martedì 24 settembre 2013

Si fa presto a dire: "Scrittura"


L’uomo ha iniziato ad esprimersi con piccole sculture in vari materiali circa 300.000 anni fa.
Poi, circa 80,000 anni fa, ha tracciato figure su quasi ogni superficie: ossa, gusci d’uova, pietre.
Circa 5300 anni fa l’uomo ha iniziato a ‘scrivere’.
Che cosa è la scrittura?
Si tratta di un insieme di segni convenzionali (per una certa popolazione), capaci d’esprimere precise concatenazioni di significati simbolici traducibili in suoni.
Questi segni sono solitamente tracciati su supporti più o meno duraturi, talvolta quasi indistruttibili.

La classificazione delle scritture è argomento da specialisti: essi distinguono le scritture in ‘logografiche’ (quando il segno corrisponde ad una parola fatta di suoni) e ‘pittografiche’ (quando il segno esprime un concetto). Le scritture fonetiche possono ulteriormente dividersi in sillabiche (in cui esiste un segno per ogni sillaba, cioè per ogni combinazione elementare di vocali e consonanti) o alfabetiche (in cui esiste un segno per ciascun segno, consonantico o vocalico).

Sappiamo che le prime scritture (III millennio a.C. altopiano iranico) ebbero una forte componente ideografica e logografica per poi evolvere abbastanza rapidamente  in senso sillabico e fonetico.
Lo sviluppo dell’alfabeto – come lo conosciamo noi oggi – ha seguito percorsi difficili e contorti, che sono costati tentativi, errori e fatica in un processo che ha richiesto certamente diverse generazioni umane (nel corso del II millennio), anche se non sappiamo nel dettaglio come siano andate le cose.
La zona geografica in cui questo processo è avvenuto  è vasta: essa comprende le terre del Levante, forse fino al settentrione della penisola Araba.
Per molto tempo non è stato affatto facile imparare a scrivere (i segni da imparare erano persino 450!), anche se oggi si tratta di un compito che richiede poco più di due anni d’apprendimento in età scolare.

Le lingue scritte antiche sono state in buona parte dimenticate, col tempo (si pensi anche solo all’Etrusco, che fu scritto su supporti deperibili, molti dei quali volutamente distrutti), tanto che quando ne furono trovate le tracce esse erano totalmente incomprensibili. Più spesso erano interpretate come simboli magico/misterici.

Jean F. Champollion – un genio ineguagliabile – ebbe la ‘fortuna’ di una lapide trilingue (la lapide di Rosetta: geroglifico, demotico e greco), riutilizzata in campo edilizio come semplice mattone. La lapide aveva tenuto in scacco gli epigrafisti per trenta anni: Champollion brillantemente intuì che fosse in parte ideografica ed in parte fonetica e ne diede la traduzione.
È un caso emblematico. Ci permette di stabilire che per la decifrazione, si deve avere la possibilità di fare:

1) confronti con altre lingue conosciute,
2) dedurre informazioni storiche certe,  e
3) si deve disporre di un testo abbastanza lungo, meglio se più d’uno.

Questo è il motivo per cui, se – come nell’Etrusco – si dispone solo di formule funebri tutte simili, di sigle e di abbreviazioni sintetiche e di testi brevissimi, la decifrazione di una lingua antica diventa difficilissima e la sua conoscenza resta lacunosa.

L’Accadico ci fornisce un altro ottimo esempio di ciò che è necessario per una sicura decifrazione.

Quando nel 1802 Georg  Friedrich Grotefend  (un professore tedesco di liceo!) comunicò al Mondo intero di avere decifrato il cuneiforme, lo aveva fatto - pensa! - per vincere una scommessa con un amico.
Non sappiamo quante birre e quanti crauti tale velleitario ed allegro processo richiese, ma senz’altro – all’inizio, almeno – vi fu verso di esso molto scetticismo e molta incredulità verso questo signore originale e forse un po’ pazzo, sicuramente fuori della cerchia eletta dei linguisti, glottologi ed epigrafisti.

[Nota:
Grotefend  aveva decifrato l’Antico Persiano, lingua Indoeuropea, che era scritto con un sistema cuneiforme di natura alfabetica  - un segno per ogni lettera .
Restavano da decifrare ancora:
A) l’Accadico, lingua semitica affine all’Arabo ed all’Ebraico odierni, anticamente parlata da Babilonesi ed Assiri, che è un cuneiforme logo-sillabografico (in cui ogni ‘grafema’, o segno,  può avere più di un referente fonetico sillabico e più di un referente ideografico:  più o meno  quello che fai quando scrivi “6 la + bella”, usando segni che possiedono ciascuno un significato differente in vari tipi di notazioni, ma che guarda caso hanno un senso preciso, pronunciati nella tua lingua parlata. Un altro esempio? Il nome del complesso rock degli “U2” potrebbe non avere alcun senso; oppure potrebbe riferirsi all’ ormai storico aereo spia “ U due”, oppure – ma questo solo in Inglese – potrebbe significare “You too”, anche tu).
B) L’Elamico, una lingua un po’ meno nota, priva di parentele tra le famiglie linguistiche note, diffusa in area iranica e scritto come l’Accadico.]

Circa 50 anni dopo, nel 1853, Edwin Norris riuscì ad interpretare anche l’Elamico.
Resisteva, quindi, solamente l’Accadico: ma si rinvenivano con crescente frequenza sempre nuove tavolette, fino a che lo svedese Isidior Lowenstern dedusse che si trattava di una lingua semitica.
Come si poteva fare, per  dirimere il dubbio?
La Royal Asiatic Society, nel 1857 decise di adottare un metodo tanto biblicamente Salomonico, quanto prudentemente e rigorosamente scientifico:  riunì a Londra tutti coloro che avevano dato il proprio significativo contributo alla decifrazione e traduzione degli scritti cuneiformi. I nomi sono: Edward Hinks, Paul Emile Botta, Henry Rawlinson,William Henry Fox Talbot e Jules Oppert.
Ad ognuno di essi fu assegnata una copia di un medesimo testo cuneiforme, con la preghiera di fornire una traduzione, ottenuta  indipendentemente dagli altri studiosi. Ed essi (miracolo!) fornirono  ciascuno la propria decifrazione, concordante con le altre nelle linee fondamentali. 
L’Accadico era stato decifrato!
Era stato necessario mezzo secolo di fatiche interpretative e di ricerche sul campo con la scoperta di nuovi testi. Ma ci si era riusciti, scientificamente .
Quindi arriviamo al punto 4, che è il seguente:

4) Fare un confronto in doppio cieco, con una traduzione del testo antico, fatta contemporaneamente da diversi epigrafisti esperti.

La decifrazione delle scritture di Micene è un altro esempio utile. Evans le classificò (geroglifico cretese, Lineare A e Lineare B), ma non riuscì a tradurle. Il geroglifico ed il Linare A restano ancora non tradotti. L’impresa è riuscita, invece, per il Lineare B: fu il risultato della collaborazione a distanza tra Alice Kober (che produsse 186.000 schede sulle scritte micenee), Michael Ventris (architetto inglese d’origine greca, con una particolare versatilità per le lingue) e John Chadwick, suo collaboratore, che ne completò le ne concluse il lavoro.
Questo ci permette di aggiungere il punto 5, che è di seguito:

5) La quantità di conoscenze necessaria per tradurre una lingua scritta antica dimenticata è – di solito – troppo grande per una persona sola: si richiede la collaborazione di più esperti…

6) Alcune scritture - infine - non sono ancora decifrate (per esempio, la scultura della Civiltà dell'Indo, fra le tante): per alcune di esse, come scritto in precedenti post, non si è neppure certi che veramente si tratti di 'scritture'. Il  solo presunto 'Nuragico scritto' è certamente incluso obbligatoriamente tra queste.

Ecco il motivo per cui non credo affatto – personalmente – che sia possibile in alcun modo giungere alla decifrazione dell’antico sardo/nuragico scritto, nel caso esso esistesse:


1) Non si possono fare confronti con altre lingue conosciute, in testi bi- o tri- lingui.
2) Non si possono dedurre informazioni storiche certe del periodo Nuragico.
3) Non si dispone di un testo abbastanza lungo e anche quelli prodotti da alcuni ‘volenterosi’ ricercatori sono o semplici 'lettere', o fuori contesto, o molto dubbi, o lampanti falsi accertati...
4) E’ impossibile procedere ad un confronto in doppio cieco, con una traduzione del testo antico, fatta contemporaneamente da diversi epigrafisti esperti.
5) La quantità di conoscenze necessaria per tradurre una lingua scritta antica dimenticata è – di solito – troppo grande per una persona sola: si richiede la collaborazione di più esperti… Unica eccezione fu Champollion, in un contesto completamente diverso da quello del ‘Nuragico’.
6) La sfida, naturalmente, è quella a produrre alcuni testi lunghi di ‘Nuragico scritto’, con grammatica e sintassi corrette e con significative coincidenze di fatti storici con nomi reali. Questi testi non esistono. Personalmente, penso che nessuno potrà raccogliere questa sfida. 
E non solo per i motivi sopra citati.