domenica 12 gennaio 2014

CAPITOLO XXIII

la Terra dei Mucchi di Pietre, cap. XXIII
di Maurizio Feo


23. Il rombo di tuono.


Lauchme era lì.
L’aveva cercata, aspettata, con ansia. Ora la guarda­va soltanto. Non aveva bisogno di chiedere, per sapere che ciò che egli temeva era successo ancora.  Egli si gettò - quasi cadde - su di lei: “Lo hai fatto un’altra volta!”.
Non era una domanda.
Lui le teneva il capo tra le mani, tirandole debolmente i capelli, scuotendola inutilmente un poco, tremando. Perché é del tutto vano chiedere il motivo del volo degli uccelli, del moto del mare, del calore del sole - dopo che l’arak ha ghermito l’agnello, il mare si é chiuso sopra la nave e il sole ha bruciato le messi...
“Sì” - ammise infine lei, con una voce roca che non sembrava la sua - non sembrava di donna - mentre lo sguardo ritornava lentamente quello solito: “Ripudiami, se anche trovi un solo valido motivo contro questa unica via rimasta per la salvezza comune. Scac­ciami, ed io appassirò infelice come la felce infausta, lontana dall’alloro solare e senz’acqua vitale - nel silenzio di una meritata disperazione”.
La sua voce andava riacquistando man mano into­nazioni femminili, i suoi occhi avevano nuovamente un’espressione familiare e preoccupata. 
“Ma se anche tu vedi, come me, la ne­cessità e la giustizia di quest’unica scel­ta, allora stammi vicino, dammi quell’acqua, respira con me il felice respiro del mirto, perché proprio adesso di questo ho bisogno di più”.
I suoi occhi erano tornati grandi, suadenti e cupi, come il mare quando é senza fondo: e nulla di ter­reno poteva resistere a quell’invito antico, neppure quell’uomo, che per volontà e giu­dizio era il primo, sulla Terra dei Mucchi di Pietre.
E così, ancora una volta - smesse le sue sacre vesti - ritrovò con lei il mistero semplice e selvaggio, che con tanto fragili catene, petali di rosa, perpetua l'estremo e indissolubile legame tra uomo e donna. In un attimo che rivela una magica visione vaporo­sa e brillante, profumata di mirto...
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Quando giunsero a Tal Ur i due cavalieri Shardana con il messaggio di Norax, il Gran Sacerdote trovò in un lampo conferma ai propri timori.
L’opportuna descrizione di No­rax corrispondeva perfettamente ad Orwa - l’ultimo ap­prodo dei Rasenna, che Lauchme ben conosceva - e alla nuova fortezza di Capo delle Acque costruita per vole­re di Bakis.
Di numerose sorgenti era stata prodiga dispensatrice la dea Feronia sulla costa dove sorge il sole. Dei tanti approdi quello dedicato alla Stella del mattino, Orwa, era il più vicino alla terra dai cupi boschi, Ereb. E più volte Lauchme era stato tormenta­to da fastidiosi ed oscuri timori proprio in virtù di quella vicinanza.
Due soli pasti consumavano i marinai, remando tra le due coste, così cantavano i portolani. Il tratto di mare era calmo e costellato di numerose isole prodighe di ripari e di approdi.
Ma nella stagione propizia non era necessario farvi ricorso.
Orwa appariva così come il boccone più tenero e ghiotto, l’agnello lontano dal gregge, l’ovvio bersaglio di Qart-Hadasht.
 Finalmente - senza più ostacoli e con l’unanime favore del Consiglio degli anziani - Lauchme ebbe libertà di decidere e di agire. Spedì il maggior nume­ro di uomini possibile con le mi­gliori armi, nel minore tempo. I piccoli ruscelli fanno grandi i fiumi, come le piccole gocce d’acqua fanno le più grandi piogge...
Volle prima controllare egli stesso minuziosamen­te l’equipaggiamento, che in prece­denza aveva fatto rapidamente costruire.


I grandi scudi gli davano particolare soddisfazione. Erano composti di tre strati so­vrapposti di pelle di muflone, tesi sopra un robusto telaio di vimini, al quale erano assicurati da borchie di metallo. Un grosso umbone in doppio strato di cuoio indurito centrale assicurava maggior solidità. Tre bande di cuoio, all’interno, garantivano una salda presa, oltre alla maniglia centrale. Tre coltelli paralleli erano assicurati, più sopra e i loro manici sporgevano oltre il profilo dello scudo, assicurando maggior protezione al viso, già prima ancora di essere usati. Lauchme aveva voluto gli elmi semplici e leggeri, ma aveva permesso che ognuno vi apponesse a volontà i tristi messaggi destinati al nemico.

Perciò tutti avevano calotte di cuoio robusto, con una larga banda di bronzo nella base ed una cresta, anch’essa di bronzo, al centro. Qualcuno vi aveva aggiunto però corna di capra sul profilo laterale, oppure una piccola testa di toro in bronzo sulla fronte, oppure una luna capovolta o altri simili tristi vezzi guerrieri, certi segnali di morte. Tutti avevano corpetti di cuoio, raddoppiati qua e là da piastre metalliche nei punti più esposti. La tunica di pelle sotto la vita si divideva in larghe frange, rinforzate in più strati. Le gambe erano protette da cosciali e da schinieri di cuoio, alcuni abbelliti con ciuffi di lana di capra sui lati, o con borchie di metallo. I guerrieri con scudo avevano tutti un corto giavellotto leggero e in aggiunta una spada, oppure una lunga lancia pesante, che soltanto i rami diritti del frassino potevano offrire in quelle dimensioni.
Gli altri uomini - ed erano i più numerosi - avevano: alcuni le frombole, alcuni gli archi pesanti e le faretre cariche di frecce. Archi e frecce Lauchme aveva fatto ricavare dagli alberi della morte, i tassi. L’esito del lancio sarebbe stato più letale, se effettuato con parte di una pianta già avvezza a uccidere con i suoi frutti e talvolta perfino, si sapeva, con la propria ombra.
A tutti Lauchme aveva dato sul petto un pugnale sul modello del proprio, perché sotto ognuno di quelli battesse un cuore convinto di lottare al fianco degli dei consenti, per salvare la terra sacra, con il favore di Ennin.
Se necessario e possibile, tutti avrebbero usato quel pugnale nell’ultimo corpo a corpo, e fino alla fine avrebbero meritato di chiamarsi figli della terra del Sole: ed Ennin ne avrebbe benignamente guidato la mano.
E così in due gruppi li vide partire, leggeri gli uomini in marcia davanti, e poi a seguire i lenti carri pesanti con le ruote piene, carichi di cibo vitale e di strumenti di morte.
Via, tutti col passo uguale della guerra!
Via insieme, lungo la strada che, ondeggiando, scendeva nella pianura e poi, sinuosa come un serpe, si perdeva nel coro sfumato dei monti e delle valli, ad incontrare, nella bruma e nella brezza leggere, il dolce e triste sorriso dei morti.

Le donne - che prima avevano ostentato orgoglio e ammirazione per i forti bicipiti e le rozze divise dei loro uomini - soltanto allora si sciolsero in un unico, doloroso pianto e già si disponevano all’attesa laboriosa e paziente di un trepido ritorno. Qualcuna tra loro non avrebbe più perdonato Lauchme per il destino futuro, ma tutte adesso si auguravano egoisticamente di non avere alcun nome da rinfacciargli con toni lamentosi, piangendo di fronte alle esedre dei tumuli.
E Lauchme era solo.
Gli tornarono in mente i canti delle guerre passate, che riportavano però soltanto l’epica gioia della vittoria, o la nostalgia del tempo andato, ma non il vero senso di orrore inutile che anima la guerra stessa:


“I re che lottarono per Venere,
sono da tempo solamente polvere
e tutte le loro guerre sono già finite,
con ogni loro ormai quieta passione.
Ma colui che di Venere cantava, oh,
le sue dita accarezzano le corde ancora,
anche se Venere non ascolta più le note
e le sue belle labbra sono divenute cenere”.




Ai due messaggeri Shardana il Gran Sacerdote assegnò esperte guide per Kur ed un consiglio, circa la profezia del suo discepolo Norax. Per quel che egli sentiva avvicinarsi della tempesta incombente e per quanto gli era dato sapere, alcuni degli aspetti di quella profezia gli sembravano molto credibili.
Punti oscuri ve n’erano per chiunque, anche se diversi per ognuno secondo le proprie convinzioni e conoscenze. Ma il senso generale ed immediato era chiaro a Lauchme: i primi bersagli erano l’approdo più vicino a Qart-Hadasht e quello più vicino ad Ereb, ambedue sullo stesso lato dell’isola, per quanto distanti tra loro.
Questo fu quindi il consiglio ai due messaggeri di Mandras: “Io ho mandato tutto quello che avevo ad Orwa, che non cadrà così, a meno che tutti gli eserciti del mondo l’assediassero per molte lune. Voi fate lo stesso per Kar, mandando subito rinforzi per mare con imbarcazioni veloci. Ennin - io vi dico - ve ne concederà il tempo e celebreremo insieme la nostra vittoria”.
Partirono veloci i cavalieri dai colori Shardana, con i loro messaggi e i preziosi consigli, accompagnati dalle guide di Tal-Ur e - finché furono in vista - dal penetrante sguardo accigliato del Grande Sacerdote.
Mormorando qualcosa, questi si ravviava i baffi con le dita della mano sinistra, nervosamente scrutando nel contempo il cielo, sopra di loro ... 



Improvvisamente, decise di partire anch’egli per Orwa e di raggiungere le sue truppe già in viaggio, lungo la strada. Era il capo della sua gente e come si conviene ad un buon capo, Lauchme aveva ancora molte altre risorse. E in qualche modo - oscuro anche a lui stesso - sentiva che era ormai tempo di usarle...

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Le vedette di Orwa dettero l’allarme per prime, soffiando nei rauchi e contorti corni di capra, gli occhi fissi sulle navi nere di pece che si avvicinavano. Scivolavano silenziose sull’acqua e quasi rispondevano agli sguardi accigliati delle vedette con i loro torvi occhi bianchi e rossi di minio, fregiati sulle basse prore.
Tutte le navi portavano sui fianchi gli scudi variopinti, allineati a pro­teggere i rematori posti più in alto. Erano navi grandi, con due ordini sovrapposti di remi, lunghe forse venti volte un uomo, e larghe quattro. Bakis le studiò, affascinato ed inorridito insieme, mentre si avvicinavano. I remi più bassi uscivano dallo scafo a quasi mezzo braccio dall’ac­qua. Ogni apertura - così bassa - era assicurata a prova d’acqua da una protezione di cuoio ingrassato e lucido, che per tutto il perimetro era inchiodata allo scafo con chiodi di legno e legata stretta intorno al remo da lacci di cuoio. 

Sul ponte stavano, già raccolti, i fanti armati e le navi apparivano irte di lance quanto lo erano di remi.
Partirono dalla costa le prime frecce di fuoco, ma il tiro fu corto e le fiamme sfrigola­rono nell’acqua, per lo più.  
La grande Nave Pietrificata di Odisseo assisteva indifferente e maestosa a quello spettacolo crudele. Essa restava così - muta e distante - nascondendo con la sua vasta mole il mare aperto, indicando con la sua fredda prua di pietra quell’infelice approdo che un giorno Nettuno invidioso le aveva negato per sempre e che Cartagine oggi cercava.
Le navi piegarono bruscamente sotto costa, in due punti diversi e vomitarono sulla terra­ferma ciascuna un’impressionante quantità di armati, che corsero veloci sulle spiagge a guadagnare una posizione tra le rocce e le prime piante. Malgrado il nutrito fuoco dei frombolieri e degli arcieri - che decimarono i primi sbar­cati - la seconda veemente ondata riuscì ad attestarsi saldamente e la terza poté perfino allontanarsi dalla spiaggia. Bakis dette  ordine di contenere quella penetrazione ricorrendo ai curiti e poi - vista l’inefficacia di ogni mezzo - mormorò fra sé, sgomento: “Dei diversi sono qui convenuti a confronto e tutti i poteri di mondi innominati. Grandi ombre munite di scettri, eroi, uomini e bestie. Ed il gorgo terribile della notte per sempre”.
Subito i lancieri si portarono diligente­mente avanti, accompagnarono con un urlo il volo dei giavellotti e quindi - come un sol uomo - presero insieme la corsa verso il ne­mico, sotto il tiro incrociato delle frecce. Insieme.
Compa­gni di giochi di un tempo bambino, allegri convitati, spensierati in gara nella caccia, insie­me, anche ora, per l’ultima volta.  Avanti, insieme.
Furono allora urla di morte, mescolate a quelle degli dei stranieri, nello schianto secco delle armi e tra lo schizzare del sangue. Avanti. Ma il nemico reggeva l’urto possente, e l’alto numero dei suoi morti non faceva che aumentare la sua rabbia. Presto non ci fu altro da fare, per gli uomini di Bakis, che riaccogliere i curiti esausti nelle proprie file e preparare spade e scudi per il corpo a corpo ormai imminente.
I Cartaginesi erano di pelle più scura, forse più alti di un palmo, orribili a vedersi nei loro vestiti di guerra, adorni di penne e di zanne di bestie mai viste, le facce truci e segnate, distorte da ghigni feroci. Alcuni erano mercenari libici, altri venivano dalle terre dell’interno ed erano neri.
Anche i guerrieri di Nugor scese­ro, urlando, dalle alture, dipinti di ocra rossa e gialla, muti­lando orrendamente il nemico, affrontandolo senza dargli tregua, come in un gioco crudele e incosciente, ignari della posta mortale. Ma quelli venivano avanti testardi, ordinati, compatti. Ubbidivano ad ordini precisi già noti e mandati a memoria, già eseguiti mille volte prima, sulle coste di tutte le isole di quel mare.
Bakis li seguiva dall’alto, come in un incubo: ancora adesso qualche altra nave attraccava, del tutto in­disturbata ormai. Sbarcavano ordinatamente per primi 10 fanti con armatura pesante, poi circa sessanta rematori, armati variamente, ma più leggeri, guidati da dieci tra co­mandanti di vario grado. Restavano a bordo quattro o cin­que marinai, di quelli che avevano governato la nave.
Più volte Bakis tentò di far bruciare le navi, sperando di demoralizzare il nemico, ma sempre il ten­tativo fallì con grosse perdite, per cui fu del tutto abban­donato.
I Cartaginesi si muovevano nel modo migliore, sapevano combattere ed il loro metodico e freddo procedere annullava del tutto gli spunti di coraggio furente, ma cieco, dei meno esperti difensori.
Anzi, quelli costavano cari.
Sopra molti cada­veri erano già passati senza pietà gli invasori, che con ma­ligna soddisfazione cominciavano a riconoscere i familiari segni di stanchezza negli sprovveduti avversari. Poco alla volta, ma irresistibilmente, li spinsero via dalla pianura, lontano dal mare, verso le alture. Infine, li costrinsero dentro la dura fortezza di Capo delle Acque, le cui porte questa volta si erano tristemente aperte e richiuse senza la baldanza di qualche ora prima e con piccola speranza ormai, per i difensori.
Ottenuto questo, i Cartagi­nesi non ebbero più alcuna fretta.
Il porto era preso. Il nemico era stato reso inoffensivo dentro una fortezza da cui non sarebbe più uscito e che ne sarebbe stato il tumulo più appropriato. La vasta pianura si apriva davanti a loro, indifesa. Anche se i villaggi erano deserti, perché donne e bambini erano fuggiti a nascondersi sulle alture, prima o poi li avrebbero nuovamente riempiti con sistematici rastrellamenti.
Bakis non riusciva a trovare una via d’uscita, per quanto si arrovellasse. Nessuna soluzione sembrava realizzabile.
Una sortita - anche di notte - non avrebbe potuto avere buon esito. Forse, però, avrebbe potuto servire allo scopo di liberare la strada ad un messaggero. Ma Bakis aveva forti dubbi che questi sarebbe tornato in tempo per salvare qualcosa - sempre che avesse trovato l’aiuto richiesto...
In quel momento, urla di sgomento lo distrassero dai suoi pensieri e Bakis volle vedere a che co­sa fossero dovute. Subito se ne pentì: dall’altro lato del muro piovevano fagotti di stracci, che cadevano all’inter­no con rumore sordo, battendo a terra, rotolando, ferman­dosi al primo ostacolo.
Non erano armi, ma facevano assai più male. I fagotti contenevano le teste mozzate dei compagni caduti. Riempirono la fortezza di offesa impotente e di sgomento, per la malvagità e per la crudele malizia dei Cartaginesi. Questo era il nemico che avevano di fronte - pensò tristemente Bakis - e quello il fato di ognuno dei suoi uomini, prima o poi, se Ennin non li avesse aiutati. Non contenti di ciò, i perfidi assedianti iniziarono a lanciare ogni sorta di cose, con le loro macchine balistiche: fascine di sterpi e bastoni impeciati ed accesi, gragnuole di sassi grandi e piccoli, grovigli di serpenti mordaci, nidi di vespe furibonde per la rottura dei loro favi e persino cumuli di sterco puzzolente. In questo modo sapevano di mantenere una continua pressione sugli assediati, distogliendoli dagli spalti e dalle altre attività necessarie, peggiorandone le condizioni e costringendoli ad attingere alle loro limitate riserve di acqua.
Una pesante cappa di rabbia e di dolore sembrò allora pesare sugli assediati, opprimendoli e soffocando in loro ogni residua speranza, se non ancora la volontà di combattere. Ma fino a quando? Quanto avrebbero potuto resistere in quelle condizioni?
Ma ecco risuonare un corno.
O no?
Non un corno, ma piuttosto un continuo, sordo rombo di tuono, da più punti del profondo del bosco. Ed ecco spuntare, dai margini del bosco, orde di guerrieri che roteavano ognuno sopra la testa una tavolet­ta rituale di legno, legata ad un sottile laccio di cuoio. Da questa usciva non un urlo umano, ma il ruggito della divinità infuriata, scesa dalla sua sacra reggia immortale per vendicare le offese fatte al suo popolo prediletto.
Al centro dello schieramento stava un uomo veramente formidabile: lo sguardo intento e intenso, atto a comandare le sue truppe selvagge, pronte a scatenarsi al suo cenno. Egli estrasse dal proprio mantello sfrangiato - con movenze deliberatamente lente e studiate - uno strano congegno che a prima vista sembrava un piccolo rustico tamburo con il corpo di sughero arrovesciato ed una membrana di pelle tesa ad una sola base. Ma quell’oggetto era invece molto di più di un semplice tamburo e l’uomo non era un uomo qualunque, mentre mostrandolo con le braccia protese verso il cielo, pronunciava con tono grave queste parole: 

Io, Lauchme, ho raccolto sotto la luna piena questo su­ghero dal bosco sacro e con le mie mani al mio volere l’ho piegato, cucendolo in questa forma. Ho lasciato morire d’inedia il mio cane migliore e ne ho preso la pelle dopo averla lasciata sepolta sotto la cenere e la terra per 10 giorni. Poi l’ho esposta alla rugiada di tre notti ed al sole di un giorno. Quindi l’ho tagliata con il mio coltello sacro nella forma richiesta e l’ho fissata ben tesa al sughero, assieme ad una treccia di crine di cavallo che ne prolun­ghi il vibrare. Al centro di essa ho aperto un foro, attraverso cui passa una lunga corda che io stesso ho in­trecciato pregando in una notte di tempesta. Ho fissato la corda con un piccolo Kamu che ho intagliato nel legno di mirto, alla moda dei pastori. Così ho fatto questo sacro Tunkiu e con esso - e qui la sua voce si fece tonante in un crescendo minaccioso - io, Lauchme, stanerò nel terrore le bestie selvatiche, farò tornare i pavidi greggi agli ovili, scioglierò le tristi promesse non mantenute in vita e sca­tenando il macabro ballo dei morti riempirò di orrore l’animo arrogante dei figli di Cartagine!”. 

Così dicendo, sistemò il piccolo cilindro sotto la propria ascella sinistra e con la mano destra prese a sfregare tra le dita la cordicella tenendola in leggera tensione. Iniziò a scaturirne un suono corposo, ruvido, roco e penetrante, che non poteva essere avvertito interamente dalla sua gente lì vicino, ma che stranamente andava prendendo forza allontanandosi dallo strumento, raggiungendo quindi un devastante effetto di terrore a 800 braccia di distanza dove stava il nemico, che vide - tremando - il sorriso dei morti prendere forma di suono. I pochi cavalli e le bestie da soma dei Cartaginesi s'imbizzarrirono e si sparsero.
Ed ebbe inizio l’attacco, con una fredda furia controllata.
I primi guerrieri brandi­vano l’ascia bipenne, simbolo della forza fulminea che abbatte e non perdona. Avevano il fuoco negli occhi sotto i loro elmi crestati e cornuti e veramente portavano la morte. Le loro armi non si esaurivano mai ed essi stessi non cedevano un sol passo nemmeno contro la metodica armata degli invasori, fino all’ultimo e sacro corpo a corpo con un pugnale sacro, per rendere il proprio sangue alla Madre. Dietro venivano lenti e grossi carri, carichi di arcieri, che oscuravano il cielo a tratti con i voli mortali di stridule frecce velenose. E allora si aprirono nuovamente le pe­santi porte della fortezza e rauchi risuonarono i corni nell’ultimo contrattacco.
Questa era la terribile e febbrile vi­sione di Norax!

Guerrieri lordi, irriconoscibili per i segni dell’orribile prova di angustia e di odio si riversavano in unica ondata fuori dalle grandi mura, come una piena im­pazzita, per una vendetta troppo a lungo repressa. In acqua furono spenti e spezzati i malvagi, bruciate le navi e le in­segne, libera finalmente la terra, libero il mare...
Ennin ritornò a sorridere quella sera stessa ai suoi figli prediletti, sazia dopo il dovuto sacrificio. E Bakis stava solo - in alto, tra i fuochi di vittoria - e ringraziava tra sé l’amico e fratello di Tal-Ur, mentre con gli occhi stanchi scrutava nella notte verso la Terra di Ereb oltre il mare, grato ad essa pure per non avere chiamato a sé anche quell’ultimo suo figlio ri­masto indietro, lì, tra loro, per salvarli...