venerdì 3 gennaio 2014

Chapter Eight


- AVVERTENZA  per il lettore comune: questo è un capitolo lungo, che richiede un po' più di pazienza da parte tua. Ma in fondo potrebbe interessarti: s'intravede qualcosa dell'antico ambiente religioso e militare, si parla di scorregge e sudore, si bestemmiano gli dei, si prospettano bisbocce con donne prezzolate. Ma si prepara la morte degli infedeli.

-AVVERTENTZA per i lettori della Fantarcheologia Sarda: qui compaiono alcuni personaggi che chiamo Shardana. Ti ricordo che questo è un racconto di tutta fantasia e non una pubblicazione scientifica: ecco perché possono comparire cavalieri shardana alleati dei locali Nuragici contro i Cartaginesi! Anche senza avere mangiato pesante.


La Terra dei Mucchi di Pietra

di Maurizio Feo


8. La Vera Minaccia.


Il gruppo di undici persone che andò con Mandras, prese dapprima la strada verso S’rdan, poi - coperta una distanza si­cura - piegò decisamente a destra nella campagna ine­guale, verso la strada dell’altopiano. Imbruniva. 
Il gruppo procedeva in silenzio, quasi oppresso da tristi presagi, mentre ad ogni passo i cavalli incespicavano nella penombra col rischio di azzopparsi. Anche Norax era cupo: sentiva il peso di tanti e gravi avvenimenti, per nulla alle­viato dal pensiero di es­sere in così grande anticipo sui tempi ri­chiesti dal Gran Sacerdote.
Sentiva pesare la colpa per ciò che aveva commesso.
Non credeva affatto che il suo Maestro avrebbe avuto lo stesso noncurante atteggiamento di Man­dras e dei suoi uomini, che erano rudi guerrieri.
Più tardi, lungo il cammino rimugi­nò tra sé l’idea di chiedere a Mandras se fosse vero che - come si mormorava - egli era ricercato dai Giudici per avere ucciso un visitatore da Qart-Hadasht...
Poi, ridendo amaramente dentro di sé  pensò che lui stesso - Norax - aveva ucciso quella che era stata con ogni probabilità una spia militare cartaginese. Le circostanze lo rendevano certamente punibile agli occhi dell’uomo, ma - sperava - non a quelli benevoli di Ennin, che egli intendeva servire fedelmente. Concluse quindi che non aveva alcuna impor­tanza se Mandras avesse o meno ucciso uno o più visita­tori di Qart-Hadasht: di certo egli era il capo di un ben or­ganizzato e forte gruppo militare e sicuramente, ove lo avesse ritenuto necessario, avrebbe potuto e saputo ucci­de­re - singolarmente o in battaglia - non una sola spia, ma anche cento.
E l’alleata di là dal mare, Qart-Hadasht dal porto rotondo, sembrava essere da lui considerata piuttosto perico­losa...
Il dolore, che Norax tuttora provava in mezzo al petto gli ricordava fin troppo - in spiacevoli fitte occasionali - che da adesso anch’egli aveva buoni personali motivi per considerarla pericolosa.
Una luna corrucciata in­tanto si nascondeva tra nu­vole mutevoli che si insegui­vano rapide, mosse dal primo penetrante vento freddo di nord-ovest che avrebbe portato dapprima le piogge e poi la stagione fredda... Finalmente, completata la deviazione, trovarono la strada e poterono progredire più veloci, approfittando degli sprazzi brevi di chiarore tra una nuvola e l’altra. Norax presto rico­nobbe la strada che solo poco prima - ma gli sembravano trascorsi giorni e giorni - aveva percorso all’andata, protetto con di­screzione dagli emissari discreti e fidati del Maestro, ai quali più volte pensò con gratitudine.
Quando furono giunti al guado premonitore Norax trotterellò tempestivamente avanti, perché tutti si guar­dassero dal terreno pericoloso e paludoso, e si guadagnò così ul­teriore ri­spetto.
Poi, poco a poco, senza accorgersene, si addormentò esausto sul suo cavallo, cullato dal suo lento passo regolare, respirando piano tutto l’afrore notturno dei ginepri e dei lentischi, vegliato e protetto da undici guerrieri Shardana decisi e bene armati...
La vista della pattuglia armata spa­ventò le guardie notturne di Tal-Ur, e fu solo perché i richiami ad alta voce svegliarono di soprassalto Norax - il quale si fece subito riconoscere - che fu evitato uno spiacevole inci­dente.
Furono accettati oltre la porta grande, non senza una certa sospettosa riluttanza ma anche con molta curiosità per la rara vista di tanti cavalli tutti insieme. Destò sorpre­sa so­prattutto la docilità con cui quella temibile compagnia ar­mata si lasciava guidare dal giovane Norax.
Il Gran Sa­cerdote li accolse subito con dichiarata soddisfazione e senza alcuna imbarazzante formalità - per nulla mostran­dosi sorpreso del fatto che il suo apprendista avesse avuto pieno successo con così grande anticipo.
Nulla di meno ci si attendeva da lui, che era colui che è stato scelto...
Il Sacerdote fece offrire a tutti vino bianco forte, accom­pagnato da focacce calde di miele amaro e formaggio speziato e, da parte sua, si servì abbondantemente del suo abituale succo di mirto. Quindi si ritirò con Mandras a parlare, mentre i guerrieri si de­dicavano ai cavalli e Norax - oramai ben sveglio - poteva go­dersi ciò che considerava un poco di me­ritata tranquillità.
Così girò per il villaggio, beandosi fi­nalmente del non dovere più fare né pensare alcunché di importante, guardando intorno le scene quotidiane, che gli erano familiari e tanto care. Le donne cominciavano allora i lavori del giorno: c’era chi già bolliva l’olio dei semi di lentisco - ap­pena macinati - o da solo, (per le lampade) o misto a malva ed altre erbe (per uso alimentare); alcune facevano il burro; altre disponevano i fichi per farli essic­care al sole; altre impastavano la farina di frumento o di orzo e ne facevano i pani piatti e ro­tondi di Puls o di Maza.
Alcune non erano in vista, o perché impegnate al chiuso nella filatura, o nella tessitura davanti ai loro immensi e pazienti telai verticali, oppure perché al fiume per la faticosissima preparazione del lino. Era questo un compito che spettava unicamente alle donne a cui anzi nessun uomo doveva assistere, pena la buona riuscita del lavoro. Dalla battitura per separare il legno dalle fibre, alla macerazione sotto grosse pietre nel fiume, alla pettinatura dei fasci, alla bollitura per ottenere maggiore morbidezza.
Era un compito assai duro, interminabile.
Tutte - di solito - approfittavano di un’ora mattutina in cui i bimbi non si erano ancora svegliati, oppure di un’ora tarda pomeridiana, in cui erano già a dormire. Gli uomini erano ancora quasi tutti via, a curare le vigne, o i campi, o le bestie. Quelli rimasti con­ciavano le pelli con i tannini estratti dalle cortecce di quercia; oppure erano tutti intenti a tagliare a spirale le pelli più grandi, per ottenerne lunghissimi, robusti lacci, che resistevano a tutto.
Rivolgevano occhiate furtive ai nuovi arrivati e senza darlo troppo a vedere scrutavano con competente cupidi­gia le pesanti armi: quasi tutti ammiravano le inconsuete vesti di bisso intrecciato dai più brillanti colori; qualche giovanetta trovò il modo di arros­sire nell’occasionale incrociarsi degli sguardi.
Norax notò che i legnaioli stavano riempiendo nuovamente la fornace, dopo la prima fusione, che evidentemente aveva già avuto luogo in sua assenza. Le forme di bronzo già ottenute erano disposte in fila, pronte a trasformarsi ancora. Questa volta sarebbero divenute piccole statue votive, oggetti minuti, repliche di quelli più grandi e di uso quotidiano, ricordi del luogo sacro e della grande festa religiosa cui si era preso parte. Le basse e modeste casette del muro intorno al tem­pio erano già approntate per la festa, che - calcolò - sarebbe cominciata... sarebbe cominciata proprio l’indomani!
In­fatti, alcu­ne delle casette erano già animate dalla presenza di ospiti ed il re­cinto sacro risuonava dei versi confusi delle nume­rose offerte, di ogni genere. C’era già un isolito andirivieni, allegro e chiassoso.
In realtà, Norax stava cercan­do di allontanarsi dall’insistente e doloroso ricordo dei re­centi avvenimenti. As­sorto e corrucciato, era giunto ormai alla porta piccola del villaggio e stava per imboccarla, desideroso di nascondersi, di appartarsi - forse di scendere fino al ruscel­lo - ma qualcosa glielo impedì.
Gli sembrò che una forza immateriale lo trattenesse e sentì posarsi su di sé uno sguardo.... Si voltò.
E vide Lèkere, gli occhi enigmatici fissi come due spilli su di lui, dritta davanti alla propria capanna, intorno alla quale, rigogliosissimo, cresceva il mirto. Asu Lèkere la chiamavano, infatti: il suo mantello viola scuro fissato con una grossa fibbia a sanguisuga di lapislazzuli e d’oro aveva lo stesso colore delle bacche mature del mirto e la veste chiara ne ripeteva, invece, quello del fiore.
Sorrise di un sor­riso indecifrabile, la ma­ga: “Sia buon giorno al sacerdote, che offre sacrifici alla Grande Madre anche nei nomi e nei costumi di popoli stranieri”. Forse c’era complicità, in quelle parole, forse orgoglio.
Norax sentì un brivido corrergli lungo la schiena: dunque, Lèkere già sapeva - come sempre - senza avere visto né udito! Ma con quel tono adesso non sembrava rimproverarlo, anzi nei suoi occhi brillava qualcosa che poteva essere ammirazione o una fiera soddisfazione... o forse no? Era così difficile comprenderne i pensieri e i moti d’animo...
Ella proseguì con tono più dolce: “Che avresti dovuto affrontare una prova mi era no­to, ma credo che la realtà trascorsa abbia superato gli in­tendimenti stessi degli dei. Molto altro ti attende, cui non puoi certo sottrarti con una spensierata passeggiata al ru­scello”. Norax provò l’improvviso impulso di domandarle - visto che lei era in grado di leggere nei sogni, nel cuore e nel futuro degli uomini - che cosa davvero lo attendesse e perché mai stesse accadendo tutto ciò...
Ma Lèkere lo in­calzò e lo zittì, dicendo: “Non sei più un ragazzo, Norax e neppure sei più nel gruppo che pone le do­mande, bensì ormai appartieni per diritto e per dovere alla piccola cerchia di coloro che danno le risposte. E prendono le decisioni. Ed ambedue, risposte e decisioni devono essere quelle giuste.
E per far ciò tu devi sapere più degli altri e spes­so, purtroppo, dovrai soffrire di più. E, forse, per averne in cambio soltanto una triste conoscenza della tua meta finale e degli ineluttabili destini tuoi e di tutta la tua gente. Vai, quindi - io ti dico - nella capanna del Sacerdote, e unisciti agli altri uomini e da uomo prendi con loro le gravi decisioni che vanno prese.
Verrà così più presto - io lo vedo - il tempo in cui tu prenderai le decisioni per loro, non più insieme a loro, così come hai già preso decisioni sagge per te”.
Norax guardò interrogativamente quegli occhi profondi e belli, che avevano forse involontariamente espresso un attimo di cupa tristezza per poi tornare ieratici e austeri; quindi non seppe più che obbedire, distogliendo riluttante lo sguardo suo da quello maliardo e magico di lei, quella cui nulla si poteva nascondere...
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Una figura umana - un uomo scalzo - procedeva curva e lenta per la via polverosa, allontanandosi da Kar lungo la  strada per Arsémini, quella che segue fedelmente il corso sinuoso del grande golfo. L’acqua salata del mare si mescola poco a poco con quella dolce di un ventaglio di fiumi che da posti diversi convergono, tutti, nella vasta pianura, fino a formare uno stagno salmastro ricco e generoso.
L’uomo procedeva lento. 
Un sacco vecchio e liso - pieno di oggetti che ne deformavano il profilo rigonfio - sembrava pesargli molto sulle spalle. Vestiva di vesti logore, vistosamente stracciate qua e là, parzialmente nascoste sotto una mastruka nera, spelacchiata e sporca. Si appoggiava ad un lungo bastone, ricurvo in cima come quello di un pastore.
Ma non conduceva un gregge...
All’apparenza, lo si sarebbe detto un uomo vecchio, facile a stancarsi anche su di un percorso agevole come quello. La strada, larga e pianeggiante, conduce da Kar ad Arsémini e poi si allontana dallo stagno fino a raggiungere Serdiana. Sono due paesi sacri, dedicati ambedue ad Artemide di Sardis dai fondatori Shardana, che non avevano badato a spese per costruire una strada degna della loro magnifica dea. 
L’uomo sembrava vecchio e debole, ma non lo era in realtà. I suoi gesti lenti erano voluti e studiati per farlo apparire tale...
Portava al fianco una ciotola consunta di legno, assicurata alla cintola con un lungo laccio di rafia intrecciata, che passava in un buco nel legno. All’occasionale incontro con altri viandanti, egli subito protendeva la sua ciotola - con un braccio tremante - ed emetteva un lungo e flebile lamento nasale. Questo bastava, di solito, per ottenere che gli lanciassero qualche cosa: uno scarto di cibo, una borraccia per l’acqua, un indumento usato e perfino - talvolta - una moneta.
Ringraziava sempre con molti inchini per ogni benché piccola elemosina ricevuta, accompagnando gli inchini con molti gemiti di gioia esagerati e lagnosi, che convincevano il malcapitato autore del dono ad affrettare il passo per allontanarsi definitivamente da lui.
Il povero straccione - il capo chino, coperto da un cappuccio - sembrava non alzare mai lo sguardo dal terreno, tutto intento nel suo incedere curvo e faticoso di miserabile. Ma i suoi occhi erano nascosti dall’ombra del cappuccio e saettavano qua e là tutt’intorno, attenti ad ogni minimo dettaglio. Chi avesse potuto scorgerli, vi avrebbe letto malevolenza ed odio e avrebbe provato paura. La sua mansuetudine era simulata bene.
Egli seguiva docile la strada ovunque essa lo volesse condurre, apparentemente a caso e senza meta. Era ormai giunto piuttosto lontano da Kar, ma non ancora in vista di Arsémini, in una zona piuttosto solitaria, protetta dal mare e lontana da occhi indiscreti. Il paesaggio era adesso un po’ meno pianeggiante: qualche collina e gruppi di piante di alto fusto movimentavano l’orizzonte. La brezza portava comunque con sé un ché di marino, anche se il mare non era più visibile.
Finalmente, si diresse verso quella che sembrava essere una delle sue mete: una fontana coperta, sita un poco discosta dalla strada, al termine di un vialetto sterrato. La fontana era incorniciata dalle chiome degli alberi e seminascosta da rigogliosi cespugli di agnocasto, che si ornavano ancora delle ricche spighe di fiori rosati e già mostravano qualche bacca lucida e bruna. L’uomo si sciacquò con l’acqua gelida, attento a non scoprire troppo le membra giovani e muscolose, e bevve avidamente. Quindi finalmente si sedette, come se fosse del tutto esausto, su di una delle grosse pietre dell’abbeveratoio per gli animali, all’ombra dei grossi alberi che lo sovrastavano. Una cascatella d’acqua gorgogliava proprio lì a fianco, ai piedi della collina, uscendo da un piccolo e armonioso mucchio di pietre, posto a protezione e copertura della preziosa sorgente vera e propria. Il posto era incantevole, per un’antica magia che creò - e tuttora conservava incorrotta - la Terra del Sole.
Si dispose all’attesa, sembrava proprio un viandante stanco in cerca di riposo e refrigerio...
Non passò molto tempo, che - proveniente da Serdiana - giunse presso la fonte un uomo ben vestito, con un asino. Sull’asino stavano degli otri flosci e vuoti. L’uomo, naturalmente, si diresse alla fonte e vi si fermò per riempire gli otri.
Parlò allo straccione con indifferenza e con distacco, come per caso, ma ciò che disse in tono basso era piuttosto preciso e suonava come un ordine, perentorio e asciutto: “E’ tutto stabilito, Khaleb, ascolta bene: è per la prima notte senza luna! Tu accenderai il fuoco in modo che il nostro principe Melek abbia una guida. Tu gli darai il segnale”.
Il viandante rispose, sorridendo appena, ma con un tono quasi di scherno: “Nulla mi darà più gioia che ubbidire ai tuoi ordini, Hiram, skn di Lepcis! Intanto, però, dammi qualche cosa subito: io dovrei soltanto recitare la parte dello straccione e non esserlo per davvero!”.
L’altro - molto irritato da quelle parole inaspettate ed irrispettose, il volto fattosi duro, come di pietra - sciacquando rabbiosamente un otre gli ringhiò, di rimando: “Non ti tradire, Khaleb, o nessun dio ti salverà dalla mia vendetta! E se dovessi fallire io, tu sai bene che il mio battaglione sacro è di 2500 uomini fidati: pensi forse di riuscire a sfuggire a tutti? Sai bene che non avresti abbastanza sangue per soddisfare la sete della loro rabbia!”.
Il mendicante allora - con finta deferenza e gentilezza - gli tolse di mano uno degli otri vuoti e sibilò, con voce tagliente: “Possa Horon, signore dei rettili, mandarti una vipera ogni notte! Dammi qualcosa, per Baal, mentre io ti riempio gli otri, così sembrerà un pagamento per il mio servizio. E non sfidare la mia pazienza più oltre! Ho dato per anni infinite prove di fedeltà, rischiando la vita nell’esercito, in ogni fronte, e ansimando tra il sudore e le scorregge dei rematori, su ogni mare. L’assemblea degli dei santi di Biblo mi sia testimone! E’ così che ho finalmente riscattato la mia schiavitù per debiti. Baal Shamem mi ha visto penare in silenzio il tempo di tre semine in questa terra straniera di serdiani primitivi e di turseni sciocchi, che mi trattano come un ger e mangiano liberamente il maiale. Io stesso mangio gli avanzi del loro cibo rivoltante da troppo tempo. Vesto come un pellita selvaggio ed ho nostalgia delle mie morbide vesti di scriba. Vivo senza una donna da quando sbarcai qui, in una notte maledetta senza luna e senza stelle. Affido a Baal Addir tutti i miei lamenti, quando intorno a me non c’è nessuno. Non osare nemmeno, tu che vivi nelle comodità e nel lusso, accennare ad un mio tradimento!” - E qui gli occhi torvi del mendicante si rivolsero per un attimo verso l’uomo dell’asino, ma la sua voce si fece nostalgica e lamentosa insieme  - “Non osare, per Baal! Io sogno il bagno caldo prima delle musiche e dei canti di una marzeah. Sogno il banchetto e le libagioni e le donne ed il gridare di gioia tutti insieme. Mi manca il mizrah del mio clan. Mi manca Hoter Miskar, il dio del mio villaggio. Mi manca la mia casa modesta, da cui sono lontano da troppo tempo. Mi manca persino un amico a cui parlare liberamente la mia bella lingua, costretto come sono a parlare questi versi gutturali e stranieri! E Baal Malage mi doveva mandare, salvo attraverso il mare, proprio uno scorpione come te, per parlarmi di un mio tradimento!”.
Quindi il falso mendicante, accortosi dello sguardo freddo ed ostile del suo superiore, assunse un tono più insinuante ed inquisitivo: “Quante notizie preziose ti ho dato fin qui? Oppure ti sei scordato? E le hai riferite puntualmente al nostro Signore, oppure te le sei tenute per te? O, peggio ancora - sciacallo delle sabbie più infette di carogne - ti sei fatto bello dei miei meriti con lui, come se fossero tuoi?”.
L’uomo dell’asino lo interruppe con tono brusco e conclusivo, ma una luce di compassione sembrava addolcire il suo sguardo: “Avrai il premio e gli onori per quello che fai, quando sarà giunto il momento. Ma oggi è soltanto il tuo dovere. Io faccio il mio e tu fa’ il tuo. Meleck sa essere un comandante generoso con i suoi fidi e lo ha già dimostrato; ma egli sa anche essere terribile con chi non gli è fedele. Comunque, egli risponde per ogni cosa direttamente al nostro signore Magon, che è affamato di gloria, ed al Senato di Qart-Hadasht, che è infallibile e spietato. Essi sono tutti molto bene informati del tuo prezioso operato, tra mille difficoltà”.
Si interruppe un momento, per valutare la presa che aveva sull’altro la propria consapevole menzogna, quindi aggiunse: “Tutti soffriamo: io ho visto morire gli amici e i fratelli per gli errori sconsiderati di chi non tiene fede. Un altro buon informatore è scomparso in questi giorni da Othoca e non se ne ha più traccia. Era esperto, sicuro, fidato: un buon soldato ed un’ottima spia. Non so perché, né come sia successo. I Shardana devono avere avuto parte in questa cosa, perché il loro capo Mandras si é volatilizzato già da qualche giorno, dopo che diversi altri dei nostri sono stati uccisi. Ecco perché mi vedi nervoso: ora che il tempo stringe, ora che nulla deve andare storto, queste novità sono estremamente pericolose. Sono io che devo valutarle bene e porvi i giusti rimedi. I Shardana ribelli hanno certamente capito qualche cosa e stanno reagendo a modo loro. Quindi, stai estremamente attento: ogni più piccola distrazione può perderci tutti!”.
Hiram guardò dritto negli occhi il suo sottoposto e non vi lesse alcuno dei valori immortali che vi avrebbe voluto vedere. Non fedeltà, né amor di patria, né fede religiosa, né rispetto, né dignità di uomo. Vide solo avidità, desiderio di potere, lussuria e volgarità. Considerò tra sé - con amarezza - che Qart-Hadasht avrebbe conservato potere politico e militare, solo fino a quando avesse avuto i suoi soldati e marinai mercenari. E avrebbe conservato questi e quelli soltanto fino a che ne avesse potuto soddisfare le voglie con la propria enorme ricchezza.
In fondo, erano soltanto mercenari, appunto. Pochi, troppo pochi erano i veri pilastri di forza, quelli che non chiedevano altro che di servire umilmente. Servire cosa? Servire gli ideali e le tradizioni della città di Elisha, orgogliosa figlia di Belo e sorella di Pumayyaton re di Tiro, sposa fedele di Acherbas, massimo sacerdote del culto di Melquart. Sì, certo: erano troppo pochi i veri pilastri, ma puri di cuore e fedeli, tutti discendenti delle più nobili famiglie di Tiro, tutti arruolati nell’invincibile battaglione sacro, di cui Hiram faceva parte con dedizione e con orgoglio. Già il solo nome del battaglione incuteva timore su tutti, amici e nemici, perché esso era costituito da splendidi fanatici che avrebbero combattuto fino alla morte per i loro ideali. Ah, che differenza con i gretti ed infidi libici, che avevano perfino cambiato il bellissimo nome sacro di Elisha in quello meschino e volgare di Deido!
Quell’indegno e fastidioso servo libico che Hiram aveva davanti doveva - in fondo - fargli ancora soltanto un ultimo servigio mercenario.
Era quindi necessario invogliarlo in modo irresistibile.
“Prendi pure il mio borsellino di pelle” - gli disse - “E’ tutto quanto io posso darti adesso. Non vi troverai pezzi d’argento, bada: soltanto le monete di bronzo scuro che stampano qui, con l’effigie di Babi su di un lato ed un grappolo d’uva sull’altro. La somma, però, ti basterà per sceglierti una giovane consacrata dalle finestre del tempio di Nure e prenderti piacere con lei, anche più volte. In quel tempio gli impuri pelliti mangia-maiali adorano la nostra divina signora Astarte, chiamandola Artimus nella loro lingua. Le consacrate sono disponibili per tutti i viandanti e commercianti stranieri che facciano un’offerta alla dea. E così si fanno una dote”.
L’altro, titubante, allungò la mano avida e ringraziò con un mugugno, poi dichiarò, controllando il contenuto della borsa di pelle: “Accenderò il fuoco alla prima notte senza luna, come tu mi hai detto, nel posto stabilito. Meleck lo vedrà bene - stai sicuro - e per allora saprà che anche tutti gli altri, nel porto ed in città, avranno fatto la loro parte, come convenuto. Puoi fidarti di me, che sono il più fedele dei tuoi soldati. Trasmetterò i tuoi ordini ad Abdamon, Elymilk e Tabnit, perché tutto sia pronto. Sia gloria a Baal anche in questa sua prossima nuova terra!”.

Gli otri erano oramai pieni di acqua fresca e già tutti già sistemati e ben assicurati sul dorso dell’asino. Non c’era più motivo che i due si attardassero ancora presso la fonte. L’incontro era dunque terminato.
L’uomo dell’asino si accomiatò con una promessa irresistibile, in un tono che sembrava di solenne sincerità, mentre gli occhi gli brillavano di anticipazione: “Il nostro prossimo incontro avverrà a Kar e non sarà più furtivo. Farò arrivare dalla mia casa il vino di uva passa, i nostri fichi ed i migliori melograni, l’aglio ciprio ed i cani più saporiti di Lepcis, insieme al nostro pasticcio di miele, farina, uova e formaggio. E terrò in serbo solo per te la più bella ed orgogliosa giovane donna nobile di Kar, in modo che ella possa asciugarti i piedi con i suoi capelli e che tu possa riposare le tue mani callose sulla sua pelle liscia. Ti farò sedere al tavolo di Meleck vincitore, a costo di mangiare io stesso per terra. Avrai fama e gloria e piaceri, vedrai, come un ex schiavo scriba non avrebbe mai potuto neanche sognare. Questo io - Hiram, reggente di Lepcis - ti prometto, per il resto della tua vita”.
Quest’ultima menzogna fu particolarmente gradita al viandante, il cui viso - cotto dal sole e solcato da numerosissime rughe - si spianò in un laido sorriso al pensiero di tante delizie proibite. Augurò al proprio superiore che Ofir e Tarshish non avessero mai abbastanza ricchezze per riempire la sua reggia di sufeta in Qart-Hadasht, dimenticando tutte le malevolenze pronunciate al suo indirizzo soltanto qualche attimo prima...
Ciascuno riprese quindi il proprio cammino, allontanandosi lentamente in direzioni diverse, sulla strada deserta e polverosa. Uno pregustava le gioie del proprio prossimo ruolo di ricco e potente sufeta di quella regione, temuto e venerato da numerosissimi servi e sottoposti, su cui compiere ogni sorta di abuso. L’altro, più praticamente, pensava soltanto ad un rapido viaggio a Kar. Lì doveva comunicare di avere organizzato l’accensione del segnale e la presa dei punti cruciali del porto, per la data stabilita. Quindi avrebbe potuto fare ritorno alla sua fattoria di copertura, a Serdiana, in trepida attesa degli eventi, ma pensando a prevenire ogni difficoltà ed ogni iniziativa dei nemici. E quando fosse venuto il momento, avrebbe anche mantenuto con quel servo la sua promessa, ricordandogli specialmente quella clausola “per tutta la vita”. Infatti, l’avere mangiato carne di maiale per sua stessa ammissione gli avrebbe guadagnato un’immediata condanna a morte. Hiram non poteva tollerare che nessuno - e specialmente un servo - gli parlasse così, come quello aveva appena fatto, anche se in assenza di testimoni.
Per ora gli faceva comodo in vita e quindi lo risparmiava, ma non gli avrebbe dato una seconda possibilità di insolentirlo. Digrignò i denti con rabbia, Hiram. Da qualche tempo si sentiva osservato, spiato. E temeva che il suo prendere ancor più precauzioni non facesse altro che convincere ulteriormente le spie del suo essere colpevole. Colpevole di che cosa, poi? Rialzò la fronte con orgoglio e guardò lontano, come cercando una soluzione al suo fastidioso problema: come avrebbe potuto prevenire le mosse dei Shardana? E fino a che punto essi avevano compreso ciò che Qart-Hadasht andava preparando per mezzo suo? Strattonò l’asino per affrettarne il passo. L’asino ragliò di ritorno in segno di protesta e ciottolò un po’ con gli zoccoli sul pietrame della strada.
La fonte rimase finalmente deserta e silenziosa, come era per la maggior parte del tempo...
Soltanto lo sciacquio della cascatella di acqua fredda e brillante animò la scena, per alcuni istanti. Fino a quando, all’improvviso, una figura umana scivolò fuori - sott’acqua - dal piccolo mucchio di pietre, emergendo con un lungo sospiro dall’acqua della vasca ombreggiata. Silenzioso e guardingo, l’uomo uscì grondante dall’abbeveratoio. Non visto, da dentro il piccolo Nurake, aveva ascoltato per intero la conversazione segreta tra le due spie. Il suo nome era Askalos, portava lo stesso nome del più grande re che l’antica terra d’origine shardana avesse mai avuto. Egli ne era fiero, si muoveva con dignità regale. Si portò su di uno spiazzo in vista e si girò verso la collina boscosa. Fece un segnale con le mani, come per ghermire qualche cosa, quindi indicò nella direzione del finto mendicante Kahleb e fece il verso del falco. Dopo si segnò gli occhi con le dita ed indicò in direzione dell’uomo con l’asino, Hiram, con un gesto convenuto che significava “tenere d’occhio senza farsi vedere, né prendere contatto”.
Qualche cosa si mosse tra gli alberi, nelle due direzioni indicate.
Poco dopo, comparve un uomo a cavallo, che uscì dal folto degli alberi e si diresse verso di lui. Gli offrì degli abiti asciutti, che lui rifiutò, montando a cavallo e dicendo: “No, Masdnes, andiamo subito da Mandras, si tratta di un fatto troppo importante per perdersi in inutili quisquilie: mi asciugherò col vento. Chi sta seguendo l’uomo degli otri?”.
Il compagno rispose: “Ardys lo sta seguendo a piedi, da vicino. Aliatte starà più lontano, a cavallo. Gli altri - Moxos, Tylos, Atys ed Agrio - sono tutti dietro al mendicante, per prenderlo vivo. Lo potremo interrogare al rifugio presso gli stagni, più tardi”. Questo fu tutto: spronarono i cavalli e sparirono rapidissimi in una nuvola di polvere,  tagliando per la campagna e lasciando l’antica fonte alla sua quiete abituale...
Khaleb non vedeva più la strada che gli si dipanava davanti: il suo sguardo era smarrito in sogni variopinti ed inebrianti, nei quali possedeva giovani schiave gementi, figlie di nobili shardana decaduti e tutti in catene nella sua casa. Li faceva frustare a turno. Li costringeva a baciargli le mani in segno di sottomissione... Sorrideva, Khaleb, nell’immaginare questi ed altri soprusi; intanto camminava spedito, dimentico delle precauzioni tanto raccomandate e necessarie, già pregustando i piaceri della sua permanenza nel tempio di Artemide...
Svoltò per una curva del percorso e si trovò davanti un uomo a cavallo, di traverso sulla strada, che sembrava attenderlo. Essendo lui a piedi, vide subito che indossava un lungo gonnellino di strisce di cuoio rinforzate da dischi di metallo e che portava schinieri di bronzo. La sua corona piumata gli rivelò che era uno shardana, il suo arco incoccato gli tolse ogni dubbio: non aveva speranza di fuggire. Il guerriero gli sorrideva beffardo, squadrandolo con uno sguardo limpido e penetrante.
Khaleb portò allora la mano alla sua ciotola ed inscenò il suo solito spettacolo di pietosa richiesta, senza perdersi d’animo. Sperava di distrarre l’attenzione del guerriero,  protendendo verso di lui la ciotola con la sua mano sinistra, contratta in modo spasmodico, il braccio tremante.
Intanto, con la sua mano destra cercava di estrarre qualcosa dalla sua sacca. Cercava il manico di un pugnale. Emetteva il suo solito lamento nasale, chinava il capo un poco da un lato, assumendo un’espressione di dolente rassegnazione alla propria condizione di sciagurato. Ma, intanto, si preparava alla sua ultima recita mortale.
La sua mano destra sentì, all’improvviso, il freddo e tagliente contatto di una lama più grande, maneggiata da un altro, che gli impediva ogni ulteriore ricerca.
Khaleb capì allora che non aveva più risorse, non gli restava più nessun inganno: si afflosciò come un sacco vuoto. Fu preso di peso da altri tre guerrieri shardana, legato e buttato come una sporta a tracolla di un cavallo e fu portato via...
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“Ti vanno così male gli affari, Neera? Sei ridotta all’affanno di convocare tu stessa presso di te i clienti, adesso?” - Chiese il nuovo venuto con tono di scherno.
Neera, immersa in una vasca piena di acqua calda profumata di essenze, non si scompose per nulla e disse, uscendo dall’acqua completamente nuda: “La tua voce finge lo scherno, Elibaal, ma non riesce a nascondere il vibrante desiderio che accende i tuoi occhi. Non è per soddisfarti che ti ho convocato: annuserai l’olio di cedro nel mio corpo un’altra volta, ma non oggi. Ho solo notizie per te, oggi. Quelle che tu cerchi. Ma dovrai pagarle più care che i miei abituali servigi, perché in quelli io sono la più esperta, mentre raccogliere informazioni è per me un mestiere nuovo e mi stanca molto di più”.
A quelle parole, l’uomo cambiò atteggiamento e si avvicinò alla donna, che lo arrestò con fare altero e con un gesto deciso della mano. Poi tirò una tenda tra sé e l’uomo, in modo da stabilire un confine, più simbolico che reale, in quanto la stoffa leggera nascondeva ben poco alla vista.
Neera iniziò ad asciugarsi con mosse studiate, lente e provocanti, ben sapendo che l’uomo al di là della tenda poteva vederla  e subirne il fascino.
“Di quali notizie parli, Neera? É un gran brutto momento, questo, lo sai: non perderti nei tuoi soliti giochi e vieni al dunque. Se sono notizie importanti, devi anche darmele in fretta e per intero”.
Neera finse indignazione, mentre impudicamente cominciò ad applicarsi l’unguento di cedro: “Non ti ho mai fatto perdere tempo, mi sembra. E non ti avrei convocato se non fossero notizie importanti”.
Elibaal, intanto, seguiva silenzioso i gesti spudorati della donna, che evidentemente si preparava all’incontro con altri uomini: era combattuto tra la necessità di avere presto quelle notizie ed il forte desiderio che provava per quella donna sfrontata, impudica e bellissima.
Neera proseguì: “Anch’io non ho tempo da perdere: come vedi mi sto preparando per una festa in cui correrà molto vino. Tu sai bene che gli uomini perdono facilmente il controllo, sotto l’effetto del vino. E quindi l’olio di cedro è assolutamente necessario per una povera ragazza, se non vuole restare senza lavoro per nove mesi e più”.
“Le notizie, Gezabele, dammi le notizie” - Grugnì spazientito Elibaal.
Neera sorrise, nell’udire che l’uomo la chiamava familiarmente con il suo vero nome: era un buon segno per lei - pensò - stava vincendo. Disse: “Ho cinque notizie importanti per te. Voglio una moneta d’oro per ognuna. E voglio anche una moneta di bronzo, perché nel raccogliere le informazioni per te ho dovuto perdere un cliente per me. E tu sai quanto sono importanti i clienti per una donna che vive da sola, come me!”. Intanto Gezabele continuava nella sua opera, studiata appositamente per ridurre le resistenze dell’uomo al di là della tenda leggera. Sapeva esattamente fino a che punto poteva tirare la corda senza che si spezzasse.
“L’avidità ti ha reso pazza, Gezabele! Con una somma simile posso comperare un esercito di sicari e farti torturare in mille modi prima di ucciderti! E credi che non impiegherei così i miei soldi, piuttosto che buttarli al vento in una diceria di bordello?”.
Neera assunse un tono sorprendentemente confidenziale e vagamente triste: “Dal giorno in cui sono venuta fino qui da Utica, ho cambiato ubbidientemente il mio bel nome fenicio in quello euboico. Non lo ho fatto per me. Non ti ho sempre dimostrato di valere quello che ti chiedo in cambio della mia opera?”.
Quindi aprì di scatto la tenda e si mostrò all’uomo per intero, altera e senza vergogna, dicendo: “Avrò molti buoni riguardi per te, domani, lo sai: ma oggi devi darmi quello che io ti chiedo. Forse sarò di nuovo cera molle nelle tue mani; forse ti svelerò quei ghiotti segreti egizi che tu ancora non conosci; forse sarò ancora la tua docile schiava e cederò ad ogni tua più avida violenza, bruto... Ma oggi voglio da te cinque monete d’oro ed una di bronzo, o puoi andartene anche subito”. Le sue movenze lente ed il suo sguardo di sottecchi, le sue promesse insinuanti ed il suo corpo prima nascosto e poi ostentato, alla fine ebbero la meglio.
“E sia” - Acconsentì infine l’uomo, con una voce stridula, che tradiva la tensione - “Ma cosa puoi avere da rivelarmi che sia così importante?”.
Allora Neera si rivestì velocemente ed iniziò la sua precisa esposizione, naturalmente non prima di avere messo al sicuro le monete che Elibaal le aveva consegnato con  truce riluttanza...
“Dunque” - disse con un tono da mercante che elenca la propria mercanzia - “Oggi ho visto un giovane pastore pellita, sporco e ladro, arrivare qui trafelato e, direi, spaventato. Da chi o da che cosa fuggisse non so. Aveva fretta, molta fretta, sì. Credo che volesse rubare un cavallo, o che abbia finto di volere rubare un cavallo perché l’incontro sembrasse casuale”.
Elibaal, corrucciato, aveva un’espressione di eloquente disappunto, per cui Gezabele si affrettò a proseguire, indicando con il dito fuori dalla finestra: “Ed ecco la prima notizia: si è incontrato in quella casa che vedi laggiù con un uomo alto, grosso e vigoroso, barbuto e con capelli corti, che non è mai venuto qui a cercarmi. Si tratta di uno shardana, ma non uno qualunque: anzi, io credo che si tratti proprio di Mandras, quello che tu cerchi, perché comandava su una numerosa folla di cavalieri, tutti shardana come lui, che nei giorni precedenti si erano comportati in modo tanto discreto che né io né Crobila ci eravamo accorti della loro presenza. E tu sai con quanta attenzione controlliamo tutto il vicinato”.
Elibaal aveva assunto un altro atteggiamento. Adesso stava valutando il significato delle parole della donna: “E perché mai” - chiese - “sei così sicura che il giovane pellita fingesse che fosse fortuito un incontro già programmato?”.
Gezabele rispose, trionfante: “Perché un ladro di cavalli di solito viene crudelmente punito, oppure almeno scacciato con le peggiori minacce. Non viene di certo invitato a lavarsi ed a sedersi alla tua tavola per cena. Che invece è quello che è successo. Ed ecco la tua seconda notizia: alla scena del finto furto è seguito un bel po’ di trambusto, con un vorticoso andirivieni di gruppi di shardana armati. Non ho potuto seguirli: non è prudente uscire da sola a quell’ora. Non sono riuscita a capire che cosa stesse succedendo, ma ho visto che erano molti di più di quanti potessero stare tutti insieme nella casa: un piccolo esercito, direi. Quindi, credo che le informazioni portate dal giovane pastore fossero molto gravi e molto urgenti”.
“E tu le conosci?” - chiese subito Elibaal, interessato.
“Purtroppo no, mio fedele amico” - cinguettò la donna, ravviandosi i capelli nerissimi - “C’erano guardie dappertutto. Se mi fossi avvicinata tu non avresti più la tua cavallina Gezabele per divertirti, quando ti senti triste. Pensa che hanno perfino percosso Crobila, che ho mandato laggiù a curiosare, con una scusa. Ma questo conferma che si trattava di una riunione molto importante e molto segreta, no?”.
Elibaal la spronò ad andare avanti e lei, docilmente, ubbidì: “Dopo la cena e dopo il grande andirivieni continuo di gruppi diversi, è successa una cosa curiosa: tutti, ma proprio tutti, sono partiti in gran fretta ed hanno abbandonato la casa, che infatti adesso è deserta. Ho controllato: neanche una traccia. Più strano ancora: sono partiti tutti in direzioni diverse. Lo so, perché avevo sistemato degli osservatori all’incrocio della strada e me lo hanno riferito”.
Elibaal cominciava ad essere più soddisfatto, ma non voleva certo darlo a vedere. Conservò un’aria torva di minaccia e chiese: “E poi? Sai in che direzione è andato Mandras?”.
Gezabele per tutta risposta gli mise tra le mani uno specchio ed iniziò a disegnarsi delle pesanti righe scure intorno ai begli occhi neri. Elibaal non potè fare a meno di notare i disegni esplicitamente osceni che erano incisi sul dorso dello specchio. “Non tremare con la mano, mio caro. Non vuoi che la tua piccola Gezabele appaia strabica stasera, vero? O forse sì. Tu lo vorresti, in modo che altri uomini non mi trovino desiderabile e non giacciano con me durante la cena. Non è così?” - Ma l’espressione dell’uomo la convinse a non divagare più - “Ho mandato uno schiavo a seguire il gruppo di Mandras, che naturalmente era il più importante. Tieni presente che lo schiavo era a piedi e quelli erano a cavallo...
Per tutto il tratto che è riuscito a percorrere prima di sfiancarsi e sedersi a riposare - e questa è la tua quarta notizia - li ha visti andare verso Nord”.
“Bene, Gezabele: dammi anche l’ultima notizia, sentiamo”. Elibaal era stranamente calmo, adesso. La sua mano era posata appena sull’elsa del pugnale.
Gezabele tirò un profondo respiro: sapeva di avere molte frecce al proprio arco, ma sapeva anche di avere esagerato nell’alzare troppo il prezzo per quella che, in fondo, poteva essere considerata una sola vera notizia.
Sapeva di rischiare molto. Se Elibaal si fosse sentito preso in giro, se non fosse stato soddisfatto della merce, che lei fin qui aveva indubbiamente venduto bene, avrebbe anche potuto ucciderla, incurante delle sue facili grazie. Infine, la donna disse, tutto di un fiato: “L’ultima notizia è che anche i pelliti si stanno organizzando contro la nostra Qart-Hadasht. Ti vedo sorpreso. Ma io ne sono sicura. Ho notato che il giovane pellita - soltanto un ragazzo: troppo giovane per essere un capo - era trattato con molto rispetto da tutti i guerrieri shardana. Si è allontanato con il gruppo di Mandras, ma sembrava condurlo, non semplicemente farne parte. Quindi era un messaggero particolare, con un messaggio da parte di qualcuno molto importante. E questo personaggio importante deve essere anche lui un pellita, ma alleato di Mandras. Ti ho convinto?”.
Elibaal era convinto. Non lo disse alla donna, ma da quello stesso pomeriggio gli mancava all’appello Abdi-Milkutti, quello dei campi di Korra. Era una coincidenza singolare e poteva anche essere in rapporto con i fatti raccontati da lei.
Di fatto, poi, l’uccisione di Tenne sicuramente - e forse anche la scomparsa nel nulla di Baana e di Luli - erano state tutte messe in rapporto con l’inizio della clandestinità di Mandras. Quindi, le ipotesi di quella donna - venduta, sì, ma estremamente perspicace - potevano essere corrette e quindi estremamente utili...
Lentamente, per farle pesare di più la situazione, Elibaal le disse, con voce volutamente grave: “Ho pensato di tagliarti la testa, poco fa, mentre ancora scherzavi. Sei stata molto vicina a morire, bellissima Gezabele. Ma, se questa tua interpretazione dei fatti è giusta, tu hai reso un grande servigio alla patria. Potremo riportare la vittoria che tutti speriamo. E dopo, io berrò ancora il vino forte di questa terra dalle tue dolci mammelle”.
Gezabele tirò un sospiro di sollievo, era salva! Gli offrì le mammelle unite con le mani, perché lui le potesse baciare avidamente, mentre con le mani le frugava tra le vesti nel modo più indiscreto. Lei lo lasciò fare per un poco, fino a che alla fine lo dovette fermare col dire: “No, mio cerbiatto, basta adesso! O dovrò rimettermi daccapo l’unguento di cedro! Puoi pazientare fino a domani sera? E sarà gratis, per te”.
Più tardi, Elibaal mandò due messaggeri da Othoca a Kar, perché Hiram fosse informato dei nuovi fatti. Gli promise anche di controllare le strade per Kur, per Tibulat, per Tar e per Kar. Qualunque intercettazione sarebbe stata trasmessa con gli specchi di giorno e con i fuochi di notte...

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Norax giunse nella ca­panna del Gran Sacerdote proprio mentre Mandras stava procedendo al con­fronto tra la propria magnifica spada e quella conservata tra le sa­cre reliquie per tanto tempo. Le stava soppesando con mano esperta, misurandole con at­tenzione, quindi le lasciò cadere entrambe a punta in giù sulla tavola di legno grezzo: ambedue si piantarono sul tavolaccio, ma di fatto una più e l’altra meno profondamente. Vibrò con ciascuna un colpo di taglio sul bordo del tavolo e nuova­mente la reliquia si infisse più saldamente.
Quindi misurò piano le due spade una contro l’altra, filo contro filo, verificando con espressa costernazione la superiorità netta di quella spada antica sulla propria - che pure era ine­guagliata fino ad allora.
Guardò con cupo, ma rinnovato interesse quell’arma, nuova per lui.
Su di essa non vi erano segni che facessero capire chi l’avesse fatta, né dove. Qua e là pre­sentava incrostazioni rossastre, come il mu­schio secco sulle rocce, ma  tenacissimo da togliere e sotto di esso - una volta raschiatolo via, brillava un colore grigio e fred­do, ostile, non come quello bruno e giallastro, più familiare, delle altre spade. Mandras parlò soltanto quando ritenne di avere raccolto ele­menti ed evidenze a sufficienza.
“Confermo che mai prima d’ora ho visto un’arma come questa o che possa in qualche modo starle alla pari” - disse con tono grave - “In un duello renderebbe inser­vibile la mia spada Asil in pochi colpi o in uno solo che fosse dato bene e con forza”. Gli astanti cominciavano a comprendere, però Mandras conti­nuò: “Un esercito di guerrieri armati così, conquisterebbe il mondo... Le loro frecce trapasserebbero gli scudi e gli elmi. I loro scudi sarebbero invece invulnerabili alle nostre armi. Le loro spade trincerebbero il cuoio ed il bronzo degli schinieri, dei parabraccio, fino a mordere la carne e spezzare le ossa sotto di essa...
Tremo, a pensarci”.
Tutti restarono per alcuni attimi in silenzio, avendo davanti agli occhi le terribili immagini create in così po­che, ma esperte parole, da Mandras. Il Grande Sacerdote fu il primo a riaversi e a parlare: “Se anche tu vedi e senti il perico­lo, come me, anche tu sarai d’accordo sulla necessità del viaggio: dobbiamo vedere e capire, per meglio poi sapere parlare e convincere”.
“Si” - ammise asciutto Mandras - “Questa terra va difesa tutta intera, tutti insieme, o tutta essa andrà perduta: se non subito, col tempo. Va difesa sul mare, dove siamo forti. E sulle coste, che invece sono ancora deboli perché quasi ovunque ignare del pericolo”.
Norax, che aveva ascoltato e visto con molta attenzione, co­minciava final­mente a capire molte cose, che prima gli erano sembrate oscure...
Intanto, diveniva evidente il motivo del segreto, se vi erano ovunque spie militari per pre­parare ed eventualmente affrettare un’invasione...
Il viaggio pote­va essere necessario proprio per andare a convincere altri gruppi della ineluttabile, imminente invasione, dopo aver raccolto e confrontato indizi e prove nei vari posti...
Se poi Mandras aveva parlato di mare e di coste, Norax sapeva bene che non potevano essere ignorati i villaggi dell’entroterra, all’oscuro di tutto, ma pieni di preziosi e validi guerrieri.
“Ma quale sarà la strada che seguiremo?” Chiese quasi a se stesso Norax.
Tutti si volsero verso di lui, essendo le sue parole cadute proprio in una pausa di silenzio; la domanda era - di fatto - dolorosamente appropriata. La strada più facile era di conse­guenza anche più battuta e quindi non avrebbe permesso alcu­na segretezza. Percorsi più discreti erano forse possibili, ma erano sicuramente molto poco agevoli, e probabilmente pieni di ignoti pericoli. Norax si vergognò per la propria sfrontata intromissione - tanto in­degna quanto involontaria, pensò - tra i discorsi dei più esperti e più autorevoli di lui.
Ma per sua sorpresa, non solo nessuno ebbe ad irritarsi, ma anzi tutti presero a con­siderare le sue parole seriamente.
Il Gran Sacerdote Lau­chme - rispon­dendogli - riassunse in poche parole pensieri e fatti che aveva ponderato a lungo nei giorni precedenti: “Notizie dei più nume­rosi avvistamenti provengono dall’al­tra costa. Essa si erge alta sul mare, con scarsi posti abitati e guarda il sole nascente. Al­cuni ritrovamenti parrebbero essere tracce o resti di battaglia, spinti dalle volubili correnti sulle rive o tra le reti rosse dei pe­scatori. Noi dobbiamo vedere quelle tracce.
Dobbiamo capire se le nostre paure hanno corpo. Dobbiamo essere preparati agli eventi futuri, per non esserne travolti o feriti se saranno funesti e per sfruttarli meglio se saranno fausti.
Credo che sarà oppor­tuno scegliere un percorso poco battuto - in modo da non dare troppo grande notizia di noi - ma esso dovrà essere anche, per quanto possibile, breve”.
Si guardò subito in­torno, valutando quanto l’auditorio lo stesse seguendo, poi ri­prese: “In questo modo finiremo dritti in mezzo ai monti, perciò credo che dovremo per prima cosa preparare l’equipaggiamento neces­sario per la montagna - e per ogni altra possibile evenienza - e studiare bene il percorso. I pericoli saranno molti e diversi”.
Qualcuno dei presenti avrebbe forse preferito indagare subito meglio circa la natura delle più probabili - almeno - tra quelle possibili evenienze, ma non ebbe tempo di farlo, perché Mandras prese nuovamente la parola.
Per prima cosa si disse ben di­sposto a seguire quel piano, ma confessò che nessuno dei suoi conosceva la regione più oltre di dove non si trovassero già, cioè oltre Tal-Ur, come il suo luogotenente Iolao confermò an­nuendo: essi erano infatti tutti uomini di mare.
Il Gran Sacerdote li informò al­lora che alcuni dei suoi cacciatori si erano spinti talvolta fin dentro le monta­gne seguendo il corso dei fiumi e tenendo conto delle stelle. Quindi, almeno per la prima parte del viag­gio, la guida era assicurata, come Lauchme sapeva già da tempo.
Per il resto del viaggio si sarebbe dovuto provvedere in al­tro modo, scegliendo il terreno dall’aspetto più sicuro e di più rapido percorso e orientandosi con il sole di giorno e le stelle di notte.
Norax intervenne: “Maestro, la festa dei nove giorni sta per cominciare. Molti verranno da fuori e noteranno la presenza di Mandras e dei suoi. Non é più opportuno che essi si nascondano?”.
“Si” - Rispose sorridendo il Gran Sacerdote Lauchme, che per poco non si fece sfuggire parole di buon apprezzamento per il suo discepolo - “Si, Norax, ci accor­deremo in tal senso. Essi partiranno prima di noi, pren­dendo inizialmente una strada di­versa, in modo da ingannare qualsiasi sguardo inopportuno o curioso.
A no­stra volta, noi partiremo soltanto dopo che io avrò dato solenne inizio alla festa, in modo da non destare alcun so­spetto in chi eventualmente ci stesse spiando perfino qui”.
Si accorda­rono, infatti, anche se ciò richiese molto parlare da parte del portentoso ed autorevole Sacerdote di Tal-Ur, che a tutto sembrava avere già pensato con grande antici­po e con gran cura.
Le spiegazioni e la messa a punto dei dettagli resero il giorno breve, intenso e faticoso, più di quanto ciascu­no avesse pensato.
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La porta si spalancò di colpo e una lama di luce ferì gli occhi di Khaleb, che si erano già abituati al buio fitto della piccola prigione. I tre uomini entrarono, rapidi e determinati, silenziosi. Recisero con grossi coltellacci i legacci di cuoio che lo assicuravano al pagliericcio umido e duro. Khaleb pensò: “se li tagliano, invece di scioglierli, allora vuol dire che non servono più e che stanno per trasferirmi altrove”.
“Dove mi portate?” - Chiese quindi Khaleb. Ma la risposta che ne ebbe lo raggelò. “Tu non ti muovi più di qui: faremo solo quattro chiacchiere, Khaleb. E poi controlleremo se quello che ci avrai detto concorda con il racconto di Hiram e degli altri” - Gli rispose calmo uno dei tre.
Un lampo doloroso gli si accese dentro: “Sapevano il suo nome! Come poteva essere? Avevano preso anche Hiram, allora! Solo lui conosceva il suo vero nome, solo lui poteva averglielo detto. E anche altri erano stati presi, forse quelli che già da alcuni giorni erano scomparsi da Othoca, come gli aveva detto Hiram. Quelli avevano tutti già tradito e parlato. Khaleb non aveva vie d’uscita, dunque: non poteva mentire!”.
Un altro shardana sghignazzò, sistemando dei ferri sulla brace: “E quando avremo finito con te, sapremo anche quante volte ti ha allattato tua madre”.
Allora Khaleb si spaventò. Fu sicuro che sarebbe stato torturato ed ucciso. Pensò con rammarico a quanto poco - in realtà - l’avara Qart-Hadasht gli aveva dato in cambio dei suoi molti e preziosi servigi. Qart-Hadasht non meritava il sacrificio della sua vita. Khaleb guardò intento i visi duri che aveva intorno, per leggervi la capacità di mantenere quelle orribili promesse che gli avevano accennato appena, senza darvi troppa importanza, come se fossero cosa da poco. Guardò le armi pesanti che quegli uomini portavano con abituale disinvoltura e capì che erano veterani incalliti e che erano capaci di tutto. Non fingevano: avrebbero potuto mangiarselo intero, il povero Khaleb, senza sputare nemmeno le ossa. Quando vide che gli strumenti sul fuoco erano già arroventati, Khaleb urlò, con quanto fiato aveva in corpo, che avrebbe raccontato tutto. Tutto quello che sapeva e ricordava, o aveva visto, o solo sentito dire. Tutto quello che aveva fatto o aveva ricevuto ordine di fare e non aveva ancora eseguito. Tutto: giurò che non avrebbe tenuto per sé alcun dettaglio, per quanto insignificante potesse sembrare. Urlando e piangendo li pregò di non fargli del male e di non togliergli la vita. Intanto sperava ardentemente che essi fossero diversi da lui, che invece, invertite le parti, non avrebbe affatto ascoltato quella preghiera.
I quattro shardana - interdetti - si scambiarono delle mute occhiate perplesse, incerti sul da farsi. Dubitavano che quell’atteggiamento potesse essere ancora un altro inganno della spia. Comunque, uno di loro decise di dargli corda e gli ringhiò: “Comincia a parlare, allora: e sii convincente”.
E Khaleb parlò davvero. Parlò sino a notte fonda, rispondendo ad ogni domanda, interrompendosi soltanto per bere un goccio d’acqua ogni tanto e per riprendere fiato.
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Quasi con fastidio, Hiram aveva finalmente riconosciuto il profilo del primo molo di Kar. Vide per primi gli alberi delle barche da pesca più grandi e di una o due navi da carico, che dondolavano pigramente nell’acqua protetta del porto. La luce si faceva più incerta.
Sapeva bene a quale barca dirigersi e lo fece con deliberata lentezza, in modo che sembrasse che vi giungeva per caso. Intanto, si guardava intorno con fare distratto, in realtà per valutare se vi fosse qualcuno che lo stava controllando. Notò ben presto il cavaliere shardana fermo sul suo cavallo, seminascosto nell’ombra tra le prime due case del porto: sembrava che guardasse lontano, altrove, ma Hiram capì subito che era lì per seguire lui. Da quanto tempo lo stava seguendo? Come lo avevano individuato? Sapevano chi lui fosse e quale importanza avesse, tra i suoi? Hiram non sapeva rispondere alle prime due domande, ma era quasi certo che la risposta alla terza fosse negativa, oppure non lo avrebbero lasciato libero di muoversi, né, probabilmente, vivo. Tra la folla formicolante del porto gli sembrò anche di intravedere un’altra figura shardana a piedi, ma non ne poté essere sicuro. Pensò al da farsi. Poteva tentare la fuga. Ma se la fuga fosse fallita, avrebbe potuto compromettere tutto. Hiram sapeva bene che spesso il predatore studia a lungo una preda che sembra ignara e che non dà segni di voler fuggire. Meglio, quindi - decise - non precipitare gli eventi e far credere di non avere visto nulla. Così, il ritmo degli sviluppi futuri sarebbe stato sicuramente più lento. Hiram aveva bisogno di tempo. Doveva pensare, capire. Se possibile, doveva prendere provvedimenti. Comunque, doveva rallentare le mosse e le decisioni dei nemici, che si erano ormai fatti troppo vicini...
Una voce lo apostrofò dalla barca ed egli finse di non avere udito. Il marinaio lo chiamò ancora: “Ehi, tu! Ma sei sordo? Dico a te! Che cos’hai in quegli otri? Acqua?” - Soltanto allora Hiram si voltò, illuminandosi nel volto con ben simulata sorpresa, per rispondere: “Sì: è acqua fresca e pura, appena raccolta dalla fonte di Arsèmini. Non ne troverai di migliore!”.



L’altro di rimando gli propose: “Ti do due monete di rame per otre e ti prendo tutto il carico. Ne ho proprio bisogno: domani mattina presto parto per la pesca”. Hiram fece un gesto sdegnoso di rifiuto e disse: “Sono otri panciuti, nuovi e robusti:  vuoti, valgono già tre pezzi di rame. Se li vuoi pieni mi devi dare cinque pezzi per ognuno”. Il marinaio sputò nell’acqua con una smorfia di disprezzo e gli rispose soltanto: “Sei pazzo!”.
Per tutta risposta, Hiram stappò un otre, bevve un poco di acqua, emise un sonoro sospiro di soddisfazione, come se avesse assaggiato un nettare raro e quindi fece per allontanarsi da quel molo. Ma il marinaio lo richiamò indietro, accettò di pagare il prezzo richiesto e gli chiese almeno di aiutarlo a caricare gli otri sulla barca. Hiram accettò. Si fece pagare in anticipo. Contò attentamente i pezzi di rame e li mise al sicuro in una borsa, legandone strettamente e più volte i laccioli. Infine iniziò a passare, uno ad uno, i pesanti otri al pescatore. Purtroppo, uno gli sfuggì accidentalmente di mano e si inabissò subito nell’acqua profonda e trasparente del porto. Seguì una serie di improperi irripetibili, con richieste di rimborso da parte del pescatore ed altrettanti dinieghi da parte del commerciante: “E’ un otre buonissimo e ha una tenuta perfetta: l’acqua resterà buona anche per un anno, lì dentro! Quindi non te lo rimborso. Lo puoi benissimo fare recuperare dai tuoi mozzi quando tornano dal mercato. Ti saluto”. Detto ciò, Hiram si allontanò una volta per tutte, per raggiungere una locanda in città e passarvi la notte. Tra la piccola folla che si era radunata per assistere alla buffa scenetta, i due osservatori shardana sapevano bene che essa non era proprio così innocente come a prima vista sembrava. Ma non riuscivano a capire che cosa significasse. A parte il fatto che - come essi già sapevano - quella recita doveva ovviamente contenere il messaggio “tutto è pronto: il segnale è fissato per l’ora convenuta”. Il codice usato restava per essi un mistero...


Un terzo osservatore interessato - dalla buia pancia rotonda di una nave da carico Cipria - aveva seguito non visto tutta la scena dall’inizio e adesso borbottava, tra sé: “Hanno contrattato, quindi c’è pericolo incombente... Un otre in acqua, qualcosa potrebbe andare storto... Ma Hiram non è fuggito, quindi la situazione non è disperata... Possiamo andare avanti col piano. Sia lode a Baal il Grande”.


Nota sulla veridicità: molti sono i difetti e le imprecisioni, ma mi preme sottolineare alcuni dettagli soltanto. Ho usato i nomi conosciuti di re Hyksos  per questi personaggi, unicamente perché si tratta di nomi veramente esistiti. E' ovvio che non dovesse esistere alcuna relazione tra Protosardi ed Hyksos. Cronologicamente, la storia dovrebbe porsi attorno al 600 a. C. o giù di lì, condensando in pochi giorni (la 'festa dei nove giorni', la novena) gli avvenimenti di molti anni. Comunque, si racconta un inesistente tentativo d'invasione cartaginese, ipoteticamente avvenuto almeno un secolo prima del primo storicamente attestato tentativo, realmente effettuato da Malco. Ma allora il ferro doveva essere già piuttosto noto, perfino nell'Ovest. Inoltre, il primo ferro doveva essere in realtà piuttosto deludente - in prestazioni - rispetto all'ultimo bronzo. Qui, invece, appare il contrario. Che io sappia, non esiste una 'fontana coperta' fatta come quella che io descrivo: se qualcuno dei lettori ne avesse notizia, gradirei me l'indicasse.L'interpretazione di presagi, premonizioni, monstra etc è tratta da documenti tardi, di epoca romana, ma confido che non fosse poi molto differente in precedenza..