lunedì 27 maggio 2013

SATTA, SALVATORE

Satta, Salvatore

Ma gli odori sono più vicini al frutto dei colori,
 hanno in sé qualcosa di concreto,
di appropriabile
 che i colori non hanno.



Giurista e scrittore (Nuoro 1902 - Roma 1975). Prof. univ. dal 1934, insegnò diritto processuale civile nelle università di Camerino, Macerata, Padova, Trieste e da ultimo (1958-72) in quella di Roma; socio nazionale dei Lincei (1973). Diede importanti contributi in ogni campo del diritto processuale civile, particolarmente testimoniati dal suo Commentario al Codice di procedura civile (4 voll. in 6 parti, 1959-71)









Si deve alla sua famiglia se Salvatore Satta è conosciuto anche come romanziere: infatti dopo la sua morte la famiglia riprese le vecchie carte del giurista, scoprendo, tra di esse, il dattiloscritto de Il giorno del giudizio (in seguito venne trovato, nelle pagine di una vecchia agenda, anche il manoscritto). Satta aveva iniziato a scriverlo nel 1970, non senza sofferenza, riesumando nella sua memoria le immagini degli abitanti, ormai quasi tutti morti, che "vivevano", se così si può dire, a Nuoro, la città della sua infanzia. 
Il libro tratta proprio di questo: è una sfilata di personaggi di cui lo scrittore traccia una minuziosa indagine psicologica, a partire dal padre notaio finendo per tutto il contorno cittadino, in una rievocazione a metà tra lo Spoon river e la danza macabra.
In Sardegna, si direbbe che l'autore descrive l'apparizione di una "Reula", una mitica (e, si racconta, sempre  pericolosissima!) processione di morti, pronta a rapire con sè il malcapitato a cui è apparsa...
Il "romanzo" – forse incompleto: il capitolo due consta solamente della conclusione inaspettata della storia – è stato pubblicato postumo nel 1977 dalla Casa Editrice Cedam, specializzata in pubblicazioni giuridiche. 
Inizialmente passato sotto il più cupo silenzio di critica, esso è stato quasi totalmente ignorato. Ma appena pochi anni dopo, quando fu pubblicato di nuovo dalla Adelphi (1979), 

diventò un caso letterario di dimensioni mondiali. Oggi il romanzo è ormai stato tradotto in diciassette lingue, è considerato un'opera letteraria di grande spessore e riscuote ampi consensi da parte della critica più qualificata.
(Altre opere sono La veranda, originata dall'esperienza trascorsa dallo scrittore in un sanatorio di Merano, sulla propria e altrui sofferenza e De Profundis, mirabile affresco sulla triste condizione umana, nato dalle riflessioni sulla negativa esperienza maturata durante il periodo del secondo conflitto mondiale).


Ultimo figlio del notaio Salvatore Satta e di Antonietta Galfrè, 

parente del poeta Sebastiano Satta, dopo aver frequentato il 


licenza liceale a Sassaripresso il Liceo "Azuni" nel 1920

laureandosi poi nella stessa città in Giurisprudenza nel

1924, con tesi sul Sistema revocativo fallimentare. È uno dei

più grandi giuristi italiani, immensa la sua opera sulla

procedura civile, e tra i più grandi narratori.


È un'anonima voce narrante a condurre la storia (è facile intravvedervi l'autore stesso). Tornato nella città natale in tarda età, col sentimento della fine prossima, il narratore decide di fare una visita al cimitero. Questo semplice episodio scatena in lui un inarrestabile vortice di ricordi.
Alle vicende familiari dei Satta si accompagnano, a volte sovrapponendosi, a volte in parallelo, quelle dell’evoluzione della città di Nuoro e dei suoi personaggi, il tutto racchiuso in un periodo cronologico che va dagli ultimi anni del XIX secolo sino a quelli successivi alla Prima guerra mondiale. I riferimenti a fatti e persone reali sono per lo più abbastanza evidenti e rintracciabili (da qui l'ostilità palese con cui i nuoresi accolsero a suo tempo il romanzo), altre volte elaborati in modo evocativo e persino visionario, ma sempre con una sorta di amarezza latente che fa risaltare prima di tutto gli aspetti tragici o grotteschi della vita individuale e collettiva.

Nella narrazione non c'è alcuna pretesa naturalistica o mimetica, bensì fondamentalmente la resa di un'anima aristocratica (un po' alla Giuseppe Tomasi di Lampedusa) al nichilismo e alla mancanza di senso dell'esistenza. Una sorta di Antologia di Spoon River in prosa, in cui i destini di tutti, giovani e vecchi, ricchi e miserabili, intellettuali e matti del villaggio si intrecciano e trovano compimento nell'inevitabile destino comune della morte.


Il giorno del giudizio 

Incipit 

Don Sebastiano Sanna Carboni, alle nove in punto, come tutte le sere, spinse indietro la poltrona, piegò accuratamente il giornale che aveva letto fino all'ultima riga, riassettò le piccole cose sulla scrivania, e si apprestò a scendere al piano terreno, nella modesta stanza che era da pranzo, di soggiorno, di studio per la nidiata dei figli, ed era l'unica viva nella grande casa, anche perché l'unica riscaldata da un vecchio caminetto.

Don Sebastiano era nobile, se è vero che Carlo Quinto aveva distribuito titoli di piccola nobiltà agli autoctoni sardi che avevano innestato gli olivastri nelle loro campagne (la grande nobiltà con tanto di predicato era quasi tutta cagliaritana, ed era praticamente straniera all'isola): ma il doppio cognome era solo un'apparenza, altro non essendo il Carboni che il nome della madre, aggiunto al Sanna, il vero e unico nome di famiglia, un poco per l'usanza spagnola, un poco per la necessità di distinguere le persone, nella poca varietà dei nomi determinata dalla scarsa popolazione. Ogni bifolco in Sardegna ha due cognomi, anche se poi sull'uno e sull'altro prevale di solito un soprannome, che, se la fortuna aiuta, diventa il contrassegno temuto di una pastorale dinastia. Tipico esempio i Corrales. Il tempo e la necessità han finito col dare una certa legittimità al doppio cognome, e infatti «Sebastiano Sanna Carboni» circoscriveva in lettere tonde lo stemma sabaudo nel timbro ufficiale d'ottone, che Don Sebastiano chiudeva ogni sera gelosamente in un cassetto della scrivania. Poiché Don Sebastiano era notaio; notaio nel capoluogo di Nuoro.
Chi fosse poi questa Carboni che aveva lasciato il suo nome in un timbro, nessuno avrebbe potuto dire. La madre di Don Sebastiano doveva essere morta presto, e nulla è più eterno, a Nuoro, nulla più effimero della morte. Quando muore qualcuno è come se muoia tutto il paese. Dalla cattedrale – la chiesa di Santa Maria, alta sul colle – calano sui 7051 abitanti registrati nell'ultimo censimento i rintocchi che dànno notizia che uno di essi è passato: nove per gli uomini, sette per le donne, più lenti per i notabili (non si sa se a giudizio del campanaro o a tariffa dei preti: ma un povero che si fa faresu toccu pasau, il rintocco lento, è poco men che uno scandalo). L'indomani, tutto il paese si snoda dietro la bara, con un prete davanti, tre preti, l'intero capitolo (poiché Nuoro è sede di un vescovo), il primo frettoloso e gratuito, gli altri con due, tre, quattro soste prima del camposanto, quante uno ne chiede, e veramente l'ala della notte posa sulle casette basse, sui rari e recenti palazzi. Poi, quando l'ultima palata ha concluso la scena, il morto è morto sul serio, e anche il ricordo scompare. Rimane la croce sulla fossa, ma quella è affar suo. E infatti nel cimitero, meglio nel camposanto dominato da una rupe che sembra una parca, non c'è una cappella, un monumento. (Oggi non è più così: da quando la morte ha cessato di esistere è tutto pieno di tombe di famiglia: sa' è Manca, quella di Manca, come si chiamava, credo dal nome del proprietario anticamente espropriato, è diventata oltre le costose muraglie, oltre gli assurdi colonnati, la continuazione della città imborghesita.) E così questa Carboni si era dissolta nel nulla, nonostante i cinque figli che aveva messo al mondo, e di lei non ricordavano neppure il nome di battesimo, protesi com'erano ciascuno nell'avventura della propria vita. Del resto, oltre questa faticosa avventùra, erano vivi essi stessi, sentivano come vive le persone che il destino aveva legato al loro carro, mogli, figli, servi, parenti?


E dal prof. Massimo Pittau:

"Il Giorno del Giudizio" di Salvatore Satta
commento glotto-filologico

Dalla circostanza che Salvatore Satta era nato a Nùoro nel 1902 ed inoltre da diversi riferimenti di cronaca che egli fa nel suo romanzo «Il Giorno del Giudizio», è facile trarre la conclusione che la "memoria storica" che lo scrittore squaderna in questa sua opera rispetto alla sua città natale abbraccia gli anni che vanno dal 1910 al 1930 circa. Siccome anche chi vi parla è nato a Nùoro, sia pure vent'anni dopo il Satta, è in grado di attestare che in quel trentennio nella nostra cittadina vigeva un regime di bilinguismo o, meglio, un regime di diglossia, intesa questa come un bilinguismo non esattamente paritetico rispetto alle differenti circostanze di luogo, di tempo e di argomento in cui e di cui si parlava. In quel trentennio tutti i Nuoresi imparavamo la lingua sarda, nella sua varietà locale, secondo le modalità naturali, cioè sia nel chiuso dell’ambiente familiare sia in quello più largo del rione e del paese, mentre per effetto dell’obbligo scolastico - che per il vero veniva da molti ragazzi disatteso in larga misura - andava sempre più diffondendosi anche la conoscenza e l’uso della lingua italiana. Nelle generazioni degli adolescenti e dei giovani che affrontavamo gli studi nelle scuole medie inferiori e superiori l'uso della lingua sarda e l’uso di quella italiana si alternavano: parlavamo in sardo fra di noi, mentre usavamo l’italiano a scuola coi professori ed inoltre coi nostri compagni peninsulari e infine con gli impiegati forestieri delle varie amministrazioni pubbliche della città. L’uso del doppio codice linguistico vigeva anche in seno a quelle famiglie nelle quali uno dei due genitori era peninsulare oppure il padre era un diplomato o un laureato, che per lo stesso esercizio del suo ufficio o della sua professione era costretto a fare largo uso della lingua italiana.
Ebbene, la situazione linguistica della famiglia di Salvatore Satta si lascia facilmente intravedere proprio dalla professione del padre, quella di notaio. E' indubitabile che il notaio Satta usava il dialetto nuorese con i suoi clienti nuoresi e barbaricini, mentre redigeva gli atti notarili in lingua italiana. C'è da ritenere pertanto che fra i membri della famiglia Satta Galfrè - chiamata nel romanzo "Sanna Carboni" - i due codici si alternassero continuamente, a seconda delle circostanze ed inoltre a seconda degli argomenti trattati, ad esempio, le questioni relative all’amministrazione e conduzione della famiglia oppure quelle relative agli studi che i sette figli seguivano nelle scuole cittadine od in quelle di Sassari o di Cagliari. Questa situazione di bilinguismo vigente in seno alla famiglia Satta viene accennata da un passo del cap. XX pag. 279 del romanzo, in cui l’Autore, parlando del fratello Ludovico - il cui vero nome però era Filippo - che faceva l’avvocato, dice testualmente: «Parlava sempre italiano, anche quando le donne tendevano a rispondere in sardo, perché la lingua ricercata e lontana lo rendeva più astratto». Da questo passo, dunque, risulta abbastanza chiaro che Ludovico per certe sue esigenze psicologiche e professionali, si imponeva di parlare con i suoi clienti in lingua italiana, sfuggendo a quel regime di bilinguismo che invece dominava non solo nella sua cittadina, ma anche nella sua famiglia.
Una volta cresciuto e allontanatosi dal suo "natio borgo selvaggio" e poi diventato professore di diritto in differenti Università della Penisola, come capitava per tutti i suoi concittadini affermatisi come lui nel campo delle professioni e delle arti, Salvatore Satta volentieri ritornava all’uso del suo dialetto nuorese con gli amici e coi compagni di scuola, che incontrava a Nùoro nei suoi rari ritorni oppure negli incontri che aveva con essi in varie località della Penisola.
La scopo esatto o il significato preciso di questa mia premessa è quello di indicare e quindi di sottolineare che al fondo della forma linguistica italiana adoperata dallo Scrittore per comporre il suo capolavoro esiste un problema di impatto fra i due codici linguistici di cui egli era in possesso, quello sardo e quello italiano. Ovviamente nella sua opera, che è scritta in italiano, il codice vincente è risultato quello italiano, mentre il codice soccombente è risultato quello sardo. Ciononostante, come capita sempre in casi come questo, il codice linguistico sardo non è scomparso del tutto dal linguaggio adoperato dallo Scrittore, bensì ha determinato alcune sue reazioni ed ha lasciato alcune sue tracce, quelle per l’appunto che con questa mia comunicazione intendo prospettare e spiegare in termini di analisi filologica e glottologica.
E' utile e necessario premettere e precisare che le reazioni del codice linguistico sardo nei confronti del codice linguistico italiano usato dallo Scrittore riguardano quasi esclusivamente il campo del lessico, mentre non riguardano quasi per nulla il campo della grammatica. E' solamente un certo numero di lessemi che compaiono nelle pagine dell’opera, ciò che denuncia la presenza e la reazione, ora manifesta ed ora velata, del codice linguistico sardo.
Si deve ancora precisare che delle reazioni od influenze che il codice linguistico sardo ha esercitato sul linguaggio italiano da lui adoperato, il Satta mostra di avere talvolta consapevolezza chiara e precisa, tal altra meno chiara e meno precisa.
E' del tutto evidente e certo che il Satta ha avuto piena consapevolezza di essere di fronte ad elementi del sottofondo linguistico sardo tutte le volte che ha adoperato espressamente lessemi della lingua sarda ed anche brevi espressioni, che egli ha presentato graficamente in carattere corsivo oppure fra virgolette ed ai quali inoltre ha quasi sempre fatto seguire la relativa traduzione italiana. Per questi lessemi o frasi in lingua sarda usati e tradotti dallo Scrittore non è il caso che mi soffermi, dato che egli stesso ne ha dato una sufficiente spiegazione con la stessa traduzione che per l’appunto ne ha fornito. Una spiegazione filologica e glottologica invece richiedono quei lessemi o frasi in sardo che il Satta ha adoperato senza però farli seguire dalla relativa traduzione. Eccone qui di seguito l’elenco e la rispettiva spiegazione glotto-filologica. A tal fine preciso che io procedo a citare l’opera del Satta nella sua prima edizione del 1977 pubblicata dalla CEDAM di Padova, ed inoltre faccio spesso riferimento, in termini comparativi, sia all’opera di Luigi Farina, Bocabolariu sardu nugoresu-italianu, Sassari, Edizioni Gallizzi, 1987, e all’altra di Max Leopold Wagner, Dizionario Etimologico Sardo, Heidelberg, C. Winter, voll. I-III, 1960, 1962, 1964 (sigla DES).

Cap. I pag. 12. su toccu pasau: lo Scrittore traduce «il rintocco lento», però la sua traduzione letterale è «il tocco riposato» (si veda anche nel cap. XVII pag. 227).
Cap. I pag. 12. sa' è Manca: il Satta traduce bene «quella di Manca», ma scrive la frase in maniera errata. La sua scrittura esatta è sa 'e Manca ed è per l’appunto quella che compare nel cap. VII pag. 95.
Cap. II pagg. 27-28. domus de jana: esatta la traduzione «casa della fata», ma errata la forma del primo lessema, che a Nùoro e nel Logudoro suona esattamente dòmo. La variante domus adoperata dal Satta in primo luogo non è nuorese ma è campidanese, in secondo luogo non è al singolare, bensì è al plurale. D’altra parte è molto probabile che il Satta abbia derivato questo suo errore di lingua sarda dagli scritti degli archeologi, nei quali ormai è diventato la regola, la regola però insopportabile in esatti termini linguistici.
Nella riga successiva, il Satta mostra di accettare un punto di vista che io avevo espresso in un mio articolo pubblicato nel 1945 nel settimanale "L’Ortobene" di Nùoro, secondo cui il toponimo nuorese Balubirde non significa affatto «Valverde», cioè "Valle Verde".
Pag. 29. boe porporì, boe montadì!: sono due frasi di incitamento per i buoi usate continuamente dai contadini nuoresi, che il Satta cita senza la traduzione; esse significano rispettivamente «bue rossastro!» (letteralmente «porporino, del colore della porpora») e «bue mantellato!» (cioè listato da una striscia bianca o grigia lungo la schiena) (Farina 219, 230, 266; mancano nel DES).
Cap. II pag. 37, 38 e cap. IX pag. 129. barandilla: il Satta traduce «verandina», ma sbaglia, perché il suo esatto significato è «ringhiera», in quanto deriva dallo spagn. barandilla «ringhiera» (Farina e DES I 176).
Qualche riga prima della stessa pag. 37 lo Scrittore invece ha tradotto bene il lessema istancu «tabacchino», che deriva dallo spagn. estanco (DES I 685). Curioso poi è il fatto che nel cap. XIII pag. 170 il Satta adoperi il lessema spagnolo estanco tale e quale, sia pure facendolo seguire dalla relativa traduzione di «tabacchino».
Cap. V pag. 74. jaca «cancello fatto di travi di quercia messe per lungo e per traverso». E' curioso il fatto che, mentre il maestro della linguistica sarda M. L. Wagner (DES I 706) ha, a mio avviso, errato a riportare questo lessema ad un vocabolo latino, il Satta invece ha intravisto che si tratta di un "nome preistorico", cioè - dico io - di un "lessema paleosardo o nuragico", semplicemente affine al lat. iacca «graticcio» (che molto probabilmemte è derivato dall’etrusco).
* * *
Alla prima uscita del romanzo sattiano a noi Nuoresi non è sfuggito il fatto che quasi tutti i nomi e cognomi dei personaggi citati dal Satta risultavano mutati e trasformati, con la conservazione della sola consonante iniziale oppure di una certa assonanza fra l’antroponimo originario e quello sostituito, e che ciò era stato fatto col preciso scopo di non muovere il risentimento dei rispettivi discendenti, che a Nùoro sono ancora numerosi. In realtà questo mutamento dei nomi e cognomi dei personaggi citati ha, sì, conseguito il risultato di evitare il pericolo di eventuali querele per diffamazione o per calunnia da parte degli interessati, mentre non ha impedito per nulla il riconoscimento esatto e puntuale che ne hanno fatto gli stessi interessati e in generale molti altri Nuoresi della vecchia generazione.
Si deve però precisare che questa operazione del mutamento dei nomi e dei cognomi non è stata effettuata né voluta dallo scrittore nuorese, ma è stata concepita ed attuata dai suoi familiari e precisamente da quelli che hanno curato la pubblicazione postuma del romanzo. La circostanza mi è stata comunicata per l’appunto da uno di essi, di cui sono quasi coetaneo ed buon amico da vecchia data. Ebbene questa operazione del mutamento dei nomi e dei cognomi effettuata dai curatori della pubblicazione del romanzo ha determinato qualche pasticcio linguistico:
Cap. VIII pag. 107. Il soprannome di un anziano maestro Manca, parecchie volte citato dallo Scrittore, maestro che è stato a lungo ricordato dai Nuoresi, anche da quelli che non lo avevano mai conosciuto, era Prediskèdda, che significa esattamente «Pietruzza». Ebbene i responsabili della trasformazione dei cognomi hanno riportato questa esatta traduzione di «Pietruzza», ma purtroppo hanno mutato il soprannome da Prediskèdda in quello di Pedduzza, non badando che quest’ultimo significa non «Pietruzza», bensì «Pellicina», cioè "piccola pelle" (si veda anche nel cap. XVIII pag. 245).
Gli stessi responsabili delle trasformazioni linguistiche hanno proceduto a mutare anche il nome di alcune vie e zone della campagna nuorese, nonché di alcuni rioni: ad es. via Angioi in via Asproni, la regione su Tuvu in quella di Locoi, il rione Lollobéddu in quello di Lorenéddu. Ed anche da questa operazione è venuto fuori qualche pasticcio linguistico.
Cap. IX pag. 117. Dice il Satta che le due campane della cattedrale di Santa Maria della Neve «con quella scritta latina che neppure i preti capivano» (Deiparae Virgini a nive sacrum; cap. II pag. 38), avevano rispettivamente il nome di Lionzèdda e di Lollobèdda. La campana Lionzèdda derivava la sua denominazione dal fatto che con essa veniva annunziata l'amministrazione dell’Olio Santo ai morenti (in nuorese = oliónzu) (1), la campana Lollobèdda derivava la sua denominazione dal fatto di essere sistemata in direzione del sottostante rione di Lollobéddu. Ebbene la trasformazione del nome del rione di Lollobéddu in quello di Lorenéddu (cap. VIII pag. 111), oltre che non trovare alcuna spiegazione e motivazione, ha finito con lo spiazzare la campana Lollobèdda, il cui nome pertanto ora risulta del tutto privo di significato e di motivazione.
Pag. 135. Lo Scrittore usa il lessema sardo canistedda dimenticandosi di dire che esso significa «canestra, canestra dal bordo basso». Nel cap. X pag. 145 e nel cap. XII pag. 157 ha tralasciato di indicare il significato del rione Sa Bèna, che è «La Vena o La Sorgente», così chiamata da una delle fonti che davano l'acqua al paese. Nel cap. XIII pagg. 183, 191 usa il lessema nuorese «zippòne» fra virgolette, ma trascura di dire che si tratta del «corpetto del costume maschile e di quello femminile», il quale deriva dall’antico ital. gippone «giubbone» (DES I 609). Nel cap. XV pag. 211 egli si è dimenticato di presentare l’esatta traduzione di alcuni lessemi nuoresi: casadinas = «formaggelle» da casu «formaggio»; sebadas che si può tradurre «caciottelle», da sébu, séu «sego», così chiamate perché fatte di formaggio fresco coperto da due sfoglie di pasta lavorata con lo strutto (DES II 396; Farina 291);culurjones «ravioli», che probabilmente è un relitto paleosardo o nuragico; maccarrones cravàos «gnocchetti schiacciati con l’unghia», ma letteralmente «maccheroni inchiodati».
Nel cap. XI pag. 153 il Satta dice bene che il soprannome Fileddu significa «spago» (letteralmente "piccolo filo"), ma poco più avanti si dimentica di far osservare che l’altro soprannome Casizólu significa «caciocavallo» (letteralmente è il diminuitivo di casu e così pure nel cap. XIII pag. 176 ha trascurato di indicare il significato di altri cinque soprannomi: Buziúntu = (Farina 74), Torronéddu = «torroncino» oppure «tornietto» (Farina 323/2), Seddòne = accrescitivo di sèdda «sella», Peditórtu = «che ha il piede storto», Palimòdde = «poltrone, scansafatiche» (letteralmente "che ha la spalla molle, delicata").
Cap. XVII pag. 227. Il Satta cita sas sùrbiles e traduce «le streghe», mentre avrebbe tradotto meglio in altro modo .
A questo punto può riuscire interessante conoscere la forma originaria nuorese di due modi di dire che il Satta adopera parecchie volte nel suo romanzo. Il primo è quello crudele che egli mette spesso in bocca del padre quando questi vuole far tacere sua moglie: «Zitta tu perché sei nel mondo soltanto perché c' è posto!», che in nuorese suona così: Muda tue ca ses in su mundu solu ca b' at loccu! Ed è una frase con la quale si mira a tacitare una persona giudicandola ed apostrofandola come del tutto inutile e buona nulla.
L’altro modo di dire è usato nei confronti di un certo Pietro Catte (cap. XVII pag. 223, 226, 230), il quale aveva tentato di fare fortuna andando a Milano con tutta la somma ereditata da una zia e che invece si era subito fatto derubare da due truffatori ed inoltre nei confronti di una certa ragazza Peppeddèdda, che aveva finito i suoi giorni in un tubercolosario di Genova (cap. XVIII pag. 255): «Cercare pane migliore di quello di grano», cioè kircare pane mezus de cuddu de trídicu. La quale è una frase che si adopera con riferimento ad un individuo che si lancia in una avventura illudendosi di fare fortuna e rinunziando invece a quella che già possiede.
* * *
Procedo adesso a mostrare alcuni fenomeni di reazione del codice linguistico sardo nei confronti del codice italiano privilegiato e adoperato dallo Scrittore, fenomeni di cui non sembra che egli abbia sempre avuto esatta consapevolezza.
In primo luogo è da osservare che il Satta - proprio come la sua concittadina Grazia Deledda - fa largo uso del lessema tanca-tanche (ad es. cap. II pagg. 29, 37; cap. IX pag. 134), il quale non è altro che la traduzione del sardo tanca, tancas, che indica un «podere chiuso da siepi o da muri a secco» e deriva dal catal. tancar «chiudere» (DES II 463). Ebbene, in effetti questo lessema fa parte solamente dell'italiano regionale della Sardegna e appunto come tale viene citato dai più ricchi dizionari della lingua italiana.
Nel cap. I pag. 14 lo Scrittore usa l’espressione «lòriche» per il giogo, la quale però risulta totalmente incomprensibile ai Peninsulari ed anche a molti Sardi. In effetti «lòrica» non esiste nel lessico della lingua italiana, esso non è altro che la traduzione del nuor. lórica, che indica l’anello di ferro che veniva affisso ai muri delle case per legarvi gli animali domestici e che molto probabilmente è un relitto paleosardo, semplicemente affine al lat. lorum «correggia, striscia e anello di cuoio» (inesatto il DES II 37).
Nel cap. II pagg. 29 e 30 lo Scrittore usa il vocabolo cortita - che significa «cortiletto» e che avrebbe scritto meglio cortitta - trascurando di osservare che neppure questo lessema esiste nel lessico italiano.
Nel cap. II pag. 35 ricorre l’espressione «amico di posata», che traduce quella sarda amicu de posada = «amico di alloggio, di albergo», cioè "di ospitalità" (vedi pag. 33) (= catal.-spagn. posada; DES II 300), ma che in italiano è fortemente ambigua, se non addirittura incomprensibile.
Sempre nel cap. II pag. 36 l’Autore usa l’espressione la roba scritta in corsivo, trascurando di osservare che in nuorese sa ròbba non significa «il patrimonio» in genere, bensì soltanto «il gregge» (Farina; DES II 360).
Nei cap. VII pag. 95, cap. IX pag. 128, 131 e cap. XIV pag. 196 usa il vocabolo interro non segnandolo col corsivo né dandone il significato: in effetti si tratta del lessema nuor. intérru «seppellimento, funerale», che deriva dal catal. enterro o dallo spagn. entierro (DES II 477). In italiano il vocabolo non esiste, dato che risulta usato una sola volta da uno scrittore friulano del Settecento, Antonio Zucchelli, Relazione del viaggio e missione di Congo, Venezia 1712, pag. 254.
Nel cap. IX pag. 132 il Satta usa il lessema dominari (al plur.) che in effetti non esiste in italiano; si tratta pertanto della traduzione letterale del lessema nuor. dominários che significa «grandi case padronali, caseggiati» (Farina 117; manca nel DES). Questo stesso lessema nuorese il Satta nel cap. XIII pag. 187 lo traduce con l’ital. dominio.
Rispettivamente nel cap. X pag. 144 e nel cap. XV pag. 201 lo Scrittore adopera le espressioni «Il fatto è che ....» e «Fatto si è che ....», le quali non sono altro che reazioni supercorrette dell’espressione nuor. Fatt' istat ki .... = «Sta di fatto che ....».
Nella medesima pag. 144 del cap. X, riferendosi a quel personaggio che aveva il soprannome di Fileddu, lo definisce eremitano e nel cap. XIII pag. 184 dice che in origine i Corrales erano degli eremitani, con una attribuzione che in italiano risulta del tutto incomprensibile. Gli è che il Satta ha proceduto a tradure letteralmente il nuor. remittanu, che deriva, sì, dall’antico ital. eremitano «monaco dell’ordine dei frati eremitani», ma che a Nùoro ha finito con l’avere esclusivamente il significato di «accattone, pezzente, miserabile» (manca nel DES) (2).
Nel cap. XI pagg. 151-152 è adoperato, chiuso da virgolette, il vocabolo «insignoriccati», che è la traduzione letterale del nuor. insignoriccáos = «coloro che sono diventati signori».
Nei cap. XII pag. 169, cap. XIII pagg. 183, 189 il Satta adopera fra virgolette l’espressione «la parlata» e c' è da precisare che negli anni Venti a Nùoro si chiamava così «il discorso» politico fatto in piazza. L’uso di tale lessema però si riscontra anche nella lingua del mondo politico italiano di quei decenni. E' poi curiosa la circostanza che nel cap. XIII pag. 190 il Satta abbia anche creato il neologismo «controparlata», del quale però c' è da dubitare parecchio che finisca con l’entrare nel lessico della lingua italiana.
Nel cap. XIII pag. 172 lo Scrittore adopera l’espressione «strada» di pietra presso la porta, con un significato del primo lessema però che non trova alcun riscontro nell’uso della lingua italiana e che pertanto riesce incomprensibile ai lettori peninsulari ed anche a molti sardi. Gli è che il nuor. istrada è, sì, corradicale dell’ital. strada in quando entrambi derivano dal lat. strata «lastricata», ma propriamente indicava un lastrone di granito posto accanto alla porta di ogni casa, che serviva sia da sedile sia da appoggio per montare a cavallo. Ed è proprio ciò che si evince dall’espressione adoperata dal Satta (3).
Sempre nel cap. XIII pagg. 173, 191 usa il lessema immondezza riferito al maestro don Ricciotti Bellisai: è la traduzione del nuor. arga 'e muntonarju = «spazzatura di mondezzaio», che è una espressione molto più efficace del vocabolo ital. immondezza, perché è più concreta e per la sua intrinseca ripetizione risulta meglio evidenziata.
Sempre nel cap. XIII pag. 190 il Satta usa la frase «gli avrebbe letto la vita», che risulta quasi incomprensibile in italiano; si tratta della traduzione letterale della frase nuorese lègher sa vida a unu che significa «rinfacciare le malefatte ad uno».
Nel cap. XIV pag. 198 c' è la frase: «Finalmente arrivò prete Porcu col diaconetto». Anche qui lo Scrittore ha tradotto male: il nuor. jacanéddu deriva, sì, dal lat. eccl. diaconus, ma significa propriamente «chierichetto o piccolo sagrestano» e non «piccolo diacono».
Nel cap. XVIII pag. 255 ricorre fra virgolette il vocabolo «cantaro», che è la traduzione del sardo cántaru; sta però di fatto che in italiano cantaro significa «vaso», mentre in sardo cántaru significa «tubo di fontana, fontana, sorgente» (DES I 287).
Nel cap. XIX pag. 263 ricorre la frase «Non si udì l’appello di un cane», nella quale il lessema appello traduce quello sardo appéddu che significa «abbaio, latrato»; senonché il corrispondente italiano non ha affatto questo significato.
Per finire quest’altro punto mi preme precisare bene che io escludo decisamente che questi errori ed imperfezioni lessicali dello Scrittore nuorese siano stati l’effetto di una sua scarsa padronanza del lessico italiano; io sono fermamente convinto che questi errori e imperfezioni egli li avrebbe eliminati tutti o quasi tutti, se avesse avuto modo di procedere ad un ultima revisione del suo romanzo. Cosa che - come si sa per certo - egli non ebbe modo di effettuare, come dimostra anche la circostanza che il suo lavoro è stato pubblicato postumo. Solamente per questa precisa circostanza si spiega, ad esempio, l’errata attribuzione che nel cap. I pagg. 19-20 egli fa del verbo plurale aggiustavano ad un soggetto singolare un avvocato di Nuoro e nel cap. XI pag. 150 l’errata attribuzione del pronome maschile gli al sostantivo femminile vena.
Del resto la mancata revisione ultima del romanzo da parte dello Scrittore viene denunziata non solamente dalle imperfezioni e dagli errori lessicali che ho elencato sopra, ma anche e, direi, soprattutto dallo stile espressivo che si riscontra qua e là, nelle pagine dell’opera: che talvolta è uno stile impreciso ed oscuro, perché troppo scheletrico o stringato e per ciò stesso non sempre di facile comprensione od interpretazione. E tanto più notevole risulta questo sia pure sporadico difetto stilistico, in quanto la sintassi del Satta in effetti è sempre molto lineare e perfino assai semplice nella sua struttura essenziale.
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Finisco con una considerazione globale relativa all’uso della lingua italiana da parte di Salvatore Satta, considerazione che però in effetti riguarda tale e quale anche tutti noi Sardi in generale.
Almeno con riferimento alle generazioni di noi Sardi per i quali è valso il regime di bilinguismo e di diglossia, insomma almeno per quei Sardi che siamo arrivati al codice linguistico italiano partendo dal nativo codice linguistico sardo ritengo che valga la seguente considerazione generale. L’impatto che si determinava in Sardegna fra la lingua italiana e quella sarda, cioè fra due lingue, che sono, sì, sorelle rispetto alla comune madrelingua latina, ma sono anche abbastanza differenti fra loro, provocava una forte reazione a livello dello psichismo inconscio dei parlanti; e si trattava di un fenomeno di quello psichismo inconscio, che in effetti è ciò che regola tanta parte dei fenomeni che si registrano in tutte le lingue parlate dagli uomini. La coscienza linguistica dei sardoparlanti sentiva, in maniera molto più inconsapevole che consapevole, che per passare dal codice linguistico sardo a quello italiano era necessario fare un salto molto ampio e quindi era necessario porre in atto uno sforzo veramente notevole. Tutto ciò implicava un impegno linguistico abbastanza accentuato da parte dei sardoparlanti ed era un impegno di molto superiore a quello che dovevano sostenere le altre popolazioni italiane rispetto alla lingua toscana ormai diventata lingua nazionale, impegno superiore nella misura in cui la lingua sarda risultava differente dalla lingua italiana più di quanto i vari dialetti italiani lo fossero da questa. Senonché questo superiore impegno linguistico cui eravamo obbligati noi Sardi, alla lunga finiva col conseguire un risultato di notevole valore: una padronanza della lingua italiana imparata ex novo dai Sardi, che nella sostanza si poteva valutare come mediamente discreta ed anche buona, ovviamente considerati e rispettati i vari livelli culturali dei singoli parlanti.
D’altra parte avveniva che questa discreta e buona acquisizione che noi Sardi conseguivamo della lingua italiana, venisse raggiunta molto più rispetto alla sua struttura grammaticale e molto meno rispetto al suo patrimonio lessicale. Voglio dire che, mentre noi Sardi delle vecchie generazioni finivamo, anche per effetto della scolarizzazione ormai dominante, con l’avere una discreta padronanza della grammatica italiana, soprattutto nelle sue parti della morfologia e della sintassi, il patrimonio lessicale italiano che riuscivamo ad acquisire risultava sempre povero e perfino molto povero. Ciò dipende dal fatto che la struttura grammaticale di una lingua imparata ex novo si può acquisire più o meno facilmente, a distanza, dai libri, dai maestri e dai professori, mentre il corrispondente patrimonio lessicale può essere acquisito solamente con un contatto continuo e profondo, possibilmente avuto in loco, col mondo umano e culturale che sta alla base di quella lingua.
La situazione linguistica che si determina ancora nel presente a carico di noi Sardi rispetto al patrimonio lessicale italiano, paragonata a quella dei Toscani, mi sembra che possa essere spiegata in questi precisi termini. Quando parlano la loro lingua toscana e italiana i Toscani adoperano ed hanno il pieno diritto di adoperare continuamente e ad ampie mani lessemi che traggono dal loro sottofondo dialettale, lessemi che sono quelli che rendono quasi sempre preciso, efficace e ricco il loro parlare e il loro scrivere. Il parlare e lo scrivere di noi Sardi invece è sempre molto povero ed anche impreciso rispetto alla quantità e alla qualità dei lessemi adoperati, per il fatto che noi non ci sentiamo di attingere lessemi dal nostro sottofondo linguistico, anzi evitiamo con grande cura di farlo, data la coscienza linguistica - questa volta chiara e precisa - che noi abbiamo della essenziale estraneità della nostra lingua sarda rispetto a quella italiana.
A ciò si deve aggiungere un altro fatto che è perfino curioso: quella stessa «coscienza linguistica» di noi sardoparlanti che ci spinge a sostenere un più forte impegno nell’apprendere la lingua italiana, ci gioca un brutto tiro col fenomeno della «supercorrezione», che fra noi è di continuo operante nell’uso del patrimonio lessicale italiano. Per una "eccessiva paura di sbagliare" noi Sardi evitiamo con cura di usare molti lessemi italiani, che vediamo corrispondere in tutto o in parte ad altrettanti lessemi sardi, mentre ci buttiamo all’uso dei loro rispettivi sinonimi, più o meno esatti. Ad es., è difficile che un Sardo delle generazioni adulta e vecchia adoperi i lessemi italiani arena, broccachicchera, fontana, marra, padella, picco, pigliare, rammentare, tappo, tonto, tornaretorto, ecc. ecc., per la ragione che egli è inconsapevolmente spinto a ritenere che si tratti di altrettanti sardismi (mentre in realtà non lo sono affatto), corrispondenti ai relativi lessemi sardi arèna, bròcca, tzíkkera, funtana, marra, padèdda, piccu, piccare, ammentare, tappu, tóntu, torrare, tórtu, eccecc, ed invece adopera solamente i rispettivi sinonimi: sabbia, anfora, tazzina, fonte, zappa, pentola, piccone, prendere, ricordare, turacciolo, stupido, restituire, storto, eccecc. E la conseguenza di questa forte avversione che noi Sardi sentiamo verso la prima serie di lessemi italiani, a causa della nostra "eccessiva paura di sbagliare", è che il patrimonio lessicale italiano di cui risultiamo in possesso e di cui facciamo uso effettivo nel nostro parlare, risulta veramente povero.
Avevo segnalato questo strano ma reale fenomeno linguistico con riferimento al patrimonio lessicale italiano adoperato da Grazia Deledda, in una mia relazione tenuta nel «Convegno Nazionale di Studi Deleddiani», Nuoro, settembre 1972 (4), ed oggi lo segnalo tale e quale per il suo concittadino Salvatore Satta. Anche in Salvatore Satta del romanzo "Il Giorno del Giudizio" la povertà del lessico italiano adoperato è veramente notevole. E risulta molto strano che la cultura generale del Satta, di certo enormemente superiore a quella della Deledda, non l’abbia su questo particolare punto favorito in una misura ampia e concreta.
Ed ancora strana è la circostanza che neppure la cultura specifica del Satta, quella giuridica, che per se stessa è così ricca di elementi e di distinzioni lessicali, in nessuna pagina del suo romanzo dimostri di allargare e di arricchire il suo patrimonio lessicale italiano. Su questo preciso punto ed argomento è perfino facile che si verifichi questa eventualità: se un lettore non lo sapesse per altra via, non riuscirebbe ad indovinare, dal lessico che il Satta adopera nel suo romanzo, che egli era un giurista ed un giurista di chiara fama scientifica.
Concludo quest’ultima parte del mio intervento con quella che potrebbe sembrare ed essere giudicata la "ritrattazione di un critico pentito"; dico "potrebbe sembrare" nella apparenza, mentre sono convinto che non lo sia nella sostanza.
Un filologo che sottopone ad analisi una qualsiasi opera letteraria ha il dovere di individuare e di segnalare i valori ed anche i disvalori di carattere linguistico che sono presenti in essa; proprio come un critico delle arti figurative ha il dovere, in termini di filologica artistica, ad esempio, di segnalare i difetti della composizione chimica dei colori che Leonardo ha adoperato per dipingere la sua «Ultima Cena». E tutto questo è necessario ma non è sufficiente, perché il critico d’arte sa bene che questi difetti tecnici, in cui è caduto Leonardo nell’effettuare quell’affresco, non tolgono nulla all’altissima valenza artistica di quel capolavoro. In maniera del tutto analoga, l’avere io anche indicato e spiegato - in termini esclusivamente filologici e linguistici - i difetti e le imperfezioni della forma linguistica del romanzo "Il Giorno del Giudizio" di Salvatore Satta non toglie né mira a togliere nulla all’alta valenza letteraria di questo lavoro. Anzi proprio questo pignoleggiare del filologo e del linguista ancora una volta ci rende consapevoli, più consapevoli, che in ogni opera d’arte letteraria, tra la «forma» e il «contenuto», tra la veste linguistica e il messaggio trasmesso è quest’ultimo quello che ha il maggiore valore, è quest’ultimo quello che conta veramente. Anche nel caso del romanzo "Il Giorno del Giudizio" di Salvatore Satta siamo in grado di constatare e di accertare che in un’opera letteraria ciò che veramente e soprattutto vale è il che cosa dice l’Autore e invece molto meno vale il come lo dice.
Quali che siano pertanto i difetti e le imperfezioni che oggi ho segnalato nella veste linguistica del romanzo sattiano, nessuno può negare né io intendo negare il suo alto ed altissimo valore letterario, in virtù e per merito di quel messaggio di larga e profonda umanità che esso comunica ai lettori e agli uomini.

Massimo Pittau


NOTE
1. Sono debitore di questa spiegazione ad un suggerimento che mi ha dato il mio amico dott. Pietro Maria Marcello.
2. Ha errato il Farina a pag. 120 a presentare anche la forma eremitanu. Questa esisteva realmente, ma significava propriamente e solamente «custode di un santuario di campagna», secondo un uso che è documentato parecchie volte dalla Deledda.
3. Il lessema aveva il significato di «strada, via» solamente con riferimento alla attuale via Roma di Nuoro, la quale veniva chiamata SIstrada o perché era percorsa in tutta la sua lunghezza da una doppia fila di lastroni di granito per il passaggio delle ruote dei carri oppure in virtù di un calco lessicale italiano; cfr. M. Pittau, Lingua e civiltà di Sardegna, Cagliari, 1970, pag. 145.
4. I relativi Atti sono stati pubblicati a Cagliari nel 1974.