile forza motrice troppo a lungo mortificata e tutti i cavalli vapore italici si producono in una coreografia  di cui neppure i cavalli Lipizzani più addestrati e possenti sono capaci: le auto improvvisamente balzano avanti in tutte le traettorie nuovamente resesi possibili, in un tripudio gioioso di superamenti da destra, da sinistra, e talvolta – purtroppo – anche da sopra e da sotto, che appartengono cioè al tipo che non produce i migliori risultati apprezzabili. 


5) Legge dell’auricolare. A piedi – quando cioè non è di alcuna utilità – l’Italiano è uno dei massimi utilizzatori dell’auricolare wireless. Anche perché può così esprimersi in una serie di gesti oratori che lascino intendere, anche a chi si trovasse lontano sul marciapiedi opposto, che egli è immerso in un’importante conversazione con un arnese altamente tecnologico. Ma in auto tutto cambia: è molto difficile che gli osservatori abbiano il modo di notare – mentre sfrecciano a velocità che sfidano la capacità percettiva dell’occhio umano – che il nostro guidatore dispone di un gioiello della tecnica. Per questo motivo, l’autista italiano che telefona non porta mai l’auricolare, ma anzi adotta – per potere essere notato – la strategia di guidare a seconda dell’andamento della conversazione: avrà pertanto un piglio nervoso, oppure svagato e sognante, o altro ancora, con il risultato di non seguire affatto  la segnaletica, né i disperati richiami di rimprovero degli altri automobilisti. Esiste il problema dei vigili urbani, che – loro malgrado – sono tenuti a multare chi faccia uso del telefono cellulare in auto (spesso si riceve la multa anche solo per essersi grattati la testa, una cattiva abitudine che gli automobilisti italiani stanno perdendo): per tale motivo, l’autista italiano ricorre all’uso del messaggino telefonico, il quale – richiedendo l’uso degli occhi, oltre a quello delle mani – è il metodo più consigliato dalle compagnie assicuratrici e più gradito dagli avvocati d’infortunistica stradale.

6) Legge delle quattro frecce (o legge di “N’atimo, no?!”).  Ormai tutti i veicoli sono dotati di quattro frecce lampeggianti, un utilissimo dispositivo d’emergenza da usarsi solo nei casi più gravi: come è, ad esempio, la sosta in tripla fila presso un incrocio tra due strade d’alto traffico in ora di punta per potere bere in pace un caffè con un amico. Quando voi – che avete fretta, perché avete l’appuntamento dal quale dipende il resto della vostra vita – avete ormai fatto il giro di tutti i negozi dell’intero l’isolato, poi avete cercato di spostare l’auto che vi blocca da voi stessi (ma è chiusa), infine avete suonato il clacson a intervalli, richiamando solo l’attenzione di inquilini imbestialiti che vi hanno riempito d’improperi, solo allora si materializza il proprietario dell’auto che con un’espressione apologetica e premurosa s’affretta a dichiarare (con un tono che però è insofferente e quasi aggressivo: “N’atimo, no?!” (“Un attimo, no?!” che contrasta alquanto, non solo cronologicamente, con il terribile quarto d’ora di vita che l’infame vi ha rubato).

7) Legge dell’identificazione veicolare. Si è spesso portati a pensare che – a lungo andare – ogni cane tenda ad apprendere dal proprio padrone abitudini di comportamento caratteristiche, che lo assimilano sempre di più a lui: così vediamo cani stupidi da padroni imbecilli, cani nervosi da padroni nevrotici e così via.
Gli esseri umani tendono ad acquistare le auto con criteri analoghi: desiderano che la propria auto sia quanto possibile simile a loro. Il veicolo ci dice infatti sempre molto del suo proprietario: quando vediamo un’auto superaccessoriata nera a righe rosse che procede a finestrini aperti malgrado i venti sotto zero, con lo stereo a tutto volume ed i bassi al massimo che fanno tremare gli infissi per tre isolati, stiamo pur certi che l’autopsia, non lontana, del proprietario rivelerà volute cerebrali nere a righe rosse (ma di solito molto meno accessoriate dell’auto). L’autostima dell’autista cresce col reddito quanto il numero degli accessori ed il costo dei modelli: ogni SUV deve essere il massimo possibile e le sigle “Super S”, “XL” si sprecano, anche per auto usate solo dalle 10 alle 11 per andare a fare la spesa nel supermercato all’angolo. Si tratta delle persone che – quando si rechino in località balneari – mostrano le stigmate classiche della categoria già definita – altrove in questo Blog –  delle ‘faccia da barca’[1].

8) Legge del Catasto stradale. Esistono paesi in cui si guida a sinistra, come ad esempio l’Inghilterra ed alcune sue ex-colonie. L’Italia non è tra questi paesi. Ci si può pertanto stupire nel vedere abbastanza spesso guidatori che non si scollano dalla corsia di sorpasso per alcun motivo, oppure occupano la corsia di centro di una strada a più corsie, malgrado la loro ridotta velocità di crociera. Ebbene, esiste una spiegazione semplice e diretta, per questo comportamento apparentemente egoista ed antisociale: basterebbe procedere a qualche misura catastale anche sommaria (si possono fare anche con l’Internet del telefono cellulare, guidando: vedi legge 5). Si potrà così verificare che il proprietario del veicolo che avete davanti (identificabile attraverso il numero di targa) è realmente l’unico proprietario del tratto di strada sul quale vi trovate ed in realtà vi sta generosamente facendo un favore a lasciarvela percorrere...


9) Legge dell'Invisibilità. Si sa che i centauri sono creature mitiche: ne consegue che nessuno ne abbia mai visto uno. I guidatori italiani di veicoli a due ruote hanno qualche cosa in comune con loro: sono invisibili. Essi - obbedendo alla legge 2 di superamento dell'ostacolo - comunemente si appostano dietro al veicolo da superare, in attesa del momento più propizio. Tale appostamento avviene di solito in uno dei due punti ciechi, in cui il montante posteriore del tettuccio nasconde completamente il motociclista. Quest'ultimo tenta il sorpasso in genere proprio quando il guidatore dell'auto si è scordato totalmente di lui e - vedendo nel retrovisore solamente una strada vuota, tenta un'improvvisa svolta a destra o a sinistra, magari senza segnalarla. quel che segue tende solitamente a rendere il motociclista ancora più simile ad un mitico personaggio inesistente.

Potrei continuare a lungo, ma credo di avere già reso l'idea...


[1] Dal Post "Paradisola":
1) La prima categoria di 'Portorotondini' è quella delle "facce da barca". Sono persone che esprimono subito chiaro a tutti gli astanti il concetto di essere proprietari di barca, per mezzo dell'abbigliamento esclusivo specializzato e per il modo sempre all'ultimo strillo di indossarlo (scarpe da barca firmate, ridondanti se usate fuori della barca, maglioni idrorepellenti inutilissimi d'estate, costosi orologi a tenuta idraulica, etc. etc.). Si tratta, in fondo, della versione insulare ed abbronzata della tradizionale e meglio nota 'faccia da c***o.' che riesce ad ammorbarci regolarmente tutto l'anno anche a casa nostra, ovunque si abiti. Solo che qui, in vacanza,  la categoria si scatena e fa della propria fetida ostentazione di denaro un vero virtuosismo, posteggiando l'enorme SUV esclusivo sempre in immancabile divieto di sosta ed ostentando il proprio insopportabile dialetto lombardo (più spesso, ma sono presenti in percentuali precise anche gli altri). Riescono persino a farti rivolgere un pensiero grato all'Anonima Sarda Sequestri ormai a riposo (purtroppo, verrebbe quasi da dire). 
2) La seconda categoria è quella, insospettabilmente foltissima, dei "culi da barca": essi sono immancabili ovunque sia presente una "faccia da barca", secondo la legge per cui i volontari aspiranti corrotti sono sempre presenti ove fiorisca un almeno potenziale corruttore. Ti colgono improvvisi dubbi logici esistenziali (del tipo: è nato prima l'uovo, o la gallina? Il corrotto o il corruttore?). Il culo da barca può essere di qualunque sesso, in quanto liberamente imperversa trasversalmente tra maschi, femmine e stati intersessuali. In genere si tratta di soggetti che vestono in modo ben riconoscibile, anche se non esattamente tradizionale: se incontrate un soggetto che è tutto uno sventolio di maniche a sbuffo, abbondanti camicie di stoffe fini e ricercate, pantaloni all'odalisca leggeri e semi trasparenti (perché fa caldo e la cute deve respirare), potreste essere di fronte ad uno di loro. Il minimo comune denominatore è che - per quanto comodo, largo ed abbondante - il loro vestiario è sempre attillatissimo 'in particolari punti' della loro anatomia, rivelandone ogni più intimo dettaglio scabroso. Per intenderci, se son femmine, i vestiti sono abbastanza attillati da permettere di leggere il numero e la marca della spirale che portano.
3) La terza categoria è, infine, quella dei "griffati di professione".
In un certo senso costoro hanno occupato la stessa nicchia ecologica lasciata libera dai primi nudisti di una volta. Vi ricordate? Quelli che se ne  stavano per conto loro, tutti nudi, nei posti più obbligati di passaggio e che assumevano un atteggiamento piuttosto seccato se per caso, passando obbligatoriamente a 40 centimetri da loro, vi permettevate persino (per non calpestarli) di guardarli!
Ecco, proprio loro. L'unica vera differenza è che i griffati - oltre ad essere vestiti e superaccessoriati - assumono sempre una posizione particolare: quella di massima esposizione visiva del marchio, che spesso li fa assomigliare ad antichi bassorilievi egizi, oppure a pazienti affetti da gravissima artrosi all'ultimo stadio (infatti, molti li chiamano 'gli ingrippati egizi').

Infine c'è la categoria alla quale anch'io mi pregio di appartenere: quando vedi qualcuno che se ne va in giro un po' stralunato, non abbronzato, tenendosi prudentemente ben distanti da tutti gli altri, dalle boutiques esclusive (per intenderci, quelle con un solo vestito in una vetrina di 20 mq, rigorosamente senza prezzo: il 'Portorotondino' vero non ha bisogno di chiedere. Compra e basta), con un'espressione che sembra dire proprio: "Macchecc***ocisonovenutaffare qui?".
Ecco, quello sono io e tutti quelli come me, che starebbero molto meglio su una splendida scogliera basaltica a Fuile 'e Mare,  di tutte le sfumature dall'azzurro al turchese, magari anche da soli, ma molto, molto più sorridenti ed appagati.