martedì 17 settembre 2013

Neuroarcheologia


NEUROARCHEOLOGIA
Mi chiedi ora – seriamente? – che cosa sia la NeuroArcheologia. Cercherò d’essere serio nel parlartene, amico mio, ma non è facile: lo scherno mi verrebbe più naturale....

Fino ad oggi la cosa è stata (volutamente) spiegata alla gente comune e ai non addetti in modo per essi oscuro e complesso, con sontuoso impiego di tecnicismi pseudoscientifici (‘network corticali e sottocorticali’, ‘plasticità neurale’), ricorrendo a difficili contorsioni esistenziali (‘come emerge il pensiero simbolico?’) e a paroloni incomprensibili (‘complessità dell’architettura cognitiva della mente umana’): si è fatto di tutto, cioè, pur di non spiegarlo affatto… Questo è un noto ed abusato metodo per trasmettere al volgo non l’argomento di cui si parla, bensì il concetto: ‘Io scienziato, tu popolo bue’.
Funziona con i pirla senz’arte né parte che ci cascano e fa inc…uietare chi fa uso della logica, invece che dell’ideologia.

La neuroarcheologia comprenderebbe con il proprio ampio respiro un campo di ricerche interdisciplinari, “che focalizzano le problematiche emergenti tra encefalo e Cultura, percorrendo le traiettorie del divenire umano”.

E alla fine – invece di dare risposte – si sono solo poste altre domande, naturalmente, sottointendendo che la NeuroArcheologia potrebbe rispondere ad esse, quali ad es.: “Com’è possibile identificare le tracce materiali delle capacità simboliche nei reperti archeologici? Quale legame esiste tra la struttura funzionale del cervello e le tracce comportamentali osservabili archeologicamente, considerando l’inestricabile relazione tra il binomio cervello/corpo e l’ambiente?”

Ma alla fine, dato che qualche cosa si deve pur proporre, eccola qui: “La neuroarcheologia si propone di comprendere i meccanismi di sviluppo nel lungo termine della sinergica co-evoluzione del cervello con la cultura e il mondo materiale”.
Chiarissimo, quindi, anche preciso, se ci si pensa bene: un atteggiamento fastidiosamente parolaio, per spiegare qualche cosa che è ancora indefinito, fin da quando fu – furbescamente – architettato. [1]Una cervellotica ipotesi di lavoro (niente di più), che la logica rifiuta del tutto.
Una volta si ricorreva al Latino, per sembrare saggi ed istruiti e riuscire ad essere incomprensibili all’uditorio. Oggi si ricorre preferibilmente all’Inglese (facci caso: è il motivo per cui la ‘rotazione con tiranti’ della ‘Concordia’ si definisce ‘Parbuckling’. Tutta la faccenda diventa molto più difficile ed interessante!).
Si ammoniscono persino gli archeologi (che si suppone siano smidollati e praticoni materialisti, che  forse anche indulgono nella deboscia più turpe) che essi “potrebbero imparare molto dai metodi delle Neuroscienze per stabilire legami ‘testabili’ empirici e concettuali tra struttura cerebrale, funzioni cognitive e comportamenti archeologicamente osservabili”. E anche: “… gli studi sulle demenze possono dare un notevole contributo alla comprensione dei meccanismi evolutivi della mente dell’uomo moderno, partendo dall’indagine di quella che nella progressiva perdita di moduli corticali può essere definita “ancient mind”.

In parole povere (e quindi comprensibili a tutti), si sostiene che la regressione della mente di un paziente singolo (affetto da una demenza, quindi una malattia degenerativa che ‘spegne’ gradatamente ma ineluttabilmente sempre più numerose unità funzionali del cervello, dette neuroni) ne riduce ovviamente le prestazioni, conducendo alla semplificazione in tutte le espressioni dell’individuo: eloquio, comprensione di immagini e parole, capacità di concentrazione, profondità di analisi, scrittura (è questo è lapalissiano, non è certamente nuovo, ma almeno è chiaro, spero).
Ma oltre a ciò si sostiene che questa regressione del singolo ad uno stadio ‘più primitivo’ sia uno stadio identico ad uno stadio che – in passato – è stato uno stadio comune a tutta l’umanità e non solo a quel paziente: è quindi un ritorno ad una fantomatica “mente antica” di tutti gli uomini del mondo.
Questo non è affatto credibile: non credo sia scientifico.
In Inglese (così sembrerò anche io più colto!) è quello che si chiama ‘wishful thinking’.  Il che significa la formulazione di pensieri e la scelta di decisioni effettuate più secondo quanto è gradito all’autore, che non secondo evidenza, razionalità, o realtà.  È il procedimento per cui si ritengono ottimisticamente probabili esiti positivi che non quelli negativi.
(Non è affatto da confondere con il ‘positive thinking’, il pensiero pratico e fondato, che influenza positivamente il comportamento tanto da permettere realmente risultati migliori).
Che i ‘segni’ siglati dai pazienti malati di una demenza diventino ‘primitivi’ nel senso di rudimentali risponde certamente al vero: il paziente non riesce a fare di più, perché i mezzi per un migliore risultato sono venuti meno.
Se vogliamo, è il motivo per cui – dopo molti anni che non andiamo in bicicletta, oppure sui pattini – non riusciamo più a farlo. Il motivo è che abbiamo perso, col tempo, i neuroni preposti a quelle attività motorie e di controllo dell’equilibrio. Non avendo proseguito nell’esercizio, non è stato possibile ad altri neuroni sopperire alla mancanza dei primi, vicariandone la funzione. Risultato: la nostra mente ricorda perfettamente quello che dobbiamo fare, ma il nostro corpo non riesce assolutamente ad eseguire l’esercizio, perché gli mancano le connessioni neuromuscolari per compierlo. Quest’ultimo è un fenomeno fisiologico d’invecchiamento, che comporta la perdita giornaliera di numerosi neuroni. La malattia degenerativa è invece un fenomeno molto più devastante e rapido.

Ma che quei segni, tracciati con difficoltà dai malati, corrispondano a quelli di un passato che dovrebbe interessare gli archeologi è umoristico.
Equivale a sostenere che i malati di demenza Turchi oggi scrivano in Ittita e che gli Alzheimeriani
Egiziani scrivano in antico Egizio e così via...
Gli antichi abitanti di un qualunque paese del mondo non hanno mai fatto ‘segni’ simili a quelli di un’altra località.
Infatti, la teoria ‘Neuroarcheologica’ ha convinti avversari anche tra gli addetti ai lavori, oltre che tra i debosciati archeologi. [2]
Fino ad oggi, la teoria non ha fatto molta strada, infatti è arenata nelle posizioni di partenza e secondo alcuni non se ne sentirà parlare gran che in futuro.
Ma – naturalmente – coloro che hanno puntato su di essa per promuoversi devono atteggiarsi a conoscitori esperti e vanno in giro proprio come il re nudo della favola, pavoneggiandosi con nulla addosso. Essi dichiarano di capire i difficili concetti della Neuroarcheologia, mentre gli altri non ci arrivano, poveretti.
La verità è che non c’è nulla da capire.
Fuffa: la Neuroarcheologia ed i lavori che ad essa si appoggiano per sembrare "scientificamente" fondati.



[1] Lambros Malafouris: My research interest is in the archaeology of mind and the anthropology of the brain artefact-interface (BAI) – covering topics extending from early stone tools and the ‘exographic’ symbolic technologies of more recent periods, to the latest developments in neuro-prosthetics and cognitive enhancement. My research aims at developing ways to understand the long-term implications and causal efficacy of material culture in the functional architecture of the human brain and the evolution of human intelligence (especially with reference to human capacities related to self awareness, memory, theory of mind, agency and the body schema). For the last few years I have been working on the Material Engagement approach to the study of mind and the archaeology of extended and distributed cognition. I also participate in the European Platform for Life Sciences, Mind Sciences, and the Humanities (Volkswagen Stiftung).
[2] Thomas Donaldson: “Solving the problem of neural archaeology is like curing or preventing all diseases. It won’t happen”.